Le porkeriole di Flavia

diario e fantasie di una scrittrice di bella presenza

Una bella moretta tra i cristalli di Boemia

Fatti e antefatti per meglio comprendere la banale cronaca vissuta

Flavia dal 2005 pubblica con l’editore
Enstooghard
del dr.Hans Stortoghårdt
editore dal 1971
in Borgergade 9, 1300 København

 Cover, ©Oscar Balducci, Lei – 2019

Flavia Marchetti che sarei poi io, per divertimento scrive racconti licenziosi. Per vivere, invece, scrive di tutt’altri argomenti. Molto spesso testi che parlano di bulloni e riparelle.

Può anche succedere che i due filoni si incontrino e allora succede quello che state per leggere. In questo caso però ho dovuto attingere alle note del mio diario intimo.

Tutte le scrittrici, anche quelle di non bella presenza, tengono un diario intimo.

La situazione sentimentale di Flavia Marchetti nell’attuale momento

Flavia è single e vive da single.

Ha però un fidanzato che per il divario di età le crea qualche problema.

Sì, Oscar ha diciassette anni. Minorenne! Io trentuno: è bello, forte, inesauribile! Mi ama alla follia. L‘ho conosciuto vergine.

Oscar abita con i suoi nello stesso mio palazzo. Abbiamo lo stesso portinaio. I suoi fingono di non capire perché lui bussi sempre più spesso alla mia porta. Si augurano comunque che «Non abbia preso una sbandata per quella Signora, sempre tanto gentile con noi ma già avanti con gli anni.» Così quando Oscar vuole passare la notte con me, e non è raro, deve inventarsi impegni fantasiosi. E io non devo dimenticare di far sapere al portinaio che quella notte sono dai miei. Che per giunta vivono nello stesso palazzo, ma nell’altra scala. Oscar, per finire, è studente, ma lavora già come apprendista fotografo in un importante studio fotografico.

Poi, da persona che non vede l’ora di complicarsi la vita mi sono fatta anche una amante. Sì, proprio così: non un, ma una amante: Sìmone. Una gran bella e sempre elegante femmina che fino a un mese fa viveva con il marito un piano sotto casa mia.

Curioso no che tutto il mio cast affettivo viva a ridosso di dove io vivo?

Ma torniamo a Sìmone, la mia età. È più o meno uno anno che ci frequentiamo: ci siamo conosciute a un cocktail party, ci siamo piaciute. Ci siamo viste sempre più frequentemente. Lei rampolla di una delle più note famiglie bolognesi, abitava con il marito sulla collina prossima a Bologna, poi si è liberato un appartamento nell’altra scala del palazzo in cui abito. Gliel’ho segnalato – a lei le sostanze non mancano – l’ha subito acquistato. Lei e Sergio si sono trasferiti in città. Sergio, il marito è, all’apparenza, un maschio molto strutturato ma dopo ben poco ti accorgi di essere di fronte a un tizio fragile e privo di personalità.

La vicinanza ha rafforzato la nostra frequentazione: spesso una in casa dall’altra e quando il marito viene spedito per lavoro lontano da casa io dormo da lei o viceversa. Questo fino a un mese fa. Poi il fattaccio:

era già un po’ di tempo che a Sìmone giungevano informazioni che il dottor Belpane, AD di una delle più proficue aziende della famiglia Zinani, quella di Sìmone, aveva una relazione extraconiugale con una dipendente della stessa azienda. Niente di drammatico per lei, anzi… Se non, un certo fastidio a trovarselo intorno… Un mal represso desiderio di toglierselo dai piedi. Quale socio di maggioranza dell’azienda che lui dirigeva, lei teneva d’occhio con sempre più attenzione gli atti amministrativi e gli spostamenti di danaro dell’azienda. Si è così accorta che recentemente era stato imputato al bilancio, l’acquisto di un appartamento in zona centrale che guarda caso va affittato ad esiguo canone a colei che era appena entrata nella segreteria operativa della Caravella Touring srl.

Bisognava chiarire questa malversazione e questo Sìmone l’aveva fatto nell’ambito familiare con una conversazione fra marito e moglie.

Finì che ricevetti una drammatica richiesta di aiuto dopo che Sìmone era stata malmenata brutalmente. Le dissi di rifugiarsi qui a casa mia in attesa che la separazione legale e quindi il divorzio la liberassero dalla presenza di quel malandrino e che le leggi contro la violenza lo allontanassero per sempre da questa città: torni nella sua Gallarate!

Con lei per casa ho imparato a condividere molto di quello che ho dentro e fuori di me: Oscar compreso. Che nonostante la giovane età ha capito e, in un certo senso, è entrato anche lui in famiglia. Anche se lo farà ufficialmente fra un paio di mesi al compimento del 18º anno. Che due troie!

Hotel Crystal, Praga

Infastidita dall’incessante petulare nel suo malo inglese avevo sbattuto la portiera del Mercedes. Me n’ero andata trascinando il mio trolley. Ovviamente non avevo aggiunto un ghello di mancia.

Ero innanzi al Crystal, solido monumento dell’architettura praghese Fine-Ottocento.

Indugiavo innanzi all’ingresso d’epoca di quell’imponente fabbricato ripensando a quanto fosse fastidioso incappare in un taxista che tentava l’intorto: «Al Crystal ci va per passarci qualche giorno?» E dallo specchietto avevo captato un suo ambiguo sogghigno.

Che cazzo te ne frega, crucco di merda!” fra me e avevo ignorato di rispondergli. A quel punto lui aveva intrapreso un’opera di convincimento per una visita notturna con lui alla Praga più intima e sconosciuta.

Mentre soppesavo quelle banali battute mi erano passate innanzi, sempre dirette alla mia stessa meta, alcune ragazze, molto simili una alle altre, sia nella struttura che nel portamento: bionde e longilinee. E più o meno allestite con lo stesso stile. Tutte trascinandosi un mini-trolley.

Entrai: “Corbezzoli! (Cazzo! O ancor meglio: Mo figa !)” la hall del Crystal pullulava di quelle trollerine. Sembravano tutte uscite nello stesso attimo, dalla stessa passera.

“Certo che un paio di queste in stanza avrebbero ben rallegrato la mia prima notte praghese.” Fu una gentile voce maschile a scacciare la pruriginosa fantasia che aveva iniziato a darmi idee: «Lei è la morettina?» Il suo accento inglese era scandaloso. Gli risposi in tedesco. Il suo volto si era illuminato. «Sono Franz.»

«So di essere morettina ma non credo dovessimo incontrarci.» Era bellissimo! Anche se con lineamenti alquanto effeminati. Stessa struttura delle ragazze che erano in quella sala. Biondo. Pareva il giusto gemello di queste.

«Mi scusi, credevo che anche lei fosse qui per il cast. – mi aveva allungato formalmente la mano –Sono Franz Hamáček, vicedirettore dell’hotel. Posso essere utile?» Avevo mostrato la prenotazione e lui era andato a prendere la chiave magnetica della stanza.

«Se crede l’accompagno»

«E così il glorioso Chrystal diventa set di un film…» Tanto per non restare muta a seguirlo con imbarazzanti sorrisi.

«A dire il vero sono già tre anni che uno dopo l’altro, qui si girano lunghi, medi e corti…. – l’ascensore ci stava portando, con un’esasperante lentezza, all’ottavo piano – Avrà a sua disposizione uno dei più bei panorami della Città Vecchia

Io, però, ero più incuriosita dagli aspetti cinematografici dell’Hotel: «E questo casting a che genere di film porta?» Dovette pensarci e la risposta venne da lontano: «Vede, qualche anno fa l’Hotel era in procinto di fallire. L’Hotel aveva bisogno di rinnovarsi. E per farlo, serviva una notevole iniezione di capitale che l’antica proprietà, la mia famiglia, non possedeva. Allora, io frequentavo l’Università ed ero molto amico di Julie, figlia di Andrej Zeman, forse il più noto produttore cinematografico ceco e, sicuramente, quello che ha il monopolio della produzione hard-core nostrana. – Eravamo giunti in stanza e lui stava aprendo le finestre per farmi ammirare lo splendido panorama – Confidai a lei che forse avrei dovuto ridurre il piano di studi che mi ero proposto. Lei raccontò il tutto al padre che ci fece una geniale proposta: Un piano dell’Hotel sarebbe diventato set permanente per produzioni della Andrej Zeman Film Corporation. Soprattutto per quelli della Hot Division. Il casting di questa sera è per una serie di corti, praticamente, porno… Ecco, vede – aprendo l’ennesima finestra. La stanza era tonda, molto spaziosa, con un ampio letto al centro – quella lì sulla destra è piazza San Venceslao.»

«E così, anche lei si è buttato nel business della porno-cinematografia?»

«Non proprio. Nella nuova società che gestisce l’Hotel io rappresento l’antica proprietà. – Mi aveva guardato e arrossendo – A dire il vero… un paio di video li ho girati anch’io

«Come regista ?»

«No, no come protagonista.»

Fra me:“Béh, il mondo porno è anche fatto di video gay al maschile” lo avevo osservato mentre controllava che nel bagno ci fosse tutto quello che ci doveva essere: sculettava come una brava indossatrice.

«Dev’essere impegnativo svolgere certe funzioni sotto gli occhi di una troupe che magari interviene e corregge anche il movimento più banale.»

«Eh, sì. La soddisfazione la trovi poi, quando il film è montato. E allora guardandolo scopri che quell’orgasmo che non hai provato durante la lavorazione c’era invece stato. E ci si abbraccia con la partner, quasi come dopo aver fatto sul serio all’amore.»

Di quel ragionamento avevo captato la parola ‘la partner’, pertanto se il suo tedesco era corretto voleva dire che quello che appariva non corrispondeva alla realtà. La cosa incominciava ad intrigarmi.… In effetti una notte praghese un po’ efebica poteva essere un’idea per sublimare la lontananza dalla casa e dagli affetti. Diedi un’altra occhiata a quella che forse sarebbe stata la mia preda: “Era veramente bello!” Provai ad immaginarmelo nudo su quel tondo letto centrale e mi accorsi che stavo bagnandomi. Quel suo sculettare qua e là per la stanza controllando che tutto fosse a posto mi faceva impazzire.

«Herr Franz, cosa consiglierebbe a una straniera per la prima serata che passa a Praga?»

«Se la straniera fosse ‘una morettina’ le suggerirei di cenare con me.»

Per non perdere l’occasione, calai subito le brache: «Oh Franz – e passai subito al confidenziale tu –O mi hai letto nel pensiero o nel cuore.»

«E dove mi porteresti?»

«Abbiamo un elegante ristorante qui al primo piano con alcuni discreti separé. Possiamo cenare tranquillamente e raccontarci qualcosa di noi. Davanti a una bella ‘moretta’, dicono che diventi brillante e simpatico.»

«Ti faccio una proposta per capire se l’Hotel Crystal è attrezzato per eventi straordinari: riusciresti a far apparecchiare la tavola innanzi a questa finestra spalancata su questa bella veduta e far servire qui la cena?»

Galante più che mai: «Vedo che anche tu sai leggere nei cuori… Non osavo tanto… Sai, a due metri da un letto?…»

«Un letto è pur sempre un oggetto da arredo. Importante è essere consci dell’uso che se ne vuol fare. Ti aspetto attorno alle nove.»

Nel saluto ci eravamo abbracciati. Lo strinsi forte a me e sentii che fra le sue gambe qualcosa era accaduto.

La cena del Crystal

Avevo impegnato il breve lasso di tempo sotto la doccia e per un leggero maquillage al volto. Crema alle poppe e ai capezzoli finché questi non risultarono di una lucentezza quasi abbagliante. Crema anche sul boschetto del pube per portarlo al medesimo risultato. Mi osservai a lungo allo specchio e sul corpo nudo feci direttamente calare la corta tunichetta di seta che mi ero portata.

Una mezzoretta prima dell’appuntamento un fattorino mi aveva portato un folto mazzo di fiori con un vibrante biglietto che certo non si addiceva al romantico e delicato aspetto di Franz Hamáček: “Non sarò contento finché non ti avrò leccato la figa (Ich werde nicht glücklich sein, bis ich deine Muschi geleckt habe)”. Il biglietto.

Le mie mani, dopo quel biglietto, divennero sempre pronte a cadermi sul grembo.

* * * * *

«Dovrei non essere in ritardo.» disse Franz, spaccando il minuto. Un piccolo bacio che avrei voluto che si prolungasse con tutti i suoi nessi e connessi. Un attimo dopo un paio di bionde cameriere allestirono la nostra tavola e il buffet con la cena.

Dalla finestra aperta: il lontano brusio della Città e una leggera brezza. Franz si era messo in sportivo: jeans e t-shirt e a colpo d’occhio mi sembrò ancora più reale la sua omosessualità. Il profumo, poi, con cui si era irrorato, pareva proprio confermarlo.

Andate che furono le due biondine, Franz si era alzato per portare due bicchieri di champagne. Faceva ogni mossa con una calma e una padronanza di sé esasperante. Io che avevo ancora innanzi gli occhi quel suo biglietto ero irrequieta e sentivo crescere nella vagina pulsioni e impazienza. Mi sollevai dal divano per il primo brindisi. Un allegro tintinnio di cristalli – d’altronde si era in Boemia – e mi venne da chiudere gli occhi. Lui mi tolse il bicchiere dalla mano… Continuai a tenere chiusi gli occhi. Allora le sue mani mi girarono e mi abbracciarono dal di dietro. Mi abbandonai contro di lui: le labbra sul collo a darmi brividi. Contro il mio osso sacro il vigore del suo arnese. Le sue mani a stringere le mie poppe – Decisamente non era omo. Cosa volevo di più? A questo pensò lui, anticipò educatamente usando una sola parola, detta nel suo scarso italiano le sue più immediate intenzioni: «biglietto!» e mi spinse contro il divano.

Non potevo che lasciarmici cadere sopra.

Sempre con quel suo sorriso un po’ finocchietto sfoderò un’inaspettata grinta: sfilò la t-shirt, calò i jeans e così mi arrivò innanzi al naso la sua virilità: una magnificenza! Direi una taglia forte, anche se non esagerata. Elegante nel portamento, eretto e proiettato all’alto ma soprattutto bello nella figura e nella tinta dell’epidermide: pallida e con un forte contrasto con il colore rosso vivo della cappella. Quando questa si sarebbe mostrata. Ma al momento la trovai che pudicamente mi guardava di soppiatto.

Come resistere a una visione del genere?

Senza indugio lo avevo carpito con le labbra mettendomi a succhiarlo a più non posso: «Merveilleuse!… Merveilleuse!…» Lo sussurrò in francese, lingua di cui è ben padrone.

Aggiungendo poi come per scusarsi: «Oh no… Biglietto» e calò con quella sua faccia d’angelo fra le mie cosce.

Qui dovrei astenermi da raccontare quanto, quella specie di lingua/cazzo mi fece provare – Soprattutto per rispetto a chi la propria lingua ha messo fra le mie grandi labbra – Sensazioni sublimi: il godimento scorrazzava dal più recondito anfratto della mia vagina ai più lontani ricettori nervosi. Quelli sulle mani, sui piedi, nel ventre, nel più profondo del buco del culo. Ovunque!

Sussultavo, mi contorcevano, non smettevo un attimo di incitarlo. Ero venuta una volta e subito venni una seconda. Sempre squirtandogli sull’efebico volto. Sempre tenendoglielo premuto contro la patacca. Appena lo lasciai libero di muovere il capo, lui capì che quello step si era concluso con grande successo e che si doveva passare al successivo. Si levò e avendo a portata di mano due bicchieri pieni di champagne, li trangugiò uno dopo l’altro venendo poi a baciare la mia bocca con quel buon sapore.

Piangevo e lui si preoccupò che non fosse tristezza. Non c’era dubbio alcuno!

Nel coprirmi di baci si era stupito di trovare ancora i miei capezzoli ben protesi. Come succede quando la voglia ci pervade. Confermai e lui mise in opera il secondo step.

Mi sollevò e mi adagiò sul circolare letto. Non dovetti fare nulla. Lui era già dentro di me.

Non fu una trombata. Fu una aerea danza a portarmi ai più alti cieli del piacere. Ed è lì che l’ho aspettato per stringerlo forte a me mentre colava la propria essenza nella mia più profonda intimità.

Ci sarebbe stato anche il terzo step. Lui me lo aveva proposto. Io l’ho rifiutato, forse solo per falso pudore. Lui non ha insistito. Un vero gentleman! Non so se ho fatto bene o male. L’ho conservato per una eventuale futura grande occasione. Anche perché non mi va proprio di lasciare l’ultima mia verginità all’estero.

Esausti, sudati. Beati. Distesi uno di fianco all’altro, nessuno aveva la voglia di andare a prendere una sigaretta che ci sarebbe stata così bene. Solo gli occhi al soffitto, godendoci i rumori della città.

«Non avrei mai pensato che un giorno avrei fatto all’amore con un porno-divo.»

Si schernì: «Diciamo un buon dilettante sempre in costante allenamento.»

E mi venne la domanda che proprio non volevo fare: «Sei sposato, Franz?»

«Eccome! E Julie è un’ottima partner. Calda e fantasiosa quanto lo sei stata tu stasera. Mi piacerebbe molto, adesso averla qui fra di noi.»

«Sei sicuro?» e mi venne da pensare a Simon e Oscar.

«Oh certo. Ce lo diciamo sempre ma guardandoci attorno non troviamo mai chi potrebbe essere, per qualità, di nostro gradimento. Con quello che mi hai dimostrato questa sera, ovvero cinquanta minuti fa (sempre molto preciso il ragazzo) sono sicuro che tutto funzionerebbe alla meraviglia… Che faccio, le telefono che ci raggiunga, – Per asburgica correttezza, aggiunse – ovviamente il costo dei pranzi e della camera è a nostro carico.»

Questa volta la forza di andare a cercarmi una sigaretta la trovai.

Un paio di boccate guardando le lucette della città e Franz era lì accanto. Nessun discorso. Una mano sulla spalla, con l’altra una carezza ai seni, al ventre, un bacio tra una boccata di fumo e l’altra. Nei suoi occhi l’attesa della risposta: «Dai Franz, telefonale. Dille di venire. Anch’io sono sicura che ci divertiremo.… Sia chiaro però che io gliela lecco.»

«Sono sicuro che è quello che lei vorrà da te.» Mi tranquillizzò Franz.

* * * *

Il gioco a tre

Frau Hamáček è un vero tronco di fica. Qualche centimetro più di me, culo e tette ridondanti. Biondissima. Un bel sorriso sul volto: «Ciao, sono Julie – un bacio su ogni guancia – Flavia, vero? – E guardandosi attorno – Che cari… non avete neppure mangiato… Ci avete proprio dato subito… Magari avete anche esaurito le forze.… Io invece ho tanta fame.»

Io e suo marito eravamo lì, nudi. Lei no.

Il primo approccio me lo presi a carico io. Mi avvicinai e giocherellando con il ricco ciondolo che aveva al collo: «Non ti ho neppure salutata come si usa fra ragazze.» Lei chiuse gli occhi e protese la bocca verso di me. Le labbra di Julie sono polpose, la bocca larga su un viso non molto grande. Le lasciò socchiuse. La mia lingua vi entrò fremendo. Le mie belle poppe erano già fra le sue mani. Fra noi iniziò il gioco del risucchio con tutti i suoi armonici rumori. Proprio una vera canzone.

Per un attimo ho pensato alla mia Sìmone: alle novantasei ore di fedeltà che le avevo promesso. Ne erano passate, forse, solo dodici. Che ci vuoi fare? “Troie si nasce!”

Poi ci guardammo negli occhi: brillavano. Sicuramente era così anche per i miei. Mi aveva preso la mano e se l’era infilata in bocca ordinandomi: «Spogliami!». Con decisione l’avevo spinta contro il letto. Quel letto dove suo marito solo un’ora prima mi aveva trapanato a dovere e adesso lui se ne stava lì con la sua espressione da cherubino, il cazzo in mano, ad accarezzarselo. Beandosi della scena fra me e la sua Frau.

A due dita dal suo naso le feci il ruggito della tigre e con le mani la figura dell’artiglio e fui su di lei: un‘avventura. La Tipa si era allestita come per andare a un ballo in maschera: tacchi dodici, autoreggenti sfumate in rosa con firma italica, reggicalze rosa con firma italica, reggiseno rosa con firma italica, slip ornato di pizzi rosa sempre con firma italica. Tutto questo sotto una leggera minigonna di lino, una leggera giacca sempre di lino e una camicetta con ben otto bottoni. La tigre che era in me aveva quasi perso le unghie per graffiare.

Quando però le sfilai gli slip mi apparve una delle più belle immagini che avessi mai visto fino a quella sera: labbra di figa rosa intenso, parevano sorridermi, contornate da una selva di peli che più biondi di così non potevano essere. Mi ci ero tuffata sopra con la bocca spalancata ed eseguii il repertorio di tutte le oscene oscenità che oscenamente avevo imparato in anni di lecca-figa. La Frau, ben più giovane di me ma un po’ più in carne, scuoteva il bacino come una ossessa urlando litanie nella loro incomprensibile lingua.

Franz più che mai continuava il suo gioco: su-la-pelle/giù-la-pelle sul suo delicato uccello.

Squirtano anche le femmine di Praga e me ne ritrovai il volto coperto. Franz volle baciarmi in quello stato. Io però pretesi che mi chiavasse mentre baciavo la sua signora dalla bocca alle tette… dalle tette alla bocca. A lui però la diedi dal didietro.

L’abbondante cibo del buffet ripristinò le nostre energie e mi fece approfondire la conoscenza di Julie e Franz.

Sono una coppia straordinaria. Senza remore teologiche o ideologiche. Sempre alla ricerca di situazioni che mettano alla prova i loro reciproci sentimenti. Per uscirne ogni volta sempre più innamorati.

Il gioco a tre non l’avevano mai fatto prima ma l’avevano progettato da tempo. «Quando lo ripeteremo verremo a farlo in Italia da te.»

Lei era la studentessa che facendo intervenire il suo ricco padre aveva salvato dalla bancarotta l’Hotel. Il matrimonio però era stato programmato da prima.

Ero, sì, appagata ma anche molto stanca e non vedevo l’ora che l’orgetta si esaurisse. Oltretutto cenando avevo esagerato con lo champagne e si sa che l’alcol è nemico del buon sesso. Avevo bisogno di dormire fors’anche sognare. Ma Julie fra bacetti, carezze e palpatine mi circuì per dirmi: «Mi piacerebbe tanto che Franz mi scopasse davanti a te».

Mi pappai la loro trombata che fu anche un bello spettacolo con un finale travolgente che tornò ad eccitarmi. E a due palmi dal naso di Julie mi sparai uno scoppiettante ditalino mentre il celestiale cazzo del suo maritino sprofondava nel suo didietro. Così nuovamente coinvolta partecipai poi alle operazioni di lenimento con crema sul boffice violato. Crema, che Julie, previdente, aveva infilato nello zainetto.

Era oltre la mezzanotte quando quella coppia in cerca di brividi e trasgressioni mi lasciò sola con i miei pensieri e anche con una mezza bottiglia di champagne.

Bicchiere dopo bicchiere e la notte ebbe ragione di me.

Champagne assieme al sesso sfrenato lasciano tracce ben riscontrabili anche il mattino dopo.

* * * *

Radka e il Consorzio dei Produttori Metallurgici

Così prima di incontrare Il Consiglio di Amministrazione della Boemi Spa, pensai bene di rifarmi l’intonaco al Salon de Beauté dell’Hotel: pettinatura, viso e massaggio rigeneratore.

Ero sdraiata e rilassata sotto le sapienti mani di una bionda massaggiatrice quando mi giunse la gentile voce di Franz che mi parlava nel suo buon tedesco: «Questa notte hai salvato dall’inedia il nostro matrimonio. Julie è entusiasta della tua amicizia. Prima che tu parta vuole averti a cena da noi. Abbiamo una bella casa, un bagno con sauna e un grande letto in cui potremmo starci comodamente tutti e tre. Potremmo anche organizzare una cena all’italiana ma avendo il cuoco francese è consigliabile seguire le ricette della sua terra.»

Già, ‘il cuoco francese’. Mi suonò subito come gente che navigava nell’oro e così, visto che la sauna mattutina aveva rigenerato anche la mia mente in chiave utilitaristica, lanciai un’idea formatasi nel dormiveglia che aveva preceduto il profondo sonno.

«Sai Franz che mi farebbe molto piacere conoscere il papà di Julie, Herr Zeman, il produttore cinematografico. Tuo suocero, se non sbaglio.»

«Non è difficile, ma…»

«Vedi Franz, per distrarmi dalla monotona routine del mondo metalmeccanico ho coltivato l’hobby della scrittura e negli ultimi anni di quella erotica. Pubblico sempre articoli sui magazine hard-core di tutto il mondo. Ho già pubblicato anche tre volumi: due di racconti e un romanzo. Sono ben venduti e ho una nutrita schiera di fan. Ecco, a me piacerebbe molto andare oltre. E in questo campo andare oltre vuol dire scrivere sceneggiature per film. Per me scrivere un racconto è un’inezia. Lo faccio in una notte. Ogni mio racconto è una storia Da ogni storia se ne può trarre un corto e di certi racconti anche un film completo. Vorrei parlare di questa mia attività e se può essere interessante una collaborazione.»

«Te lo dico subito…»

Parlò con qualcuno nella sua stramaledetta lingua e: «…domenica a pranzo con me e Julie a casa sua.»

Avrei dovuto prolungare di un giorno la permanenza in quella bella città che serbava ancora un certo profumo di un passato lontano ma glorioso.

L’incontro con i babbioni della metallurgia boema, tanto cari a mamma, avrebbe avuto tutto un altro sapore.

Le Salon de Beauté dell’Hotel Crystal aveva fatto su di me un ottimo lavoro: ne ero uscita che sembravo una bella morettina un po’ più giovane di quanto lo fossi. E questo fece colpo su Frau Radka Bouckova, presidente del Consorzio. Una bella quarantenne che in affari sapeva il fatto suo e non era neppure sprovveduta nell’arte dell’intorto.

Per tutta la lunga riunione tenne fra le sue la mia mano, appoggiata sulle mie cosce che la corta tunica teneva scoperte. Sorrisi e anche, nel mezzo della trattativa, qualche buffetto affettuoso: «Viene a pranzo con me signora Marchetti

Fui abilissima e anche fortunata nel glissare: «Sono desolata gentilissima Radka, ho un impegno a pranzo da carissimi amici qui di Praga.»

«Un giorno che è qui in città è già ha trovato amici e inviti a pranzo. Spero che sia gente importante.» Disse leggermente contrariata e anche dubbiosa della veridicità dell’impegno.

Fortuitamente inventai la giustificazione che convinse: «Oh sì sono da Julie Zeman e Franz Hamáček, penso che qui a Praga siano ben noti nel bel mondo.»

«Julie e Franz li conosco benissimo. Lei è stata mia allieva quando insegnavo all’università veniva spesso a casa mia a pormi quesiti sulla materia degli esami. E anche adesso, cresciuta e sposata, non manca mese che non mi faccia visita. Sempre di giovedì e di pomeriggio… Diventano sempre tè molto intimi e confidenziali. Succederà che nel prossimo parleremo di lei.»

«Spero proprio che la successiva volta riesca ad esserci anch’io.»

«Lo spero anch’io. Un tè in tre diventa molto più intrigante. – Allargai le braccia per congedarmi con un abbraccio e lei sommessamente – Le morettine, qui, sono molto ricercate. – Feci qualche passo per uscire da quell’ambiente polveroso e tanto demodé e mi sentii chiamare sempre da quella voce un po’ roca per le troppe sigarette – signora Marchetti… Adesso vado nel mio ufficio, timbro e firmo la convenzione e gliela faccio avere al Crystal prima di sera, così possiamo trovarci qui a Praga un giovedì del prossimo mese per mettere in opera gli intendimenti della convenzione. Ci tengo, Flavia!… E si ricordi che qui da noi, le morettine hanno spesso fortuna.»

* * * *

Appena sul taxi chiamai Franz. Gli raccontai la mattinata e gli dissi che avevo bisogno del loro aiuto per la marachella che avevo raccontato coinvolgendoli. Scoppiò a ridere.

«Ah, non sei neppure arrivata Praga che già sei finita nelle grinfie della potente Radka. Benvenuta in famiglia dottoressa Marchetti. – E mi fece un quadro della Presidentessa non so se per spaventarmi o per farmi sperare in future aperture. –È una gran mangiatrice di femmine soprattutto quelle non bionde. Non disdegna però neppure i maschietti pur che molto giovani. Quando io ho conosciuto Julie si diceva che fosse l’amante di suo padre. Sicuramente lo era anche di Julie. O, per meglio dire, la sua nave scuola per il sesso saffico. Julie frequentava assiduamente la sua casa e questo è stato anche molto importante per la laurea in Economia che ha conseguito a pieni voti. Adesso, mi pare che si rechi da lei più o meno una volta al mese. Julie è molto stimata nel mondo lesbico di Praga. Quando lei mi presentò a Radka, questa mi guardò e con aria schifata disse: «Ma a questo gli viene mai duro?» E mi mise una mano fra le gambe. Tieni presente che eravamo nel foyer del teatro dell’Opera di Praga, con decine di persone che ci guardavano. Il giorno dopo mi aveva inviato un messaggio per vedermi. Mi ricevette in un elegante salotto pieno di cineserie. Davanti a una tazza di tè sollevò la leggera gonna e me la mise innanzi agli occhi: trentasette anni non dimostrati, pelo biondo e gocciolante. Un figone notevole! Prima che glielo infilassi si tolse l’ovetto vibrante che aveva dentro, abbandonando il telecomando nella tazza vuota del tè. Carponi sul divano gliene assestai due, una dopo l’altra. Il giorno dopo Julie ricevette da suo padre il permesso per sposarsi con me e firmò il testamento che la nominava erede universale. Credo che anche oggi Julie, di tanto in tanto convogli alla Radka qualche aspirante porno attrice. Naturalmente moretta.»

Ero caduta nel posto giusto e visto che ci stavo bene cercai di mettermi comoda: «Cosa fai oggi a pranzo?»

Non avrebbe fatto allestire il tavolo nella stanza. Avremmo pranzato in un salottino del ristorante.

Ancora il tondo letto del Crystal

In camera ci saremmo passati dopo. Julie ci avrebbe raggiunti lì. Dopo io e lei avremmo fatto shopping-tour nei negozi di Praga Vecchia. Già telefonicamente, Franz, mi estorse il consenso che gli avrei lasciato leccare la figa prima di ogni altra attività.

All’Hotel avevo trovato il documento firmato dalla Radka che sanciva la collaborazione con il nostro studio. Nel tempo si sarebbe tradotto in lavoro per qualche milione di euro. Avevo concluso nel migliore dei modi il mio viaggio di lavoro. Adesso dovevo impegnarmi per avere lo stesso successo anche con Andrej Zeman. Colui che nel suo ambiente era indicato come il talent scout delle oche dure e delle fighe bagnate. Aspettai Franz al bar davanti un buon aperitivo.

Dopo aver liberato i nostri sensi sul letto circolare io e Julie andammo a scovare qualcosa di originale da portare a Bologna. Qualcosa per mamma, per papà. Per Sìmone, per Oscar. Tutti piccoli pacchettini comodamente trasportabili anche in aereo. E anch’io mi concessi una raffinata opera d’arte della gioielleria locale. Una spilla fatta a farfalla, in oro e argento che scelsi in onore della ‘mia farfallina’ che oltre ad aver contribuito al mio successo in quel tour d’affari mi aveva regalato tanti istanti di gioia. Compresa la leccata pomeridiana di Franz che mi aveva lasciata stordita, lunga distesa sul letto ad aspettare il secondo step con Julie.

Così mi è rimasta vuota, questa serata. Non cenerò, non cercherò sollazzi. Resterò qui davanti al mio tablet ad annotare le sensazioni provate in questi giorni e a prepararmi spiritualmente alla cena di domani, da questo leone che di fighe bionde e more ne ha viste e forse anche consumate tante.

La giornata la impiegherò andando a vedere qualche mostra, qualche museo. Un po’ di storia di questo piccolo paese alloggiato nel cuore dell’Europa. E magari ci scapperà anche un film prodotto dalla Andrej Zeman Film Corporation, giusto per documentarmi.

* * * * *

Finalmente nella settima arte

Herr Zeman viveva in un palazzetto barocco sulle rive della Moldava e per il caldo afoso della serata il tavolo per la cena lo aveva fatto preparare sulla terrazza: «Così posso fumare il mio sigaro preferito senza che tu mi tormenti per l’odore. Che poi è un profumo. Non puzza come sostieni tu.»

«Papà, rassegnati. E’ fastidioso anche all’aperto.»

Herr Zeman era un gioviale cinquantenne ben piantato che per l’occasione si era vestito in maniera eccentrica: sopra la villosa muscolatura del torace solo un gilet slacciato. Un di quelli che indossano al circo i domatori di fiere. Rosso e con tanto di alamari, pendagli vari e spalline dorate. I calzoni di una tuta ginnica e, a piedi nudi. Nella carne che mostrava non una traccia di adipe. Capelli biondi e il volto accuratamente sbarbato.

«Beh, papà, per un’occasione come questa con un’ospite straniera non ci accogli con una delle tue gemme? Stai forse perdendo colpi?»

«Chissà? Forse? – e con un sogghigno divertito – Comunque, la gemma c’è ed è una gemma meravigliosa che viene da lontano. Le ho detto di aspettarci su in terrazza.» Venne verso di me e mi baciò su ogni guancia. Poi rivolta al genero: «Hai ragione Franz è proprio una stupenda moretta. Non è che tenti poi di assaggiarla?»

«Questa papà l’ho assaggiata anch’io. E’ gustosissima e ne sa una più del diavolo. – cominciai ad arrossire ma fu solo l’inizio – l’altra notte ci ha sfiniti tutti e due. Ma da quel momento è entrata in noi una gioia tale che non ci saremmo mai aspettato. Adesso sì: siamo una coppia felice.» Poi per dimostrare che tutto quello che diceva era sentito mi infilò la lingua in bocca.

Mentre l’ascensore saliva Andréj mi disse di aver letto il curriculum che gli avevo inviato e di trovare interessante la mia proposta: «Domattina, in ufficio farà tutti gli accordi con i miei collaboratori e se firma sarà già una della famiglia. Per stasera, di affari ne abbiamo già parlato abbastanza. Se no, il pisello rischia di ammosciarsi e debbo prendere le pastiglie blu. E non è bello ricorrere alle pastiglie con una gemma così per casa.» Si erano aperte le porte dell’ascensore.

Seduta alla tavola finemente apparecchiata, la gemma della serata: un tripudio di bellezza.

«Oh papà, questa ce la fai leccare anche a noi tre.»

Mi tornarono in mente le sensuali descrizioni di Emanuelle Arsan nei suoi romanzi che mi avevano fatto spellare le dita a furia di agitarle nella fica.

«Il suo nome è Kukrit. È figlia dell’ambasciatore thailandese qui a Praga. Ha vent’anni. Se ci mettiamo a parlare in francese anche lei può conversare con noi. – Poi, un po’ vergognandosi – È ancora vergine.»

La battutaccia venne fuori a sua figlia: «E cosa ci fa in casa tua, papà?»

«Ci fa che quest’altro mese volo al suo paese, me la sposo con tutti i riti che sanno fare solo loro e partiamo per un lungo viaggio di nozze. Ci rivedremo a settembre… Tanto dalla prossima settimana l’amministratore della società sarai tu, Julie. Lunedì ci sarà l’assemblea dei soci che ti confermerà nella carica.»

Julie dimostrò che quelle notizie l’avevano alquanto emozionata. Si asciugò gli occhi bagnati ma non perse il suo abituale sarcasmo: «Papà, posso baciare la mamma?»

Intanto si erano riempiti i bicchieri e partirono i brindisi per tutte quelle novità che Andrej ci aveva comunicato. Si cominciò a chiacchierare in francese e Kukrit fu molto loquace e spiritosa.

Una serata molto rilassante in calorosa e simpatica compagnia.

* * * * *

Il saluto di Franz e Ju

Fu invece un po’ più movimentata la notte dal momento che avevo accettato:…

«Non vorrai certo passare l’ultima notte qui a Praga, da sola… – Julie propose – Se vieni a dormire da noi si può stare ancora un po’ assieme. Mi dispiace tanto da domani non averti più qui.»

La casa di Julie e Franz è nella Città Vecchia ed è un immenso open-space con tutto elegantemente in bella vista: dal grande letto circolare all’angolo cottura. In separata sede bagni e sauna. È uno schiribizzo architettonico di un giovane collega ceko di papà. Fotografai tutto l’ambiente per poi mostrarglielo.

Istintivamente, senza dircelo ci ritrovammo tutti e tre sotto la stessa doccia. Un’emozione che ci stava a pennello. Dopo la casta cena in cui avevamo rimirato solo gli eterei lineamenti della futura Signora Zeman.

Una leccatina a un capezzolo da parte di Julie… Una sfregatina dall’elegante cazzo di Franz, più che mai in erezione… L’esplorazione di un mio dito al culo di Franz per scoprire che era ben gradito… avevano portato l’eccitazione alle stelle: una leggera flessione del mio tronco in avanti aveva dato il via a Franz a trombarmi dal di dietro: «Ahh Franz, mi vuoi proprio bene!» Avevo ansimato sentendolo ben dentro di me. Ero molto in calda e con pochi colpi venni mentre fioccavo la bionda Julie.

Due dita nella sua figa e via… fino a sentirla gridare: «Ne voglio di più… Franz!»

E via, di corsa, senza asciugarci, sul grande letto.

Franz fu tosto dentro la sua Julie e io, in un eccesso di libidine calai la figa sulla sua bocca mentre lei mugugnava qualcosa. Sicuramente fu un mugugno di apprezzamento dal momento che la sua lingua si mise a raccontare alla mia figa quello che in quel momento la sua figa stava provando.

Il piacere in me cresceva di minuto in minuto e quando la ritmica successione di colpi di Franz avvicinarono tutti e due all’orgasmo Julie scatenò leccate su leccate alla clitoride facendo che anch’io fossi unita al loro godimento.

«Che porche che siamo! Comunque, hai avuto un’idea bellissima!» si complimentò con un fil di voce Ju, strusciando la bocca sulle lenzuola per togliere qualche ‘moretto’ pelo rimastole sul volto.

«La tua leccata sarà per me indimenticabile: una favola!» Ci sapeva veramente fare. Andava incoraggiata.

Tutti e tre eravamo orgogliosi della nostra maiala trasgressione e Franz stappò una bottiglia di champagne.

Abbracciata a Ju sentivo il suo pube premere contro il mio. Le labbra della sua fessura erano bollenti, le mie si stavano riscaldando nuovamente. Franz ci allungò i bicchieri con le bollicine che trangugiammo in velocità per non interrompere il godimento che stava rimontando in noi. Riavvicinammo le labbra. Sia i miei che i suoi occhi sorridevano sornioni quando, aperte le bocche, dalle ugole, all’unisono, partirono due potenti rutti.

Grande risata generale che però non fiaccò il nostro primario desiderio. Il bacio che seguì fu interminabile. Poi il sussurro di Ju: «Figa su figa?» Le avevo sorriso e mi misi nella giusta posizione aspettando che s’incrociasse a me.

Una cavalcata intensa, sospirata, cantata e commentata da promesse e giuramenti d’amore. Con un finale esplosivo in un abbraccio che sembrava non doversi sciogliere mai.

Franz si godette lo spettacolo dalla poltrona: in una mano la flute con lo champagne, l’altra, intenta ad accarezzare il cazzo. E non era difficile immaginare che la nostra performance non l’avesse lasciato indifferente: si era avvicinato all’amato bene dicendole che aveva ancora energie da spendere. L’appagamento che aveva raggiunto Ju non fu propizio all’ardore di lui che mi guardò come sanno guardare solo i cani cocker.

Trovai il giusto argomento per non deluderlo e allo stesso tempo di non rimettere in moto la mia santa barbona che si stava rilassandosi fra i fumi del piacere appena goduto:

«Da noi le mamme delle femmine appena si accorgono che le bimbe sono cresciute raccontano loro quel che potrebbe o dovrebbe succedere in un letto assieme a un uomo. Mamma mi ha messo partecipe anche di tanti piccoli segreti. – intanto avevo messo le mani sul suo prepuzio –. Una delle specialità che mamma si è vantata con me e di esserne specialista, è il ‘bocchino’ .– che però non venendomi immediatamente il corrispondente termine nella lingua tedesca dovetti mimare il gesto dell’azione con il volto e soprattutto con la bocca e le guance. Franz annuì: aveva capito. A me piacerebbe farti provare questa specialità che le donne della mia stirpe si tramandano da oltre tre secoli di generazione in generazione. – e qui gli ho fornito un assaggio della mia arte con un giro di lingua attorno al cordone della cappella – Se vuoi posso andare avanti…»

A quel punto aspettarsi una risposta era superfluo. Franz era comodamente sdraiato e io spingendo da sotto i testicoli assestai la fava del dolce Franz nel mio cavo orale. Una sua lieve carezza sul capo mi confermò il gradimento della mia iniziativa.

Furono pompate decise… delicati colpi di lingua… palpeggiamenti con le dita al prepuzio, ai testicoli con mirate intrusioni nel culo. Franz aveva gradito e si era entusiasmato per quel vai e vieni dell’orgasmo che riesco a controllare: Ansima… sussulta… si contorce quasi come una femmina. Ju, si preoccupa: «Non me lo collassare… Per favore… Ci tengo… Lo amo» Ed entrò in gioco anche lei, baciandolo teneramente e mettendogli un capezzolo fra le labbra. È così che l’ho fatto esplodere. Il primo getto che schizzò dal glande riuscii ad ingoiarlo. Gli altri due li lasciai colare dalla bocca. Senonché Ju mi è venuta incontro facendomi capire che parte di quello che trattenevo, in un certo senso, le apparteneva. Ho avvicinato la bocca alla sua e le ho passato quello che restava di quanto reclamava.

Franz, pur stordito ma sempre con la mente vigile, prima di concedersi completamente al sonno fra le braccia della sua Frau, volle sussurrarmi che nella lingua tedesca il bocchino era conosciuto come das Blasen. WIo mi assopii a loro accanto.

Il letto circolare è quanto di più funzionale a un convegno carnale a tre.

* * * *

Franz e Ju vollero accompagnarmi fino al ceck-in. E qui prima di consegnare il voucher della prenotazione al banco ci furono baci, futuri appuntamenti e lacrime sincere.

Mai avrei sperato in un successo del genere. Avevo però avuta tanta fortuna e non potevo dimenticare quanto avesse contribuito essere una bella moretta con un fighino sempre in ordine e di buon carattere. A questo punto però non c’è che dire: «Grazie mamma!».

©Flavia Marchetti 2019

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