Le porkeriole di Flavia

diario e fantasie di una scrittrice di bella presenza

SAMY ROMA – Attenta ad aprire la porta a sconosciuti

Le Autrici

Samy Roma

FLAVIA MARCHETTI

Un’altra bella storia di Samy Roma. Di fronte alla cui narrazione erotica non posso che esclamare: <Quanto sei brava!> con una punta di invidia.

Un narrare forte… reale. Vero. Mi sono eccitata tanto mentre la impaginavo – Unico mio intervento al testo – per aggiungerla a questa vetrina di Porkeriole che spero facciano eccitare anche voi… Con le dovute conseguenze

Vincitrice del Premio Saffo Terzo Millennio, XIX edizione, 2019, Flavia Marchetti dal 2005 pubblica con l’editore Enstooghard Ltd – København

Quando Gigino mi portò a conoscere i suoi genitori, non avevo il minimo sospetto di star per finire in una pentola rovente.

Avvenne a pranzo, nella casa dei due signori Colombini sulle colline sopra Torino dove si erano trasferiti una volta in pensione.

La madre era stata una insegnante, il padre un militare. Ambedue godevano di pensioni corpose e si erano potuti ritirare in età giovane. Avevano, quando li conobbi, sessantaquattro anni ciascuno.

Chi deteneva la guida della casa però, contrariamente a ogni stereotipo, era la donna. Una autoritaria magra e antipatica donnetta bassa, piena di tic e con degli occhiali dalla spessa montatura che la facevano somigliare a una caricatura. Ella si interessava di tutto… con tutti… per tutti.

 Chiamava il figlio più volte al giorno. Decideva gli orari della casa

Quando eravamo stati suoi ospiti, ci era toccato un preciso rituale: visita alla grande villa… visione delle fotografie di Gigino da piccolo. Così, fino al pranzo, cucinato da una gastronomia esclusiva vicino casa. Almeno non era tirchia!

Il padre, mio futuro suocero, se ne stava imbronciato e silenzioso quasi per tutto il tempo. Osservava e parlava poco, come abituato alla presenza della moglie che esondava continuamente. Che pazienza, e che noia!

Gigino sembrava assuefatto alla madre, mentre io mi sforzavo con grande fatica di restare gentile e calma. In fondo sposarmi con Gigino avrebbe significato mettere un piede nella futura eredità di quella famiglia, e a sentire Gigino i suoi genitori erano davvero ben assortiti, in quanto a finanze.

Fu dopo pranzo che i ruoli all’interno della scena cambiarono.

La madre e Gigino se ne salirono al piano di sopra, adducendo di doversi occupare di alcune questioni burocratiche.

Non feci in tempo a indispettirmi che il padre, Remo, mi prese sottobraccio per condurmi in giardino. Non disse una parola, mi prese e basta. Anche questo comportamento non mi andava molto a genio, sembrava mi stesse arrestando.

Il giardino era davvero grande e dotato di una vista spettacolare sulla città.

C’erano alberi da frutto, siepi ben curate, e deliziosi angoli con panchine, e perfino un dondolo bianco, come nelle favole.

Avrei potuto essere la principessa di quella favola, se non che Remo per me aveva altre idee, e un altro ruolo:

<Che intenzioni hai con mio figlio?>

La domanda mi arrivò come una frustata:

<Beh, le migliori. Vorremmo sposarci>

<Lo so, lo so. Non sto parlando della facciata. Intendo qui dentro – Mi puntò l’indice sulla fronte – E qui?… – Mi puntò lo stesso indice in mezzo al petto. Ora il suo sguardo era serio. – Anche qui. – la mano scese, puntando ancora l’indice, questa volta tra le mie gambe. Mi ritrassi un po’, sconvolta da quel gesto così intimo. – Allora? Rispondimi, Chiara.>

Avevo ventisette anni, e mai mi ero sentita in imbarazzo come in quel momento:

<Le ho detto, Remo, io sono serissima. Siamo innamorati, io e Gigino.>

<Bene, bene. – Si voltò, dando una controllata a dei fiori. Dandomi le spalle mi fece una domanda che ancora adesso mi rimbomba nelle orecchie. -Ti scopa bene?> Rimasi impietrita.

<Cosa?>

<Hai capito benissimo. Ti ho chiesto se ti scopa bene.. La sua ultima fidanzata lo tradiva, e quella prima, pure. Non ho avuto bisogno di indagare troppo per capire che mio figlio non è un grande amatore. E voi femmine, al cazzo ci tenete.>

Era incredibile come quell’uomo era cambiato, completamente. Un’altra persona rispetto al severo e silenzioso personaggio che avevo conosciuto. Ma ancora di più a stupirmi, e tuttora non mi capacito come sia potuto succedere, fu la mia risposta.

<No.>

<No cosa?>

<No!Non…non mi scopa bene.>

Anche lui si dovette stupire un po’. Alzò il sopracciglio, e mi scrutò per bene.

<Ah, vedi?> Rimanemmo in silenzio per un po’. Io ferma e lui che continuava a mettere le mani dentro ai grandi vasi. Ora le sue mani grandi erano sporche di terra:

<Vieni qui.>

Mi costrinse ad avvicinarmi, mi prese una mano e la infilò dentro la terra. Quel contatto con la sua mano forte e la terra morbida e umida mi eccitò. Ero sovrastata da sentimenti diversi, come fossi drogata. Ma ero lucidissima, a pranzo nemmeno avevo bevuto del vino.

<Hai fatto bene a rispondermi con sincerità. Lo apprezzo. È la maniera giusta per impostare il nostro rapporto. – Continuava a tenermi la mano nella terra. Mi venne istintivo muovere le dita, mi piaceva sentire quella sensazione. – D’altronde se dobbiamo diventare una famiglia, è giusto che ci conosciamo per bene.>

Mentre ero china sul vaso, anzi nel vaso, con l’altra mano lui andò a mettersi dietro la mia schiena, e velocemente scese sotto la gonna. Mi palpò il culo per bene. Non riuscivo a reagire. <Gigino sarà anche un cornuto con il cazzo piccolo, ma ha buon gusto in fatto di femmine. Glielo devo riconoscere. Tu sei una bella femmina.> Le sue dita mi scostarono le mutandine e mi toccarono la figa. La trovarono umida, contro ogni senso. Mi stavo bagnando.

<Brava, Chiara. Brava, vedo che ti piace.> Sì mi stava piacendo.

<Remo…ci possono vedere.>

<Non ti preoccupare. Conosco mio figlio e conosco quella rompi di mia moglie. Ci metteranno un sacco di tempo lassù. E poi tutti e due non amano questo giardino come me, hanno paura di sporcarsi. Io invece adoro sporcarmi con la terra, e anche con le femmine sporche come te.> Le sue dita cominciarono un movimento circolare e sapiente che mi sciolse completamente. Stavo godendo come una troia. Ben consapevole che era soltanto la mano di un uomo che avrebbe potuto essere mio padre. L’altra mia mano dentro la terra del vaso cominciò a simulare lo stesso movimento, di riflesso. Era una sensazione incredibile e mi stordiva. Lui lasciò la presa dal mio braccio infilato nella terra, sicuro che non mi sarei spostata. Prese a palparmi le tette prima da sopra la camicetta, poi si infilò prepotentemente dentro, tirandomi fuori le mammelle dal reggiseno e lasciandomi seminuda e a suo servizio. Si chinò a leccarmi un capezzolo, e io mi lasciai scappare un gemito.

<Ti piace, vero puttana? Si sente… Bene, bene… Ora ti faccio vedere il cazzo.>

Armeggiando rapidamente con i pantaloni, liberò il suo cazzo. Grosso, scuro, vigoroso, già praticamente duro e sfacciato… Gigino non aveva preso da lui. I miei occhi dovevano luccicare, perché sul suo volto apparve un ghigno. Mi aveva scoperta a godere di quella visione. Mi aveva scoperto puttana.

Non era la prima volta che vedevo il cazzo di un sessantenne. Ai tempi dell’università feci una sega a un benzinaio, perché io e la mia amica eravamo rimaste a secco e senza soldi. Quello ci chiese un pompino, ma contrattando riuscimmo a ottenere venti euro di benzina per una sega. Ci promise il pieno per un bocchino, ma ci rifiutammo. Così, mentre la mia amica improvvisava uno spogliarello, quello si tirò fuori il cazzo e me lo fece segare. Non ci mise molto a venire, e ne fui sollevata.

Il cazzo di Remo non aveva nulla a che spartire con quello del benzinaio di dieci anni prima. Il cazzo di Remo era un invito alla lussuria, una dichiarazione di guerra. Mi stavo bagnando, ero fradicia, e mi venne voglia di quel cazzo superbo.

<Prendilo in mano, muovi la tua mano sul mio cazzo troia… Lo feci, senza esitare. – Era caldo, pulsava. Muovevo il polso e lo segavo. Era di circonferenza grossa, non lunghissimo. Tozzo, quasi. Volgare. – Ora succhialo troia. – Alzai gli occhi, come  a ribadire  una  timida  incredulità. – Su, da brava, adesso ti faccio vedere come ti scopo con questo cazzo, puttana>

Mi spinse la testa ed io in ginocchio, inghiottii quel cazzo. Lo lavorai per qualche minuto. Lui si era appoggiato al muro.

L’ombra e gli alberi ci nascondevano. Eravamo sporchi in un paesaggio così delicato. Ero inginocchiata, con le tette che mi uscivano di fuori e la figa gocciolante, stavo succhiando il mio futuro suocero. Lo guardavo, cercando la sua approvazione.

<Sei brava, Chiara. Toccati la figa.>

Lo feci, con la mano che poco prima era dentro la terra. Altro morbido, altro calore. Venni quasi subito, ne avevo bisogno.

La sera prima con Gigino avevamo un po’ amoreggiato, e mi aveva fatto venire leccandomela. Ma non era niente a confronto con la bestialità di quello che stavo facendo adesso. Mentre mi riprendevo dall’orgasmo, sempre con il cazzo di Remo in bocca, lui si filò, lasciando un filo di saliva a unire il mio labbro e la sua cappella gonfia. Boccheggiavo, mentre lui mi toccava le tette con sapienza.

Mi fece alzare. <Qua, mettiti qua>. Mi fece chinare su un tavolo di legno, e mi rialzò la gonna. Abbassò in fretta le mutandine e mi prese a baciare il pallido culo – Come sei bella, come sei puttana> Diede una leccata alla mia figa umida e subito si rivolse al buco del culo, che cominciò a lavorare con dovizia e bravura. Mi faceva impazzire. Stringevo i pugni per non urlare. Mi leccava il buco del culo e mi stuzzicava la figa. Venni ancora, senza freni, e mentre stavo per riprendermi da quel secondo orgasmo lui mi infilò il cazzo nel culo. Senza troppe cerimonie, senza grazia, senza avvisarmi. Mi spalmò un bel po’ di saliva con le dita, e ci piantò il cazzo. Rimasi senza fiato e senza parole. Mi rompeva e io non mi ribellavo. MI voltai a guardarlo negli occhi:

<Piano, per favore.>

<Zitta, puttanella…> Si infilò fino alle palle, e rimase lì per alcuni secondi. Pulsava Il suo cazzo. Così anche il mio sfintere. Sentivamo i reciproci battiti del sangue. Poi iniziò a muoversi, piano. Sapeva quel che faceva. Mi prese per i capelli, prima, poi per le tette. Mi trattava come una cagna che veniva montata, gli piaceva farmi capire che mi stava possedendo. Era proprio così. Io, ridicola, gli chiedevo ancora di fare piano, di smetterla:

<Remo, ti prego, così mi fai male> Era una scena che lo faceva arrapare forse di più. Mi inculava e mi sputava addosso frasi vergognose: “puttana, lurida troia, ti piace il mio cazzo?”

<Mi rovini il vestito.>

<Ti rovino il culo, vedrai. Il vestito non è niente.>

In effetti pareva avere avuto cura nell’alzare il vestito. Non si era strappato, e le mutandine giacevano di fianco a me, sul tavolo. La camicia si stava in effetti stropicciando, ma avrei potuto inventare qualunque cosa. Ma poi che mi importava. Stavo tradendo Gigino, e lo stavo facendo con suo padre.

<Ora sborro, mi svuoto nel tuo culo di troia.>

Lo fece, con una forza bruta e con un verso gutturale e primitivo. Ci eravamo accoppiati, mi aveva fatta sua. Non pensavo a cosa sarebbe successo in futuro, non ci pensavo.

Gigino lo avevo tradito soltanto all’inizio del nostro fidanzamento, un paio di volte con un mio ex. Ma avevo poi deciso di smetterla. Adesso suo padre mi aveva sporcato ancora.

Mentre ci ricomponevamo, lui si lasciò scappare una frase che sapeva di ordine, ma sapeva anche di verità, come se mi avesse letto dentro:

<Quando ti verrà voglia di scopare bene, e son sicuro che ti verrà, adesso sai dove andare e da chi – Abbassai lo sguardo. – Rispondi.>

<Sì, Remo.>

E così fu. Fu in cantina, qualche settimana dopo. E poi a casa nostra, con la scusa di ripararmi un tavolo. Fu in auto, in un parcheggio, mentre pioveva, mentre Gigino era a fare la spesa a pochi metri da noi. Fu il giorno delle nozze, dentro al ristorante.

Lo sarà anche tra poco mentre riordino questi pensieri. Sta per arrivare l’orario della sua visita. Mio marito è in viaggio per lavoro in Francia. Quattro giorni interi da sola a casa. “Attenta a non aprire la porta a nessuno, a non accettare le caramelle dagli sconosciuti”. Come fossi un’ingenua scolaretta.

Suona il citofono, è lui. Sfilo la vestaglia e rimango in lingerie. Me l’ha regata Remo. Vuole che la indossi oggi. Sarò ancora una volta la sua puttana ..

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