Le porkeriole di Flavia

diario e fantasie di una scrittrice di bella presenza

Quel vibratore di vecchia generazione

L’Autrice

FLAVIA MARCHETTI
Scrittrice di bella presenza

Dal 2005 Flavia pubblica con l’editore Enstooghard Ltd – København

©FlaviaMarchetti 2021

Il NewYorkBar èsicuramente, il tempio dell’apericena. Con Simona sono al centro di una combriccola che in questo tardo pomeriggio, cerca allegramente di riconciliarsi con il mondo che per lungo tempo ci è venuto meno per la sfiga della pandemia. Tutto è in progressione… In movimento: “Cosa si fa stasera?”… “Dove andiamo a farci una cena come si deve?” E così via… Importanti quesiti per il popolo della notte e della movida.

Senonché, Simona mi sussurra:

<Non è che ce ne andiamo a casa che ho voglia di stare sola con te.> Vuoi che non colga l’occasione? Per tre giorni sarà a Zurigo per un convegno medico.

Peccato che non possa approfondire l’amicizia con una ventenne che aveva già accolto con un leggero sorriso una mia furtiva strizzata di tetta. Forse per i tre giorni di lontananza della mia Lei, sarebbe stata una risorsa.

Comunque, seguo Simona. Sono già due volte che manchiamo l’appuntamento con uno dei due 69 che aprono e cullano le nostre giornate… Quello del Buongiorno. Quello della Buonanotte.

Purtroppo, la breve camminata ha un impatto negativo sulla mia amata. In casa me la ritrovo immusonita, taciturna… desiderosa di stare per i fatti suoi. Le mie aspettative di una scoppiettante serata all’insegna dell’amore mi sembrano da rinviare. Anche se la voglia in me va via via crescendo: una di quegli stati di speranza in cui frequentemente le mani cadono tra le cosce… la Figa palpita… qualche goccia si espande sullo slip.

Mi fiondo in bagno: piscio, mi sciacquo… anche me l’accarezzo un po’. Mi tolgo gli abiti. Ho proprio delle belle tette! Che in questo preciso momento stanno raccontando al mondo intero il mio desiderio. Le lascio scoperte.

Mantengo gli slip: è un mio piccolo sfizio, quello di farmeli sfilare. Il mio godimento parte sempre da un atto così banale.

In questo contesto, non è che un’intenzione provocatoria: capisca chi deve capire.

Simona mi guarda con assoluta indifferenza e comunica: <Vado a sdraiarmi e a leggere qualcosa. Questo caldo mi sfinisce.> Porca come sempre si toglie ogni abito. Anelli compresi. Nuda, sale in camera. La guardo salire gli undici scalini. Ogni chiappa ha un suo movimento sensuale. È una Figa della Madonna! Deglutisco.

Tento una più pregnante provocazione: Cerco un cimelio che ho conservato a ricordo di un mio flirt finito male, dieci anni or sono.

È un vibratore di vecchia generazione che infilai allora nel ripostiglio e mai più presi in considerazione. Lo recupero e con quello in pugno raggiungo Simona in camera.

Simona, completamente scoperta, sta leggendo: Victor Hugo, I Miserabili. Appoggio il rosa vibratore sul comodino: ritto. In bellavista… Ignorarlo non si può.

Mi metto a leggere anch’io, per rafforzare la provocazione:

Gustave Floubert, L’Educazione sentimentale.

Mi pare che la provocazione non sortisca alcun effetto… Fa caldo… Mi arrendo… Mi immergo nella lettura… un po’ sonnecchio.

Un qualcosa che ti sfiora è spesso più intrigante di una carezza. Se poi qualcosa ti sfiora il cespuglio del Monte di Venere nel sonnecchiare, allora è un sogno anche se non lo è.

Riapro gli occhi ed è il sorriso di Simona che questi inquadrano: <Allora sei sveglia?> lo sfiorare si trasforma in carezza… Lenta… Delicata.

È su di un fianco.

<Baciami!> mi viene spontaneo. Non si fa attendere. Mi accontenta. La carezza si fa più vigorosa.

Quando ci sciogliamo continuiamo a sbaciucchiarci nei paraggi. Mi vuole dimostrare tutto l’affetto che prova per me… Poi… Una improvvisa risata: <… e quel residuato bellico dove l’hai recuperato? Mercatino antiquario di Santo Stefano? – Simona ha più esperienza di me in toys e amenità del genere ed esprime tutte le sue competenze – È un modello che da almeno dieci anni non è più in commercio. Non sapevo ne avessi uno. Come mai l’hai tirato fuori?>

Non glielo dico: <È il ricordo di un brutto episodio della mia vita. L’ho visto nel ripostiglio. L’ho tirato fuori per rammentarmi di farci un racconto… In questi giorni che sarò sola ne avrò tutto il tempo.>

<Non mi dispiacerebbe conoscere episodi di quanto non eravamo Noi. In fondo io ti ho raccontato in dettaglio come sbocchinavo mio marito.>

<Io in questa storia non ci esco molto bene. Meglio se la leggerai con gli addolcimenti della ltteratura.>

Insiste… improvvisamente, mi si avventa con la bocca sulle tette… È fantastica quando ha questi repentini trasporti. Cedo.

<Me la accarezzerai mentre racconto?>

<Anche due dita dentro. Se vuoi?>

<No. Quelle no. Smetterei di raccontare… Promettimi solo un bel 69 dopo>.

<Promesso! Dai… racconta!>

Era il periodo in cui ero determinata a togliermi di torno il primo fidanzato. Andavo a vista per trovarne il sostituto. Mi ci voleva qualcuno che stimolasse in me un deciso atto di rottura per allontanarlo senza rimpianti da me. Volevo che il lungo periodo che mi era stato attorno, rimanesse in lui come quello trascorso assieme a una troja. E che troja!

Per l’educazione e l’atteggiamento perbenista del suo carattere pensavo fosse la strada giusta.

Da quando avevo cominciato ad avere cazzi tra le mani, avevo dimenticato che la mia iniziazione al sesso era cominciata bordellando con le fighette vogliose delle coetanee. Questo era andato avanti fin a quando non mi ero liberata dell’imene. Dopo, mi ero lasciata andare a nutrite scorpacciate di cazzo.

Alla Figa, di tanto in tanto, tornavo col pensiero. Nulla più. Anche se mi ripromettevo spesso di trovare un’intima amica del cuore. Non andai mai fino in fondo.

<Più o meno 14 anni di questa astinenza prima di sfilarmi lo slip innanzi a te.> Presa da unimpeto passionale mi slancio tra le cosce di Simona. Tre vigorose fondate di lingua alla Figa. Non smetterei più, ma tu vuoi che finisca il mio narrare.

Mi stacco a malincuore… Ci baciamo.

Riprendo…

Intanto, frequento diligentemente le lezioni all’università. Sono iscritta al secondo anno di Lettere moderne. Se l’amore ristagna, lo studio è tutto un successo: ogni esame è un 30 su 30 con lode. Sono diversi gli assistenti che vorrebbero che la loro materia fosse nel mio piano di studio. Tra questi, Filippa Arnone de’ Cataldi. Una bella trentenne, allora. Bionda e con un timbro di voce molto sensuale. È Assistente a Glottologia. Materia che non rientra nel mio piano studi. I colleghi che frequentano le sue lezioni le definiscono dei dotti ditalini, proprio per quel suo uso della voce.

Scherzando con colleghi, mi lasciai convincere ad assistere ad una sua lezione, giusto per ridere. In effetti, l’auletta si riempì di sensualità. Mi accorsi, io stessa, di avere spesso le mani, irrequiete, tra le cosce.

Fin qui, tutto sotto controllo: risate, poi, con i colleghi.

Il giorno dopo, al bar di fronte al Rettorato, mi ero sentita dire alle spalle:

<Flavia Marchetti… mi son sentita onorata di averti avuta in prima fila a una mia lezione.>

Mi giro con un certo imbarazzo. È lei: Filippa Arnone de’ Cataldi. Ci presentiamo stringendoci le mani.

Chiacchierammo a lungo innanzi al caffè. Le avrebbe fatto piacere darmi un 30 lode anche per la sua materia: <Pensaci Flà. È un corso prestigioso il mio…>

<Ci penserò stanotte. Domani verrò nel tuo studio, in facoltà, a darti la risposta… Ciao Pippa.> Avevamo già stabilito di darci del tu.

Al bar c’era parecchia gente. Eravamo costrette a stare molto vicine. Quasi attaccate. Avevo sentito il suo alito sul mio. Il profumo muschiato che emanava il suo corpo. Avevo sbirciato nel suo decolté: aveva belle tette. Da quella fonte avevo captato il suo buon odore di femmina.

Quella notte ci avevo pensato tanto, ma in maniera del tutto diversa.

Pensavo a lei, non in chiave didattica ma come, più o meno un lustro prima, avevo pensato alle mie coetanee con cui ci davamo il godimento leccandoci le fighette.

Di Pippa avevo slumato le tette ed intravisto un capezzolo. Grosso. Al centro di una larga aureola. Il culo, si faceva notare. Le gambe erano dritte e per quanto lasciava vedere la gonna, le cosce erano piene. Più o meno aveva la mia corporatura: sul metro e settanta.

Avevo pensato che Pippa mi potesse anche piacere. Che potevo metterla come personaggio in uno dei miei racconti.

Infine, tre dita nella Figa, mi avevano addormentata con la versione large del ditalino, sotto un’onirica leccata alla sua figa.

Con alle spalle una notte così, andai al suo studio.

Mi accolse con un abbraccio. Contro il mio seno avevo sentito premere le sue tette. Ne io, ne lei avevamo il reggiseno. L’abbraccio si era dilungato. Poi la scintilla che suscitò la deflagrazione. Mi aveva guardata dritta negli occhi per poi appoggiare le labbra su di uno di questi. Un bacio solo sfiorato.

Fu il risveglio delle mie reminiscenze saffiche. Sollevai la testa e fui sopra la sua bocca. Le labbra si aprirono lasciando che le lingue si congiungessero. <Scusa – sussurrò con quella sua voce da fremiti erotici – sei troppo bella per controllarmi.>

<Stessa cosa per me>

Si era messa a slacciare i bottoni della mia camicetta. Gli altri tre avevo provveduto io. Le mie tette erano schizzate incontro alla di lei libidine. Furono baci, carezze, succhiotti, sopra, sotto, intorno… Sui capezzoli.

<Wow!>

Mi sfugge ora che sento sulle mie tette, lo zig-zag della lingua di Simona che reinterpreta quella vecchia storia.

Aggiungo il ricordo di qualche riflessione che feci allora.

“Certo che lo slinguazzare di una femmina, produce risultati ben superiori” Avevo pensato mentre, allora, cercavo la mossa giusta per entrare in azione.

Pippa, sempre senza interrompere il lavoro di lingua sulle tette, appoggia il culo alla scrivania. La gonna va un po’ su. Si scopre una maggior porzione di cosce. La mia mano è già tra queste. Palpo la carne eccitata. Allarga le cosce. Lo slip che andai a toccare era fradicio.

Si tornò al lingua in bocca. Io feci tutto quello che andava fatto. Lei capì che lo slip era meglio toglierselo. Lo fece. Le improvvisai un appassionato ditalino da due dita: snello e veloce. Venne in due e due quattro.

Anch’io avevo tolto gli slip. Già speravo nella reciprocità, con orgasmo da luogo pubblico e tre sobbalzi controllati: senza gemiti.

Una telefonata merdaiola ruppe l’incantesimo.

Dopo la telefonata, in Pippa svanì ogni eccitazione e si parlò solo di percorsi didattici.

Me ne andai. Un gran turbamento mi rodeva dentro.

Recuperai Giuseppe … il fidanzato … Da lui me la feci leccare fino allo sfinimento. Quella fu l’ultima volta che gliela diedi.

Nei giorni successivi fui agitatissima. Pippa mi aveva risvegliato il desiderio saffico…. Le sue labbra sulla mia epidermide avevano fatto scattare quelle antiche pulsioni che non, credevo più recuperabili fra i miei sensi. Ormai sepolti da centimetri su centimetri di cazzi: del fidanzatino… dell’amante… delle occasionali conquiste che mi facevano sentire, bella figa.

Pippa con qualche colpo di lingua alle tette, aveva ripristinato in me gli stimoli della libidine precedente lo sverginamento e il mio asservimento agli impulsi del cazzo.

Simona comprende che sto raccontando un difficile momento della mia esistenza e vuole confortarmi. Qualche periplo della Figa in punta di lingua, nonché, da sopra a sotto la fessura che si schiude. Con l’indice mi esplora e aggiunge la compagnia del dito medio: <Se ti fermi, smetto di raccontare… in più, scorreggio.>

La minaccia funziona. La masturbazione prosegue. È un semplice ditalino a due dita. Ma quando queste sono di Simona diventa un piccolo capolavoro.

Mi scuoto tutta in un lungo godimento, liberando alcuni millilitri di sudore.

Rasserenata, procedo con la storia.

Per due giorni nessun segnale da Pippa. Il mio orgoglio mi vietò di cercarla, anche se la voglia di lei era grande.

Sarà un sms a togliermi da quel crudele stato di sospensione: “Debbo vederti in un luogo tranquillo. Mio marito oggi e domani non c’è. Raggiungimi a casa”. Seguiva l’indirizzo.

L’avevo ricevuto che stavo chiacchierando con papà: <Debbo andare a figa> e l’avevo piantato in asso. Lasciandolo sbalordito.

<Sto arrivando.> rispondo con lo stesso sistema, scoprendo che abitavamo vicine.

In quei dieci minuti che avevo percorso per raggiungerla, avevo fantasticato un futuro da amante accanto a lei: avrei cercato una collocazione nella carriera universitaria. Altro che il giornalismo auspicato da mamma.

Il portinaio, sicuramente istruito da Pippa, aveva chiuso le porte del monumentale antico ascensore, dandomi qualche ragguaglio per raggiungere…: <… l’appartamento della professoressa… Quinto piano… Mi ha detto che non sarà alla porta a riceverla. Ha comunque lasciata la porta accostata. Ha detto di entrare che la sta aspettando in una delle stanze – e con un sorriso beffardo – Auguri a lei… È una casa immensa. Più o meno una ventina di stanze.>

In effetti l’impatto non fu leggero. Gli ambienti erano vasti. I soffitti alti. Gli arredi, ininfluenti. Quei pochi, la loro presenza veniva annullata dalla sequenza di porte che si aprivano su quell’ampio ingresso.

Mi sembrava di essere stata catapultata in un film horror. Nonostante la gioia che mi dava la prospettiva di amoreggiare con Pippa, una siffatta accoglienza mi turbava. L’avevo chiamata a voce alta, alcune volte: nulla. Sempre buia e vuota. In compenso era partita una musica elettronica che aumentava man mano mi muovevo. Per limitare l’angoscia che cresceva in me, avevo preso ad aprire ogni porta delle stanze gridandovi: <Pippa, ci sei?> dopo la terza, spontaneamente mi veniva di aggiungerci una bestemmia.

Alla 10ª porta mi ritrovai in un piccolo vestibolo illuminato da una luce fioca. Lì, l’opprimente musica elettronica aveva lasciato il posto a romantiche canzoni. In fondo allo stanzino un’ulteriore porta. Con un atto di coraggio, avevo aperto quella porta.

Era quella giusta: una stanza immensa, illuminata dal sole. Al centro un letto vastissimo e lì, come una regina, Pippa: completamente nuda.

<Cosa fai? – Mi urlò appena vide che avevo aperto la porta – questa è la stanza dell’amore.… Qui si può entrare soltanto completamente nudi. Lascia tutte le tue cose nel ripostiglio… Poi puoi venire a me>.

Una situazione del genere non me l’aspettavo di certo. Intimorita ma sicuramente eccitata: avevo obbedito e i pochi metri, fra il ripostiglio e il letto, li avevo fatti con la gioia nel cuore. Non ti dico l’abbraccio. Ci eravamo rotolate per ogni dove di quel letto.

Il rito con cui mi aveva accolto mi aveva emozionato. Finalmente un’amante che aveva voluto far breccia nel mio romanticismo.

Dovettero poi passare quasi dieci anni prima che un’altra bella femmina ci provasse e ci riuscisse. E sei tu, Amore!

Questo provoca in Simona un raptus di eccitazione: viene ad appoggiarmi la Figa sulla bocca.

Gliela lecco e non smetterei più. È la sua riconosciuta saggezza a limitare il gesto d’affetto: <Tutto dopo il racconto.>

Distesa innanzi a me, avevo potuto osservarla attentamente. Era una gran bella femmina: tette procaci… un monte di Venere guarnito da una folta peluria bionda. Un po’ più scuro dell’oro dei capelli.

Non ci eravamo dette nulla, se non, Lei: <me la lecchi, vero?> Si era aperta tutta e aveva preso ad agitare la mano sulla clitoride che stava occhieggiando.

La mia lingua si era subito diretta lì.

Saltava come una cavalletta sotto le arti che avevo recuperato dai ricordi della mia adolescenza.

<Hai l’argento vivo nella lingua.> Mi diceva Lidia, l’amichetta porca con cui ce la leccavamo in quegli anni, ogni volta, dopo che aveva sborrato il suo piacere nella mia bocca.

<Hai l’argento vivo nella lingua. – Chissà per quale congiunzione astrale, Pippa si era sentita di esprimersi allo stessa maniera? Si era lasciata andare smaniando a lungo in godimenti e orgasmi. – Chissà cosa potresti farmi provare con una passata nel culo?>

Generosamente le avevo tirato su il bacino, le gambe sulle mie spalle e mi erano tornate in mente tutte le mosse con cui nel tempo delle mele, Lidia faceva esplodere di piacere il mio buco del culo.

Qualche giro in punta di lingua sul bordo dell’orifizio, poi la lingua, improvvisatasi cazzo, aveva preso a scoparglielo. Mugugni… Gemiti… Contorsioni… Promesse. Aveva goduto come non gli era parso mai.

Dal canto mio non vedevo l’ora di appagarla e di essere io ad incassare analoghe piacevolezze.

Abbandonato il culo che non squirta e non sborra, le avevo lavorato il perineo finché non avevo visto la Figa, sbrodolare. Tornata alla fonte primaria mi ero impossessata della clitoride. Non l’avevo più mollata finché non era stata sicura che Pippa avesse completamente attraversato anche il terzo orgasmo.

Adesso tocca a me.” Avevo pensato conoscendo la netiquette che si pratica anche tra amanti dello stesso sesso.

Di quello che sarebbe successo, un’avvisaglia. Ma non ci avevo fatto caso. A fine orgasmo, Pippa non aveva reclamato di poter baciare la bocca che tanto piacere le aveva dato. Era crollata sulle coltri, provata dai godimenti.

In me però, l’eccitazione non si conteneva più. La Figa palpitava a più non posso. La clitoride si era indurita reclamando piacere. Ad ogni piccolo sfregamento colava qualcosa. Le ero andata innanzi alla faccia mostrandogliela bella aperta.

<Adesso è tutta tua!> le avevo detto. Non c’era stata alcuna sua reazione. L’appagamento l’aveva portata a rientrare nei panni della professoressa tutta d’un pezzo come a lei piaceva atteggiarsi. Innanzi a lei io non esistevo più e tanto meno la mia Figa. Ne ebbi subito la conferma dal suo comportamento di fronte al disperato tentativo di coinvolgerla in un mio ditalino: si era alzata e con fare disgustato si era diretta al bagno. Non una parola.

Avevo compreso che non c’era più nulla da fare e recuperato gli abiti mi ero rivestita.

Prima però volevo vomitarle contro tutto il malanimo che aveva suscitato il suo comportamento.

Apro con violenza la porta del bagno e la becco che sta cospargendosi il corpo con una sequenza di detergenti. Ha le bottigliette e gli spry, allineati sulla specchiera.

Quando entro, sta spruzzandosi un qualcosa tra le cosce. Proprio dove ero sicura di aver tirato fuori il meglio di me.

Diventai una furia.

Non riuscì a fermarmi. Con un solo gesto, butto a terra tutti i suoi flaconi. Qualcuno andò in frantumi.

L’insultai. Le dissi: <Scema… Pazza.>

Le sputai più volte sul volto.

Ancora qualche danno a quella stanza e tolsi il disturbo

Nell’uscire da quella spelonca, tirai a terra ogni soprammobile che avevo incontrato sul mio cammino.

Sento di aver subito un’offesa che non potrò mai più dimenticare.

S’una panchina del giardinetto dedicato a Camillo Benso conte di Cavour, provai a rasserenarmi piangendo con la testa tra le mani.

Mi ero sentita decisamente una cretina.

Trovai la forza di raccontare l’episodio a mamma che aveva commentato, con tutta la convinzione del suo pragmatismo libertario: <Certo che hai agito in maniera imprudente. A fronte di un’attrazione così importante, sei andata allo sbaraglio senza precise informazioni su chi avrebbe ricevuto in dono parte del tuo corpo… Al mondo esistono anche persone che difendono le proprie fobie. Spesso riescono ad essere assai sgradevoli.>

Se non fosse stato per l’affetto che sempre mi ha legato a mamma, l’avrei mandata a cagare.

Mamma non aveva detto male. Nel giro di pochi giorni, facendo dopo, quello che avrei dovuto fare prima. Cioè. Cercando informazioni. Scoprii che la prof. Filippa Arnone de’ Cataldi era ben nota per essere sempre a caccia di studentesse trasgressive. Allo stesso tempo viveva nel terrore di venire infettata da contatti epidermici. Era soprannominata, Sempresulbidet.

Lei, troia più che mai, il giorno dopo aveva lasciato al bar di fronte alla facoltà un pacchetto per me. Dentro il vibratore che vedi sul comodino, e un biglietto: “Con questo eviti di chiedere l’impossibile ai tuoi professori”

Mi chiusi in un cesso della facoltà a piangere. Non frequentai più ne quella stronza ne le sue lezioni.

Avrei gettato quel malefico oggetto… Mamma, invece, mi consigliò di tenerlo quale monito ad agire, in futuro, con più consapevolezza.

È così che quel vibratore è finito nello sgabuzzino. Non l’ho mai usato.

Quel giorno, mi negai pure qualsiasi attrazione verso femmine… Sicuramente per aspettare te.

Apro più che posso le cosce. Simona si gira. Sento il buon odore della sua Figa.… La sua lingua nella mia… Il promesso 69 può cominciare.

Il piacere mi colma… Lo assaporo… Mi abbandono all’erotico rito che ci permette di godere assieme. Scalciano le gambe di Lei… Sobbalza il mio bacino…

In una di queste mie contorsioni Simona stacca la bocca dalla Figa per sussurrarmi: <Ti amo, Cucciola!>.

È il segnale che l’orgasmo sta dilagando in ognuna di noi.

<Anch…> un suo copioso squirt sul viso mi tronca l’esternazione.

Wow!

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