Le porkeriole di Flavia

diario e fantasie di una scrittrice di bella presenza

Parigi… oh cara

Flavia dal 2005 pubblica con l’editore Enstooghard del dr.Hans Stortoghårdt in Borgergade 9, 1300 København

Da un paio di mesi ho concupito un giovane fotografo. Ha solo diciassette anni. Un ‘figlio di mamma santissima’, un po’ prepotente ma riguardoso e dolcissimo come solo sanno essere i meridionali. Vive al terzo piano del palazzo dove abito.

Ne è nato un amore che è dovuto entrare subito nella clandestinità. Cosa che mi eccita assai perché intrigante.

Con lui sono riuscita a rimpossessarmi di quel lampo di vita che da si allontana troppo precipitosamente. Ho recuperato quella felicità che senza accorgermene avevo dimenticato.

Gli sono talmente grata che non gli nego nulla di quel che vuole da me. E lui ne vuole tanto. Grazie di esistere!

Oscar, il suo nome!

Per le impazienze di un ragazzo della sua età, due mesi sono interminabili. Se per questo anche per me.

Sempre angosciata dalla paura che si concluda un periodo in cui sono tante le gioie che ricevo, ho deciso di festeggiare questo traguardo assecondando un suo grande desiderio: quello di portarlo con me a Parigi quando vado per lavoro. E ci vado abbastanza spesso.

Pur così giovane, lui lavora già in uno studio fotografico. E studia anche per iscriversi a un corso universitario di arte fotografica.

Della proposta parigina – ne è entusiasta.

Anche se il contesto letterario lo sopporterebbe, non posso descrivere la sua gioia e come l’ha riversata su di me. Un’esplosione!

Si è attivato a raccontare balle alla famiglia per giustificare la sua imminente assenza dal focolare domestico.

Ricordo che siamo una coppia osteggiata.

Due macchine fotografiche con relativo corredo.

Cominciato a scattare dal ceck-in in aeroporto.

Di Parigi gli faccio vedere tutto quello che si può. Lui immortala in decine di rullini – Non si è ancora rassegnato al digitale anche se con me si spreca in decine di selfie con l’iPhone –.

Pranzetti in bar a vin poi il soggiorno in un romantico Hotel dal nome turistico un po’ banale: Les Trois Mousquetaires.

La Francia è un Paese meraviglioso che non va a guardare fra le lenzuola e quindi non c’è l’obbligo di esibire documenti o certificati per trascorrere una notte d’amore. Ma già la prima di quella che doveva essere un’ipotetica luna di miele, inizia male.

Oscar vuole affrontare da solo la notte parigina. Ha un progetto per un servizio fotografico. A suo dire già venduto a un’agenzia stampa. Ho approvato l’idea dicendo che gli avrei fatto volentieri da assistente. Lui decisamente dice che non mi vuoleva tra i piedi. Gli avrei turbato le idee.

Come ho detto prima, a lui concedo tutto, così ho fatto buon viso a triste sorte: mi rassegno a passare la notte in quella romantica stanza con vista sulla Senna: In quello che doveva essere il ring della nostra passione.

Mi portato in stanza un robusto pastis e quando lo finisco ne ordino altri due.

Mica si può rimanere indifferenti e inerti nella sfiga guardando la televisione! Fortunatamente oggi c’è sempre a disposizione il tablet. comincio a scrivere una storia tra fantasia, incazzatura e leggera ebbrezza alcolica.

Alle due di notte, bagnato come un pulcino – a Parigi quando piove, piove sul serio. Non come a Bologna dove trovi quaranta chilometri di Portici – riappare Oscar. Che, quasi senza salutarmi, si infila nel bagno. Sento che tossisce continuamente. Sento lo scroscio della doccia. Assumo la posa della moglie offesa. Ovvero mi giro sul lato opposto in attesa di un suo movimento. Non accade assolutamente nulla. Si corica. Spegne la luce e non si muove più da quel sonno che mi è sembra fottutamente beato.

Sarebbe stata la prima volta che avremmo dormito assieme. “Maledetto!” Per tutta la notte mi arrovello alla ricerca della vendetta che avrei potuto praticargli senza mettere a rischio di perderlo.

Al risveglio non trovo piùbaccanto a me lo stesso aitante ragazzo di cui avevo voluto premiare il suo inesauribile vigore con quella fuga amorosa. Lo vedo come una di quei ritratti d’un tempo su carta ingiallita dagli anni: oltre alla tosse, accusa dolori ad ogni movimento ma soprattutto ha trentotto di febbre. L’ Hotel ci procura un medico che lo spaventa a tal punto da convincerlo di rimanere a letto per tutta quella giornata.

Ed ecco la mia piccola vendetta: abbandonarlo in quella stanza con la scusa che io a Parigi ho una precisa missione di lavoro. Che è pur vero.

Alle tre del pomeriggio, pero, ho già pranzato con il mio corrispondente così mi infilo in un Salon de Coifeur di fama per rinnovarmi in maniera parigina dalla testa ai piedi.

A sera, comunque, usciamo per cenare in un ristorante a pochi passi dall’Hotel.

Io, bella, perché i maestri parigini della bellezza mi hanno resa tale, ma immusonita. Lui, un rudere che tossisce ripetutamente e si muove come uno zombie.

Innanzi a quest’immagine il mio lato compassionevole prospetta già che sarei stata io a rimetterlo in sesto nella notte con baci, carezze e, anche qualche deciso rimbrotto. Invece, lui, a fine cena, mi ha fa sapere che l’arte fotografica ha ancora bisogno ‘solo’ di lui. Che però “nel giro di un’ora” sarebbe di nuovo stato al mio fianco. Gli vomito addosso tre minuti di improperi e me ne tornoo in albergo con quello che dalle mie parti si dice: con il culo dritto.

Les Trois Mousquetaires è un rifugio con ogni comfort per amanti in fregola. Tra questi anche un rifornito porno shop, aperto 24 ore su 24.

L’adocchiato e, visto che avrei dovuto trascorrere altre ore in penitente solitudine, entro per vedere ci fosse mai qualche ammennicolo per artificiali consolazioni.

Un ambiente sobrio, con gli aggeggi e i marchingegni in teche illuminate.

Gestisce quelle sale una ragazza di intrigante bellezza. Il suo volto è simile a una scultura lignea.

Mi viene incontro e con un francese un po’ straniero: «Sono Ingrid. Sono danese. Questa bottega è tutta roba mia. Posso esserti utile?»

«Non so neanch’io. È così una giornata storta, oggi.»

«Sei di una bellezza particolare, non sembri neppure francese.» Sorride. Il sorriso irradia e addolcisce quel suo volto così spigoloso.

«Infatti, sono italiana.»

«Ah, italiana! Ho sempre desiderato avere un amore italiano.»

«Io che ce l’ho te lo sconsiglio.» Sicuramente mostro un’espressione disperata e, forse, proprio accorgendosi di questa disperazione mi prende i polsi e si addossa a me. Sento forte il suo odore di femmina, il calore del suo corpo. In un malo italiano, con il volto a pochi centimetri dal mio, aveva farfuglia: «Posso?» e mi ritrovo le sue labbra sulle mie. Non mi tiro indietro. Come non l’ho fatto altre volte in situazioni analoghe, quando ci avevano provato mie amiche con quelle stesse passioni. Poi, lei mi accarezza una poppa. Per tutta la schiena sento scorrazzare un brivido. Socchiudo le labbra e la sua lingua entra prepotente. Unite le salive ci lasciamo andare in un festival di labbra e lingue con risucchi e mordicchiamenti. Lei mi spinge contro la parete dove c’è una porticina. È lì che mi fa entrare: un ripostiglio senza alcuna luce. Qui staccateci per un attimo mi sfugge un sorriso  e un inequivocabile: «Merci!». Ingrid trova l’interruttore. Da luce all’angusto bugigattolo: è uno spogliatoio. Ci sono specchi su ogni parete. In quel preciso momento lei è alle mie spalle. Mi stringe a sé e fa tutto quello che si può fare con la bocca sul collo e nelle orecchie. Fremiti scorrazzano per tutto il mio sistema nervoso. Sotto comincio a colare. Ha dita maestre di palpeggi a poppe e capezzoli. Non capisco più niente. Avrei preso volentieri io in pugno la situazione ma il petting di Ingrid è totalizzante.

Mi sta piacendo tanto. sono ipnotizzata soprattutto dagl’intriganti bagliori che percorrono in ogni direzione le sue pupille. Immagino il vortice di eccitazione che turbinano in quella sensuale femmina. E allora se un vortice è già in movimento tuffiamoci dentro senza remore.

Stacco le sue mani dal mio seno e sorride. Con calma mi metta a slacciare uno dopo l’altro i bottoni della giacca.

Le mani di Ingrid si posano sulla mia faccia. La stringe con passione. Le sue labbra tornano sulle mie. Le mie mani invece che hanno concluso il primo percorso con la giacca riprendono con i bottoni della camicetta.

A quel punto le labbra di Ingrid scorrazzano liberamente sulla mia pelle nuda. Quella stessa che nel pomeriggio massaggi e balsami del Salon de Beauté Elixir l’hanno vellutata proprio per le carezze di Oscar e che invece, in quel momento, non vedo l’ora, sia Ingrid a metterle in pratica.

Lei si mette d’impegno a sciogliere i complicati ganci del reggiseno. finisce anch’esso a terra. completo liberandomi dalla gonna. Resto innanzi a lei abbigliata solo con scarpe, calze e il minuscolo perizoma evidentemente fradicio di umori nella patta anteriore.

Le pareti di specchio mi mostrano in ogni angolazione. L’orgoglio mi fa compiacere dei miei trent’anni.

Ingrid non perde tempo e dopo aver esclamato un qualche cosa nel suo disumano idioma si dà da fare con alcune zip del suo vestiario apparendo così ‘sbucciata’ e completamente nuda.

Grazie al mio mestiere di scrittrice non ho nessuna vergogna a raccontare come è proseguito quel casuale incontro.

La bella danese – Che è veramente una gran figa! – Dopo aver indugiato con la lingua sulle ‘noccioline’ delle mie tette si inginocchia e fa cadere l’inutile straccetto fra le cosce. Inseritasi lì con la bocca mi fa percepire sensazioni che non immaginavo fruibili da esseri umani. Mi lascio andare con la schiena contro uno specchio, resto in balia della sua lingua che, stanato il clitoride, lo lavora con maestria. L’orgasmo mi piomba addosso e con lui un’inarrestabile colata di intimi liquidi. Urlo!

In piedi, appoggiate alla parete ma abbracciate, vengo coccolata con la mano fra le cosce finché non la rassicuro che ogni fremito si è chetato.

«Sei una forza della natura, Ingrid». Voglio dirglielo nella mia lingua. Lei capisce perfettamente.

Se valesse un’ipotetica netiquette, a quel punto, a darle piacere avrei dovuto essere io. Faccio le mosse per ripetere quanto lei ha fatto con me, anche se sono sicura che non avrei potuto minimamente eguagliarla. Lei però con alcuni gesti si tira indietro. Lascia che gliel’accarezzi e a me viene naturale farle un ditalino con la medesima arte con cui colmo la solitudine nelle serate in cui nessuno mi fuma. Lo faccio con gesti di grande semplicità ma con tanto affetto. «Oh Chéri! Sapevo che voi italiane siete maestre d’amore. Credevo questo solo con i vostri uomini. Non dimenticherò mai più questo godimento.» Si stringe a me con vigore e contraendo tutta la muscolatura viene sulla mia mano.

Al bar della reception sorseggiamo due abbondanti Negroni. Ci raccontiamo nostre cose con tante risate come due vecchie amiche. Io le parlo di Óscar e di come si è comportato con me in quella vacanza. Qui il dialogo comincia a stupirmi.

Mentre la ragazza del bar ci porge i Negroni, Ingrid spinge verso di lei il volto socchiudendo gli occhi. Lei le passa la lingua tra le labbra. Di seguito, Ingrid vuole chiarire: «Non sono lesbica. Voglio essere solo un’ispiratrice di piacere. Quello che ti fa fremere… che ti porta all’orgasmo e deve sempre farti squirtare…. Considerami una vestale del piacere. – ride sonoramente. Non era da lei farlo… ma forse il Negroni… – Da un paio di anni vivo con Henry che è un gran bel maschio. Se non ci sono impedimenti fisiologici lo si fa sempre ogni giorno e sempre senza esclusione di varianti. Ieri però…  – e qui Ingrid fa una pausa e mi fissa intensamente. Abbassa la voce e… – quando ti ho visto qui alla reception, fiera e spavalda al braccio del tuo giovane leone mi sono detta: “questa non me la posso far scappare. Da questa debbo riuscire a farmi schizzare in faccia”. Non avevo mai provato una attrazione così pressante verso una persona mai vista prima. Oggi poi quando ho notato che ti aggirarvi nel mio negozio e, così com’è andata di seguito, compreso questo Negroni che stiamo sorbendoci serenamente, mi fa credere che la candela che ho acceso ieri sera a Notre Dame ha sortito il suo benefico effetto. Non ci crederai ma sono molto credente.»

Non posso dire che anch’io lo sono.

Un modo così tortuoso per una dichiarazione sentimentale non me lo sarei mai immaginata neppure da uno dei miei più improbabili personaggi. Trangugio d’un colpo la bevanda e la sferzata alcolica mi mette in testa una serie di idee una più folle dell’altra, assieme a tutta l’energia e la determinazione per realizzarle.

Mi alzo di scatto e preso la bionda danese per un polso la costringo a riaprire la bottega che ha momentaneamente chiuso per il nostro drink: «Devo fare acquisti per la notte».

Quando la porta si richiude dietro le nostre spalle giro la chiave al contrario.

La prendo per mano e sto conducendola verso lo sgabuzzino di prima. Ma lei, mi fa una carezza e mi dirotta verso un’altra porticina: Una stanzetta molto più confortevole e soprattutto con un letto. Non ci diciamo nulla. In un attimo siamo nude e allacciate ognuna con la bocca sul sesso dell’altra.

Sento la sua lingua impazzare fra le mie labbra di sotto. Il godimento è immenso e non riesco a controllare l’abbondante colatura che finisce nella sua bocca. Allo stesso tempo, io stessa cerco di mantenere quel ritmo nella sua figa che in fatto di umori non è da meno della mia. Tutt’e due sospirano sonoramente la nostra eccitazione. Ogni volta che prendiamo fiato ci diciamo quanto ci passa per la testa: da lei intensi messaggi d’amore. Da me, scurrili trivialità.

Sfinite dall’orgasmo ci concediamo un lungo abbraccio, questa volta, bocca sulla bocca.

Dopo pochissimo Ingrid è già pronta per ricominciare le danze. Le sue mani non stanno più ferme e si producono in astruse carezze sempre più coinvolgenti. Facendomi forza la dissuado con un secco comando: «Fermati! Adesso vestiti e basta giocherellare fra me e te. Stasera ho deciso di giocare pesante.»

Prima, mentre sorseggiavamo i nostri drink lei mi aveva confidato che dopo avermi notato al braccio di Oscar, per tutta la notte aveva immaginato di essere nella mia stessa stanza e di guardarmi mentre godevo in forsennati amplessi con lui. E allora perché non realizzare il sogno?

Oscar aveva detto: “Dovrei essere di ritorno nel giro di un’ora”. Da qualche minuto l’ora era trascorsa. La tessera magnetica che apriva la porta della stanza era ancora al suo posto.

Di nuovo ci eravamo sedute al bar proprio mentre nel cielo parigino scoccavano fragorose saette. In quel momento Oscar era entrato nella hall.

Oscar, pur infreddolito e bagnato fradicio si dimostrò ben contento di far la conoscenza della mia nuova amica. Arrossendo quando dopo averlo fatto riscaldare con un bollente punch gli avevo prospettato il nostro progetto per la serata. Mentre gli spiegavo che a me avrebbe fatto piacere mostrarmi mentre godevo sotto un bel ragazzo quale lui, Ingrid mi aveva interrotta per aggiungere che lei lo aveva già sognato in un analogo momento e si era anche masturbata. In lei era rimasto forte il desiderio di provarlo nella realtà.

Si era grattato a lungo la testa, il bel giovane, prima di esprimersi sulle nostre folli proposte: «E se dovessi mai non portare a termine quanto vi aspettate da me… Cioè, se non mi si drizzasse?» Intanto io avevo appoggiato una mano sui suoi calzoni fradici e spostando la mano di qualche centimetro avevo già constatato che questo non aveva possibilità di accadere. Solo a parlarne era già pronto all’uso. L’espressione del mio volto era stata eloquente. Ingrid era scoppiata in una risata. Oscar era arrossito e: «Vedo che siete decise a volere la guerra. E la guerra avrete. Certo che solo Parigi poteva coalizzare due porche così.»

“Sei la mia bella porca!” era l’esclamazione che usciva dalla sua bocca ogni volta che lo portavo ad un forte orgasmo.

Ingrid avvisò il suo Henry che si sarebbe trattenuta alla bottega fino a tardi – In hotel era giunto un pullman di orientali ed erano molto incuriositi dalla sua marchandise: la scusa – e aveva ammansito la contrarietà di lui con la promessa di un’alba di fuoco che gli avrebbe riservato. Mi aveva sorriso, lei, mentre al telefono elencava erotismi per rendere credibile la sua promessa. In ascensore poi ci eravamo abbracciate in allegria per la soddisfazione della nostra neonata complicità.

La stanza era confortevole, ben arredata. Un ampio letto, il guardaroba, un tavolo, qualche sedia e un frivolo divano proprio a lato del letto. Ingrid si era posizionata su questo: poltrona in prima fila per lo spettacolo. Appena accomodatasi si era tolto scarpe e calze. Dal bagno usciva il rumore dello scroscio d’acqua che stava riscaldando Oscar. Lui, sotto questo passava in rassegna ai punti che sarebbero stati coinvolti nella successiva tenzone. Piccole mosse per saggiarne l’immediata reazione. Aveva poi deciso che, per quanto si aspettava da quella notte era superfluo indossare biancheria per presentarsi alle signore presenti. Così eseguito tutto il ceck corporeo, Oscar si era presentato in stanza in tutto il suo splendore.

«Parbleu! – era sfuggito a Ingrid – Ma ce l’ha il doppio di quello di Henry!»

«Può essere – avevo cercato di minimizzare – Ma lui ha modi molto delicati.»

Come calamitata da quella visione, Ingrid era andata verso quello che le pareva un miraggio e con grande rispetto l’aveva preso in mano. Si era inginocchiata e sicuramente l’avrebbe portato alla bocca ma ebbe la delicatezza di volgere lo sguardo verso di me. Ero rimasta seria, molto seria! e avevo scosso la testa in segno di no. Ritornata al divano, Ingrid, aveva armeggiato con l’iPhone per immortalare quel monumento. Intanto anch’io mi ero denudata e avevo cercato di arrampicarmi, senza riuscirci, su Oscar. Aveva dovuto provvedere lui a sollevarmi tenendomi ben stretta a sé. Le sue robuste mani su cui appoggiavano le mie natiche avevano colto l’occasione perché le dita mi stuzzicassero il buco del culo. Ingrid ebbe il buon gusto di immortalare anche questo.

Cominciavo a sentire fremiti e languori nel basso ventre. La figa aveva già la giusta lubrificazione per entrare in azione. Adesso tutti e tre eravamo nello stesso stato di nudità. Oscar con somma delicatezza mi aveva adagiato sulle coltri. Sul divano Ingrid, platealmente a gambe aperte, stava già trastullando l’agitato clitoride.

Come sua buona abitudine Oscar, aveva fatto scorrere alcune volte il suo meraviglioso strumento nella mia impaziente crepa. Lui, però, aveva voluto anticipare l’introduzione con un appassionato bacio: “Ruffiano!”, perché non fu che un imbonimento per chiedere: «Questa però dopo me la fai trombare. Vero?»

Non ero proprio convinta del tutto ma come potevo rifiutare e far polemica con quel ninnolo che stava inesorabilmente entrando in me. Nell’alone di piacere che prendeva corpo attorno a me avevo mugugnato un qualcosa che poteva interpretarsi come assenso, tanto che lui aveva ringraziato con “Amo, sei un amore!”. Solo che, il porco, per farsi bello verso la bionda danese – Bionda anche nel pelo pubico! –, aveva interrotto il magico rito della penetrazione per volgersi verso di lei con qualche parola rassicurante. «Dove vai… – avevo gridato – Maiale!» E il meraviglioso itinerario del suo cazzo era ricominciato.

La pre–trombata è fatta di piccoli movimenti che ogni volta assaporo con tanta concentrazione. Sono proprio queste semplici premure le cose che mi danno forza ed energia per difendere il nostro amore da tutte le convenzioni che lo vorrebbero cancellare perché forse immorale.

Appena l’avevo sentito tutto dentro e il suo scroto che dava il ritmo fra le cosce  – Oscar, mi aveva preso, lui in piedi, io al bordo del letto – mi ero messa a  gridare di gioia. Lo faccio sempre. E c’era stato chi l’aveva interpretato come un richiamo: due calde labbra e una sapiente lingua avevano zittito il mio clamore. Ingrid era sopra di me per partecipare anche lei al mio godimento. Le avevo bloccato il volto e non l’avevo più mollata finché non avevo sentito sgocciolare dalla figa lo sperma del mio amante.

Parigi sarà sempre per me una città fantastica.

L’amore mi aveva letteralmente sfiancato. Giacevo supina, gli occhi sull’omogeneo soffitto con sguardo più ebete che beato. Nel rilassamento più totale sentivo attenuarsi lentamente i benefici che avevo ricevuto dal godimento. “Dio, Oscar quanto sei stato meraviglioso!”. E lui, era lì, innanzi e sopra di me che mi guardava con un’espressione che esprimeva tutta la soddisfazione che anche lui aveva ricevuto dal nostro amplesso. Io avevo appoggiato lo sguardo sul suo cazzo: «Madonna, Amo! Ce l’hai più grosso e dritto di prima!» Così eretto e perpendicolare al suo ventre era un vero spettacolo da non perdere. Avevo allungato una mano e glielo avevo accarezzato: era ancora intriso di tutti quanti gli humus che si erano radunati poc’anzi nella mia vagina. Una complice strizzata d’occhio e avevo portato le dita fra le labbra leccandomele. Lui aveva interpretato quella mia affettuosità come desiderio e si era lasciato andare con la bocca sulla mia farfallina dando di lingua a più non posso: «Oh Amo, potrei morire!» avevo balbettato e lui, che conosceva i ritmi dei miei desideri, con un affettuoso bacio in loco si era ritirato.

Sempre sullo stesso letto, di fianco a me sedeva Ingrid che, porca come poche, a gambe aperte con le dita teneva la passera ben aperta. A onor del vero debbo dire che è una gran bella passera: pettinata nel pelo che la contorna, con tanti vividi rosa al suo interno che fanno intendere cura e ottima salute.

Recepito il richiamo, Oscar aveva volto il ventre verso di lei. D’altronde si era tutti d’accordo che dovesse succedere. Comunque nessuno oggi può togliermi il diritto di dire che:… Ingrid si era dimostrata porca come poche! Sottolineo: “porca come poche”.

Oscar le aveva accarezzato la testa e lei, rassicurata, glielo aveva preso in bocca. Una scena che aveva ferito il mio orgoglio. D’altronde il gioco l’avevo inventato e voluto io e adesso al gioco bisognava stare. Mi ero ripresa dal mio rilassamento e mi ero posizionata fra la bocca di Ingrid e l’uccello di Oscar, proprio sotto al suo scroto. Una visione privilegiata per assistere al bocchino. Ma bocchino non fu. Forse sia lei che lui valutarono che se avesse provocato l’eiaculazione, molto probabilmente il gioco avrebbe avuto termine per ammosciamento di uno dei protagonisti.

Non so come in Danimarca le giovani vengano educate all’arte della pompa ma Oscar dopo alcune boccate glielo aveva sfilato dalla bocca per andare a cercare altri pertugi.

Il cuore mi si era riempito di gioia: io che nel primo momento erotico che avevo avuto con lui, dopo la terza lo avevo annientato con due pompe bolognesi consecutive – e si sa che le pompe bolognesi…! –

Pace, stima reciproca e letizia erano tornate nell’atmosfera di quella stanza.

Óscar aveva preso in pugno la situazione e si era messo a giocare con grande fantasia: mi aveva fatto rimettere supina e sopra di me aveva fatto allungare Ingrid ordinandole di tenere sollevato il bacino. In pratica le nostre bocche potevano baciarsi, le fighe no. Perché in quella di lei ci sarebbe entrato il suo mazzuolo. E così era avvenuto.

Figa protesa verso l’alto, Ingrid assaporava tutte le evoluzioni del cazzo di Oscar che già dopo poche fondate aveva sentito nell’intimo della sua cappella montare un precoce orgasmo e per questo spingeva a fondo il suo chiavare.

Ingrid mi stringeva spasmodicamente e di tanto in tanto le sue labbra si univano alle mie. Fra un ansimo e l’altro lui aveva farfugliato «Sto per venire… Vengo…!» E io, egoista come pochi, contavo che succedesse quanto prima, sperando che poi per effetto del turn over, l’oca tornasse di mia pertinenza. E l’oca esplose senza preavvisi nel più profondo della figa danese: «Ben larga e bollente.» l’immediato commento di lui. Comunque io che avevo sperato in un suo salto di figa…! – In fondo ne aveva una lì a pochi centimetri che già palpitava – ero rimasta a bocca asciutta.

Oscar ne era uscito provato. Si era messo sul divanetto e sosteneva con le mani il suo povero cazzo. Così moscio non l’avevo mai visto neppure dopo intense prolungate prove. L’avevo guardato con preoccupazione tanto che lui agitando la mano: «Non hai idea di quello che si va a provare a metterlo lì dentro. E come infilarlo in un aspirapolvere in funzione. Ti succhia anche il cervello.»

Avevo provato a scucirgli un paragone: «Più o meno come un bocchino satanico?» – Uno di quelli che gli imponevo io prima di partire per trasferte di lavoro.

«Amo, nelle tue pompe ho sempre trovato dolcezza, sentimento. Nella sua patonza c’è una forza occulta che tenta di sradicartelo per inghiottirlo. E lei, conscia che questo non può succedere, te lo succhia e risucchia. Solo dopo trenta secondi ero già sul punto di venire. Un’idrovora!»Oscar, aveva compiuto da poco studi tecnici –

Non avevo potuto che darle tutta la mia solidarietà. Anche se lui non poteva sapere che io quella figa l’avevo provata e capivo perfettamente la sua descrizione. Avevo cominciato a baciare lui e ad accarezzargli il povero pene. Improvvisamente in me era montata la fregola: con le labbra ero scesa al mento, al collo e giù lungo il torace. Mi sarei persa un po’ sul suo ventre, l’ombelico, poi avrei cercato di dargli qualche sferzata nel punto giusto per risvegliare il dormiente. Con la mano se lo stava tenendo scappellato, mi ero avvicinata a questo con la bocca e la lingua aveva compiuto un paio di zig-zag sull’intima pelle. Aveva avuto un sussulto, il mio Amo, facendomi perdere il contatto con il suo spento pene: «Tranquillo Amo. Se me lo lasci trastullare un po’ vedrai che torna bello come deve essere. Lo sai che sono brava io!»

Stranamente si era messo a parlare nel nostro dialetto: «Sai Amo, mi è venuto un’idea.» E, sempre perché la nostra amica non comprendesse – stava stremata sul letto ma comunque lì, a mezzo metro di distanza – mi aveva bisbigliato qualcosa nell’orecchio.

«Porco… Maiale… Per chi mi hai preso?» Non potevo certo assecondare subito quella bizzarra. Mi aveva profuso baci e carezze chiedendomi di non offendermi per la richiesta. Era poi stato un suo ragionamento a darmi l’appiglio per convincermi:

«Sono sicuro, Amo, che il mio ninnolo appena intercetta la vostra passione schizzerà in alto senza indugio. Ci saranno benefici per tutti. Poi mi sentirei veramente fiero di stare con una donna che non volta le spalle alla trasgressione. È il pepe dell’amore. Dai Amo, falle la proposta. Mica posso fargliela io? Pretenderebbe sicuramente qualche trombata in più. Invece le farò solo…» Non l’avevo lasciato finire, gli ero saltata sulle ginocchia: «Ti amo, Amo» e per qualche minuto mi godetti le sue lunghe e affusolate dita nella fregna.

Immagazzinato un po’ di energia libidinosa avevo girato attorno al letto ed ero arrivata sopra Ingrid. Assopita, sognava. Sognando si toccava il ciuffo. Era il momento giusto!

Avevo appoggiato, a rovescio, le labbra sulla sua bocca. Aveva aperto gli occhi e di conseguenza la bocca. Si era accorta pure che sull’altro lato del letto c’era Oscar, in piedi, che, come mi aveva prospettato aveva già il gingillo in erezione e se lo stava menando con sapiente grazia.

Ingrid aveva emesso un gridolino di gioia ed io avevo spostato la bocca sul suo seno. Non avevo dovuto chiederle nulla. In un attimo avevo già il volto fra le sue cosce e lei fra le mie. Languori, fremiti, umori. Lo spettacolo era proprio quello che Oscar si aspettava e se lo stava veramente pappando tutto sempre con il suo brando in pugno.

Il finale era stato da spettacolo pirotecnico: contorsioni, urletti, sospiri, frasi triviali – “vaccabusona…”, io. Incomprensibili grugniti nella sua lingua, lei -, poi gli schizzi con gli orgasmi. E ci eravamo agganciate con le bocche per festeggiare.

«Che bello, Amo! Mentre stavi sulla sua bocca mi era venuto forte il desiderio di strapparti da lei e di infilartelo. Amo, deve essere uno sballo! Ma visto che godevate a tutto spiano non me la sono sentita di staccarvi.»

«Se è per la nostra Amo la scena si può sempre ripetere» nel dirlo, Ingrid, si era messa nella giusta posizione e tanto avevo fatto io. Oscar aveva fatto tutto quello che ci voleva e io mi ero goduta una pecorina da sballo leccando la figa di Ingrid. Il copioso schizzo, Oscar lo aveva lasciato nella sua bocca.

Il bar-in-camera a Les Trois Mousquetaires è rifornitissimo e lo avevamo saccheggiato. In tutta allegria avevamo decantato così i postumi dell’amore che ci aveva uniti. Ed era stato proprio discorrendo sulle abitudini amorose dei popoli a cui apparteniamo che si era citato il bocchino satanico alla bolognese ed Ingrid se ne era incuriosita. Niente di più facile svelarne i segreti. Oscar era stato d’accordo e io avevo iniziato a dissertare sull’argomento con esempi pratici su Oscar. Ingrid dal canto suo, con l’iPhone, puntualmente li immortalava.

Certo che per me rimanere esclusivamente nell’ambito dimostrativo e didattico era un piccolo sacrificio e dopo qualche dimostrazione pratica: «Al diavolo didattica e divulgazione.» Mi ero fiondata a capofitto per fare di quell’esempio un piccolo capolavoro di sesso orale. Oscar, impegnato con la materia prima si era dimostrato d’accordo mettendo a disposizione l’uccello in perfetto tiraggio. Ingrid era affascinata da quell’arte e dalla mia passione nel praticarla. Si toccava ripetutamente fra le cosce e non nascondeva la forte eccitazione. Tanto che approfittando di un momento in cui riprendevo fiato aveva acchiappato il fallo e stava provando lei di assaporarne le delizie.

Non l’avesse mai fatto! Le ero saltata addosso con prepotenza e glielo avevo tolto di bocca. Ne era nata una baruffa senza esclusione di schiaffi e tirate di capelli. Insulti e maledizioni. Oscar con fare divertito prima aveva un po’ filmato quanto stava accadendo, poi ci aveva autorevolmente diviso cercando di riappacificarci.

«Non sia mai che qualcuno possa togliermi il tuo uccello dalla bocca.» Non avevo approvato il suo intervento pacificatore ma mi ero adeguata. Con aria alquanto stizzita mi ero rincantucciata sull’ormai famoso divanetto, testimone di tutta quell’allegoria. Ingrid, più offesa che mai si era velocemente rivestita e aveva sbattuto la porta nell’andarsene. Di lei non ho mai più avuto notizie. Né con SMS, né con WhatsApp.

Soli io e Oscar potevamo dare finalmente inizio alla nostra luna di miele.

Verso mattino, dopo aver stemperato ogni erotismo possibile, gli ho letto il breve racconto che avevo scritto la notte precedente nella più desolata solitudine. A lui è piaciuto tanto. Ecco quindi il testo pronto per i lettori  assieme a tutta la storia che gli è girata attorno.

Buona lettura.

Flavia Marchetti, Parigi, marzo 2019

PS – durante il viaggio di ritorno, il baldo giovane mi ha poi confessato che nella notte parigina che aveva voluto vivere da solo era finito a puttane nella zona di Saint-Denis. Tutto questo per poter poi dire agli amici che lui era andato a puttane a Parigi e aveva anche qualche selfie da far vedere. Però mi aveva chiesto di perdonarlo.

A richiesta dell’editore descrivo in premessa, come e dove è nato questo testo, in quanto proprio le circostanze che l’hanno stimolato hanno una loro valenza erotica. Di seguito, quindi leggerete, prima, il contesto che ha ispirato il racconto che apparirà solo a  fine spazio.

Anche la prima parte è storia degna del porcelloso magazine su cui la state leggendo.

Come nasce questo racconto

Da un paio di mesi ho concupito un giovane fotografo. Ha solo diciassette anni. Un ‘figlio di mamma santissima’, un po’ prepotente ma riguardoso e dolcissimo come solo sanno essere i meridionali. Vive al terzo piano del palazzo dove abito.

Ne è nato un amore che è dovuto entrare subito nella clandestinità. Cosa che mi eccita assai perché intrigante.

Con lui sono riuscita a rimpossessarmi di quel lampo di vita che da noi si allontana troppo precipitosamente. Ho recuperato quella felicità che senza accorgermene avevo dimenticato. Gli sono talmente grata che non gli nego nulla di quel che vuole da me. E lui ne vuole tanto. Grazie di esistere! Oscar! Il suo nome.

Per le impazienze di un ragazzo della sua età, due mesi sono interminabili. Se per questo anche per me. Sempre angosciata dalla paura che si concluda un periodo in cui sono tante le gioie che ricevo, ho deciso di festeggiare questo traguardo assecondando un suo grande desiderio: quello di portarlo con me a Parigi quando vado per lavoro. E ci vado abbastanza spesso.

Pur così giovane, lui lavora già in uno studio fotografico. E studia anche per iscriversi a un corso universitario di arte fotografica.

Della proposta parigina – solo tre giorni e due notti – ne è stato entusiasta.

Anche se il contesto letterario lo sopporterebbe, non posso descrivere la sua gioia e come l’ha riversata su di me. Un’esplosione! E il giorno dopo si è attivato a raccontare balle alla famiglia per giustificare la sua imminente assenza dal focolare domestico.

Ricordo che siamo una coppia osteggiata.

Due macchine fotografiche con relativo corredo.

Ha cominciato a scattare dal ceck-in in aeroporto.

Subito, di Parigi gli ho fatto vedere tutto quello che si poteva e che lui ha immortalato in decine di rullini – Non si è ancora rassegnato al digitale anche se con me si è sprecato in decine di selfie con l’iPhone –.

Pranzetti in bar a vin poi il soggiorno in un romantico Hotel dal nome turistico un po’ banale: Les Trois Mousquetaires.

La Francia è un Paese meraviglioso che non va a guardare fra le lenzuola e quindi non c’è l’obbligo di esibire documenti o certificati per trascorrere una notte d’amore. Ma già la prima, quella che doveva proprio essere un’ipotetica luna di miele, è iniziata male.

Oscar ha voluto affrontare da solo la notte parigina. Aveva già un progetto per un servizio fotografico che a suo dire avrebbe venduto a un’agenzia stampa. Ho approvato l’idea dicendo che gli avrei fatto volentieri da assistente ma lui decisamente ha detto che non mi voleva fra i piedi perché gli avrei turbato le idee.

Come ho detto prima, a lui concedo tutto e così ho fatto buon viso a triste sorte: mi sono rassegnata a passare la notte in quella romantica stanza con vista sulla Senna: quella che doveva essere il ring della nostra passione.

Mi sono portata in stanza un robusto pastis e quando l’ho finito ne ho ordinati altri due.

Mica si può rimanere indifferenti e inerti nella sfiga guardando la televisione! Fortunatamente oggi c’è sempre a disposizione il tablet su cui mi sono messa furiosamente a scrivere qualcosa.

Da pochi giorni il mio vecchio amico Tlìc, fotografo anche lui, d’altri tempi, passato poi all’arte pornografica, mi aveva raccontato in maniera nuda e cruda un piccante momento della sua movimentata vita.

Anche nei momenti più difficili che mi piombano addosso riesco sempre a trovare un qualcosa di proficuo e produttivo e avendo diverse richieste di racconti e piccole sceneggiature erotiche, cosa c’è di meglio di uno spunto marcato Tlìc – detto anche ’il Montone’ – per riempire una decina di cartelle? E ho cominciato a scrivere la storia fra fantasia, incazzatura e leggera ebbrezza alcolica.

Alle due di notte, bagnato come un pulcino – a Parigi quando piove, piove sul serio. Non come a Bologna dove trovi quaranta chilometri di Portici – è riapparso Oscar. Che, quasi senza salutarmi, si è infilato subito nel bagno. Ho sentito che tossiva continuamente. Ho sentito lo scroscio della doccia. Ho assunto la posa della moglie offesa. Ovvero mi sono girata sul lato opposto e ho atteso un suo movimento. Non è accaduto assolutamente nulla. Si è coricato a me di fianco, ha spento la luce e non si è più mosso da quel sonno che mi è sembrato fottutamente beato.

Sarebbe stata la prima volta che avremmo dormito assieme. “Maledetto!” Per tutta la notte mi sono arrovellata alla ricerca della vendetta che avrei potuto praticargli senza mettere a rischio di perderlo.

Al risveglio non ho più trovato accanto a me lo stesso aitante ragazzo di cui avevo voluto premiare il suo inesauribile vigore con quella fuga amorosa. Lo vedevo come una di quei ritratti d’un tempo su carta ingiallita dagli anni: oltre alla tosse, accusava dolori ad ogni movimento ma soprattutto aveva trentotto di febbre. L’ Hotel ci ha procurato un medico che lo ha spaventato a tal punto che aveva accettato di rimanere a letto per tutta quella giornata.

Ed ecco la mia piccola vendetta: abbandonarlo in quella stanza con la scusa che io a Parigi dovevo esserci per una missione di lavoro. Che era pur vero. Alle tre del pomeriggio, però, avevo già pranzato con il mio corrispondente e mi ero infilato in un Salon de Coifeur di fama per rinnovarmi in maniera parigina dalla testa ai piedi.

A sera, comunque, siamo usciti per cenare in un ristorante a pochi passi dall’Hotel.

Io, bella, perché i maestri parigini della bellezza mi avevano resa tale, ma immusonita. Lui, un rudere che tossiva ripetutamente e si muoveva come uno zombie.

Innanzi a quest’immagine il mio lato compassionevole prospettava già che sarei stata io a rimetterlo in sesto nella notte con baci, carezze e, anche qualche deciso rimbrotto. Invece il fine cena mi ha fatto sapere che l’arte fotografica aveva ancora bisogno ‘solo’ di lui. Che però “nel giro di un’ora” sarebbe di nuovo stato al mio fianco. Gli ho vomitato addosso tre minuti di improperi e me ne sono tornata in albergo con quello che dalle mie parti si dice: con il culo dritto.

Les Trois Mousquetaires è un rifugio con ogni comfort per amanti in fregola. Fra questi anche un rifornito porno shop, aperto 24 ore su 24 – le ore dell’amore –. L’ho subito adocchiato e visto che avrei dovuto trascorrere altre ore in penitente solitudine, sono entrata tanto per vedere se c’era qualche ammennicolo per artificiali consolazioni.

Un ambiente molto sobrio, con l’esposizione degli aggeggi e marchingegni in teche essenziali e luminose.

Gestiva quelle sale una ragazza di intrigante bellezza. Il suo volto era simile a una scultura lignea.

Mi era venuta incontro e con un francese un po’ straniero: «Sono Ingrid. Sono danese. Questa bottega è tutta roba mia. Posso esserti utile?»

«Non so neanch’io. È così una giornata storta, oggi.»

«Sei di una bellezza particolare, non sembri neppure francese.» Sorrideva. Il sorriso illuminava tutto quel suo volto così spigoloso.

«Infatti, sono italiana.»

«Ah, italiana! Ho sempre desiderato avere un amore italiano.»

«Io che ce l’ho te lo sconsiglio.» Sicuramente mostravo un’espressione disperata e forse proprio accorgendosi di questa disperazione mi aveva preso i polsi e si era addossata a me. Sentivo forte il suo odore di femmina, il calore del suo corpo. In un malo italiano, con il volto a pochi centimetri dal mio, aveva farfugliato: «Posso?» e mi ero ritrovata le sue labbra sulle mie. Non mi ero tirata indietro. Come non l’avevo fatto altre volte in situazioni analoghe quando ci avevano provato mie amiche con quelle stesse passioni. Poi, lei mi aveva accarezzato una poppa e per tutta la schiena avevo sentito scorrazzare un brivido. Avevo socchiuso le labbra e la sua lingua era entrata prepotente. Unite le salive ci eravamo lasciate andare ad un festival di labbra e lingue con risucchi e mordicchiamenti. Lei poi spintomi contro la parete dove c’era una porticina mi ha lì fatta entrare: un ripostiglio senza alcuna luce. Qui staccateci per un attimo mi è sfuggito un sorriso, anche se al buio non poteva venire notato, e un inequivocabile: «Merci!» Intanto Ingrid, trovato l’interruttore aveva dato luce all’angusto bugigattolo: era uno spogliatoio e c’erano specchi su ogni parete. In quel preciso momento lei stava alle mie spalle. Mi aveva stretto a sé e stava facendo tutto quello che si può fare con la bocca sul collo e nelle orecchie. Fremiti scorrazzavano per tutto il mio sistema nervoso. Sotto cominciavo a colare. Aveva dita maestre di palpeggi a poppe e capezzoli. Non capivo più niente. Avrei preso volentieri io in pugno la situazione ma il petting di Ingrid era totalizzante.

Poi, diciamocelo anche adesso, mi stava piacendo tanto e, ero ipnotizzata soprattutto dagl’intriganti bagliori che percorrevano in ogni direzione le sue pupille. Immaginavo il vortice di eccitazione che turbinava in quella sensuale femmina. E allora se un vortice era già in movimento tuffiamoci dentro senza remore.

Avevo staccato le sue mani dal mio seno e sorridendo, con calma mi ero messa a slacciare uno dopo l’altro i bottoni della giacca.

Le mani di Ingrid si erano allora posate sulla mia faccia. L’aveva stretta con passione. Le sue labbra erano tornate sulle mie. Le mie mani invece che avevano concluso il primo percorso con la giacca avevano ripreso con i bottoni della camicetta.

A quel punto le labbra di Ingrid scorrazzavano liberamente sulla mia pelle nuda. Quella stessa che nel pomeriggio massaggi e balsami del Salon de Beauté Elixir l’avevano vellutata proprio per le carezze di Oscar e che invece in quel momento non vedevo l’ora fosse Ingrid a metterle in pratica.

Lei si era messa d’impegno a sciogliere i complicati ganci del reggiseno, ch’era finito anch’esso a terra. Io ho completato liberandomi dalla gonna. Ero rimasta innanzi a lei abbigliata solo con scarpe, calze e il minuscolo perizoma evidentemente fradicio di umori nella patta anteriore.

Le pareti di specchio mi mostravano in ogni angolazione. L’orgoglio mi faceva compiacere dei miei trent’anni.

Ingrid non aveva perso tempo e dopo aver esclamato un qualche cosa nel suo disumano idioma si era data da fare con alcune zip del suo vestiario apparendo così ‘sbucciata’ e completamente nuda.

Anche se il mio mestiere è solo quello di scrivere non ho nessuna vergogna a raccontare come è proseguito quel casuale incontro.

La bella danese – Che è veramente una gran figa! – Dopo aver indugiato con la lingua sulle ‘noccioline’ delle mie tette si è inginocchiata e fatto cadere l’inutile straccetto fra le cosce si è lì inserita con la bocca per farmi percepire sensazioni che non immaginavo fruibili da esseri umani. Lasciatami andare con la schiena contro uno specchio sono rimasta in balia della sua lingua che stanato il clitoride lo ha lavorato con maestria. L’orgasmo mi era piombato addosso e con lui un’inarrestabile colata di intimi liquidi. E avevo anche urlato.

In piedi, appoggiate alla parete ma abbracciate, ero stata da lei coccolata con la mano fra le cosce finché non l’ho rassicurata che ogni fremito si era chetato.

«Sei una forza della natura, Ingrid» Avevo voluto dirglielo nella mia lingua. Lei ha capito perfettamente.

Se valesse un’ipotetica netiquette, a quel punto, a darle piacere avrei dovuto essere io. Avevo fatto le mosse per ripetere quanto lei aveva fatto con me, anche se ero sicura che non avrei potuto minimamente eguagliarla. Lei però con alcuni gesti si era tirata indietro. Aveva lasciato che gliel’accarezzassi e a me era venuto naturale farle un ditalino con la medesima arte con cui colmo la solitudine nelle serate in cui nessuno mi fuma. L’ho fatto con gesti di grande semplicità ma con tanto affetto. «Oh Chéri! Sapevo che voi italiane siete maestre d’amore. Credevo questo solo con i vostri uomini. Non dimenticherò mai più questo godimento.» Si era stretta a me con vigore e contraendo tutta la muscolatura era venuta sulla mia mano.

Al bar della reception avevamo sorseggiato due abbondanti Negroni. Ci eravamo raccontate nostre cose con tante risate come due vecchie amiche. Io le avevo allora parlato di Óscar e di come si era comportato con me in quella vacanza. E qui il dialogo aveva cominciato a stupirmi.

Mentre la ragazza del bar ci porgeva i Negroni, Ingrid aveva spinto verso di lei il volto socchiudendo gli occhi. Lei le aveva passato la lingua fra le labbra. Di seguito, Ingrid aveva voluto chiarire: «Non sono lesbica. Voglio essere solo un’ispiratrice di piacere. Quello che ti fa fremere… che ti porta all’orgasmo e deve sempre farti squirtare…. Considerami una vestale del piacere. – aveva riso sonoramente. Non era da lei farlo… ma forse il Negroni… – Da un paio di anni vivo con Henry che è un gran bel maschio. Se non ci sono impedimenti fisiologici lo si fa sempre ogni giorno e sempre senza esclusione di varianti. Ieri però…  – e qui Ingrid ha fatto una pausa e mi ha fissato intensamente. Ha abbassato la voce e… – quando ti ho visto qui alla reception, fiera e spavalda al braccio del tuo giovane leone mi sono detta: “questa non me la posso far scappare. Da questa debbo riuscire a farmi schizzare in faccia”. Non avevo mai provato una attrazione così pressante verso una persona mai vista prima. Oggi poi quando ho notato che ti aggirarvi nel mio negozio e, così com’è andata di seguito, compreso questo Negroni che stiamo sorbendoci serenamente, mi fa credere che la candela che ho acceso ieri sera a Notre Dame ha sortito il suo benefico effetto. Non ci crederai ma sono molto credente.»

Non avevo potuto dire che anch’io lo ero.

Un modo così tortuoso per una dichiarazione sentimentale non me lo sarei mai immaginata neppure da uno dei miei più improbabili personaggi. Avevo trangugiato d’un colpo la bevanda e la sferzata alcolica mi aveva messo in testa una serie di idee una più folle dell’altra, assieme a tutta l’energia e la determinazione per realizzarle.

Mi ero alzata di scatto e preso la bionda danese per un polso l’avevo costretta a riaprire la bottega che aveva momentaneamente chiuso per il nostro drink: «Devo fare acquisti per la notte».

Quando la porta si era richiusa dietro le nostre spalle ero stata io a girare la chiave al contrario.

L’avevo presa per mano e stavo conducendola verso lo sgabuzzino di prima. Ma lei, mi aveva fatto una carezza e dirottata verso un’altra porticina: Una stanzetta molto più confortevole e soprattutto con un letto. Non ci eravamo dette nulla. In un attimo eravamo nude e allacciate ognuna con la bocca sul sesso dell’altra.

Sentivo la sua lingua impazzare fra le mie labbra di sotto. Il godimento era immenso e non riuscivo a controllare l’abbondante colatura che finiva nella sua bocca. Allo stesso tempo, io stessa cercavo di mantenere quel ritmo nella sua figa che in fatto di umori non era da meno della mia. Tutt’e due sospiravamo sonoramente la nostra eccitazione. Ogni volta che prendevamo fiato ci dicevamo quanto ci passava per la testa: da lei intensi messaggi d’amore. Da me, scurrili trivialità.

Quella sera ho imparato che il 69 è una fantastica frenesia!

Sfinite dall’orgasmo ci eravamo concesse un lungo abbraccio, questa volta, bocca sulla bocca.

Dopo pochissimo Ingrid era già pronta per ricominciare le danze. Le sue mani non stavano più ferme e si producevano in astruse carezze sempre più coinvolgenti. Facendomi forza l’avevo dissuasa con un secco comando: «Fermati! Adesso vestiti e basta giocherellare fra me e te. Stasera ho deciso di giocare pesante.»

Prima, mentre sorseggiavamo i nostri drink lei mi aveva confidato che dopo avermi notato al braccio di Oscar, per tutta la notte aveva immaginato di essere nella mia stessa stanza e di guardarmi mentre godevo in forsennati amplessi con lui. E allora perché non realizzare il sogno?

Oscar aveva detto: “Dovrei essere di ritorno nel giro di un’ora”. Da qualche minuto l’ora era trascorsa. La tessera magnetica che apriva la porta della stanza era ancora al suo posto.

Di nuovo ci eravamo sedute al bar proprio mentre nel cielo parigino scoccavano fragorose saette. In quel momento Oscar era entrato nella hall.

Oscar, pur infreddolito e bagnato fradicio si dimostrò ben contento di far la conoscenza della mia nuova amica. Arrossendo quando dopo averlo fatto riscaldare con un bollente punch gli avevo prospettato il nostro progetto per la serata. Mentre gli spiegavo che a me avrebbe fatto piacere mostrarmi mentre godevo sotto un bel ragazzo quale lui, Ingrid mi aveva interrotta per aggiungere che lei lo aveva già sognato in un analogo momento e si era anche masturbata. In lei era rimasto forte il desiderio di provarlo nella realtà.

Si era grattato a lungo la testa, il bel giovane, prima di esprimersi sulle nostre folli proposte: «E se dovessi mai non portare a termine quanto vi aspettate da me… Cioè, se non mi si drizzasse?» Intanto io avevo appoggiato una mano sui suoi calzoni fradici e spostando la mano di qualche centimetro avevo già constatato che questo non aveva possibilità di accadere. Solo a parlarne era già pronto all’uso. L’espressione del mio volto era stata eloquente. Ingrid era scoppiata in una risata. Oscar era arrossito e: «Vedo che siete decise a volere la guerra. E la guerra avrete. Certo che solo Parigi poteva coalizzare due porche così.»

“Sei la mia bella porca!” era l’esclamazione che usciva dalla sua bocca ogni volta che lo portavo ad un forte orgasmo.

Ingrid avvisò il suo Henry che si sarebbe trattenuta alla bottega fino a tardi – In hotel era giunto un pullman di orientali ed erano molto incuriositi dalla sua marchandise: la scusa – e aveva ammansito la contrarietà di lui con la promessa di un’alba di fuoco che gli avrebbe riservato. Mi aveva sorriso, lei, mentre al telefono elencava erotismi per rendere credibile la sua promessa. In ascensore poi ci eravamo abbracciate in allegria per la soddisfazione della nostra neonata complicità.

La stanza era confortevole, ben arredata. Un ampio letto, il guardaroba, un tavolo, qualche sedia e un frivolo divano proprio a lato del letto. Ingrid si era posizionata su questo: poltrona in prima fila per lo spettacolo. Appena accomodatasi si era tolto scarpe e calze. Dal bagno usciva il rumore dello scroscio d’acqua che stava riscaldando Oscar. Lui, sotto questo passava in rassegna ai punti che sarebbero stati coinvolti nella successiva tenzone. Piccole mosse per saggiarne l’immediata reazione. Aveva poi deciso che, per quanto si aspettava da quella notte era superfluo indossare biancheria per presentarsi alle signore presenti. Così eseguito tutto il ceck corporeo, Oscar si era presentato in stanza in tutto il suo splendore.

«Parbleu! – era sfuggito a Ingrid – Ma ce l’ha il doppio di quello di Henry!»

«Può essere – avevo cercato di minimizzare – Ma lui ha modi molto delicati.»

Come calamitata da quella visione, Ingrid era andata verso quello che le pareva un miraggio e con grande rispetto l’aveva preso in mano. Si era inginocchiata e sicuramente l’avrebbe portato alla bocca ma ebbe la delicatezza di volgere lo sguardo verso di me. Ero rimasta seria, molto seria! e avevo scosso la testa in segno di no. Ritornata al divano, Ingrid, aveva armeggiato con l’iPhone per immortalare quel monumento. Intanto anch’io mi ero denudata e avevo cercato di arrampicarmi, senza riuscirci, su Oscar. Aveva dovuto provvedere lui a sollevarmi tenendomi ben stretta a sé. Le sue robuste mani su cui appoggiavano le mie natiche avevano colto l’occasione perché le dita mi stuzzicassero il buco del culo. Ingrid ebbe il buon gusto di immortalare anche questo.

Cominciavo a sentire fremiti e languori nel basso ventre. La figa aveva già la giusta lubrificazione per entrare in azione. Adesso tutti e tre eravamo nello stesso stato di nudità. Oscar con somma delicatezza mi aveva adagiato sulle coltri. Sul divano Ingrid, platealmente a gambe aperte, stava già trastullando l’agitato clitoride.

Come sua buona abitudine Oscar, aveva fatto scorrere alcune volte il suo meraviglioso strumento nella mia impaziente crepa. Lui, però, aveva voluto anticipare l’introduzione con un appassionato bacio: “Ruffiano!”, perché non fu che un imbonimento per chiedere: «Questa però dopo me la fai trombare. Vero?»

Non ero proprio convinta del tutto ma come potevo rifiutare e far polemica con quel ninnolo che stava inesorabilmente entrando in me. Nell’alone di piacere che prendeva corpo attorno a me avevo mugugnato un qualcosa che poteva interpretarsi come assenso, tanto che lui aveva ringraziato con “Amo, sei un amore!”. Solo che, il porco, per farsi bello verso la bionda danese – Bionda anche nel pelo pubico! –, aveva interrotto il magico rito della penetrazione per volgersi verso di lei con qualche parola rassicurante. «Dove vai… – avevo gridato – Maiale!» E il meraviglioso itinerario del suo cazzo era ricominciato.

La pre–trombata è fatta di piccoli movimenti che ogni volta assaporo con tanta concentrazione. Sono proprio queste semplici premure le cose che mi danno forza ed energia per difendere il nostro amore da tutte le convenzioni che lo vorrebbero cancellare perché forse immorale.

Appena l’avevo sentito tutto dentro e il suo scroto che dava il ritmo fra le cosce  – Oscar, mi aveva preso, lui in piedi, io al bordo del letto – mi ero messa a  gridare di gioia. Lo faccio sempre. E c’era stato chi l’aveva interpretato come un richiamo: due calde labbra e una sapiente lingua avevano zittito il mio clamore. Ingrid era sopra di me per partecipare anche lei al mio godimento. Le avevo bloccato il volto e non l’avevo più mollata finché non avevo sentito sgocciolare dalla figa lo sperma del mio amante.

Parigi sarà sempre per me una città fantastica.

L’amore mi aveva letteralmente sfiancato. Giacevo supina, gli occhi sull’omogeneo soffitto con sguardo più ebete che beato. Nel rilassamento più totale sentivo attenuarsi lentamente i benefici che avevo ricevuto dal godimento. “Dio, Oscar quanto sei stato meraviglioso!”. E lui, era lì, innanzi e sopra di me che mi guardava con un’espressione che esprimeva tutta la soddisfazione che anche lui aveva ricevuto dal nostro amplesso. Io avevo appoggiato lo sguardo sul suo cazzo: «Madonna, Amo! Ce l’hai più grosso e dritto di prima!» Così eretto e perpendicolare al suo ventre era un vero spettacolo da non perdere. Avevo allungato una mano e glielo avevo accarezzato: era ancora intriso di tutti quanti gli humus che si erano radunati poc’anzi nella mia vagina. Una complice strizzata d’occhio e avevo portato le dita fra le labbra leccandomele. Lui aveva interpretato quella mia affettuosità come desiderio e si era lasciato andare con la bocca sulla mia farfallina dando di lingua a più non posso: «Oh Amo, potrei morire!» avevo balbettato e lui, che conosceva i ritmi dei miei desideri, con un affettuoso bacio in loco si era ritirato.

Sempre sullo stesso letto, di fianco a me sedeva Ingrid che, porca come poche, a gambe aperte con le dita teneva la passera ben aperta. A onor del vero debbo dire che è una gran bella passera: pettinata nel pelo che la contorna, con tanti vividi rosa al suo interno che fanno intendere cura e ottima salute.

Recepito il richiamo, Oscar aveva volto il ventre verso di lei. D’altronde si era tutti d’accordo che dovesse succedere. Comunque nessuno oggi può togliermi il diritto di dire che:… Ingrid si era dimostrata porca come poche! Sottolineo: “porca come poche”.

Oscar le aveva accarezzato la testa e lei, rassicurata, glielo aveva preso in bocca. Una scena che aveva ferito il mio orgoglio. D’altronde il gioco l’avevo inventato e voluto io e adesso al gioco bisognava stare. Mi ero ripresa dal mio rilassamento e mi ero posizionata fra la bocca di Ingrid e l’uccello di Oscar, proprio sotto al suo scroto. Una visione privilegiata per assistere al bocchino. Ma bocchino non fu. Forse sia lei che lui valutarono che se avesse provocato l’eiaculazione, molto probabilmente il gioco avrebbe avuto termine per ammosciamento di uno dei protagonisti.

Non so come in Danimarca le giovani vengano educate all’arte della pompa ma Oscar dopo alcune boccate glielo aveva sfilato dalla bocca per andare a cercare altri pertugi.

Il cuore mi si era riempito di gioia: io che nel primo momento erotico che avevo avuto con lui, dopo la terza lo avevo annientato con due pompe bolognesi consecutive – e si sa che le pompe bolognesi…! –

Pace, stima reciproca e letizia erano tornate nell’atmosfera di quella stanza.

Óscar aveva preso in pugno la situazione e si era messo a giocare con grande fantasia: mi aveva fatto rimettere supina e sopra di me aveva fatto allungare Ingrid ordinandole di tenere sollevato il bacino. In pratica le nostre bocche potevano baciarsi, le fighe no. Perché in quella di lei ci sarebbe entrato il suo mazzuolo. E così era avvenuto.

Figa protesa verso l’alto, Ingrid assaporava tutte le evoluzioni del cazzo di Oscar che già dopo poche fondate aveva sentito nell’intimo della sua cappella montare un precoce orgasmo e per questo spingeva a fondo il suo chiavare.

Ingrid mi stringeva spasmodicamente e di tanto in tanto le sue labbra si univano alle mie. Fra un ansimo e l’altro lui aveva farfugliato «Sto per venire… Vengo…!» E io, egoista come pochi, contavo che succedesse quanto prima, sperando che poi per effetto del turn over, l’oca tornasse di mia pertinenza. E l’oca esplose senza preavvisi nel più profondo della figa danese: «Ben larga e bollente.» l’immediato commento di lui. Comunque io che avevo sperato in un suo salto di figa…! – In fondo ne aveva una lì a pochi centimetri che già palpitava – ero rimasta a bocca asciutta.

Oscar ne era uscito provato. Si era messo sul divanetto e sosteneva con le mani il suo povero cazzo. Così moscio non l’avevo mai visto neppure dopo intense prolungate prove. L’avevo guardato con preoccupazione tanto che lui agitando la mano: «Non hai idea di quello che si va a provare a metterlo lì dentro. E come infilarlo in un aspirapolvere in funzione. Ti succhia anche il cervello.»

Avevo provato a scucirgli un paragone: «Più o meno come un bocchino satanico?» – Uno di quelli che gli imponevo io prima di partire per trasferte di lavoro.

«Amo, nelle tue pompe ho sempre trovato dolcezza, sentimento. Nella sua patonza c’è una forza occulta che tenta di sradicartelo per inghiottirlo. E lei, conscia che questo non può succedere, te lo succhia e risucchia. Solo dopo trenta secondi ero già sul punto di venire. Un’idrovora!»Oscar, aveva compiuto da poco studi tecnici –

Non avevo potuto che darle tutta la mia solidarietà. Anche se lui non poteva sapere che io quella figa l’avevo provata e capivo perfettamente la sua descrizione. Avevo cominciato a baciare lui e ad accarezzargli il povero pene. Improvvisamente in me era montata la fregola: con le labbra ero scesa al mento, al collo e giù lungo il torace. Mi sarei persa un po’ sul suo ventre, l’ombelico, poi avrei cercato di dargli qualche sferzata nel punto giusto per risvegliare il dormiente. Con la mano se lo stava tenendo scappellato, mi ero avvicinata a questo con la bocca e la lingua aveva compiuto un paio di zig-zag sull’intima pelle. Aveva avuto un sussulto, il mio Amo, facendomi perdere il contatto con il suo spento pene: «Tranquillo Amo. Se me lo lasci trastullare un po’ vedrai che torna bello come deve essere. Lo sai che sono brava io!»

Stranamente si era messo a parlare nel nostro dialetto: «Sai Amo, mi è venuto un’idea.» E, sempre perché la nostra amica non comprendesse – stava stremata sul letto ma comunque lì, a mezzo metro di distanza – mi aveva bisbigliato qualcosa nell’orecchio.

«Porco… Maiale… Per chi mi hai preso?» Non potevo certo assecondare subito quella bizzarra. Mi aveva profuso baci e carezze chiedendomi di non offendermi per la richiesta. Era poi stato un suo ragionamento a darmi l’appiglio per convincermi:

«Sono sicuro, Amo, che il mio ninnolo appena intercetta la vostra passione schizzerà in alto senza indugio. Ci saranno benefici per tutti. Poi mi sentirei veramente fiero di stare con una donna che non volta le spalle alla trasgressione. È il pepe dell’amore. Dai Amo, falle la proposta. Mica posso fargliela io? Pretenderebbe sicuramente qualche trombata in più. Invece le farò solo…» Non l’avevo lasciato finire, gli ero saltata sulle ginocchia: «Ti amo, Amo» e per qualche minuto mi godetti le sue lunghe e affusolate dita nella fregna.

Immagazzinato un po’ di energia libidinosa avevo girato attorno al letto ed ero arrivata sopra Ingrid. Assopita, sognava. Sognando si toccava il ciuffo. Era il momento giusto!

Avevo appoggiato, a rovescio, le labbra sulla sua bocca. Aveva aperto gli occhi e di conseguenza la bocca. Si era accorta pure che sull’altro lato del letto c’era Oscar, in piedi, che, come mi aveva prospettato aveva già il gingillo in erezione e se lo stava menando con sapiente grazia.

Ingrid aveva emesso un gridolino di gioia ed io avevo spostato la bocca sul suo seno. Non avevo dovuto chiederle nulla. In un attimo avevo già il volto fra le sue cosce e lei fra le mie. Languori, fremiti, umori. Lo spettacolo era proprio quello che Oscar si aspettava e se lo stava veramente pappando tutto sempre con il suo brando in pugno.

Il finale era stato da spettacolo pirotecnico: contorsioni, urletti, sospiri, frasi triviali – “vaccabusona…”, io. Incomprensibili grugniti nella sua lingua, lei -, poi gli schizzi con gli orgasmi. E ci eravamo agganciate con le bocche per festeggiare.

«Che bello, Amo! Mentre stavi sulla sua bocca mi era venuto forte il desiderio di strapparti da lei e di infilartelo. Amo, deve essere uno sballo! Ma visto che godevate a tutto spiano non me la sono sentita di staccarvi.»

«Se è per la nostra Amo la scena si può sempre ripetere» nel dirlo, Ingrid, si era messa nella giusta posizione e tanto avevo fatto io. Oscar aveva fatto tutto quello che ci voleva e io mi ero goduta una pecorina da sballo leccando la figa di Ingrid. Il copioso schizzo, Oscar lo aveva lasciato nella sua bocca.

Il bar-in-camera a Les Trois Mousquetaires è rifornitissimo e lo avevamo saccheggiato. In tutta allegria avevamo decantato così i postumi dell’amore che ci aveva uniti. Ed era stato proprio discorrendo sulle abitudini amorose dei popoli a cui apparteniamo che si era citato il bocchino satanico alla bolognese ed Ingrid se ne era incuriosita. Niente di più facile svelarne i segreti. Oscar era stato d’accordo e io avevo iniziato a dissertare sull’argomento con esempi pratici su Oscar. Ingrid dal canto suo, con l’iPhone, puntualmente li immortalava.

Certo che per me rimanere esclusivamente nell’ambito dimostrativo e didattico era un piccolo sacrificio e dopo qualche dimostrazione pratica: «Al diavolo didattica e divulgazione.» Mi ero fiondata a capofitto per fare di quell’esempio un piccolo capolavoro di sesso orale. Oscar, impegnato con la materia prima si era dimostrato d’accordo mettendo a disposizione l’uccello in perfetto tiraggio. Ingrid era affascinata da quell’arte e dalla mia passione nel praticarla. Si toccava ripetutamente fra le cosce e non nascondeva la forte eccitazione. Tanto che approfittando di un momento in cui riprendevo fiato aveva acchiappato il fallo e stava provando lei di assaporarne le delizie.

Non l’avesse mai fatto! Le ero saltata addosso con prepotenza e glielo avevo tolto di bocca. Ne era nata una baruffa senza esclusione di schiaffi e tirate di capelli. Insulti e maledizioni. Oscar con fare divertito prima aveva un po’ filmato quanto stava accadendo, poi ci aveva autorevolmente diviso cercando di riappacificarci.

«Non sia mai che qualcuno possa togliermi il tuo uccello dalla bocca.» Non avevo approvato il suo intervento pacificatore ma mi ero adeguata. Con aria alquanto stizzita mi ero rincantucciata sull’ormai famoso divanetto, testimone di tutta quell’allegoria. Ingrid, più offesa che mai si era velocemente rivestita e aveva sbattuto la porta nell’andarsene. Di lei non ho mai più avuto notizie. Né con SMS, né con WhatsApp.

Soli io e Oscar potevamo dare finalmente inizio alla nostra luna di miele.

Verso mattino, dopo aver stemperato ogni erotismo possibile, gli ho letto il breve racconto che avevo scritto la notte precedente nella più desolata solitudine. A lui è piaciuto tanto. Ecco quindi il testo pronto per i lettori  assieme a tutta la storia che gli è girata attorno.

Buona lettura.

Flavia Marchetti, Parigi, marzo 2019

PS – durante il viaggio di ritorno, il baldo giovane mi ha poi confessato che nella notte parigina che aveva voluto vivere da solo era finito a puttane nella zona di Saint-Denis. Tutto questo per poter poi dire agli amici che lui era andato a puttane a Parigi e aveva anche qualche selfie da far vedere. Però mi aveva chiesto di perdonarlo.

Per le impazienze di un ragazzo della sua età, due mesi sono interminabili. Se per questo anche per me. Sempre angosciata dalla paura che si concluda un periodo in cui sono tante le gioie che ricevo, ho deciso di festeggiare questo traguardo assecondando un suo grande desiderio: quello di portarlo con me a Parigi quando vado per lavoro. E ci vado abbastanza spesso.

Pur così giovane, lui lavora già in uno studio fotografico. E studia anche per iscriversi a un corso universitario di arte fotografica.

Della proposta parigina – solo tre giorni e due notti – ne è stato entusiasta.

Anche se il contesto letterario lo sopporterebbe, non posso descrivere la sua gioia e come l’ha riversata su di me. Un’esplosione! E il giorno dopo si è attivato a raccontare balle alla famiglia per giustificare la sua imminente assenza dal focolare domestico.

Ricordo che siamo una coppia osteggiata.

Due macchine fotografiche con relativo corredo.

Ha cominciato a scattare dal ceck-in in aeroporto.

Subito, di Parigi gli ho fatto vedere tutto quello che si poteva e che lui ha immortalato in decine di rullini – Non si è ancora rassegnato al digitale anche se con me si è sprecato in decine di selfie con l’iPhone –.

Pranzetti in bar a vin poi il soggiorno in un romantico Hotel dal nome turistico un po’ banale: Les Trois Mousquetaires.

La Francia è un Paese meraviglioso che non va a guardare fra le lenzuola e quindi non c’è l’obbligo di esibire documenti o certificati per trascorrere una notte d’amore. Ma già la prima, quella che doveva proprio essere un’ipotetica luna di miele, è iniziata male.

Oscar ha voluto affrontare da solo la notte parigina. Aveva già un progetto per un servizio fotografico che a suo dire avrebbe venduto a un’agenzia stampa. Ho approvato l’idea dicendo che gli avrei fatto volentieri da assistente ma lui decisamente ha detto che non mi voleva fra i piedi perché gli avrei turbato le idee.

Come ho detto prima, a lui concedo tutto e così ho fatto buon viso a triste sorte: mi sono rassegnata a passare la notte in quella romantica stanza con vista sulla Senna: quella che doveva essere il ring della nostra passione.

Mi sono portata in stanza un robusto pastis e quando l’ho finito ne ho ordinati altri due.

Mica si può rimanere indifferenti e inerti nella sfiga guardando la televisione! Fortunatamente oggi c’è sempre a disposizione il tablet su cui mi sono messa furiosamente a scrivere qualcosa.

Da pochi giorni il mio vecchio amico Tlìc, fotografo anche lui, d’altri tempi, passato poi all’arte pornografica, mi aveva raccontato in maniera nuda e cruda un piccante momento della sua movimentata vita.

Anche nei momenti più difficili che mi piombano addosso riesco sempre a trovare un qualcosa di proficuo e produttivo e avendo diverse richieste di racconti e piccole sceneggiature erotiche, cosa c’è di meglio di uno spunto marcato Tlìc – detto anche ’il Montone’ – per riempire una decina di cartelle? E ho cominciato a scrivere la storia fra fantasia, incazzatura e leggera ebbrezza alcolica.

Alle due di notte, bagnato come un pulcino – a Parigi quando piove, piove sul serio. Non come a Bologna dove trovi quaranta chilometri di Portici – è riapparso Oscar. Che, quasi senza salutarmi, si è infilato subito nel bagno. Ho sentito che tossiva continuamente. Ho sentito lo scroscio della doccia. Ho assunto la posa della moglie offesa. Ovvero mi sono girata sul lato opposto e ho atteso un suo movimento. Non è accaduto assolutamente nulla. Si è coricato a me di fianco, ha spento la luce e non si è più mosso da quel sonno che mi è sembrato fottutamente beato.

Sarebbe stata la prima volta che avremmo dormito assieme. “Maledetto!” Per tutta la notte mi sono arrovellata alla ricerca della vendetta che avrei potuto praticargli senza mettere a rischio di perderlo.

Al risveglio non ho più trovato accanto a me lo stesso aitante ragazzo di cui avevo voluto premiare il suo inesauribile vigore con quella fuga amorosa. Lo vedevo come una di quei ritratti d’un tempo su carta ingiallita dagli anni: oltre alla tosse, accusava dolori ad ogni movimento ma soprattutto aveva trentotto di febbre. L’ Hotel ci ha procurato un medico che lo ha spaventato a tal punto che aveva accettato di rimanere a letto per tutta quella giornata.

Ed ecco la mia piccola vendetta: abbandonarlo in quella stanza con la scusa che io a Parigi dovevo esserci per una missione di lavoro. Che era pur vero. Alle tre del pomeriggio, però, avevo già pranzato con il mio corrispondente e mi ero infilato in un Salon de Coifeur di fama per rinnovarmi in maniera parigina dalla testa ai piedi.

A sera, comunque, siamo usciti per cenare in un ristorante a pochi passi dall’Hotel.

Io, bella, perché i maestri parigini della bellezza mi avevano resa tale, ma immusonita. Lui, un rudere che tossiva ripetutamente e si muoveva come uno zombie.

Innanzi a quest’immagine il mio lato compassionevole prospettava già che sarei stata io a rimetterlo in sesto nella notte con baci, carezze e, anche qualche deciso rimbrotto. Invece il fine cena mi ha fatto sapere che l’arte fotografica aveva ancora bisogno ‘solo’ di lui. Che però “nel giro di un’ora” sarebbe di nuovo stato al mio fianco. Gli ho vomitato addosso tre minuti di improperi e me ne sono tornata in albergo con quello che dalle mie parti si dice: con il culo dritto.

Les Trois Mousquetaires è un rifugio con ogni comfort per amanti in fregola. Fra questi anche un rifornito porno shop, aperto 24 ore su 24 – le ore dell’amore –. L’ho subito adocchiato e visto che avrei dovuto trascorrere altre ore in penitente solitudine, sono entrata tanto per vedere se c’era qualche ammennicolo per artificiali consolazioni.

Un ambiente molto sobrio, con l’esposizione degli aggeggi e marchingegni in teche essenziali e luminose.

Gestiva quelle sale una ragazza di intrigante bellezza. Il suo volto era simile a una scultura lignea.

Mi era venuta incontro e con un francese un po’ straniero: «Sono Ingrid. Sono danese. Questa bottega è tutta roba mia. Posso esserti utile?»

«Non so neanch’io. È così una giornata storta, oggi.»

«Sei di una bellezza particolare, non sembri neppure francese.» Sorrideva. Il sorriso illuminava tutto quel suo volto così spigoloso.

«Infatti, sono italiana.»

«Ah, italiana! Ho sempre desiderato avere un amore italiano.»

«Io che ce l’ho te lo sconsiglio.» Sicuramente mostravo un’espressione disperata e forse proprio accorgendosi di questa disperazione mi aveva preso i polsi e si era addossata a me. Sentivo forte il suo odore di femmina, il calore del suo corpo. In un malo italiano, con il volto a pochi centimetri dal mio, aveva farfugliato: «Posso?» e mi ero ritrovata le sue labbra sulle mie. Non mi ero tirata indietro. Come non l’avevo fatto altre volte in situazioni analoghe quando ci avevano provato mie amiche con quelle stesse passioni. Poi, lei mi aveva accarezzato una poppa e per tutta la schiena avevo sentito scorrazzare un brivido. Avevo socchiuso le labbra e la sua lingua era entrata prepotente. Unite le salive ci eravamo lasciate andare ad un festival di labbra e lingue con risucchi e mordicchiamenti. Lei poi spintomi contro la parete dove c’era una porticina mi ha lì fatta entrare: un ripostiglio senza alcuna luce. Qui staccateci per un attimo mi è sfuggito un sorriso, anche se al buio non poteva venire notato, e un inequivocabile: «Merci!» Intanto Ingrid, trovato l’interruttore aveva dato luce all’angusto bugigattolo: era uno spogliatoio e c’erano specchi su ogni parete. In quel preciso momento lei stava alle mie spalle. Mi aveva stretto a sé e stava facendo tutto quello che si può fare con la bocca sul collo e nelle orecchie. Fremiti scorrazzavano per tutto il mio sistema nervoso. Sotto cominciavo a colare. Aveva dita maestre di palpeggi a poppe e capezzoli. Non capivo più niente. Avrei preso volentieri io in pugno la situazione ma il petting di Ingrid era totalizzante.

Poi, diciamocelo anche adesso, mi stava piacendo tanto e, ero ipnotizzata soprattutto dagl’intriganti bagliori che percorrevano in ogni direzione le sue pupille. Immaginavo il vortice di eccitazione che turbinava in quella sensuale femmina. E allora se un vortice era già in movimento tuffiamoci dentro senza remore.

Avevo staccato le sue mani dal mio seno e sorridendo, con calma mi ero messa a slacciare uno dopo l’altro i bottoni della giacca.

Le mani di Ingrid si erano allora posate sulla mia faccia. L’aveva stretta con passione. Le sue labbra erano tornate sulle mie. Le mie mani invece che avevano concluso il primo percorso con la giacca avevano ripreso con i bottoni della camicetta.

A quel punto le labbra di Ingrid scorrazzavano liberamente sulla mia pelle nuda. Quella stessa che nel pomeriggio massaggi e balsami del Salon de Beauté Elixir l’avevano vellutata proprio per le carezze di Oscar e che invece in quel momento non vedevo l’ora fosse Ingrid a metterle in pratica.

Lei si era messa d’impegno a sciogliere i complicati ganci del reggiseno, ch’era finito anch’esso a terra. Io ho completato liberandomi dalla gonna. Ero rimasta innanzi a lei abbigliata solo con scarpe, calze e il minuscolo perizoma evidentemente fradicio di umori nella patta anteriore.

Le pareti di specchio mi mostravano in ogni angolazione. L’orgoglio mi faceva compiacere dei miei trent’anni.

Ingrid non aveva perso tempo e dopo aver esclamato un qualche cosa nel suo disumano idioma si era data da fare con alcune zip del suo vestiario apparendo così ‘sbucciata’ e completamente nuda.

Anche se il mio mestiere è solo quello di scrivere non ho nessuna vergogna a raccontare come è proseguito quel casuale incontro.

La bella danese – Che è veramente una gran figa! – Dopo aver indugiato con la lingua sulle ‘noccioline’ delle mie tette si è inginocchiata e fatto cadere l’inutile straccetto fra le cosce si è lì inserita con la bocca per farmi percepire sensazioni che non immaginavo fruibili da esseri umani. Lasciatami andare con la schiena contro uno specchio sono rimasta in balia della sua lingua che stanato il clitoride lo ha lavorato con maestria. L’orgasmo mi era piombato addosso e con lui un’inarrestabile colata di intimi liquidi. E avevo anche urlato.

In piedi, appoggiate alla parete ma abbracciate, ero stata da lei coccolata con la mano fra le cosce finché non l’ho rassicurata che ogni fremito si era chetato.

«Sei una forza della natura, Ingrid» Avevo voluto dirglielo nella mia lingua. Lei ha capito perfettamente.

Se valesse un’ipotetica netiquette, a quel punto, a darle piacere avrei dovuto essere io. Avevo fatto le mosse per ripetere quanto lei aveva fatto con me, anche se ero sicura che non avrei potuto minimamente eguagliarla. Lei però con alcuni gesti si era tirata indietro. Aveva lasciato che gliel’accarezzassi e a me era venuto naturale farle un ditalino con la medesima arte con cui colmo la solitudine nelle serate in cui nessuno mi fuma. L’ho fatto con gesti di grande semplicità ma con tanto affetto. «Oh Chéri! Sapevo che voi italiane siete maestre d’amore. Credevo questo solo con i vostri uomini. Non dimenticherò mai più questo godimento.» Si era stretta a me con vigore e contraendo tutta la muscolatura era venuta sulla mia mano.

Al bar della reception avevamo sorseggiato due abbondanti Negroni. Ci eravamo raccontate nostre cose con tante risate come due vecchie amiche. Io le avevo allora parlato di Óscar e di come si era comportato con me in quella vacanza. E qui il dialogo aveva cominciato a stupirmi.

Mentre la ragazza del bar ci porgeva i Negroni, Ingrid aveva spinto verso di lei il volto socchiudendo gli occhi. Lei le aveva passato la lingua fra le labbra. Di seguito, Ingrid aveva voluto chiarire: «Non sono lesbica. Voglio essere solo un’ispiratrice di piacere. Quello che ti fa fremere… che ti porta all’orgasmo e deve sempre farti squirtare…. Considerami una vestale del piacere. – aveva riso sonoramente. Non era da lei farlo… ma forse il Negroni… – Da un paio di anni vivo con Henry che è un gran bel maschio. Se non ci sono impedimenti fisiologici lo si fa sempre ogni giorno e sempre senza esclusione di varianti. Ieri però…  – e qui Ingrid ha fatto una pausa e mi ha fissato intensamente. Ha abbassato la voce e… – quando ti ho visto qui alla reception, fiera e spavalda al braccio del tuo giovane leone mi sono detta: “questa non me la posso far scappare. Da questa debbo riuscire a farmi schizzare in faccia”. Non avevo mai provato una attrazione così pressante verso una persona mai vista prima. Oggi poi quando ho notato che ti aggirarvi nel mio negozio e, così com’è andata di seguito, compreso questo Negroni che stiamo sorbendoci serenamente, mi fa credere che la candela che ho acceso ieri sera a Notre Dame ha sortito il suo benefico effetto. Non ci crederai ma sono molto credente.»

Non avevo potuto dire che anch’io lo ero.

Un modo così tortuoso per una dichiarazione sentimentale non me lo sarei mai immaginata neppure da uno dei miei più improbabili personaggi. Avevo trangugiato d’un colpo la bevanda e la sferzata alcolica mi aveva messo in testa una serie di idee una più folle dell’altra, assieme a tutta l’energia e la determinazione per realizzarle.

Mi ero alzata di scatto e preso la bionda danese per un polso l’avevo costretta a riaprire la bottega che aveva momentaneamente chiuso per il nostro drink: «Devo fare acquisti per la notte».

Quando la porta si era richiusa dietro le nostre spalle ero stata io a girare la chiave al contrario.

L’avevo presa per mano e stavo conducendola verso lo sgabuzzino di prima. Ma lei, mi aveva fatto una carezza e dirottata verso un’altra porticina: Una stanzetta molto più confortevole e soprattutto con un letto. Non ci eravamo dette nulla. In un attimo eravamo nude e allacciate ognuna con la bocca sul sesso dell’altra.

Sentivo la sua lingua impazzare fra le mie labbra di sotto. Il godimento era immenso e non riuscivo a controllare l’abbondante colatura che finiva nella sua bocca. Allo stesso tempo, io stessa cercavo di mantenere quel ritmo nella sua figa che in fatto di umori non era da meno della mia. Tutt’e due sospiravamo sonoramente la nostra eccitazione. Ogni volta che prendevamo fiato ci dicevamo quanto ci passava per la testa: da lei intensi messaggi d’amore. Da me, scurrili trivialità.

Quella sera ho imparato che il 69 è una fantastica frenesia!

Sfinite dall’orgasmo ci eravamo concesse un lungo abbraccio, questa volta, bocca sulla bocca.

Dopo pochissimo Ingrid era già pronta per ricominciare le danze. Le sue mani non stavano più ferme e si producevano in astruse carezze sempre più coinvolgenti. Facendomi forza l’avevo dissuasa con un secco comando: «Fermati! Adesso vestiti e basta giocherellare fra me e te. Stasera ho deciso di giocare pesante.»

Prima, mentre sorseggiavamo i nostri drink lei mi aveva confidato che dopo avermi notato al braccio di Oscar, per tutta la notte aveva immaginato di essere nella mia stessa stanza e di guardarmi mentre godevo in forsennati amplessi con lui. E allora perché non realizzare il sogno?

Oscar aveva detto: “Dovrei essere di ritorno nel giro di un’ora”. Da qualche minuto l’ora era trascorsa. La tessera magnetica che apriva la porta della stanza era ancora al suo posto.

Di nuovo ci eravamo sedute al bar proprio mentre nel cielo parigino scoccavano fragorose saette. In quel momento Oscar era entrato nella hall.

Oscar, pur infreddolito e bagnato fradicio si dimostrò ben contento di far la conoscenza della mia nuova amica. Arrossendo quando dopo averlo fatto riscaldare con un bollente punch gli avevo prospettato il nostro progetto per la serata. Mentre gli spiegavo che a me avrebbe fatto piacere mostrarmi mentre godevo sotto un bel ragazzo quale lui, Ingrid mi aveva interrotta per aggiungere che lei lo aveva già sognato in un analogo momento e si era anche masturbata. In lei era rimasto forte il desiderio di provarlo nella realtà.

Si era grattato a lungo la testa, il bel giovane, prima di esprimersi sulle nostre folli proposte: «E se dovessi mai non portare a termine quanto vi aspettate da me… Cioè, se non mi si drizzasse?» Intanto io avevo appoggiato una mano sui suoi calzoni fradici e spostando la mano di qualche centimetro avevo già constatato che questo non aveva possibilità di accadere. Solo a parlarne era già pronto all’uso. L’espressione del mio volto era stata eloquente. Ingrid era scoppiata in una risata. Oscar era arrossito e: «Vedo che siete decise a volere la guerra. E la guerra avrete. Certo che solo Parigi poteva coalizzare due porche così.»

“Sei la mia bella porca!” era l’esclamazione che usciva dalla sua bocca ogni volta che lo portavo ad un forte orgasmo.

Ingrid avvisò il suo Henry che si sarebbe trattenuta alla bottega fino a tardi – In hotel era giunto un pullman di orientali ed erano molto incuriositi dalla sua marchandise: la scusa – e aveva ammansito la contrarietà di lui con la promessa di un’alba di fuoco che gli avrebbe riservato. Mi aveva sorriso, lei, mentre al telefono elencava erotismi per rendere credibile la sua promessa. In ascensore poi ci eravamo abbracciate in allegria per la soddisfazione della nostra neonata complicità.

La stanza era confortevole, ben arredata. Un ampio letto, il guardaroba, un tavolo, qualche sedia e un frivolo divano proprio a lato del letto. Ingrid si era posizionata su questo: poltrona in prima fila per lo spettacolo. Appena accomodatasi si era tolto scarpe e calze. Dal bagno usciva il rumore dello scroscio d’acqua che stava riscaldando Oscar. Lui, sotto questo passava in rassegna ai punti che sarebbero stati coinvolti nella successiva tenzone. Piccole mosse per saggiarne l’immediata reazione. Aveva poi deciso che, per quanto si aspettava da quella notte era superfluo indossare biancheria per presentarsi alle signore presenti. Così eseguito tutto il ceck corporeo, Oscar si era presentato in stanza in tutto il suo splendore.

«Parbleu! – era sfuggito a Ingrid – Ma ce l’ha il doppio di quello di Henry!»

«Può essere – avevo cercato di minimizzare – Ma lui ha modi molto delicati.»

Come calamitata da quella visione, Ingrid era andata verso quello che le pareva un miraggio e con grande rispetto l’aveva preso in mano. Si era inginocchiata e sicuramente l’avrebbe portato alla bocca ma ebbe la delicatezza di volgere lo sguardo verso di me. Ero rimasta seria, molto seria! e avevo scosso la testa in segno di no. Ritornata al divano, Ingrid, aveva armeggiato con l’iPhone per immortalare quel monumento. Intanto anch’io mi ero denudata e avevo cercato di arrampicarmi, senza riuscirci, su Oscar. Aveva dovuto provvedere lui a sollevarmi tenendomi ben stretta a sé. Le sue robuste mani su cui appoggiavano le mie natiche avevano colto l’occasione perché le dita mi stuzzicassero il buco del culo. Ingrid ebbe il buon gusto di immortalare anche questo.

Cominciavo a sentire fremiti e languori nel basso ventre. La figa aveva già la giusta lubrificazione per entrare in azione. Adesso tutti e tre eravamo nello stesso stato di nudità. Oscar con somma delicatezza mi aveva adagiato sulle coltri. Sul divano Ingrid, platealmente a gambe aperte, stava già trastullando l’agitato clitoride.

Come sua buona abitudine Oscar, aveva fatto scorrere alcune volte il suo meraviglioso strumento nella mia impaziente crepa. Lui, però, aveva voluto anticipare l’introduzione con un appassionato bacio: “Ruffiano!”, perché non fu che un imbonimento per chiedere: «Questa però dopo me la fai trombare. Vero?»

Non ero proprio convinta del tutto ma come potevo rifiutare e far polemica con quel ninnolo che stava inesorabilmente entrando in me. Nell’alone di piacere che prendeva corpo attorno a me avevo mugugnato un qualcosa che poteva interpretarsi come assenso, tanto che lui aveva ringraziato con “Amo, sei un amore!”. Solo che, il porco, per farsi bello verso la bionda danese – Bionda anche nel pelo pubico! –, aveva interrotto il magico rito della penetrazione per volgersi verso di lei con qualche parola rassicurante. «Dove vai… – avevo gridato – Maiale!» E il meraviglioso itinerario del suo cazzo era ricominciato.

La pre–trombata è fatta di piccoli movimenti che ogni volta assaporo con tanta concentrazione. Sono proprio queste semplici premure le cose che mi danno forza ed energia per difendere il nostro amore da tutte le convenzioni che lo vorrebbero cancellare perché forse immorale.

Appena l’avevo sentito tutto dentro e il suo scroto che dava il ritmo fra le cosce  – Oscar, mi aveva preso, lui in piedi, io al bordo del letto – mi ero messa a  gridare di gioia. Lo faccio sempre. E c’era stato chi l’aveva interpretato come un richiamo: due calde labbra e una sapiente lingua avevano zittito il mio clamore. Ingrid era sopra di me per partecipare anche lei al mio godimento. Le avevo bloccato il volto e non l’avevo più mollata finché non avevo sentito sgocciolare dalla figa lo sperma del mio amante.

Parigi sarà sempre per me una città fantastica.

L’amore mi aveva letteralmente sfiancato. Giacevo supina, gli occhi sull’omogeneo soffitto con sguardo più ebete che beato. Nel rilassamento più totale sentivo attenuarsi lentamente i benefici che avevo ricevuto dal godimento. “Dio, Oscar quanto sei stato meraviglioso!”. E lui, era lì, innanzi e sopra di me che mi guardava con un’espressione che esprimeva tutta la soddisfazione che anche lui aveva ricevuto dal nostro amplesso. Io avevo appoggiato lo sguardo sul suo cazzo: «Madonna, Amo! Ce l’hai più grosso e dritto di prima!» Così eretto e perpendicolare al suo ventre era un vero spettacolo da non perdere. Avevo allungato una mano e glielo avevo accarezzato: era ancora intriso di tutti quanti gli humus che si erano radunati poc’anzi nella mia vagina. Una complice strizzata d’occhio e avevo portato le dita fra le labbra leccandomele. Lui aveva interpretato quella mia affettuosità come desiderio e si era lasciato andare con la bocca sulla mia farfallina dando di lingua a più non posso: «Oh Amo, potrei morire!» avevo balbettato e lui, che conosceva i ritmi dei miei desideri, con un affettuoso bacio in loco si era ritirato.

Sempre sullo stesso letto, di fianco a me sedeva Ingrid che, porca come poche, a gambe aperte con le dita teneva la passera ben aperta. A onor del vero debbo dire che è una gran bella passera: pettinata nel pelo che la contorna, con tanti vividi rosa al suo interno che fanno intendere cura e ottima salute.

Recepito il richiamo, Oscar aveva volto il ventre verso di lei. D’altronde si era tutti d’accordo che dovesse succedere. Comunque nessuno oggi può togliermi il diritto di dire che:… Ingrid si era dimostrata porca come poche! Sottolineo: “porca come poche”.

Oscar le aveva accarezzato la testa e lei, rassicurata, glielo aveva preso in bocca. Una scena che aveva ferito il mio orgoglio. D’altronde il gioco l’avevo inventato e voluto io e adesso al gioco bisognava stare. Mi ero ripresa dal mio rilassamento e mi ero posizionata fra la bocca di Ingrid e l’uccello di Oscar, proprio sotto al suo scroto. Una visione privilegiata per assistere al bocchino. Ma bocchino non fu. Forse sia lei che lui valutarono che se avesse provocato l’eiaculazione, molto probabilmente il gioco avrebbe avuto termine per ammosciamento di uno dei protagonisti.

Non so come in Danimarca le giovani vengano educate all’arte della pompa ma Oscar dopo alcune boccate glielo aveva sfilato dalla bocca per andare a cercare altri pertugi.

Il cuore mi si era riempito di gioia: io che nel primo momento erotico che avevo avuto con lui, dopo la terza lo avevo annientato con due pompe bolognesi consecutive – e si sa che le pompe bolognesi…! –

Pace, stima reciproca e letizia erano tornate nell’atmosfera di quella stanza.

Óscar aveva preso in pugno la situazione e si era messo a giocare con grande fantasia: mi aveva fatto rimettere supina e sopra di me aveva fatto allungare Ingrid ordinandole di tenere sollevato il bacino. In pratica le nostre bocche potevano baciarsi, le fighe no. Perché in quella di lei ci sarebbe entrato il suo mazzuolo. E così era avvenuto.

Figa protesa verso l’alto, Ingrid assaporava tutte le evoluzioni del cazzo di Oscar che già dopo poche fondate aveva sentito nell’intimo della sua cappella montare un precoce orgasmo e per questo spingeva a fondo il suo chiavare.

Ingrid mi stringeva spasmodicamente e di tanto in tanto le sue labbra si univano alle mie. Fra un ansimo e l’altro lui aveva farfugliato «Sto per venire… Vengo…!» E io, egoista come pochi, contavo che succedesse quanto prima, sperando che poi per effetto del turn over, l’oca tornasse di mia pertinenza. E l’oca esplose senza preavvisi nel più profondo della figa danese: «Ben larga e bollente.» l’immediato commento di lui. Comunque io che avevo sperato in un suo salto di figa…! – In fondo ne aveva una lì a pochi centimetri che già palpitava – ero rimasta a bocca asciutta.

Oscar ne era uscito provato. Si era messo sul divanetto e sosteneva con le mani il suo povero cazzo. Così moscio non l’avevo mai visto neppure dopo intense prolungate prove. L’avevo guardato con preoccupazione tanto che lui agitando la mano: «Non hai idea di quello che si va a provare a metterlo lì dentro. E come infilarlo in un aspirapolvere in funzione. Ti succhia anche il cervello.»

Avevo provato a scucirgli un paragone: «Più o meno come un bocchino satanico?» – Uno di quelli che gli imponevo io prima di partire per trasferte di lavoro.

«Amo, nelle tue pompe ho sempre trovato dolcezza, sentimento. Nella sua patonza c’è una forza occulta che tenta di sradicartelo per inghiottirlo. E lei, conscia che questo non può succedere, te lo succhia e risucchia. Solo dopo trenta secondi ero già sul punto di venire. Un’idrovora!»Oscar, aveva compiuto da poco studi tecnici –

Non avevo potuto che darle tutta la mia solidarietà. Anche se lui non poteva sapere che io quella figa l’avevo provata e capivo perfettamente la sua descrizione. Avevo cominciato a baciare lui e ad accarezzargli il povero pene. Improvvisamente in me era montata la fregola: con le labbra ero scesa al mento, al collo e giù lungo il torace. Mi sarei persa un po’ sul suo ventre, l’ombelico, poi avrei cercato di dargli qualche sferzata nel punto giusto per risvegliare il dormiente. Con la mano se lo stava tenendo scappellato, mi ero avvicinata a questo con la bocca e la lingua aveva compiuto un paio di zig-zag sull’intima pelle. Aveva avuto un sussulto, il mio Amo, facendomi perdere il contatto con il suo spento pene: «Tranquillo Amo. Se me lo lasci trastullare un po’ vedrai che torna bello come deve essere. Lo sai che sono brava io!»

Stranamente si era messo a parlare nel nostro dialetto: «Sai Amo, mi è venuto un’idea.» E, sempre perché la nostra amica non comprendesse – stava stremata sul letto ma comunque lì, a mezzo metro di distanza – mi aveva bisbigliato qualcosa nell’orecchio.

«Porco… Maiale… Per chi mi hai preso?» Non potevo certo assecondare subito quella bizzarra. Mi aveva profuso baci e carezze chiedendomi di non offendermi per la richiesta. Era poi stato un suo ragionamento a darmi l’appiglio per convincermi:

«Sono sicuro, Amo, che il mio ninnolo appena intercetta la vostra passione schizzerà in alto senza indugio. Ci saranno benefici per tutti. Poi mi sentirei veramente fiero di stare con una donna che non volta le spalle alla trasgressione. È il pepe dell’amore. Dai Amo, falle la proposta. Mica posso fargliela io? Pretenderebbe sicuramente qualche trombata in più. Invece le farò solo…» Non l’avevo lasciato finire, gli ero saltata sulle ginocchia: «Ti amo, Amo» e per qualche minuto mi godetti le sue lunghe e affusolate dita nella fregna.

Immagazzinato un po’ di energia libidinosa avevo girato attorno al letto ed ero arrivata sopra Ingrid. Assopita, sognava. Sognando si toccava il ciuffo. Era il momento giusto!

Avevo appoggiato, a rovescio, le labbra sulla sua bocca. Aveva aperto gli occhi e di conseguenza la bocca. Si era accorta pure che sull’altro lato del letto c’era Oscar, in piedi, che, come mi aveva prospettato aveva già il gingillo in erezione e se lo stava menando con sapiente grazia.

Ingrid aveva emesso un gridolino di gioia ed io avevo spostato la bocca sul suo seno. Non avevo dovuto chiederle nulla. In un attimo avevo già il volto fra le sue cosce e lei fra le mie. Languori, fremiti, umori. Lo spettacolo era proprio quello che Oscar si aspettava e se lo stava veramente pappando tutto sempre con il suo brando in pugno.

Il finale era stato da spettacolo pirotecnico: contorsioni, urletti, sospiri, frasi triviali – “vaccabusona…”, io. Incomprensibili grugniti nella sua lingua, lei -, poi gli schizzi con gli orgasmi. E ci eravamo agganciate con le bocche per festeggiare.

«Che bello, Amo! Mentre stavi sulla sua bocca mi era venuto forte il desiderio di strapparti da lei e di infilartelo. Amo, deve essere uno sballo! Ma visto che godevate a tutto spiano non me la sono sentita di staccarvi.»

«Se è per la nostra Amo la scena si può sempre ripetere» nel dirlo, Ingrid, si era messa nella giusta posizione e tanto avevo fatto io. Oscar aveva fatto tutto quello che ci voleva e io mi ero goduta una pecorina da sballo leccando la figa di Ingrid. Il copioso schizzo, Oscar lo aveva lasciato nella sua bocca.

Il bar-in-camera a Les Trois Mousquetaires è rifornitissimo e lo avevamo saccheggiato. In tutta allegria avevamo decantato così i postumi dell’amore che ci aveva uniti. Ed era stato proprio discorrendo sulle abitudini amorose dei popoli a cui apparteniamo che si era citato il bocchino satanico alla bolognese ed Ingrid se ne era incuriosita. Niente di più facile svelarne i segreti. Oscar era stato d’accordo e io avevo iniziato a dissertare sull’argomento con esempi pratici su Oscar. Ingrid dal canto suo, con l’iPhone, puntualmente li immortalava.

Certo che per me rimanere esclusivamente nell’ambito dimostrativo e didattico era un piccolo sacrificio e dopo qualche dimostrazione pratica: «Al diavolo didattica e divulgazione.» Mi ero fiondata a capofitto per fare di quell’esempio un piccolo capolavoro di sesso orale. Oscar, impegnato con la materia prima si era dimostrato d’accordo mettendo a disposizione l’uccello in perfetto tiraggio. Ingrid era affascinata da quell’arte e dalla mia passione nel praticarla. Si toccava ripetutamente fra le cosce e non nascondeva la forte eccitazione. Tanto che approfittando di un momento in cui riprendevo fiato aveva acchiappato il fallo e stava provando lei di assaporarne le delizie.

Non l’avesse mai fatto! Le ero saltata addosso con prepotenza e glielo avevo tolto di bocca. Ne era nata una baruffa senza esclusione di schiaffi e tirate di capelli. Insulti e maledizioni. Oscar con fare divertito prima aveva un po’ filmato quanto stava accadendo, poi ci aveva autorevolmente diviso cercando di riappacificarci.

«Non sia mai che qualcuno possa togliermi il tuo uccello dalla bocca.» Non avevo approvato il suo intervento pacificatore ma mi ero adeguata. Con aria alquanto stizzita mi ero rincantucciata sull’ormai famoso divanetto, testimone di tutta quell’allegoria. Ingrid, più offesa che mai si era velocemente rivestita e aveva sbattuto la porta nell’andarsene. Di lei non ho mai più avuto notizie. Né con SMS, né con WhatsApp.

Soli io e Oscar potevamo dare finalmente inizio alla nostra luna di miele.

Verso mattino, dopo aver stemperato ogni erotismo possibile, gli ho letto il breve racconto che avevo scritto la notte precedente nella più desolata solitudine. A lui è piaciuto tanto. Ecco quindi il testo pronto per i lettori  assieme a tutta la storia che gli è girata attorno.

Buona lettura.

Flavia Marchetti, Parigi, marzo 2019

PS – durante il viaggio di ritorno, il baldo giovane mi ha poi confessato che nella notte parigina che aveva voluto vivere da solo era finito a puttane nella zona di Saint-Denis. Tutto questo per poter poi dire agli amici che lui era andato a puttane a Parigi e aveva anche qualche selfie da far vedere. Però mi aveva chiesto di perdonarlo.

©FLAVIAMARCHETTI-2019

Lascia un commento

GigitoPC informatica indirizzo: via Argentina Altobelli 28, 40133, Bologna (Solo su appuntamento) GigitoPC informatica indirizzo: via Argentina Altobelli 28, 40133, Bologna (Solo su appuntamento) Icona storia GigitoPC informatica telefono: 348.09.33.582 GigitoPC informatica telefono: 348.09.33.582 GigitoPC informatica whatsapp: 348.09.33.582 GigitoPC informatica whatsapp: 348.09.33.582 GigitoPC informatica email: info@informaticabologna.it GigitoPC informatica email: info@informaticabologna.it Icona freccia destra Gigitopc informatica Facebook Profilo social Facebook Gigitopc informatica Gigitopc informatica Twitter Profilo social Twitter Gigitopc informatica Gigitopc informatica Linkedin Profilo social Linkedin Gigitopc informatica Gigitopc informatica Pinterest Profilo social Pinterest Gigitopc informatica