Le porkeriole di Flavia

diario e fantasie di una scrittrice di bella presenza

Oh mamma, anche tu!

Flavia dal 2005 pubblica con l’editore Enstooghard del dr.Hans Stortoghårdt in Borgergade 9, 1300 København

©Flavia Marchetti 2019

venerdì 23 luglio 2019 risveglio alla buon’ora

Non appena la luce ha inondato la stanza ho aperto gli occhi e mi sono alzata.

La notte è stata movimentata assai. Per lungo tempo i due miei compagni di letto si sono impegnati nel loro rituale amplesso: «Così… Così… Ancora, ancora… Tutto, tutto dentro… Mmmhh!… Sì… Sììì! Oh, Oscar… Che bello! – poi dopo un breve lasso di tempo, con tutta la cantilenante armonia della cadenza bolognese, un sussurro – Mo ci sai ben fare, vè, Cinnazzo[1] mio!» Ed era iniziata la spola dei due fra il bagno e il letto.

Io, con grande discrezione, ai primi segnali dell’eccitazione che stava montando, avevo loro girato le spalle nonostante qualche approccio di Oscar di tirarmi nel vortice. Addirittura aveva provato ad infilarsi con il cazzo sotto la succinta veste che indosso di notte: un bollente dardo a cui però avevo saputo resistere. E mi sono immersa nella lettura dell’e–book: Dostoevskij, I Diavoli. Ancora qualche rigurgito di passione da parte dei due amanti poi i loro regolari respiri hanno accompagnato il prosieguo della mia lettura.

Stamattina, levatami in piedi di buon’ora ho osservato i loro corpi nudi, supini e rilassati nella serenità dell’appagamento. Sìmone mantiene sul volto un alone di sorriso forse perché una mano di lui giace ancora abbandonata sul suo villoso pube. Oscar, pare il ritratto della prestanza sessuale con il suo bell’uccello in primo piano in quella che passa sotto il nome di erezione del mattino. Che ha provocato in me un eloquente fremito e, perché no, un inopportuno pensiero. Mi sono rassegnata a scendere gli undici scalini per preparare la colazione per tutti.

La Moka e I belong to you

Il gorgogliare della moka si fonde con le note a basso volume di I belong to you che dalla play list che ho lanciata mi sta tenendo compagnia mentre colmo alcune tazzine con differenti gusti di marmellate. Ripenso a questi ultimi giorni trascorsi a tre, come si è deciso con Sìmone e Oscar. Sono trascorsi in grande armonia. E tutto sta a presagire che non vi sia pericolo per gelosie e piccole invidie. Sembra proprio che tutti e tre stiamo credendo in questo esperimento e che vogliamo continuarlo. Proprio la notte appena trascorsa ne è stata la dimostrazione: due modi ben distinti di trascorrerla. Uno accanto agli altri senza reciproche interferenze.

Sobbalzo: mani che mi cingono i fianchi…. Labbra che mi baciano sul collo. Sodo contro di me un qualche cosa che non faccio fatica a riconoscere: «Ho sentito che ti alzavi e ho pensato di darti una mano per la colazione.»

«Forse è meglio – riferendomi a quella cosa soda che continuava a premermi contro il sedere – che tu vada a pisciare.»

«Già fatto, Cara. È tutto naturale. Spontaneo. Fa tutto lui da solo.» Un bel sorriso.

«Ma questa notte con tutto il traffico che avete smistato non ne sei uscito sazio?»

«Eccome! Fino a qualche minuto fa lo ero. Ma quando mi trovo di fronte a te un po’ disabbigliata succede che mi si drizzi.»

Mi giro e trovandomelo faccia a faccia, lì a pochi centimetri, così bello-nudo, qualcosa del genere succede anche in me. Glielo prendo in mano e sollevata di pochi centimetri la veste me lo sfrego voluttuosamente contro il boschetto della crepa.

Lui, pragmatico: «In piedi, da dietro?»

«Aspetta…» Mi isso sul mobiletto e gliela propongo così.

Si attacca ai capezzoli e con succhiotti e leccatine rende rorida la figa che avrebbe voluto subito leccare. E fa anche la mossa di abbassarsi: «No Oscar. Ne ho troppa voglia… Vienmi dentro prima che puoi!» E lì, nella mia posizione dominante, non faccio altro che allargare le cosce. Non ci sono anteprime. Il cazzo di Oscar, duro e caldo come si è presentato fra le mie mani, entra in me senza neppure dover bussare.

Il suo muoversi è lento…. Una lentezza fatta perché ognuno gusti tutte le pieghe del sesso dell’altro. Il cazzo conquista la mia vagina centimetro dopo centimetro. Le soste sono abbandoni che rincorro stringendolo e cercando di inghiottirlo. Intanto mi bagno a tutto spiano. Lo sento in fondo alla figa. Lì, sta cercando di spingersi oltre ma anche il suo bell’uccello ha un principio e una fine e i testicoli non sono ammessi. Lui si intestardisce nel provarci… Ci riprova… Spinge… Spinge ancora: «Dio che bello!» La cappella torna sui propri passi e indugia sulla soglia delle grandi labbra per farmi gustare la corona fra glande e prepuzio. Da qui scatena un dentro-fuori forsennato che annulla ogni mia ipotesi strategica di gestione dell’orgasmo. Non riesco a far altro che godermi il suo ritmo e le evoluzioni del suo cazzo: «Sto venendo Amo… Stringimelo forte con la figa.» Impiego tutte le mie forze e così parte anche il mio orgasmo.

«Cazzo Amo, sei stato una bomba. Ho sborra che mi esce anche dal buco del culo.»

«Prima o poi succederà.» dice lui con fare sarcastico ipotecando il futuro.

Apoggiata allo stipite della porta, Sìmone ci sta guardando divertita: «Sì, proprio un bell’hard–core! Così di primo mattino»

Palazzo[2] batte otto rintocchi

Se c’è una cosa bella in Oscar è il suo impegno a mantenere un fisico atletico. Secondo me e Sìmone, anche trombare per lui è un esercizio per mantenere in forma il corpo. Così dopo il reciproco godimento si fa una doccia e, calzoncini, maglietta della sua squadretta di calcetto, Nike podistiche… e: «Io ragazze, approfitto di essermi alzato di buon’ora per fare una corsetta prima di andare al lavoro.» Bacio a me, bacio a lei e se ne va.

«Fanatico! – si lascia sfuggire Sìmone – Va bene che stanotte me ne ha dato in abbondanza, ma assistendo alla vostra chiavata me ne era tornata voglia.»

In effetti, anch’io, ligia alla mia fama di ingorda non avrei detto di no a una seconda o anche solo a un’appassionata leccata di figa. Una mancanza di cui mi sto lamentando con tutta la comprensione di Sìmone che con affetto mi cinge il volto con le mani mentre le sue labbra riversano la loro comprensione prendendo fra di esse il mio naso. Una novità per noi due che fa salire la pressione libidinosa . Attacco io con decisione e in men che non si dica ci ritroviamo ognuna con le poppe dell’altra fra le mani: «Che si fa adesso, così di primo mattino?»

Rispondo con ovvietà: «Quello che si fa di notte.» e le mie dita sono nella sua figa.

«Allora mi ami?» La spingo contro la parete: io masturbo lei, lei lo fa con me. Ci diciamo cose già dette ma sempre meravigliose.… Poi è il tappeto ad accoglierci per l’inevitabile 69.

Palazzo batte per la seconda volta gli otto rintocchi mattutini.

Sìmone mi molla: «Cazzo, ho il turno fra mezz’ora!»

Un orgasmetto masturbatorio

Mi sa che sia un inizio giornata piuttosto movimentato.

Uscita anche Sìmone non mi rimane che andare al lavoro. Una sosta al bar sotto l’ufficio per un altro caffè, poi la mia scrivania sempre ben ordinata. Perché io, checché se ne dica, sono persona precisa e ordinata. È un ragionamento ozioso che dà quiete e respiro a una giornata apertasi in maniera abbastanza disordinata.

La stagista si sarebbe presentata verso le dieci e da mamma avevo appena ricevuto con SMS un laconico “Arrivo non prima delle 12”. L’agenda non prevede appuntamenti per la mattinata. Lancio le scarpe in un angolo e mi sfilo il reggiseno: ci sono tutti i segnali per una torrida giornata. Svogliatamente mi metto al lavoro.

In questo periodo sto occupandomi delle istruzioni d’uso per una macchina asciuga biancheria. Non è certo un argomento entusiasmante. Per cui dopo qualche annotazione apro un foglio bianco per lasciarmi andare a qualche fantasmagoria erotica per il mio novellare. Anche qui, però, ho difficoltà a dare forma a ragionamenti da trasformare in narrazione. In effetti la trombata improvvisata con Oscar non mi ha affatto appagata, anzi ha stimolato in me una vera e propria ingordigia di sesso e adesso il desiderio torna a riaccendersi in me. Per darmi pace, dopo un orgasmetto masturbatorio del tutto inadeguato, provo a trasformare il desidero sessuale in qualcosa di affettivo.

Papà

Attiguo all’ufficio di me e mamma, c’è lo studio di papà, con i suoi due collaboratori e la giovane segretaria.

Papà è ancora sul divano a sfogliare i quotidiani. Inizia sempre così la giornata lavorativa.

Mi siedo al suo fianco e mi appoggio completamente a lui: «Cosa dice di bello “il Sole”? – lo sta leggendo. – Si prevede un autunno di miseria… Tua madre mi ha detto che a Praga hai concluso ottimi affari, non solo per lei ma anche per le porcheriole che vai scrivendo. Me ne ha fatte leggere qualcuna e ho trovato che prendono. Sono anche scritte bene, ma questo me lo aspettavo. Hai sempre saputo scrivere. Sono rimasto un po’ sorpreso per quello che ci sei andata a mettere dentro: spesso roba da troie e bagasce. La cosa che mi ha divertito è che sono scritte con un linguaggio da signorina perbene e di buona famiglia. Mentre quello che mi spaventa è l’inevitabile pensiero: “e se le avesse anche provate? In fondo sei pur sempre la mia bambina.” La risposta che mi do, però, è sempre rassicurante…»

Ben conosco le lunghe filippiche del mio caro papà e dal momento che sono venuta a rifugiarmi da lui per staccarmi un attimo dal mio mondo che sta sempre più complicandosi, caccio lì una battuta giusto per interrompere il suo cianciare in stile liberal-genitoriale: «Papà, per poter scrivere qualcosa bisogna conoscerla, provarla e forse anche riprovarla. Papà, ho 31 anni, concedimi di aver fatto le mie scoperte e le mie esperienze.»

Papà non fa altro che quello che ha sempre fatto: cambia discorso. In questo caso, mi appoggia un braccio sulle spalle e mi stringe a sé riprendendo la lettura del giornale con grande attenzione. Dal canto mio non faccio altro che seguire il suo esempio e fare quello che ho sempre fatto: appoggiata completamente al suo robusto tronco, chiudo gli occhi e mi rilasso completamente.

Papà è sempre un bell’uomo. Ha qualche annetto più di mamma ma è ancora un po’ distante dai sessant’anni. Ha un fisico robusto e ha tutte le virtù per essere un uomo di successo della medio-alta borghesia: sempre elegante, accattivante nei modi pur se decisi. Simpatico nell’esprimersi. Le voci che corrono lo dipingono ancora come un farfallone, tombeur des femmes. E anche oggi c’è chi gli accredita una relazione con Michela, l’appariscente segretaria. Oserei quasi pensare che anche mamma sia di questo parere ma che non se ne lamenti. Lui e mamma, all’apparenza dimostrano di essere una coppia molto unita e sempre presente fra il bel mondo bolognese.

Fra le braccia di papà

Lì fra le braccia di papà vado indietro nel tempo. Quando, nella prima adolescenza, su papà facevo qualche pensiero cattivo. E non solo, ne parlavo anche con Irma, mia amica del cuore con cui a quel tempo condividevo sogni, tiramenti, turbamenti. Lei, un paio di anni più grande, per me allora ne sapeva una più del diavolo. Lei mi aveva raccontato l’emozione di stringere in pugno il cazzo di un compagno di classe e cosa voleva dire fargli una sega. Io l’invidiavo perché mi aveva detto di non essere più vergine. Di averlo provato dentro, contro, fra, sopra e sotto. In bocca e fra le tette. Ma non era vero. Un giorno, poi, aveva voluto farmela vedere per poi voler vedere anche la mia. Me l’aveva toccata, avevo percepito un brivido. Me l’aveva accarezzata. Gliel’avevo aperta. Un dito. Un bacio. Ed era fatta. Quel giorno scoprimmo che era molto più bello godere assieme: io e lei.

In me però aumentava l’attrazione verso mio padre. Lo spiavo quando al mattino in bagno si faceva la barba. Puntavo i suoi boxer e qualche volta ero riuscita a carpire la vista del suo pistollo.

Una notte poi…

Una notte poi…: loro erano andati a un festino dove si mangiava, ballava e beveva molto. Io, a letto mi ero appena addormentata sfinita da tanti toccamenti suscitati da un porno testo che mi aveva passato, appunto, Irma.

Mi aveva svegliata un certo trambusto in sala: risate, gridolini gioiosi di mamma. Papà che con una voce che pareva non sua richiedeva prestazioni che allora io non avevo ancora ben definite nel loro svolgimento: bocchino, spagnola. Il culo.

Erano decisamente ubriachi.

Quatta quatta mi ero alzata e da un angolo del corridoio mi ero gustata il primo spettacolo porno della mia vita:

Mamma, semi-nuda era riversa sul divano. Papà, calzoni e mutande a terra, un ginocchio sul divano fra le cosce di lei, le gingillava a un palmo dal naso il suo coso, che io in quel momento etichettai come ‘bellissimo’. Sicuramente per invogliarla a prenderlo in bocca. È così poi che andarono le cose.

Come potrei dimenticare quella meravigliosa scena:

Mamma forse scimmiottando quello che, avevo letto, potesse aver fatto Monica Lewinsky a Bill Clinton – allora avevo pensato questo – rincorreva con le labbra il pene di papà.

Non avevo potuto non toccarmi. Le dita traducevano in delicati movimenti nel mio ‘fighino’ imberbe le sensazioni che ricevevo dalle immagini e dai sospiri che mi arrivavano.

Arrivai a godere nel momento in cui papà aveva colmato la bocca di mamma del suo sperma.

Imparai così che l’uccello dei ‘lui’ se trattato a dovere rilasciava una specie di crema che a tempo dovuto avrei imparato a tenere ben in considerazione. E perché dimenticare l’immagine di mamma che quando papà aveva ritratto il coso dalla sua bocca, aveva ricevuto festosamente due schizzi sul volto? E perché no, il trasporto insito nel bacio con cui, issatasi in piedi, lei, aveva dato al suo uomo?

Erano rimasti a lungo abbracciati, bocca nella bocca ma non muti. Parlavano i mugugni e i naturali rumori delle bocche. Mamma, abbassata una mano non aveva smesso un attimo di accarezzarglielo. E, sempre tenendoglielo in pugno, si era poi girata e gliela aveva porta dal didietro, appoggiandosi alla spalliera del divano.

Papà non se l’era fatto dire due volte: era entrato subito in lei dicendole con un affettuoso sospiro: «La mia puttanona!» A cui mamma non aveva mancato di rispondere: «Sììì sono la tua troia… fammi godere… Fattelo venire più grosso che puoi e spingimelo tutto in fondo…»

Erano scatenati. Ormai non avevano più alcuna remora o timore di svegliarmi: urlavano la loro passione. Papà aveva movimenti composti, come fossero studiati. Un dentro-fuori misurato, quasi a ritmo di metronomo. Le mani sui fianchi di mamma, ogni tre fondate si staccavano per andare a palpare il seno per altre tre. Mamma ansimava tutto il suo godimento. Si contorceva spingeva il bacino contro quella meravigliosa protuberanza che la stava deliziando e intanto non mancava di spronare il suo amante a tenere alto il vigore della penetrazione: «Più forte… Così… Rovista in ogni angolo… In fondo… Ecco… Lì, lì, spingi forte…»

Papà si era fatto attento. Manovrava il suo uccello con precisione. Di tanto in tanto stringeva forte a sé mamma, la baciava sul collo… Le infilava la lingua nelle orecchie aumentando le vibrazioni in lei. E così mamma aveva fatto sapere a tutti che stava venendo urlando quasi una preghiera di ringraziamento: «Dio Che Bello… Vengooo!!» Papà con grande lucidità non aveva arrestato il suo moto e aveva continuato imprimendo maggior vigore nelle fondate.

Anch’io nel mio punto di osservazione perpetuavo la stimolazione della mia clitoride sempre con più decisione. Come avrei voluto che in quel momento papà si fosse accorto di me e che per punizione mi violentasse con quella sua mirabolante verga che finalmente ero riuscita a vedere da vicino e proprio nell’esercizio delle sue funzioni.

Ma non era finita lì.

In papà avvenne una trasformazione: mentre mamma si rilassava con il capo fra le braccia appoggiata alla spalliera del divano per riprendere fiato, lui, con determinazione l’aveva mantenuta in quella posizione pecoreccia e sfilato il fallo dalla gocciolante figa lo aveva appoggiato contro l’ arabescato foro che si apriva solo qualche centimetro sopra.

«Cosa pensi di fa… – Mamma con voce un tantino preoccupata. Non riuscì a finire la parola che con un colpo secco l’architetto Marchetti, suo marito, glielo aveva infilato nel culo.– …re? Sei sempre il solito porco!» Mi era sembrato comunque che quel brusco mutamento di papà: da amorevole amante a vigliacco e brutale approfittatore, non era dispiaciuto troppo a mamma. Proprio per il tono della sua protesta era chiaro che, se nella prima parte denotava una certa apprensione, si trasformava poi in un affettuoso rimprovero. E così era stato.

Mamma, si era dedicata ad assaporare i fremiti che il cazzo di famiglia mandava in onda in diretta dal suo buco del culo. Era stato un crescendo! Papà manovrava il suo stantuffo con impeto, mamma lo accoglieva con gli onori che si debbono alle avanguardie di un esercito liberatore.

Allora non mi ero ancora posta se poteva esserci un uso erotico del secondo pertugio, anche se quando la lingua di Irma, nei nostri giochi procellosi, ne lambiva i contorni provocava in me intense e piacevoli sensazioni. Certo che come spettacolo non poteva passare indifferente a una ragazzina di soli 14 anni.

Se papà stantuffava con passione nel culo di mamma le mie dita si prodigavano ad elevarmi ad un altro orgasmo che, stavolta, avevo consumato sdraiata sul pavimento e da cui mi ero ripresa, giusto in tempo per essere testimone di papà che sfilato il cazzo dalle natiche della mia mamma lo aveva appoggiato a sgocciolare sulla di lei schiena. Mamma, in pieno visibilio erotico culminava anch’essa il proprio piacere.

Resta un po’ qui con me

Qui non ricordo più che mossa avevo fatto ma avevo ribaltato qualcosa che aveva rivelata la mia presenza. Non mi era rimasto che uscire allo scoperto. Papà in un baleno aveva raccolto da terra i suoi abiti ed era sparito. Mamma, dimostrando un impeccabile self control mi era venuta incontro: «Resta un po’ qui con me. Forse ne abbiamo bisogno tutte e due

«Sì mamma…» Non avevo aggiunto altro e mi ero seduta di fianco a lei sul divano. L’avevo guardata provando invidia. Era bellissima. Nuda. Mi era sembrata molto più bella di come ero abituata a vedermela intorno. Notavo in lei un’espressione serena. Piena di sicurezza: «Scusa se ti abbiamo esposta…»

«No mamma – l’avevo interrotta – lo dirò ancora quando tornerà papà. Perché torna, vero, papà

«Sicuro che torna. Mica mi ha ancora dato il bacio della notte.»

«Sono io che devo ringraziare voi. Adesso non dovrò più fantasticare su quanto può succedere fra un uomo e una donna. Non avrò più la paura che mi prende quando vedo che litigate per qualcosa. Quello che mi avete fatto vedere stasera mi dà la prova che il vostro stare insieme può resistere a qualsiasi contrarietà. Quindi sono sicura che non dovrò subire le noie e i disagi di due genitori che ogni tre settimane ti presentano un nuovo lui o lei come mi racconta Irma: “Questa è Lulù. Da lunedì verrà  a stare con noi. Per te sarà come una mamma.” Merde!»

«Sì, tesoro, è così: io e papà ci piacciamo ancora tanto.»

Ed era tornato anche papà: un po’ imbarazzato ma rivestito da capo ai piedi. E per certificare quanto aveva detto mamma le aveva sfiorato le labbra con le sue. Mamma era sempre nuda ma si muoveva con grande disinvoltura.

«Con cosa possiamo compensare il disagio che ti abbiamo procurato stasera.» Aveva chiesto papà con tono professionale e conciliante.

«Sì, c’è una cosa che dopo stasera mi piacerebbe fare con voi. – Loro due si erano guardarti con una certa preoccupazione – essere con voi a pranzo, domani, in un buon ristorante

Mamma: «Domani? Ma non avevi un impegno con Irma?»

«Sì, ma non mi interessa più. Domattina glielo dico con un SMS. Mi va di più stare con voi.»

Ricordo benissimo che ero rimasta ancora a lungo, lì su quel divano attaccata a lei.

La segretaria di papà – La stagista – La tavoletta di cioccolato

Discioltesi quelle immagini avevo aperto gli occhi. Non ho dormito ma forse lo può sembrare. Papà, ha terminato la lettura dei giornali e ha ritirato il braccio dalla mia spalla. Mi sento rilassata, rasserenata. Michela, la segretaria maggiorata, mi porge un caffè. La guardo dritta negli occhi: sorridono. “Non ho dubbi: sicuramente papà se la scopa.” Contraccambio il sorriso.

Torno nel mio ufficio. C’è già la stagista. che è esattamente il contrario della bella gnocca che svolazza per lo studio di papà: irrilevante nei lineamenti fisici. Avvilente nell’approccio empatico. Concordo con la definizione di Oscar: un cesso.

Grazie al benefico abbraccio paterno la trovo meno deprimente del solito e le offro una delle tavolette di cioccolata che ho arraffato nello studio di papy, dal cabaret dei gadget per gli ospiti: «Oh, grazie, non posso. Mi riscalda

Crepa!” è l’istantaneo mio pensiero. Accendo il computer.

Ma che cazzo, mamma!

Da com’è entrata in studio, mamma, ho capito che qualcosa le è andato storto. E non posso pensare in un qualche screzio con papà visto che, per tutto il tempo che sono stata con lui mi è sembrato l’emblema della serenità.

«Qualcosa non và?» se glielo chiedessi mi manderebbe a fà n culo ma glielo chiedo lo stesso. Invece si alza di scatto dalla costosa poltrona ergonomica e mi abbraccia tenendomi stretta fortemente a sé: «Mamma cosa ti succede?» Fa solo gesti senza proferire parola.

«Mamma – ho urlato – Parla… Che cazzo!» e giù qualche madonna. Si riattacca a me, questa volta piangendo. La guardo. È distrutta: brutto il colore della pelle. I capelli nel più completo disordine. Abbigliata così come capita. Non un trucco, e alla sua età sono accorgimenti che servono. Pigia qualcosa sull’Iphone e mi fa vedere un SMS “Barbara Falletti si è spenta questa notte all’età di 25 anni”

«Cos’è? Chi è?» Ancora pianto. Si lascia di nuovo andare sulla poltrona manageriale che papà le ha regalato per il suo cinquantesimo compleanno e finalmente: «L’amavo.» Lì per lì fa capolino in me un dubbio: “Che sia mia sorella?” Poi il racconto liberatorio.

La stagista ha dismesso quella sua aria zombesca dietro a cui si trincera e: «Volete che faccia qualche caffè?»

«Grazie Angela, va bene così. Anzi, se vuoi… direi che per oggi lo Studio chiude i battenti.»Ovvero: “Se te la scavi è meglio.”

Ormoni in tempesta

«Come ben tu sai ogni giovedì papà ha il tavolo da bridge al Circolo e non è mai successo che vi abbia una volta rinunciato o che sia rientrato prima delle due. E ieri sera, io ero in fregola esasperata e non mi andava proprio di smaltirla con l’ovetto sussultante. Così ho telefonato a Barbara che mi ha strapazzata come al solito: “Mi chiami solo quando quello ti pianta in asso per andare a trombare la sua troia. Goditi mò il tuo ovetto vibrante. Io stanotte ho di meglio che la tua passera semi avvizzita” L’avevo implorata fino a quando avevo pronunciato 150: “Dammi mezz’ora. Oh…, io mi porto gli arnesi. Non pensare che mi accontenti del divano e della televisione.” E mi sono buttata a preparare qualche stuzzichino: ha sempre una fame! Quando è arrivata era sicuramente preda di qualcuno degli accidenti che ingoia quando dipinge…. Sì, frequenta l’Accademia e dipinge. Crea figure terribili ma meravigliose.

Appena entrata mi ha subito messa a mio agio dicendo “Sembri un cesso”. Ha appoggiato a terra il sacchetto che portava e mi ha tirato fuori le tette facendo saltare tutti i bottoni della camicia. E si è messa a succhiarmele con foga.»

Come risvegliandosi da un sonno ipnotico: «Fla, dai un bacio a quella vacca di tua madre, altrimenti non ha più il coraggio di proseguire… – Una carezza!» Ha mendicato.

Da questo suo primo coup de theatre ho capito che mamma era tornata in sé con tutta quella grinta che sempre mi stupisce. L’ho invidiata. L’ho baciata e mi sono stretta a lei. Anche perché da come procedeva il suo racconto l’ho sentita non come una madre ma come una parte di me.

«Quando è stata sazia dei sapori salmastri della mia pelle Barbara si è staccata dai capezzoli mordendomeli finché non l’ho implorata di smettere. Si è allora, calata i calzoncini mettendo in luce il suo pube ben levigato in cui troneggia lo spacco della figa fra le sue rigonfie labbra. L’ha spinto verso di me ordinando: “Leccamela!”

“Ti ho preparato qualcosa di buono” ho replicato.

Si è diretta verso la tavola che avevo apparecchiato in sala. Erano diversi stuzzichini tutti a forma di involtino. Ne ha scelto uno e se lo è infilato fra le grandi labbra: “Assaggiali prima tu, i tuoi cazzilli.” L’ho fatto e l’ho fatto con tanta passione. Mi sono accorta di essere tutta bagnata sotto. Mi sono tolta il restante degli abiti e qui mi ha dato la prima soddisfazione della serata: “Sei ancora una bella figa, Ines – ma, di seguito – sono 150 quelli che mi hai promesso stasera. Vero?”

“Sì, sì” l’ho rassicurata.

“Grazie. Ne ho proprio bisogno. Domani debbo comperare le vernici. Adesso dove mi porta la mia cagna?” E mi ha cinto il collo con un collare che mi aveva fatto ordinare da poco da Amazon. Guinzaglio… sapevo già cosa dovevo fare. A quattro zampe l’ho condotta nella stanza degli ospiti dove mi ha ammanettata al letto: mani e caviglie. Mi ha infilato un divaricatore anale e si è guadagnata i 150 euro leccandomi tutto quello che poteva. È molto fantasiosa nelle evoluzioni della lingua e si eccita moltissimo anche lei. A quel punto avevo anch’io diritto a leccare la sua e me la sono fatta calare sulla bocca. Mi piace da matti quella sua polposa prugna e ci ho messo tanto impegno soprattutto quando la figa ha preso a schizzare.

Gli orgasmi provati e la soddisfazione di averla vista e sentita godere sotto i miei colpi di lingua mi hanno appagata. “Starò bene per un po’ di giorni” mi sono detta.

Ci siamo ricomposte e lei mi ha detto che se ne andava subito perché voleva buttare giù una idea che le era venuta mentre me la leccava: “Te la farò poi vedere. Ti piacerà. Non ce la farai a non comprarmela… Anzi se in tutto per stasera me ne dai 500 è già tua prima che la faccia.” Le ho detto che non potevo darglieli perché quei soldi non li avevo in casa e gli ho allungato i 150 che avevo già preparato. Lei ha insistito. Io non potevo far altro che ripeterle che proprio non li avevo. Alla fine mi ha sputato in faccia e se ne è andata.»

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Fate presto

Essere entrata nei dettagli ha comportato per mamma un grosso sforzo psicologico. Debbo tirarla su senza interrompere il suo bisogno di raccontarmi quel fatto.

Mi avvicino al frigo-bar e preparo un paio di spritz. Robusti. Come piacciono a mamma. Questo però continuando a tenerla sull’argomento e sottolineando gli aspetti malandrineschi della sua artista/prostituta:

«Verso le undici una telefonata di papà mi dice che sarebbe andato con gli amici a farsi una zuppa di pesce a Milano Marittima e che avrebbero pernottato là. Niente di strano in estate succede spesso. Sono andata a letto. A parte la baruffa mercantile finale mi era sembrato di aver passato una frizzante serata, ricca di fremiti e godimenti. E, soprattutto appagante delle piccole necessità di una moglie lasciata sola in una notte di tempesta ormonale.

Le due: l’SMS che ti ho mostrato. Subito il 113, sospetto suicidio: “Fate presto!”. Mi sono vestita e ho raggiunto dove ha lo studio e abita Barbara, che è quasi di fronte all’Ospedale Maggiore. Dal trambusto ho capito subito che polizia e pompieri avevano già fatto il loro intervento: “L’hanno portata di là, al Maggiore… Lei è la sua mamma?” Mi ha detto una vicina svegliata dal casino. Sono volata all’ospedale. Solo stamattina mi hanno detto che speravano di salvarla. L’hanno ricoverata in Rianimazione. Sono restata per poter parlare con un medico che mi ha detto che Barbara aveva ripreso conoscenza. Non era stato suicidio ma over-dose o una partita tagliata male. Ho aspettato le 11 per poterla vedere.

Davanti a quel pallido volto appena sfuggito alla morte mi sono sentita una merda: avrei dovuto quantomeno darle speranza che il giorno dopo gli avrei procurato quei 500. Con il fil di voce che viene lasciato in uso ai risorti, mi ha detto: “Mi hai salvato la vita.… Non è poco.”»

Ma questa Barbara?

Qui mamma è ripiombata in uno scroscio di pianto abbracciandosi a me

«Mamma, ma dove hai conosciuto questa Barbara?»

«È una roba di circa sei mesi fa. Un sabato pomeriggio gironzolando per vetrine mi sono infilata in un negozio dove si svolgeva la ‘vernissage’ di sue opere. Mi erano piaciute molto. Avevo voluto conoscere l’artista. Lei era stata molto disponibile e mi aveva invitato nel magazzinetto del negozio per un caffè e quattro chiacchiere. C’era una macchinetta automatica di bibite e caffè e due seggiole di fortuna. Su queste, fra gli acri odori di vernici, Barbara mi aveva parlato di come era cresciuta in lei la passione per la pittura. L’Accademia. Le prime mostre. Il successo che si prospettava. Non aveva raccontato invece alcun che di lei come persona. Dove come viveva. Mentre parlava l’avevo guardata con attenzione: era una gran bella figliuola: non alta ma neppure un tappetto. Un paio di tette giunoniche sotto un viso dolce ma atteggiato in un’espressione forte, un tantino dura. Avevo notato che nelle parti non coperte dagli abiti spuntavano tracce di tatuaggi e mi aveva colpito particolarmente un frammento disegnato sulla parte inferiore di un seno che si mostrava, di tanto in tanto nei gesti del suo parlare. Poteva essere la raffigurazione della testa di un sauro preistorico. L’avevo puntato, affascinata, cercando di scoprire sempre qualcosa in più ogni volta che si faceva vedere. Barbara se n’era accorta e faceva svolazzi di braccia proprio perché lo scorcio della poppa si ampliasse e ne apparisse una porzione sempre più grande. Bella quella poppa! È rimasta nei miei occhi per giorni. Di conseguenza l’accomiatarsi è divenuto un momento ‘in tutta vibrazione’: Le avevo teso la mano per il saluto ma le sue erano andate a pescare anche l’altra mia mano. E stringendole forte aveva appoggiato educatamente le labbra sulle mie.»

«Credimi Fla, non avevo mai avuto un rapporto con una femmina e non mi era neppure mai passato per la mente di averlo. Per i godimenti avevo in testa solo il cazzo e, magari, una buona ‘lingua-di-cazzo’ in attesa di questo. Che non è mai troppo!

Ma chissà quel pomeriggio cosa…»

«A quel lieve contatto avevo reagito d’istinto: aperte le labbra ero stata io a profanarle la bocca con la lingua. Non solo, le mani mi erano volate sulle sue marmoree tette che avevo palpato in ogni dove. Avevo poi goduto a lungo la sua lingua nelle orecchie e giù per il collo.

Era fatta! Avevo lanciato un chiaro segnale da lesbicona a caccia di giovani prede accondiscendenti. Quando avevamo deciso di staccarci la testa era tutta un vortice.

Ero uscita da quel bugigattolo e mi ero ritrovata fra i visitatori che in quel momento erano tanti. Ugualmente tutto vorticava attorno a me mettendo in discussione tante cose del mio vivere attuale. Una mano sulla spalla: Barbara mi porgeva il suo biglietto da visita: “Vienimi a trovare. Lì ho opere più grandi… e anche più comode. Mi piacerebbe averti per amica.” Il vortice aveva ripreso il suo frullare e avevo fissato subito l’appuntamento.

In via del Sole al 15 c’è un capannoncino fra i palazzi delle abitazioni popolari: il suo studio. Avevo portato con me una buona bottiglia di Calvados: ne avremmo bevuto qualche goccetto assieme, e gliela avrei lasciata. Magari “per tornare”, avevo pensato. Quella ragazza era diventata una calamita. Erano stati tre giorni in cui lei era permanentemente presente innanzi a me. Conscia che fosse una cosa esagerata, la notte prima del nuovo incontro mi ero data a tuo padre in ogni modo possibile godendo a crepapelle e sbalordendolo per la frenesia delle prestazioni: “Cos’hai bevuto?”

“Un calvados speciale” avevo comprato anche una seconda bottiglia da trattenere in casa.»

Nella tana del lupo

«Il loft dove vive e lavora Barbara è una gran figata:

dentro è un unico ambiente. Non ci sono pareti. C’è tanta luce che prende da quattro grandi finestroni sul soffitto. In quello spazio c’è tutto: dove lavora e dove vive.

Le pareti sono una fantasmagoria di colori. Quelli delle sue opere.

Un suo bacio strepitoso mi ha accolta. Ho dovuto appoggiarmi al muro per non cadere. Ero prigioniera della gioia di avermi attratta nella sua tana. La bottiglia che avevo portata era la benvenuta. L’ha stappata subito, ne ha bevuto un lungo sorso a collo e me l’ha passata. Ho bevuto a collo anch’io. Della sua vicinanza m’inebriava l’odore di femmina trasgressiva. Il vortice aveva ripreso a muoversi: lentamente questa volta. Lentamente come io volevo che lei mi prendesse. Sapevo che lei voleva prendermi e io ero lì perché questo volevo. E lei sapeva che lo si doveva fare subito: mi ha fatto segno di mettermi nell’unica poltrona che si vedeva attorno. Una antica chaise longue. Mi ci sono seduta. Mi sono tolta le scarpe e mi sono sdraiata. Comoda e rilassata.

“Ti lascio per un minuto” ed è sparita dietro quelle pile di mercanzia che ingombrano lo spazio: tele di tutte le dimensioni, rotoli cartacei, scatole di cartone enormi. Tutto questo viene a creare stretti passaggi e ipotesi di vicoletti. Guardandomi attorno avevo finito per credere di essere in una città fantastica. E Barbara è tornata… completamente nuda. Meravigliosa! Si era pure passata un rossetto molto rosso sulle labbra e anche sui capezzoli. Ho fatto per alzarmi e andarle incontro ma un suo gesto perentorio mi ha bloccata e fatta tornare in quella posizione fatta apposta per l’amore. E subito si è tuffata sopra di me e una sua mano fra le mie cosce. Due dita mi hanno penetrato. Hanno cominciato la loro danza mentre lei mi ha dimostrato la propria eccitazione spargendo il rossetto delle labbra per tutto il mio collo. Non ho messo molto a raggiungere l’orgasmo: “Era questo che cercavi. No?”

Avevo balbettato qualcosa di impreciso. Lei voleva certezze. Me lo ha ripetuto, questa volta prendendo fra i denti il lobo dell’orecchio. Mi ha fatto male e a purché smettesse ho risposto di sì. “Non mi stai dando molte soddisfazioni. Mi sa che debbo punirti.” Era sparita nuovamente. Pensando di distoglierla da quel malanimo mi sono denudata anch’io. Vedendomi così al suo ritorno mi ha sorriso e abbracciato… ma mi sono ritrovata ammanettata.

Ti giuro Fla, in quei momenti non ho provato ne paura ne angoscia. Solo ansia. Ansia di sapere quando potevo di nuovo godere come era stato qualche momento prima col ditalino.

“Adesso devi metterti in ginocchio sul cuscino.” e ne ha gettato uno a terra. L’ho fatto senza porre domande. E mi ha spinto nella posizione che lei voleva. Mi ha quindi accarezzato il seno facendomi sperare che il piacere fosse lì che stava arrivando, poi all’improvviso ho sentito un dolore secco sulle natiche. Lei con una mano mi palpava le poppe e con l’altra manovrava un nervo di bue che si abbatteva ritmicamente sui miei glutei.

Beh, Fla, se devo dirti il vero, la combinazione di piacere e dolore non mi dispiaceva del tutto:

“Ti piace, vero? Porca! – E aveva messo fine a quel supplizio. A gambe aperte sul divanetto, innanzi alla mia bocca ha ordinanto – Leccami!”

Ho iniziato senza sapere come andava fatto quel che facevo. Ogni momento scoprivo qualcosa di nuovo in quel gioco: gli odori, i sapori, la clitoride, che sicuramente è il doppio della mia: un micro cazzo. A lei sono piaciuti i miei improvvisati affondi di lingua che gustava tenendo premuta la mia testa contro di lei. Il suo orgasmo è stato come una secchiata d’acqua contro il mio viso. O forse era semplicemente una pisciata volutamente non trattenuta. Ma in quel momento avrei sopportato di tutto.

“Ci sai fare, eh, puttanona! Chissà quante ne hai succhiate?… Sei stata brava, ti perdono per tutto quello che hai fatto di male e che io non so… Adesso ti do qualcosa io di buono. – L’ultima frase l’ha detta con un tono pieno di dolcezza e mi ha liberato dalle manette. – Su, sdraiati che finché c’è luce voglio mettermi a lavorare.” La sua lingua ha preso di mira i miei capezzoli improvvisandovi un servizio che ancor oggi fatico a dimenticare. Poi giù… l’ombelico: la punta della lingua ne ha stuzzicato ogni piega per poi addentrarsi nella villosa selva del pube. Fradicia, e irrequieta la figa si è spalancata quando solo l’aveva percepita nelle vicinanze. Prima di affondare in essa mi ha detto: “Se ti viene da urlare puoi farlo. È impossibile che al di fuori si possa sentire.” E si è rituffata nella palpitante fessura. In effetti c’era proprio da urlare. Le sensazioni che mi procuravano le evoluzioni di quella lingua contro e attorno alla clitoride non avrei potuto mai immaginarle. Sì, ho urlato! L’ho fatto con tutto il fiato che mi era rimasto e questo l’ha eccitata tantissimo e quando io sono esplosa si è appartata in un angolo del divano a masturbarsi per venire una seconda volta.

Mi era parsa un’altra persona: sempre meravigliosamente intrigante ma più normale. Mi ha accarezzato il ventre: “È qui sotto che nascono i brividi – ha detto – Almeno così credo.”

Ho annuito e mi sono accoccolata contro di lei. Accarezzandomi i capelli mi ha qui dato la dimostrazione della sua normalità dicendo: “Se poi ti interessa una delle mie opere ti faccio bene.”

“Te le comprerei tutte ma non c’è nessuna parete di casa mia che possa contenerne anche solo una.”

“Non dirmi che questa non sapresti dove appenderla?” e da qualche parte ha tirato fuori un foglio con lo schizzo di una donna che si stava denudando: “Ti riconosci?”

“Oh, sì. Sono proprio io. Ma quando sei riuscita a farlo?”

“Ho visto da lontano che stavi tirandoti giù gli stracci e ti ho guardata bene. Poi foglio e carboncino. Io ho una memoria fotografica – e con un ghigno trionfante – Per te sono 200… dentro c’è anche il servizietto.” Li avevo nella borsa e glieli ho dati.

Soupe à les oignon

Così come si è conclusa la prima vera trasgressione della mia vita, mi ha lasciato tanto amaro in bocca. Appena a casa, una calda doccia poi mi sono messa a tagliare cipolle per farne una buona zuppa. Quella che piace tanto a papà. Un po’ per farmi perdonare di quello che non saprà mai.»

Papà, che aveva avuto una giornata particolarmente proficua aveva deciso di far festa e aveva chiuso lo studio per tornare, in anticipo: dalla sua Ines. Quasi sicuramente aveva anche lui qualcosa da farsi perdonare.

Aveva messo piede della cucinetta mentre mamma aggiungeva alla sua zuppa la dovuta dose di cognac. Allegramente le aveva tolto la bottiglia dalle mani e a collo ne aveva bevuto un abbondante sorso e, trattenutolo in bocca, lo aveva passato in quella di mamma col bacio che ne era seguito. Lungo e appassionato: T’è piaciuto il brindisi?». L’aveva tornata ad abbracciare e stavolta le labbra di lui avevano fatto quello che sapevano fare, sul collo e dietro alle orecchie di lei.

Mamma, sempre stando al suo racconto, aveva aggiunto alla reminiscenza di quanto vissuto nelle ore precedenti anche questo nuovo turbamento. Il vortice, ovviamente, aveva ripreso a vorticare. Lei non aveva capito più un cazzo e lì d’acchito glielo aveva preso fuori e, in ginocchio, innanzi al forno dove la zuppa stava gratinando, aveva iniziato a pomparlo. Sicuramente papà non se l’aspettava, ma cribbio! perché fermarla? L’aveva lasciata continuare per poi spingerla contro il tavolo dove affannosamente aveva cercato di liberarla dalla gonna. Con il resto aveva più familiarità.

Ancora una volta papà si era infoiato alla vista della patonza di mamma e issatala di peso sulla tavola non aveva mancato di renderle omaggio con la lingua. Mamma, dimenticato tutto quanto potevano ricordarle quei gesti, aveva mugolato tutto il suo piacere e papà glielo aveva infilato, lì, su quel tavolo: cosce ben aperte, gambe ciondolanti. Mamma aveva così aggiunto un altro orgasmo alla contabilità di quella giornata. Papà, ancora una volta, si era dimostrato pratico più che mai di amplessi su tavoli e scrivanie e fondata dopo fondata aveva appoggiato lo sborrante uccello sul ventre di lei. Non voleva credere alle proprie orecchie quando mamma, quasi in un rantolo gli aveva proposto: «Se vuoi, tesoro, oggi ci sarebbe anche il culo a disposizione.»

«Un momento. Mi ci vuole un aiuto» e si era diretto verso il suo studio. Mamma, con aria ebete era rimasta in quella situazione improvvisata: distesa sul tavolo di cucina.

Papà si era ripresentato dopo una decina di minuti nudo, spavaldo e con un uccello da far invidia a certi maschietti ben più giovani: «Sono costose ma meravigliose. Fanno effetto già dopo dieci minuti» e si era preso cura di denudare completamente la consorte. Aiutandola anche a mettersi in una posizione consona, appoggiata sempre allo stesso tavolo. Baci e carezze non erano mancate: «Ines, sei un fuoco… – e una fugace riflessione – non è che mi stai diventando ninfomane? Perché io sono ormai attaccato ai 60.… – e manovrando l’uccello con le mani, aveva fatto largo alla cappella fra le natiche per centrare l’obiettivo. Mamma in attesa sospirava armoniosamente – Cazzo, Ines, meglio metterci un po’ di unto.»

«No, dai… Dai! Va bene così. Anche se mi farai un po’ di male. Mi piace così.» E papà aveva cominciato a spingere.

«C’hai un gran bel culo, Ines. Stretto e vorace.» Aveva sentenziato l’architetto Sergio Marchetti alla prima cucchiaiata di soupe à les oignon. Il suo piatto preferito.

Lieto fine forse con prosieguo

Tutte queste noterelle, sfuggite alla prudente riservatezza di mamma mi confermano che lei e papà, malgrado tutto si vogliano ancora tanto bene.

Mamma, rasserenata dalla comprensione che le sto dimostrando in questo suo difficile momento riprende il racconto del suo rapporto con Barbara:

«Tre giorni dopo l’artista mi ha telefonato per dirmi che a memoria ha buttato giù il bozzetto per un dipinto che mi avrebbe ritratto nuda. Anche se, dopo l’appagante inculata di papà e successive analoghe leccornie, mi ero ripromessa di non avere più incontri con costei, le ho detto che l’avrei visto volentieri: “Sarò da te oggi alle quattro. Così magari avremo tempo anche per divertirci un po’.”

Non essendo riuscita a tener fede ai miei buoni propositi, per tutti questi mesi, con Barbara è andato avanti un difficile rapporto fatto di piccole angherie ed estorsioni per quel po’ di sesso diverso che mi elemosinava. Una fonte a cui mi sono abbeverata credendo di aver assoluto bisogno di lei. Tanto da pagarla profumatamente.»

Garganella d‘un fiato lo spritz, mamma: «Me ne faresti un altro? Fla. Sento che mi fa bene. – e mentre, questa volta lo sorseggia, butta lì… – … E tu con Sìmone come va?»

A mamma non ho mai confidato il mio amorazzo con Sìmone così farfuglio qualcosa di impreciso e non credibile. Si stanno capovolgendo gli atteggiamenti: lei che con nonchalance, serenamente domanda e io che irrequieta, cerco di dribblare la domanda.

«Non ti preoccupare dicevo solo così per sensazioni di mamma.»

«Dai mamma, non fare la furba. Tu hai qualche confidenza precisa. È che, da vecchia volpe di redazione, hai giurato di non rivelare la fonte. Dai! Cosa ti ha confidato quella vacca di Laura?» la signora che tiene in ordine sia il mio che il suo appartamento.

«Niente di particolare. Solo che da quando vi ha trovato rifugio Sìmone si cambiano le lenzuola solo in un letto. – Dando per certo tutto quello che ne consegue aveva proseguito nella soddisfazione della propria curiosità. – Oscar lo sa?» Non potevo che ridere e così le ho raccontato per filo e per segno l’attuale andazzo di casa mia.

Mamma che di teatro è un’appassionata cultrice ha trovato modo di farsi scendere due grosse lacrime mentre mi abbraccia: «Oh, Fla! La mia Fla! Finalmente qualcosa in cui io e te ci assomigliamo. Anche se non è certo da considerare una virtù.» Ed è tornata alla carica su quella curiosità relativa ad Oscar a cui non avevo voluto rispondere.

«Mamma, Oscar sa tutto, vive con noi e tromba tutte e due – e mi lascio andare a quel po’ di gelosia che è rimasta in me – negli ultimi giorni, forse un po’ più lei di me.» E qui mamma mi ha sbalordito: mi ha abbracciato, perché è così che deve succedere in un racconto come questo e il bacio in copione me lo ha appoggiato sulle labbra e io, sempre da copione, ho tramutato la materna affettuosità in un appassionato fiocco. Confondendole nuovamente le idee.

«Sai cosa facciamo adesso? La stessa cosa che facemmo quella notte di qualche lustro fa quando vi pescai mentre papà ti trombava e ti inculava… Vado a chiedergli di portarci a pranzo in un elegante ristorante.»

«Sì, però non le racconteremo quello che mi è capitato.»

L’architetto Sergio Marchetti non ha problemi ad accogliere la mia proposta, anche perché: «Oggi sono dieci anni che ho aperto questo studio e normalmente ogni anno festeggio andando a pranzo con tutto lo Studio. Solo che quest’anno gli altri due hanno preferito, visto che lo studio fa festa e oggi è venerdì, raggiungere al mare le loro rispettive morose.… Li capisco. Però andare da solo con Michela mi sembrava un po’ sconveniente. Anche perché lei ha un moroso che, addirittura, la vuole sposare. Quindi direi che la formula ‘ lei e tutta la famiglia’ è perfetta. Brava la mia Fla!»

«In fondo siamo una grande famiglia.» concludo io.

Michela che è lì a due passi da me mi sorride e io mi accorgo che emana lo stesso profumo muschiato con cui ogni mattina si cosparge papà.

Flavia dal 2005 pubblica con l’editore 

Enstooghard

del dr.Hans Stortoghårdt

Borgergade 9, 1300 København

[©Flavia Marchetti 2019]

venerdì 23 luglio 2019 risveglio alla buon’ora

Non appena la luce ha inondato la stanza ho aperto gli occhi e mi sono alzata.

La notte è stata movimentata assai. Per lungo tempo i due miei compagni di letto si sono impegnati nel loro rituale amplesso: «Così… Così… Ancora, ancora… Tutto, tutto dentro… Mmmhh!… Sì… Sììì! Oh, Oscar… Che bello! – poi dopo un breve lasso di tempo, con tutta la cantilenante armonia della cadenza bolognese, un sussurro – Mo ci sai ben fare, vè, Cinnazzo[3] mio!» Ed era iniziata la spola dei due fra il bagno e il letto.

Io, con grande discrezione, ai primi segnali dell’eccitazione che stava montando, avevo loro girato le spalle nonostante qualche approccio di Oscar di tirarmi nel vortice. Addirittura aveva provato ad infilarsi con il cazzo sotto la succinta veste che indosso di notte: un bollente dardo a cui però avevo saputo resistere. E mi sono immersa nella lettura dell’e–book: Dostoevskij, I Diavoli. Ancora qualche rigurgito di passione da parte dei due amanti poi i loro regolari respiri hanno accompagnato il prosieguo della mia lettura.

Stamattina, levatami in piedi di buon’ora ho osservato i loro corpi nudi, supini e rilassati nella serenità dell’appagamento. Sìmone mantiene sul volto un alone di sorriso forse perché una mano di lui giace ancora abbandonata sul suo villoso pube. Oscar, pare il ritratto della prestanza sessuale con il suo bell’uccello in primo piano in quella che passa sotto il nome di erezione del mattino. Che ha provocato in me un eloquente fremito e, perché no, un inopportuno pensiero. Mi sono rassegnata a scendere gli undici scalini per preparare la colazione per tutti.

La Moka e I belong to you

Il gorgogliare della moka si fonde con le note a basso volume di I belong to you che dalla play list che ho lanciata mi sta tenendo compagnia mentre colmo alcune tazzine con differenti gusti di marmellate. Ripenso a questi ultimi giorni trascorsi a tre, come si è deciso con Sìmone e Oscar. Sono trascorsi in grande armonia. E tutto sta a presagire che non vi sia pericolo per gelosie e piccole invidie. Sembra proprio che tutti e tre stiamo credendo in questo esperimento e che vogliamo continuarlo. Proprio la notte appena trascorsa ne è stata la dimostrazione: due modi ben distinti di trascorrerla. Uno accanto agli altri senza reciproche interferenze.

Sobbalzo: mani che mi cingono i fianchi…. Labbra che mi baciano sul collo. Sodo contro di me un qualche cosa che non faccio fatica a riconoscere: «Ho sentito che ti alzavi e ho pensato di darti una mano per la colazione.»

«Forse è meglio – riferendomi a quella cosa soda che continuava a premermi contro il sedere – che tu vada a pisciare.»

«Già fatto, Cara. È tutto naturale. Spontaneo. Fa tutto lui da solo.» Un bel sorriso.

«Ma questa notte con tutto il traffico che avete smistato non ne sei uscito sazio?»

«Eccome! Fino a qualche minuto fa lo ero. Ma quando mi trovo di fronte a te un po’ disabbigliata succede che mi si drizzi.»

Mi giro e trovandomelo faccia a faccia, lì a pochi centimetri, così bello-nudo, qualcosa del genere succede anche in me. Glielo prendo in mano e sollevata di pochi centimetri la veste me lo sfrego voluttuosamente contro il boschetto della crepa.

Lui, pragmatico: «In piedi, da dietro?»

«Aspetta…» Mi isso sul mobiletto e gliela propongo così.

Si attacca ai capezzoli e con succhiotti e leccatine rende rorida la figa che avrebbe voluto subito leccare. E fa anche la mossa di abbassarsi: «No Oscar. Ne ho troppa voglia… Vienmi dentro prima che puoi!» E lì, nella mia posizione dominante, non faccio altro che allargare le cosce. Non ci sono anteprime. Il cazzo di Oscar, duro e caldo come si è presentato fra le mie mani, entra in me senza neppure dover bussare.

Il suo muoversi è lento…. Una lentezza fatta perché ognuno gusti tutte le pieghe del sesso dell’altro. Il cazzo conquista la mia vagina centimetro dopo centimetro. Le soste sono abbandoni che rincorro stringendolo e cercando di inghiottirlo. Intanto mi bagno a tutto spiano. Lo sento in fondo alla figa. Lì, sta cercando di spingersi oltre ma anche il suo bell’uccello ha un principio e una fine e i testicoli non sono ammessi. Lui si intestardisce nel provarci… Ci riprova… Spinge… Spinge ancora: «Dio che bello!» La cappella torna sui propri passi e indugia sulla soglia delle grandi labbra per farmi gustare la corona fra glande e prepuzio. Da qui scatena un dentro-fuori forsennato che annulla ogni mia ipotesi strategica di gestione dell’orgasmo. Non riesco a far altro che godermi il suo ritmo e le evoluzioni del suo cazzo: «Sto venendo Amo… Stringimelo forte con la figa.» Impiego tutte le mie forze e così parte anche il mio orgasmo.

«Cazzo Amo, sei stato una bomba. Ho sborra che mi esce anche dal buco del culo.»

«Prima o poi succederà.» dice lui con fare sarcastico ipotecando il futuro.

Apoggiata allo stipite della porta, Sìmone ci sta guardando divertita: «Sì, proprio un bell’hard–core! Così di primo mattino»

Palazzo[4] batte otto rintocchi

Se c’è una cosa bella in Oscar è il suo impegno a mantenere un fisico atletico. Secondo me e Sìmone, anche trombare per lui è un esercizio per mantenere in forma il corpo. Così dopo il reciproco godimento si fa una doccia e, calzoncini, maglietta della sua squadretta di calcetto, Nike podistiche… e: «Io ragazze, approfitto di essermi alzato di buon’ora per fare una corsetta prima di andare al lavoro.» Bacio a me, bacio a lei e se ne va.

«Fanatico! – si lascia sfuggire Sìmone – Va bene che stanotte me ne ha dato in abbondanza, ma assistendo alla vostra chiavata me ne era tornata voglia.»

In effetti, anch’io, ligia alla mia fama di ingorda non avrei detto di no a una seconda o anche solo a un’appassionata leccata di figa. Una mancanza di cui mi sto lamentando con tutta la comprensione di Sìmone che con affetto mi cinge il volto con le mani mentre le sue labbra riversano la loro comprensione prendendo fra di esse il mio naso. Una novità per noi due che fa salire la pressione libidinosa . Attacco io con decisione e in men che non si dica ci ritroviamo ognuna con le poppe dell’altra fra le mani: «Che si fa adesso, così di primo mattino?»

Rispondo con ovvietà: «Quello che si fa di notte.» e le mie dita sono nella sua figa.

«Allora mi ami?» La spingo contro la parete: io masturbo lei, lei lo fa con me. Ci diciamo cose già dette ma sempre meravigliose.… Poi è il tappeto ad accoglierci per l’inevitabile 69.

Palazzo batte per la seconda volta gli otto rintocchi mattutini.

Sìmone mi molla: «Cazzo, ho il turno fra mezz’ora!»

Un orgasmetto masturbatorio

Mi sa che sia un inizio giornata piuttosto movimentato.

Uscita anche Sìmone non mi rimane che andare al lavoro. Una sosta al bar sotto l’ufficio per un altro caffè, poi la mia scrivania sempre ben ordinata. Perché io, checché se ne dica, sono persona precisa e ordinata. È un ragionamento ozioso che dà quiete e respiro a una giornata apertasi in maniera abbastanza disordinata.

La stagista si sarebbe presentata verso le dieci e da mamma avevo appena ricevuto con SMS un laconico “Arrivo non prima delle 12”. L’agenda non prevede appuntamenti per la mattinata. Lancio le scarpe in un angolo e mi sfilo il reggiseno: ci sono tutti i segnali per una torrida giornata. Svogliatamente mi metto al lavoro.

In questo periodo sto occupandomi delle istruzioni d’uso per una macchina asciuga biancheria. Non è certo un argomento entusiasmante. Per cui dopo qualche annotazione apro un foglio bianco per lasciarmi andare a qualche fantasmagoria erotica per il mio novellare. Anche qui, però, ho difficoltà a dare forma a ragionamenti da trasformare in narrazione. In effetti la trombata improvvisata con Oscar non mi ha affatto appagata, anzi ha stimolato in me una vera e propria ingordigia di sesso e adesso il desiderio torna a riaccendersi in me. Per darmi pace, dopo un orgasmetto masturbatorio del tutto inadeguato, provo a trasformare il desidero sessuale in qualcosa di affettivo.

Papà

Attiguo all’ufficio di me e mamma, c’è lo studio di papà, con i suoi due collaboratori e la giovane segretaria.

Papà è ancora sul divano a sfogliare i quotidiani. Inizia sempre così la giornata lavorativa.

Mi siedo al suo fianco e mi appoggio completamente a lui: «Cosa dice di bello “il Sole”? – lo sta leggendo. – Si prevede un autunno di miseria… Tua madre mi ha detto che a Praga hai concluso ottimi affari, non solo per lei ma anche per le porcheriole che vai scrivendo. Me ne ha fatte leggere qualcuna e ho trovato che prendono. Sono anche scritte bene, ma questo me lo aspettavo. Hai sempre saputo scrivere. Sono rimasto un po’ sorpreso per quello che ci sei andata a mettere dentro: spesso roba da troie e bagasce. La cosa che mi ha divertito è che sono scritte con un linguaggio da signorina perbene e di buona famiglia. Mentre quello che mi spaventa è l’inevitabile pensiero: “e se le avesse anche provate? In fondo sei pur sempre la mia bambina.” La risposta che mi do, però, è sempre rassicurante…»

Ben conosco le lunghe filippiche del mio caro papà e dal momento che sono venuta a rifugiarmi da lui per staccarmi un attimo dal mio mondo che sta sempre più complicandosi, caccio lì una battuta giusto per interrompere il suo cianciare in stile liberal-genitoriale: «Papà, per poter scrivere qualcosa bisogna conoscerla, provarla e forse anche riprovarla. Papà, ho 31 anni, concedimi di aver fatto le mie scoperte e le mie esperienze.»

Papà non fa altro che quello che ha sempre fatto: cambia discorso. In questo caso, mi appoggia un braccio sulle spalle e mi stringe a sé riprendendo la lettura del giornale con grande attenzione. Dal canto mio non faccio altro che seguire il suo esempio e fare quello che ho sempre fatto: appoggiata completamente al suo robusto tronco, chiudo gli occhi e mi rilasso completamente.

Papà è sempre un bell’uomo. Ha qualche annetto più di mamma ma è ancora un po’ distante dai sessant’anni. Ha un fisico robusto e ha tutte le virtù per essere un uomo di successo della medio-alta borghesia: sempre elegante, accattivante nei modi pur se decisi. Simpatico nell’esprimersi. Le voci che corrono lo dipingono ancora come un farfallone, tombeur des femmes. E anche oggi c’è chi gli accredita una relazione con Michela, l’appariscente segretaria. Oserei quasi pensare che anche mamma sia di questo parere ma che non se ne lamenti. Lui e mamma, all’apparenza dimostrano di essere una coppia molto unita e sempre presente fra il bel mondo bolognese.

Fra le braccia di papà

Lì fra le braccia di papà vado indietro nel tempo. Quando, nella prima adolescenza, su papà facevo qualche pensiero cattivo. E non solo, ne parlavo anche con Irma, mia amica del cuore con cui a quel tempo condividevo sogni, tiramenti, turbamenti. Lei, un paio di anni più grande, per me allora ne sapeva una più del diavolo. Lei mi aveva raccontato l’emozione di stringere in pugno il cazzo di un compagno di classe e cosa voleva dire fargli una sega. Io l’invidiavo perché mi aveva detto di non essere più vergine. Di averlo provato dentro, contro, fra, sopra e sotto. In bocca e fra le tette. Ma non era vero. Un giorno, poi, aveva voluto farmela vedere per poi voler vedere anche la mia. Me l’aveva toccata, avevo percepito un brivido. Me l’aveva accarezzata. Gliel’avevo aperta. Un dito. Un bacio. Ed era fatta. Quel giorno scoprimmo che era molto più bello godere assieme: io e lei.

In me però aumentava l’attrazione verso mio padre. Lo spiavo quando al mattino in bagno si faceva la barba. Puntavo i suoi boxer e qualche volta ero riuscita a carpire la vista del suo pistollo.

Una notte poi…

Una notte poi…: loro erano andati a un festino dove si mangiava, ballava e beveva molto. Io, a letto mi ero appena addormentata sfinita da tanti toccamenti suscitati da un porno testo che mi aveva passato, appunto, Irma.

Mi aveva svegliata un certo trambusto in sala: risate, gridolini gioiosi di mamma. Papà che con una voce che pareva non sua richiedeva prestazioni che allora io non avevo ancora ben definite nel loro svolgimento: bocchino, spagnola. Il culo.

Erano decisamente ubriachi.

Quatta quatta mi ero alzata e da un angolo del corridoio mi ero gustata il primo spettacolo porno della mia vita:

Mamma, semi-nuda era riversa sul divano. Papà, calzoni e mutande a terra, un ginocchio sul divano fra le cosce di lei, le gingillava a un palmo dal naso il suo coso, che io in quel momento etichettai come ‘bellissimo’. Sicuramente per invogliarla a prenderlo in bocca. È così poi che andarono le cose.

Come potrei dimenticare quella meravigliosa scena:

Mamma forse scimmiottando quello che, avevo letto, potesse aver fatto Monica Lewinsky a Bill Clinton – allora avevo pensato questo – rincorreva con le labbra il pene di papà.

Non avevo potuto non toccarmi. Le dita traducevano in delicati movimenti nel mio ‘fighino’ imberbe le sensazioni che ricevevo dalle immagini e dai sospiri che mi arrivavano.

Arrivai a godere nel momento in cui papà aveva colmato la bocca di mamma del suo sperma.

Imparai così che l’uccello dei ‘lui’ se trattato a dovere rilasciava una specie di crema che a tempo dovuto avrei imparato a tenere ben in considerazione. E perché dimenticare l’immagine di mamma che quando papà aveva ritratto il coso dalla sua bocca, aveva ricevuto festosamente due schizzi sul volto? E perché no, il trasporto insito nel bacio con cui, issatasi in piedi, lei, aveva dato al suo uomo?

Erano rimasti a lungo abbracciati, bocca nella bocca ma non muti. Parlavano i mugugni e i naturali rumori delle bocche. Mamma, abbassata una mano non aveva smesso un attimo di accarezzarglielo. E, sempre tenendoglielo in pugno, si era poi girata e gliela aveva porta dal didietro, appoggiandosi alla spalliera del divano.

Papà non se l’era fatto dire due volte: era entrato subito in lei dicendole con un affettuoso sospiro: «La mia puttanona!» A cui mamma non aveva mancato di rispondere: «Sììì sono la tua troia… fammi godere… Fattelo venire più grosso che puoi e spingimelo tutto in fondo…»

Erano scatenati. Ormai non avevano più alcuna remora o timore di svegliarmi: urlavano la loro passione. Papà aveva movimenti composti, come fossero studiati. Un dentro-fuori misurato, quasi a ritmo di metronomo. Le mani sui fianchi di mamma, ogni tre fondate si staccavano per andare a palpare il seno per altre tre. Mamma ansimava tutto il suo godimento. Si contorceva spingeva il bacino contro quella meravigliosa protuberanza che la stava deliziando e intanto non mancava di spronare il suo amante a tenere alto il vigore della penetrazione: «Più forte… Così… Rovista in ogni angolo… In fondo… Ecco… Lì, lì, spingi forte…»

Papà si era fatto attento. Manovrava il suo uccello con precisione. Di tanto in tanto stringeva forte a sé mamma, la baciava sul collo… Le infilava la lingua nelle orecchie aumentando le vibrazioni in lei. E così mamma aveva fatto sapere a tutti che stava venendo urlando quasi una preghiera di ringraziamento: «Dio Che Bello… Vengooo!!» Papà con grande lucidità non aveva arrestato il suo moto e aveva continuato imprimendo maggior vigore nelle fondate.

Anch’io nel mio punto di osservazione perpetuavo la stimolazione della mia clitoride sempre con più decisione. Come avrei voluto che in quel momento papà si fosse accorto di me e che per punizione mi violentasse con quella sua mirabolante verga che finalmente ero riuscita a vedere da vicino e proprio nell’esercizio delle sue funzioni.

Ma non era finita lì.

In papà avvenne una trasformazione: mentre mamma si rilassava con il capo fra le braccia appoggiata alla spalliera del divano per riprendere fiato, lui, con determinazione l’aveva mantenuta in quella posizione pecoreccia e sfilato il fallo dalla gocciolante figa lo aveva appoggiato contro l’ arabescato foro che si apriva solo qualche centimetro sopra.

«Cosa pensi di fa… – Mamma con voce un tantino preoccupata. Non riuscì a finire la parola che con un colpo secco l’architetto Marchetti, suo marito, glielo aveva infilato nel culo.– …re? Sei sempre il solito porco!» Mi era sembrato comunque che quel brusco mutamento di papà: da amorevole amante a vigliacco e brutale approfittatore, non era dispiaciuto troppo a mamma. Proprio per il tono della sua protesta era chiaro che, se nella prima parte denotava una certa apprensione, si trasformava poi in un affettuoso rimprovero. E così era stato.

Mamma, si era dedicata ad assaporare i fremiti che il cazzo di famiglia mandava in onda in diretta dal suo buco del culo. Era stato un crescendo! Papà manovrava il suo stantuffo con impeto, mamma lo accoglieva con gli onori che si debbono alle avanguardie di un esercito liberatore.

Allora non mi ero ancora posta se poteva esserci un uso erotico del secondo pertugio, anche se quando la lingua di Irma, nei nostri giochi procellosi, ne lambiva i contorni provocava in me intense e piacevoli sensazioni. Certo che come spettacolo non poteva passare indifferente a una ragazzina di soli 14 anni.

Se papà stantuffava con passione nel culo di mamma le mie dita si prodigavano ad elevarmi ad un altro orgasmo che, stavolta, avevo consumato sdraiata sul pavimento e da cui mi ero ripresa, giusto in tempo per essere testimone di papà che sfilato il cazzo dalle natiche della mia mamma lo aveva appoggiato a sgocciolare sulla di lei schiena. Mamma, in pieno visibilio erotico culminava anch’essa il proprio piacere.

Resta un po’ qui con me

Qui non ricordo più che mossa avevo fatto ma avevo ribaltato qualcosa che aveva rivelata la mia presenza. Non mi era rimasto che uscire allo scoperto. Papà in un baleno aveva raccolto da terra i suoi abiti ed era sparito. Mamma, dimostrando un impeccabile self control mi era venuta incontro: «Resta un po’ qui con me. Forse ne abbiamo bisogno tutte e due

«Sì mamma…» Non avevo aggiunto altro e mi ero seduta di fianco a lei sul divano. L’avevo guardata provando invidia. Era bellissima. Nuda. Mi era sembrata molto più bella di come ero abituata a vedermela intorno. Notavo in lei un’espressione serena. Piena di sicurezza: «Scusa se ti abbiamo esposta…»

«No mamma – l’avevo interrotta – lo dirò ancora quando tornerà papà. Perché torna, vero, papà

«Sicuro che torna. Mica mi ha ancora dato il bacio della notte.»

«Sono io che devo ringraziare voi. Adesso non dovrò più fantasticare su quanto può succedere fra un uomo e una donna. Non avrò più la paura che mi prende quando vedo che litigate per qualcosa. Quello che mi avete fatto vedere stasera mi dà la prova che il vostro stare insieme può resistere a qualsiasi contrarietà. Quindi sono sicura che non dovrò subire le noie e i disagi di due genitori che ogni tre settimane ti presentano un nuovo lui o lei come mi racconta Irma: “Questa è Lulù. Da lunedì verrà  a stare con noi. Per te sarà come una mamma.” Merde!»

«Sì, tesoro, è così: io e papà ci piacciamo ancora tanto.»

Ed era tornato anche papà: un po’ imbarazzato ma rivestito da capo ai piedi. E per certificare quanto aveva detto mamma le aveva sfiorato le labbra con le sue. Mamma era sempre nuda ma si muoveva con grande disinvoltura.

«Con cosa possiamo compensare il disagio che ti abbiamo procurato stasera.» Aveva chiesto papà con tono professionale e conciliante.

«Sì, c’è una cosa che dopo stasera mi piacerebbe fare con voi. – Loro due si erano guardarti con una certa preoccupazione – essere con voi a pranzo, domani, in un buon ristorante

Mamma: «Domani? Ma non avevi un impegno con Irma?»

«Sì, ma non mi interessa più. Domattina glielo dico con un SMS. Mi va di più stare con voi.»

Ricordo benissimo che ero rimasta ancora a lungo, lì su quel divano attaccata a lei.

La segretaria di papà – La stagista – La tavoletta di cioccolato

Discioltesi quelle immagini avevo aperto gli occhi. Non ho dormito ma forse lo può sembrare. Papà, ha terminato la lettura dei giornali e ha ritirato il braccio dalla mia spalla. Mi sento rilassata, rasserenata. Michela, la segretaria maggiorata, mi porge un caffè. La guardo dritta negli occhi: sorridono. “Non ho dubbi: sicuramente papà se la scopa.” Contraccambio il sorriso.

Torno nel mio ufficio. C’è già la stagista. che è esattamente il contrario della bella gnocca che svolazza per lo studio di papà: irrilevante nei lineamenti fisici. Avvilente nell’approccio empatico. Concordo con la definizione di Oscar: un cesso.

Grazie al benefico abbraccio paterno la trovo meno deprimente del solito e le offro una delle tavolette di cioccolata che ho arraffato nello studio di papy, dal cabaret dei gadget per gli ospiti: «Oh, grazie, non posso. Mi riscalda

Crepa!” è l’istantaneo mio pensiero. Accendo il computer.

Ma che cazzo, mamma!

Da com’è entrata in studio, mamma, ho capito che qualcosa le è andato storto. E non posso pensare in un qualche screzio con papà visto che, per tutto il tempo che sono stata con lui mi è sembrato l’emblema della serenità.

«Qualcosa non và?» se glielo chiedessi mi manderebbe a fà n culo ma glielo chiedo lo stesso. Invece si alza di scatto dalla costosa poltrona ergonomica e mi abbraccia tenendomi stretta fortemente a sé: «Mamma cosa ti succede?» Fa solo gesti senza proferire parola.

«Mamma – ho urlato – Parla… Che cazzo!» e giù qualche madonna. Si riattacca a me, questa volta piangendo. La guardo. È distrutta: brutto il colore della pelle. I capelli nel più completo disordine. Abbigliata così come capita. Non un trucco, e alla sua età sono accorgimenti che servono. Pigia qualcosa sull’Iphone e mi fa vedere un SMS “Barbara Falletti si è spenta questa notte all’età di 25 anni”

«Cos’è? Chi è?» Ancora pianto. Si lascia di nuovo andare sulla poltrona manageriale che papà le ha regalato per il suo cinquantesimo compleanno e finalmente: «L’amavo.» Lì per lì fa capolino in me un dubbio: “Che sia mia sorella?” Poi il racconto liberatorio.

La stagista ha dismesso quella sua aria zombesca dietro a cui si trincera e: «Volete che faccia qualche caffè?»

«Grazie Angela, va bene così. Anzi, se vuoi… direi che per oggi lo Studio chiude i battenti.»Ovvero: “Se te la scavi è meglio.”

Ormoni in tempesta

«Come ben tu sai ogni giovedì papà ha il tavolo da bridge al Circolo e non è mai successo che vi abbia una volta rinunciato o che sia rientrato prima delle due. E ieri sera, io ero in fregola esasperata e non mi andava proprio di smaltirla con l’ovetto sussultante. Così ho telefonato a Barbara che mi ha strapazzata come al solito: “Mi chiami solo quando quello ti pianta in asso per andare a trombare la sua troia. Goditi mò il tuo ovetto vibrante. Io stanotte ho di meglio che la tua passera semi avvizzita” L’avevo implorata fino a quando avevo pronunciato 150: “Dammi mezz’ora. Oh…, io mi porto gli arnesi. Non pensare che mi accontenti del divano e della televisione.” E mi sono buttata a preparare qualche stuzzichino: ha sempre una fame! Quando è arrivata era sicuramente preda di qualcuno degli accidenti che ingoia quando dipinge…. Sì, frequenta l’Accademia e dipinge. Crea figure terribili ma meravigliose.

Appena entrata mi ha subito messa a mio agio dicendo “Sembri un cesso”. Ha appoggiato a terra il sacchetto che portava e mi ha tirato fuori le tette facendo saltare tutti i bottoni della camicia. E si è messa a succhiarmele con foga.»

Come risvegliandosi da un sonno ipnotico: «Fla, dai un bacio a quella vacca di tua madre, altrimenti non ha più il coraggio di proseguire… – Una carezza!» Ha mendicato.

Da questo suo primo coup de theatre ho capito che mamma era tornata in sé con tutta quella grinta che sempre mi stupisce. L’ho invidiata. L’ho baciata e mi sono stretta a lei. Anche perché da come procedeva il suo racconto l’ho sentita non come una madre ma come una parte di me.

«Quando è stata sazia dei sapori salmastri della mia pelle Barbara si è staccata dai capezzoli mordendomeli finché non l’ho implorata di smettere. Si è allora, calata i calzoncini mettendo in luce il suo pube ben levigato in cui troneggia lo spacco della figa fra le sue rigonfie labbra. L’ha spinto verso di me ordinando: “Leccamela!”

“Ti ho preparato qualcosa di buono” ho replicato.

Si è diretta verso la tavola che avevo apparecchiato in sala. Erano diversi stuzzichini tutti a forma di involtino. Ne ha scelto uno e se lo è infilato fra le grandi labbra: “Assaggiali prima tu, i tuoi cazzilli.” L’ho fatto e l’ho fatto con tanta passione. Mi sono accorta di essere tutta bagnata sotto. Mi sono tolta il restante degli abiti e qui mi ha dato la prima soddisfazione della serata: “Sei ancora una bella figa, Ines – ma, di seguito – sono 150 quelli che mi hai promesso stasera. Vero?”

“Sì, sì” l’ho rassicurata.

“Grazie. Ne ho proprio bisogno. Domani debbo comperare le vernici. Adesso dove mi porta la mia cagna?” E mi ha cinto il collo con un collare che mi aveva fatto ordinare da poco da Amazon. Guinzaglio… sapevo già cosa dovevo fare. A quattro zampe l’ho condotta nella stanza degli ospiti dove mi ha ammanettata al letto: mani e caviglie. Mi ha infilato un divaricatore anale e si è guadagnata i 150 euro leccandomi tutto quello che poteva. È molto fantasiosa nelle evoluzioni della lingua e si eccita moltissimo anche lei. A quel punto avevo anch’io diritto a leccare la sua e me la sono fatta calare sulla bocca. Mi piace da matti quella sua polposa prugna e ci ho messo tanto impegno soprattutto quando la figa ha preso a schizzare.

Gli orgasmi provati e la soddisfazione di averla vista e sentita godere sotto i miei colpi di lingua mi hanno appagata. “Starò bene per un po’ di giorni” mi sono detta.

Ci siamo ricomposte e lei mi ha detto che se ne andava subito perché voleva buttare giù una idea che le era venuta mentre me la leccava: “Te la farò poi vedere. Ti piacerà. Non ce la farai a non comprarmela… Anzi se in tutto per stasera me ne dai 500 è già tua prima che la faccia.” Le ho detto che non potevo darglieli perché quei soldi non li avevo in casa e gli ho allungato i 150 che avevo già preparato. Lei ha insistito. Io non potevo far altro che ripeterle che proprio non li avevo. Alla fine mi ha sputato in faccia e se ne è andata.»

,

Fate presto

Essere entrata nei dettagli ha comportato per mamma un grosso sforzo psicologico. Debbo tirarla su senza interrompere il suo bisogno di raccontarmi quel fatto.

Mi avvicino al frigo-bar e preparo un paio di spritz. Robusti. Come piacciono a mamma. Questo però continuando a tenerla sull’argomento e sottolineando gli aspetti malandrineschi della sua artista/prostituta:

«Verso le undici una telefonata di papà mi dice che sarebbe andato con gli amici a farsi una zuppa di pesce a Milano Marittima e che avrebbero pernottato là. Niente di strano in estate succede spesso. Sono andata a letto. A parte la baruffa mercantile finale mi era sembrato di aver passato una frizzante serata, ricca di fremiti e godimenti. E, soprattutto appagante delle piccole necessità di una moglie lasciata sola in una notte di tempesta ormonale.

Le due: l’SMS che ti ho mostrato. Subito il 113, sospetto suicidio: “Fate presto!”. Mi sono vestita e ho raggiunto dove ha lo studio e abita Barbara, che è quasi di fronte all’Ospedale Maggiore. Dal trambusto ho capito subito che polizia e pompieri avevano già fatto il loro intervento: “L’hanno portata di là, al Maggiore… Lei è la sua mamma?” Mi ha detto una vicina svegliata dal casino. Sono volata all’ospedale. Solo stamattina mi hanno detto che speravano di salvarla. L’hanno ricoverata in Rianimazione. Sono restata per poter parlare con un medico che mi ha detto che Barbara aveva ripreso conoscenza. Non era stato suicidio ma over-dose o una partita tagliata male. Ho aspettato le 11 per poterla vedere.

Davanti a quel pallido volto appena sfuggito alla morte mi sono sentita una merda: avrei dovuto quantomeno darle speranza che il giorno dopo gli avrei procurato quei 500. Con il fil di voce che viene lasciato in uso ai risorti, mi ha detto: “Mi hai salvato la vita.… Non è poco.”»

Ma questa Barbara?

Qui mamma è ripiombata in uno scroscio di pianto abbracciandosi a me

«Mamma, ma dove hai conosciuto questa Barbara?»

«È una roba di circa sei mesi fa. Un sabato pomeriggio gironzolando per vetrine mi sono infilata in un negozio dove si svolgeva la ‘vernissage’ di sue opere. Mi erano piaciute molto. Avevo voluto conoscere l’artista. Lei era stata molto disponibile e mi aveva invitato nel magazzinetto del negozio per un caffè e quattro chiacchiere. C’era una macchinetta automatica di bibite e caffè e due seggiole di fortuna. Su queste, fra gli acri odori di vernici, Barbara mi aveva parlato di come era cresciuta in lei la passione per la pittura. L’Accademia. Le prime mostre. Il successo che si prospettava. Non aveva raccontato invece alcun che di lei come persona. Dove come viveva. Mentre parlava l’avevo guardata con attenzione: era una gran bella figliuola: non alta ma neppure un tappetto. Un paio di tette giunoniche sotto un viso dolce ma atteggiato in un’espressione forte, un tantino dura. Avevo notato che nelle parti non coperte dagli abiti spuntavano tracce di tatuaggi e mi aveva colpito particolarmente un frammento disegnato sulla parte inferiore di un seno che si mostrava, di tanto in tanto nei gesti del suo parlare. Poteva essere la raffigurazione della testa di un sauro preistorico. L’avevo puntato, affascinata, cercando di scoprire sempre qualcosa in più ogni volta che si faceva vedere. Barbara se n’era accorta e faceva svolazzi di braccia proprio perché lo scorcio della poppa si ampliasse e ne apparisse una porzione sempre più grande. Bella quella poppa! È rimasta nei miei occhi per giorni. Di conseguenza l’accomiatarsi è divenuto un momento ‘in tutta vibrazione’: Le avevo teso la mano per il saluto ma le sue erano andate a pescare anche l’altra mia mano. E stringendole forte aveva appoggiato educatamente le labbra sulle mie.»

«Credimi Fla, non avevo mai avuto un rapporto con una femmina e non mi era neppure mai passato per la mente di averlo. Per i godimenti avevo in testa solo il cazzo e, magari, una buona ‘lingua-di-cazzo’ in attesa di questo. Che non è mai troppo!

Ma chissà quel pomeriggio cosa…»

«A quel lieve contatto avevo reagito d’istinto: aperte le labbra ero stata io a profanarle la bocca con la lingua. Non solo, le mani mi erano volate sulle sue marmoree tette che avevo palpato in ogni dove. Avevo poi goduto a lungo la sua lingua nelle orecchie e giù per il collo.

Era fatta! Avevo lanciato un chiaro segnale da lesbicona a caccia di giovani prede accondiscendenti. Quando avevamo deciso di staccarci la testa era tutta un vortice.

Ero uscita da quel bugigattolo e mi ero ritrovata fra i visitatori che in quel momento erano tanti. Ugualmente tutto vorticava attorno a me mettendo in discussione tante cose del mio vivere attuale. Una mano sulla spalla: Barbara mi porgeva il suo biglietto da visita: “Vienimi a trovare. Lì ho opere più grandi… e anche più comode. Mi piacerebbe averti per amica.” Il vortice aveva ripreso il suo frullare e avevo fissato subito l’appuntamento.

In via del Sole al 15 c’è un capannoncino fra i palazzi delle abitazioni popolari: il suo studio. Avevo portato con me una buona bottiglia di Calvados: ne avremmo bevuto qualche goccetto assieme, e gliela avrei lasciata. Magari “per tornare”, avevo pensato. Quella ragazza era diventata una calamita. Erano stati tre giorni in cui lei era permanentemente presente innanzi a me. Conscia che fosse una cosa esagerata, la notte prima del nuovo incontro mi ero data a tuo padre in ogni modo possibile godendo a crepapelle e sbalordendolo per la frenesia delle prestazioni: “Cos’hai bevuto?”

“Un calvados speciale” avevo comprato anche una seconda bottiglia da trattenere in casa.»

Nella tana del lupo

«Il loft dove vive e lavora Barbara è una gran figata:

dentro è un unico ambiente. Non ci sono pareti. C’è tanta luce che prende da quattro grandi finestroni sul soffitto. In quello spazio c’è tutto: dove lavora e dove vive.

Le pareti sono una fantasmagoria di colori. Quelli delle sue opere.

Un suo bacio strepitoso mi ha accolta. Ho dovuto appoggiarmi al muro per non cadere. Ero prigioniera della gioia di avermi attratta nella sua tana. La bottiglia che avevo portata era la benvenuta. L’ha stappata subito, ne ha bevuto un lungo sorso a collo e me l’ha passata. Ho bevuto a collo anch’io. Della sua vicinanza m’inebriava l’odore di femmina trasgressiva. Il vortice aveva ripreso a muoversi: lentamente questa volta. Lentamente come io volevo che lei mi prendesse. Sapevo che lei voleva prendermi e io ero lì perché questo volevo. E lei sapeva che lo si doveva fare subito: mi ha fatto segno di mettermi nell’unica poltrona che si vedeva attorno. Una antica chaise longue. Mi ci sono seduta. Mi sono tolta le scarpe e mi sono sdraiata. Comoda e rilassata.

“Ti lascio per un minuto” ed è sparita dietro quelle pile di mercanzia che ingombrano lo spazio: tele di tutte le dimensioni, rotoli cartacei, scatole di cartone enormi. Tutto questo viene a creare stretti passaggi e ipotesi di vicoletti. Guardandomi attorno avevo finito per credere di essere in una città fantastica. E Barbara è tornata… completamente nuda. Meravigliosa! Si era pure passata un rossetto molto rosso sulle labbra e anche sui capezzoli. Ho fatto per alzarmi e andarle incontro ma un suo gesto perentorio mi ha bloccata e fatta tornare in quella posizione fatta apposta per l’amore. E subito si è tuffata sopra di me e una sua mano fra le mie cosce. Due dita mi hanno penetrato. Hanno cominciato la loro danza mentre lei mi ha dimostrato la propria eccitazione spargendo il rossetto delle labbra per tutto il mio collo. Non ho messo molto a raggiungere l’orgasmo: “Era questo che cercavi. No?”

Avevo balbettato qualcosa di impreciso. Lei voleva certezze. Me lo ha ripetuto, questa volta prendendo fra i denti il lobo dell’orecchio. Mi ha fatto male e a purché smettesse ho risposto di sì. “Non mi stai dando molte soddisfazioni. Mi sa che debbo punirti.” Era sparita nuovamente. Pensando di distoglierla da quel malanimo mi sono denudata anch’io. Vedendomi così al suo ritorno mi ha sorriso e abbracciato… ma mi sono ritrovata ammanettata.

Ti giuro Fla, in quei momenti non ho provato ne paura ne angoscia. Solo ansia. Ansia di sapere quando potevo di nuovo godere come era stato qualche momento prima col ditalino.

“Adesso devi metterti in ginocchio sul cuscino.” e ne ha gettato uno a terra. L’ho fatto senza porre domande. E mi ha spinto nella posizione che lei voleva. Mi ha quindi accarezzato il seno facendomi sperare che il piacere fosse lì che stava arrivando, poi all’improvviso ho sentito un dolore secco sulle natiche. Lei con una mano mi palpava le poppe e con l’altra manovrava un nervo di bue che si abbatteva ritmicamente sui miei glutei.

Beh, Fla, se devo dirti il vero, la combinazione di piacere e dolore non mi dispiaceva del tutto:

“Ti piace, vero? Porca! – E aveva messo fine a quel supplizio. A gambe aperte sul divanetto, innanzi alla mia bocca ha ordinanto – Leccami!”

Ho iniziato senza sapere come andava fatto quel che facevo. Ogni momento scoprivo qualcosa di nuovo in quel gioco: gli odori, i sapori, la clitoride, che sicuramente è il doppio della mia: un micro cazzo. A lei sono piaciuti i miei improvvisati affondi di lingua che gustava tenendo premuta la mia testa contro di lei. Il suo orgasmo è stato come una secchiata d’acqua contro il mio viso. O forse era semplicemente una pisciata volutamente non trattenuta. Ma in quel momento avrei sopportato di tutto.

“Ci sai fare, eh, puttanona! Chissà quante ne hai succhiate?… Sei stata brava, ti perdono per tutto quello che hai fatto di male e che io non so… Adesso ti do qualcosa io di buono. – L’ultima frase l’ha detta con un tono pieno di dolcezza e mi ha liberato dalle manette. – Su, sdraiati che finché c’è luce voglio mettermi a lavorare.” La sua lingua ha preso di mira i miei capezzoli improvvisandovi un servizio che ancor oggi fatico a dimenticare. Poi giù… l’ombelico: la punta della lingua ne ha stuzzicato ogni piega per poi addentrarsi nella villosa selva del pube. Fradicia, e irrequieta la figa si è spalancata quando solo l’aveva percepita nelle vicinanze. Prima di affondare in essa mi ha detto: “Se ti viene da urlare puoi farlo. È impossibile che al di fuori si possa sentire.” E si è rituffata nella palpitante fessura. In effetti c’era proprio da urlare. Le sensazioni che mi procuravano le evoluzioni di quella lingua contro e attorno alla clitoride non avrei potuto mai immaginarle. Sì, ho urlato! L’ho fatto con tutto il fiato che mi era rimasto e questo l’ha eccitata tantissimo e quando io sono esplosa si è appartata in un angolo del divano a masturbarsi per venire una seconda volta.

Mi era parsa un’altra persona: sempre meravigliosamente intrigante ma più normale. Mi ha accarezzato il ventre: “È qui sotto che nascono i brividi – ha detto – Almeno così credo.”

Ho annuito e mi sono accoccolata contro di lei. Accarezzandomi i capelli mi ha qui dato la dimostrazione della sua normalità dicendo: “Se poi ti interessa una delle mie opere ti faccio bene.”

“Te le comprerei tutte ma non c’è nessuna parete di casa mia che possa contenerne anche solo una.”

“Non dirmi che questa non sapresti dove appenderla?” e da qualche parte ha tirato fuori un foglio con lo schizzo di una donna che si stava denudando: “Ti riconosci?”

“Oh, sì. Sono proprio io. Ma quando sei riuscita a farlo?”

“Ho visto da lontano che stavi tirandoti giù gli stracci e ti ho guardata bene. Poi foglio e carboncino. Io ho una memoria fotografica – e con un ghigno trionfante – Per te sono 200… dentro c’è anche il servizietto.” Li avevo nella borsa e glieli ho dati.

Soupe à les oignon

Così come si è conclusa la prima vera trasgressione della mia vita, mi ha lasciato tanto amaro in bocca. Appena a casa, una calda doccia poi mi sono messa a tagliare cipolle per farne una buona zuppa. Quella che piace tanto a papà. Un po’ per farmi perdonare di quello che non saprà mai.»

Papà, che aveva avuto una giornata particolarmente proficua aveva deciso di far festa e aveva chiuso lo studio per tornare, in anticipo: dalla sua Ines. Quasi sicuramente aveva anche lui qualcosa da farsi perdonare.

Aveva messo piede della cucinetta mentre mamma aggiungeva alla sua zuppa la dovuta dose di cognac. Allegramente le aveva tolto la bottiglia dalle mani e a collo ne aveva bevuto un abbondante sorso e, trattenutolo in bocca, lo aveva passato in quella di mamma col bacio che ne era seguito. Lungo e appassionato: T’è piaciuto il brindisi?». L’aveva tornata ad abbracciare e stavolta le labbra di lui avevano fatto quello che sapevano fare, sul collo e dietro alle orecchie di lei.

Mamma, sempre stando al suo racconto, aveva aggiunto alla reminiscenza di quanto vissuto nelle ore precedenti anche questo nuovo turbamento. Il vortice, ovviamente, aveva ripreso a vorticare. Lei non aveva capito più un cazzo e lì d’acchito glielo aveva preso fuori e, in ginocchio, innanzi al forno dove la zuppa stava gratinando, aveva iniziato a pomparlo. Sicuramente papà non se l’aspettava, ma cribbio! perché fermarla? L’aveva lasciata continuare per poi spingerla contro il tavolo dove affannosamente aveva cercato di liberarla dalla gonna. Con il resto aveva più familiarità.

Ancora una volta papà si era infoiato alla vista della patonza di mamma e issatala di peso sulla tavola non aveva mancato di renderle omaggio con la lingua. Mamma, dimenticato tutto quanto potevano ricordarle quei gesti, aveva mugolato tutto il suo piacere e papà glielo aveva infilato, lì, su quel tavolo: cosce ben aperte, gambe ciondolanti. Mamma aveva così aggiunto un altro orgasmo alla contabilità di quella giornata. Papà, ancora una volta, si era dimostrato pratico più che mai di amplessi su tavoli e scrivanie e fondata dopo fondata aveva appoggiato lo sborrante uccello sul ventre di lei. Non voleva credere alle proprie orecchie quando mamma, quasi in un rantolo gli aveva proposto: «Se vuoi, tesoro, oggi ci sarebbe anche il culo a disposizione.»

«Un momento. Mi ci vuole un aiuto» e si era diretto verso il suo studio. Mamma, con aria ebete era rimasta in quella situazione improvvisata: distesa sul tavolo di cucina.

Papà si era ripresentato dopo una decina di minuti nudo, spavaldo e con un uccello da far invidia a certi maschietti ben più giovani: «Sono costose ma meravigliose. Fanno effetto già dopo dieci minuti» e si era preso cura di denudare completamente la consorte. Aiutandola anche a mettersi in una posizione consona, appoggiata sempre allo stesso tavolo. Baci e carezze non erano mancate: «Ines, sei un fuoco… – e una fugace riflessione – non è che mi stai diventando ninfomane? Perché io sono ormai attaccato ai 60.… – e manovrando l’uccello con le mani, aveva fatto largo alla cappella fra le natiche per centrare l’obiettivo. Mamma in attesa sospirava armoniosamente – Cazzo, Ines, meglio metterci un po’ di unto.»

«No, dai… Dai! Va bene così. Anche se mi farai un po’ di male. Mi piace così.» E papà aveva cominciato a spingere.

«C’hai un gran bel culo, Ines. Stretto e vorace.» Aveva sentenziato l’architetto Sergio Marchetti alla prima cucchiaiata di soupe à les oignon. Il suo piatto preferito.

Lieto fine forse con prosieguo

Tutte queste noterelle, sfuggite alla prudente riservatezza di mamma mi confermano che lei e papà, malgrado tutto si vogliano ancora tanto bene.

Mamma, rasserenata dalla comprensione che le sto dimostrando in questo suo difficile momento riprende il racconto del suo rapporto con Barbara:

«Tre giorni dopo l’artista mi ha telefonato per dirmi che a memoria ha buttato giù il bozzetto per un dipinto che mi avrebbe ritratto nuda. Anche se, dopo l’appagante inculata di papà e successive analoghe leccornie, mi ero ripromessa di non avere più incontri con costei, le ho detto che l’avrei visto volentieri: “Sarò da te oggi alle quattro. Così magari avremo tempo anche per divertirci un po’.”

Non essendo riuscita a tener fede ai miei buoni propositi, per tutti questi mesi, con Barbara è andato avanti un difficile rapporto fatto di piccole angherie ed estorsioni per quel po’ di sesso diverso che mi elemosinava. Una fonte a cui mi sono abbeverata credendo di aver assoluto bisogno di lei. Tanto da pagarla profumatamente.»

Garganella d‘un fiato lo spritz, mamma: «Me ne faresti un altro? Fla. Sento che mi fa bene. – e mentre, questa volta lo sorseggia, butta lì… – … E tu con Sìmone come va?»

A mamma non ho mai confidato il mio amorazzo con Sìmone così farfuglio qualcosa di impreciso e non credibile. Si stanno capovolgendo gli atteggiamenti: lei che con nonchalance, serenamente domanda e io che irrequieta, cerco di dribblare la domanda.

«Non ti preoccupare dicevo solo così per sensazioni di mamma.»

«Dai mamma, non fare la furba. Tu hai qualche confidenza precisa. È che, da vecchia volpe di redazione, hai giurato di non rivelare la fonte. Dai! Cosa ti ha confidato quella vacca di Laura?» la signora che tiene in ordine sia il mio che il suo appartamento.

«Niente di particolare. Solo che da quando vi ha trovato rifugio Sìmone si cambiano le lenzuola solo in un letto. – Dando per certo tutto quello che ne consegue aveva proseguito nella soddisfazione della propria curiosità. – Oscar lo sa?» Non potevo che ridere e così le ho raccontato per filo e per segno l’attuale andazzo di casa mia.

Mamma che di teatro è un’appassionata cultrice ha trovato modo di farsi scendere due grosse lacrime mentre mi abbraccia: «Oh, Fla! La mia Fla! Finalmente qualcosa in cui io e te ci assomigliamo. Anche se non è certo da considerare una virtù.» Ed è tornata alla carica su quella curiosità relativa ad Oscar a cui non avevo voluto rispondere.

«Mamma, Oscar sa tutto, vive con noi e tromba tutte e due – e mi lascio andare a quel po’ di gelosia che è rimasta in me – negli ultimi giorni, forse un po’ più lei di me.» E qui mamma mi ha sbalordito: mi ha abbracciato, perché è così che deve succedere in un racconto come questo e il bacio in copione me lo ha appoggiato sulle labbra e io, sempre da copione, ho tramutato la materna affettuosità in un appassionato fiocco. Confondendole nuovamente le idee.

«Sai cosa facciamo adesso? La stessa cosa che facemmo quella notte di qualche lustro fa quando vi pescai mentre papà ti trombava e ti inculava… Vado a chiedergli di portarci a pranzo in un elegante ristorante.»

«Sì, però non le racconteremo quello che mi è capitato.»

L’architetto Sergio Marchetti non ha problemi ad accogliere la mia proposta, anche perché: «Oggi sono dieci anni che ho aperto questo studio e normalmente ogni anno festeggio andando a pranzo con tutto lo Studio. Solo che quest’anno gli altri due hanno preferito, visto che lo studio fa festa e oggi è venerdì, raggiungere al mare le loro rispettive morose.… Li capisco. Però andare da solo con Michela mi sembrava un po’ sconveniente. Anche perché lei ha un moroso che, addirittura, la vuole sposare. Quindi direi che la formula ‘ lei e tutta la famiglia’ è perfetta. Brava la mia Fla!»

«In fondo siamo una grande famiglia.» concludo io.

Michela che è lì a due passi da me mi sorride e io mi accorgo che emana lo stesso profumo muschiato con cui ogni mattina si cosparge papà.

©Flavia Marchetti 2019


[1] Cinnazzo, Il cinno a Bologna è il bambino. Particolarmente quello vivace.

[2] Palazzo, l’orologio della torre di Palazzo d’Accursio in piazza Maggiore a Bologna

[3] Cinnazzo, Il cinno a Bologna è il bambino. Particolarmente quello vivace.

[4] Palazzo, l’orologio della torre di Palazzo d’Accursio in piazza Maggiore a Bologna

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