Le porkeriole di Flavia

diario e fantasie di una scrittrice di bella presenza

Mimma

Flavia dal 2005 pubblica con l’editore Enstooghard, del dr.Hans Stortoghårdt in Borgergade 9, 1300 København

Sulla carta con cui confezionavano le loro prelibatezze stava scritto “E’ dalla Rivoluzione Francese che addolciamo la Città”. In effetti era il 1789 quando aveva aperto i battenti in una delle più frequentate vie del centro storico. Quasi in faccia alla chiesa. È la Premiata Pasticceria Gentilucci.

Era proprio il 1789.

Duecento anni e passa, dopo, sfornava ancora i più buoni, ma anche i più belli a vedersi, dolciumi della Città. E oggi è un bar di tutto rispetto.

In precisi orari diventa punto di incontro per le persone più in vista della Città.

Mimma, invece, dalla pasticceria ci passa quasi tutte le mattine verso le 9 ma per un motivo tutto suo che adesso vediamo che spazio può avere in questa nostra cronaca.

Mimma è una giovane sposa. Da pochi mesi Umberto l’ha impalmata sull’altare con tutto lo sfarzo che deve esibire uno del suo censo e con la sua reputazione di severo pubblico ministero.

Mimma che è di umili origini – figlia di un bagnino e di una piadinara. Patâca tutta la famiglia: ovvero romagnola – è di un buon po’ più giovane del marito: più di 25 anni. Ed è proprio bella.

Umberto De’ Nardi Bastoni che con amici aveva partecipato a una battuta di caccia alla gnocca tedesca, lì fra Cervia e Milano Marittima, l’aveva vista al bar del bagno di suo padre. Non aveva più pensato ai ridondanti culi e tette teutoniche e a quel bar s’era piazzato. Addirittura, quando gli amici erano rientrati, lui era rimasto a Cervia, prendendo alloggio in uno degli hotel più prossimi alla spiaggia dov’era il bagno che il papà di Mimma gestiva e che i figli conducevano. Umberto, puntualmente alla mattina presto era già lì.

Mimma dimostrava di gradire quel corteggiamento, anche se le sembrava in stile cavalier servente. Umberto, comunque le si presentava sempre come un cliente curato nell’aspetto, cordiale nell’esprimersi, raffinato nei gusti…: in fondo un bell’uomo.

Resistette fino al sabato poi accettò l’invito a cena con successivo passaggio in discoteca. Ci fu anche una passeggiata sul bagnasciuga sotto la luna.

Pur con l’atmosfera propizia, Lei non gliela diede. Lui non gliel’aveva chiesta.

Un’altra settimana e, con una bella tavolata alla Casa del Pescatore, i due divennero fidanzati. Un bell’anello, qualche bacio in pubblico, tante foto. Da Bologna era pure arrivata la signora Marcella De’Nardi Bastoni, contessa e mamma di Umberto. Benedisse l’amore e la pulzella che non molto tempo dopo sarebbe entrata nella sua lussuosa dimora.

La Signora, subito dopo il primo brindisi aveva raccontato una cosa terribile ed era montata su un’Alfetta alla cui guida stava un atletico giovane.

Le solite malelingue che tennero d’occhio l’auto, pettegolarono che questa si fosse fermata solo due edifici dopo: Hotel Carli, un 5 stelle con hammam in stile e piscina.

Non è significativo sapere se Mimma gliel’avesse data, dove e come, prima o dopo aver visto l’anello, che era un pezzo molto importante. Può essere invece stuzzicante sapere che solo 80 giorni dopo, un volo della Pan American ritornava gli sposi dalla luna di miele ad Acapulco.

Da qui sarà sicuramente un racconto stuzzicante ed intrigante perché è da qui che la favoletta diventa piccante e un tantino porcellosa. Scusate ma è questo è il nostro stile.

E proprio perché lo stile di questo racconto vuole essere porcelloso racconteremo questa vicenda sentimentale – roba da  Harmony! – facendola partire da un problema. Sì, un problema del cazzo.

Quando ci si avvicina ai 50, diciamo che incominciano a farsi vivi i problemi della stagione autunnale che rapportata agli individui umani potrebbe dirsi anche terza età:

«Ma cosa dice signor Conte? A guardarla si direbbe un ragazzino fra 35 e i 37. Se non fosse che ho già un marito, due figli e una suocera a carico, mi creda, su di lei ci farei un pensierino – Nell’ambulatorio del professor Luigi Manca, il conte Umberto De’ Nardi Bastoni stava declinando i propri dati alla segretaria, una milfona appariscente presumibilmente sua coetanea, che abituata alle autocommiserazioni dei pazienti recitava questa pantomima. Se l’era preparata proprio per non farsi coinvolgere da quel genere di litanie e compilare velocemente il frontespizio con le informazioni utili al Professore per la visita – adesso però mi dia i suoi dati perché secondo me tra un attimo il Professore la chiama dentro. Riassumendo: lei è il conte Umberto De’ Nardi…»

«De Nardi Bastoni» precisò con un certo sussiego il Conte.»

«Abita qui da noi in via d’Azeglio al numero 15, ha 47 anni ed è sposato da diciassette giorni – Pausa con sorriso – Complimenti! – E riprendendo il suo aplomb professionale – Per il forte bruciore che avverte quando urina e per la minzione ridotta, ne parli con il Professore perché io sono solo una segretaria stenodattilografa diplomata.»

Una visita urologica con l’esplorazione della prostata non era proprio il massimo come rientro dal viaggio di nozze. Il conte De’ Nardi Bastoni aveva accettato quell’appuntamento anche se programmato solo dopo poche ore l’aver toccato l’italico suolo, ben sapendo che la giovane sposa avrebbe proseguito per Cervia per traslocare nella casa del marito le sue cose più personali. Il Conte, non avendo intorno la mogliettina, aveva potuto non informarla di tutte le problematiche del suo uccello. Indispensabile strumento per la buona armonia coniugale. Anche se, lei, poverina, aveva già avuto modo di accorgersene durante la luna di miele.

Quindi, a quell’appuntamento, di grandissima importanza per il suo futuro sentimentale, era andato da solo.

Adesso era lì ad aspettare che quel Solone del cazzo gli mettesse le mani sui gioielli che mamma gli aveva dato ed emettesse pareri e sentenze sulla funzionalità dell’organo che proprio per gli ultimi accadimenti era chiamato a svolgere le sue funzioni come non mai.

Finalmente verso mezzogiorno l’illustre cattedratico l’aveva ricevuto. Era un ometto segaligno il Prof: più o meno della sua stessa età, magretto e non troppo alto con vivacissimi occhi da cui balenava intensi sguardi alla patta dei calzoni del nuovo paziente che con un certo imbarazzo e anche un po’ in maniera disordinata, stava raccontando noie ed intoppi del proprio strumento: «Quindi, se ho ben capito lei prova un forte bruciore quando va a pisciare – il Prof si esprimeva con un linguaggio molto terra a terra – E, per tutti gli altri usi?»

Ebbe un attimo di incertezza a rispondere il signor Conte e venne spronato un po’ bruscamente: «Insomma, le si drizza o no? – Il Conte balbettò qualcosa che l’illustre primario faticò a comprendere. Per cui, innervosito fu ancora più sgarbato – Senta Conte… davanti a un bel culo cosa fa il suo bigolo? Va su o sta ammosciato?» Qui Umberto De’ Nardi Bastoni, conte della Pannocchia Dorata, come confermava nell’araldica lo stemma del nobile casato, aveva tentato una battuta di spirito: «Bisogna vedere se chi ci mette il culo è un ‘dante’ o un ‘prendente’…» che suscitò un blando sorriso seguito da un ordine deciso: «Si metta sul lettino… Via pantaloni e mutande. Si appoggi ai gomiti e su il bacino con le gambe ben divaricate. Voglio dare un’occhiata alla prostata!»

Al Conte non era ancora capitata una situazione del genere. Eseguì quanto richiesto con un certo imbarazzo e, diciamolo pure: vergognandosi un po’.

«Tranquillo! – Aggiunse con voce pacata il Chiarissimo Dottore che prese ad ungere con vasellina, fuori e dentro, il nobile buco del culo.

Al Conte parve che per quell’operazione, il Luminare ci mettesse troppa cura e tempo, come che volesse farsi apprezzare più per i preliminari che per la visita stessa che si risolse in una rapida esplorazione. Da quel che sembra, pare che l’aristocratico uomo non avesse turbamenti per quell’intrusione nel proprio corpo e, addirittura, trovò che la parte iniziale di tutta quella manovra era stata piacevole. Ma questo non l’avrebbe mai confessato ad alcuno.

«Ecco…fatto … – Aveva detto, il Prof con un sorriso, tanto per mettere il paziente a proprio agio – Sentito dolore?»

«No no dottore… » e con un altro sorriso il suo carnefice gli indicò dove poteva trovare lo Scottex per ripulirsi.

Così, mentre innanzi al lavandino compiva queste operazioni, Umberto De’ Nardi Bastoni, sentì la mano del Professore sulla spalla che con tono amicale gli diceva: «La prostata è un po’ infiammata ma direi che non ha nulla di patologico. – E modificando leggermente la tonalità della voce. Come che si rivolgesse ad un membro della propria famiglia o quanto meno ad un amico di lunga data – Anche il culo sembra nuovo e si lascia esplorare con dimestichezza, direi, caro Conte, che oggi se la cava con un blando antinfiammatorio specifico e 250 euro da versare alla Signora, fuori nell’atrio» e si prese la libertà di dargli uno schiaffetto affettuoso su di una natica mentre tirava su i calzoni.

Lì per lì il Conte aveva pensato a una manifestazione spontanea per la gioia di incassare quella rilevante somma, solo per aver messo due dita nel culo a uno dei rari aristocratici che ancora oggi faceva sfoggio del proprio titolo.

Casualmente nello stringergli la mano per il saluto aveva notato che sotto ai calzoni di lino del Prof, era in atto un’incontrollata erezione.

Forse lo sconvolgimento per quest’ultima constatazione, assieme a quel po’ di dolore che gli era rimasto dalla profanazione subita, il Conte uscito dall’ambulatorio, ebbe un lieve collasso, quasi uno svenimento. Subito era intervenuto il Professore: «Non è nulla, caro Conte. Può succedere in persone apprensive dopo un’azione sanitaria coinvolgente come quella che le ho praticato. Ci terrei però a rivederla subito fra un paio di giorni. E mi raccomando, prenda quel farmaco prescritto, negli orari che ho indicato. Se non le è di disturbo la vedrei nell’ambulatorio che ho in una delle stanze di casa mia. La Signora le darà l’indirizzo.»

Così, due giorni dopo Umberto De’ Nardi Bastoni, conte dell’eccetera eccetera, si fece lasciare dal taxi innanzi a una settecentesca villa nella zona collinare della città.

«Come andiamo? Ha preso le pillole che le ho prescritto?»

«Oh, certo, sono stato disciplinatissimo. E direi anche che qualche beneficio nell’urinare l’ho notato.»

«Oltre che urinare ne ha fatto altri usi?» E qui il buon Umberto arrossì. Abbassò lo sguardo e con fatica confidò all’illustre dottore: «Vede Professore… In questi giorni in casa sono solo. Mia moglie è dalla sua famiglia, mia madre è andato a trovare una parente ed io solo in quell’immensa magione ho speso qualche soldo per guardare film un po’ osé. Ho un ottimo televisore con schermo panoramico. Mi sono messo comodo in poltrona e mi sono guardato alcune performance. E qui debbo dirle che ho avuto, una strana reazione. Posso esprimermi liberamente?»

«Sicuramente. Come con un amico. Perché in fondo noi siamo già vecchi amici.»

«Grazie Professore, mi sento onorato. Ebbene. Avevo scaricato due bionde che facevano un pompino a un marinaio di colore. Una coppia giapponese che trombava nelle più assurde posizioni e un ragioniere di Busto Arsizio che si faceva inculare sulla scrivania dal proprio capufficio. E, sa cosa le debbo dire? caro Professore: se dei primi due non vedevo l’ora che arrivassero alla fine, il terzo me lo sono gustato per ben tre volte e, mi perdoni se glielo dico, l’ho fatto sempre masturbandomi.»

«Senti Umberto – era passato al tu – ma con le seghe sei venuto?»

«Oh sì, è stata anche una bella sega»

«Hai provato poi a vedere se tornavano ad eccitarti gli altri due film?»

«Ci avevo pensato, Luigi – anche lui era passato al confidenziale. Adesso erano amici – ma poi ho optato per riguardare il ragioniere di Busto Arsizio. E mi sono sparato un’altra sega.»

«Mo sóccmel, Umbert! Tre seghe per un’inculata!»

«Noo, le seghe finite bene sono state solo due. Di inculate se ne sono viste ben di più. Il film è girato molto bene. Se vuoi ho copiato il link e te lo mando.» Erano proprio diventati amici!

«Adesso però pensiamo a te. Anche da quello che mi hai appena detto direi che problemi all’uccello non ce ne dovrebbero essere: pisci senza dolore, ti si drizza, raggiungi l’orgasmo. Io però un’occhiatina tornerei a darci. Vieni che andiamo in studio.»

Scrivania, lettino, paravento, lavandino con di fianco rotolo Scottex e il conte Umberto sapeva già cosa fare: giù le braghe, giù le mutande, gomiti appoggiati al lettino, su il bacino, gambe ben divaricate, culo aperto. Vasellina!

«Sarà una visita un po’ più lunga, non ti preoccupare. E’ solo che qui, senza altri pazienti che aspettano, posso fare le cose con più calma»

Il rito della vasellina sembrava non dover finire. Il Prof gliela spalmava con grande cura. Dentro con un dito, fuori con il dito, dentro con due. Al Conte arrivavano sensazioni non certo consone a una visita medica. Poi ci fu l’esplorazione vera e propria. Tutta un’altra cosa dalla prima puntata: due dita entravano e uscivano dallo sfintere molto lentamente… Molto dolcemente… Più che penetrare accarezzavano l’interno dell’intimo pertugio. Immediatamente il cazzo di Umberto si produsse in una plateale erezione.

Indubbiamente le manovre del Prof stavano producendo un insolito piacere e il Conte stava andando giù di testa. Tanto da spingere sempre più il bacino contro la mano profanatrice, allargando le gambe al limite delle possibilità. Poi il dentro–fuori delle dita aveva preso un ritmo incalzante. Indubbiamente quel nobil sedere stava regalando al suo proprietario piaceri fino allora mai immaginati.

Emise un sospiro rumoroso. Premurosamente il Prof gli chiese: «Faccio male?»

«No Gigi… Non ti fermare… Continua… per favore.» Umberto era già passato ai nomignoli e, con quell’implorazione detta con un rantolo, chiaramente chiedeva di più.

A quell’uomo di scienza e medicina ci volle solo un attimo per liberare dagli indumenti il cazzo e appoggiarlo ben duro all’orifizio dell’ultimo rappresentante del casato della Pannocchia Dorata. In quel momento preso completamente da fremiti e struggenti sensazioni.

Il cazzo di quell’uomo di scienza è un perfetto esemplare di uccello padulo, ovvero di quelli lunghi e smilzi, di cui da sempre dicesi che: “Volino all’altezza del culo”.

A quel contatto il culo cominciò ad animarsi. A dimostrare a chi bussava alla sua porta di volergliela spalancare: aprì le chiappe a più non posso e attese.

Un urlo indicò al mondo che anch’esso era stato sfondato: «Dio! Me lo sento in gola.»

«È un’impressione – il Prof, mentre glielo spingeva fino in fondo con determinazione – Se vuoi, in gola te lo posso sempre mettere dopo.» e al dolore seguì una follata di quel nuovo piacere che lo stava conquistando.

Se quel Nobile di antica stirpe godeva alacremente, non era da meno il Chiarissimo Dottore che, preso il ritmo, pareva non doversi più fermare spingendo il cazzo sempre più in fondo. Con grinta bestemmiava l’aristocrazia e il clero. Sicuramente per lui quell’inculata era lo sfogo intellettuale contro certe prerogative e privilegi di alcune classi sociali che, lui, non appartenendo loro per censo, nel parossismo del piacere, le insultava per ideologico giacobinismo. Un attimo dopo quel nobil culo si ritrovò inondato dalla calda e viscida melassa del suo defloratore.

Sul taxi che lo riportava al palazzo della Pannocchia Dorata ripensò a tutta quell’avventura e si sentì in pace con sé stesso: poteva far conto sulla sua buona salute, aveva provato una nuova esperienza che gli aveva dato piacere e gioia e, soprattutto, quella seconda visita, non gli era costata nulla. Cosa che lo gratificava assai.

Adesso però doveva concentrarsi sull’immediato futuro. Aveva ancora quella notte a disposizione poi sarebbe rientrata sua moglie e avrebbe dovuto fare i conti con la sua vita da coniuge a cui, oltretutto mancava l’adempimento dell’atto formale durante la luna di miele – che sarebbe la consumazione – causa prostatite.

Soprattutto per questo doveva uscire dalla dimensione in cui l’aveva proiettato quell’avventura tutta al maschile. Sentiva la necessità di recuperare lo stimolo di un’eccitazione più normale: quella che calava su di lui da tele-guardone e… fuori la fava, via di raspone! esplodeva sulla comoda poltrona, innanzi a un bocchino di mora oppur di bionda…

…  Sulla tastiera digitò i codici di PayPal per aderire all’offerta del giorno di PornoHub.

Mimma, che lì nella zona dove avrebbe abitato, tutti si sarebbero rivolti a lei con “Signora Contessa”, aveva deciso di raggiungere il marito un giorno prima di quanto avevano programmato.

Aveva preso quella decisione senza consultarlo ne informarlo, approfittando della disponibilità di uno dei suoi fratelli, Lillo il più giovane: «Gli faccio una bella sorpresa. E, forse, riesco a recuperare quello che non ho avuto nel viaggio di nozze.» che, si era consumato fra i lamenti di lui per quella noiosa diverticolite. Lui le aveva detto che questa era la causa delle sofferenze: «E qui nel Messico la sanità è quella che è.» Per cui avevano concordato di rinviare il rito del dono del corpo di lei a quando il corpo di lui si sarebbe liberato dai malefici.

Così in quel paradiso di sabbia dorata, sole e mare, erano rimasti solo tre giorni. Tre giorni in attesa di trovare due posti per il rientro. Giorni in cui il Conte se ne stava rinchiuso nella lussuosa suite dell’Hotel Reginald.

Mimma dopo essersi crogiolata una mattina al sole sulla terrazza-vista-oceano con la speranza che il marito, quasi sempre disteso sul letto, uscisse dallo stato di torpore depressivo a cui si era abbandonato ed esprimesse un qualche desiderio. Magari uno di quelli che li avevano portati fin lì.

Era scesa al bar del Reginald per un paio di mojito, che le avrebbero fornito quel leggero stordimento a cui aggiungere la giusta dose di malizia per tornare alla stanza a provocare eroticamente il depresso marito. Chissà…

Si denudò, ovvero fece cadere il due pezzi e gli si avvicinò facendo tutte quelle cose che vanno fatte per erigere un cazzo. Non ci fu nulla da fare. Lui, rimase schiavo della sua depressione e con malinconico afflato le disse: «Vedo che vorresti offrirmi cose meravigliose ma come posso con il malanno che ho? …  Ah, come vorrei!» e, quasi rantolando le elencò una serie di attività sessuali che avrebbe eseguito sul corpo di lei se la malasorte non l’avesse colpito.

A questo punto a Mimma non restò che la terrazza e il lettino. E lì…

… Allungò la destra al cespuglio moro rosseggiante che aveva fra le cosce, dove sentiva disperatamente pulsare la gnocca.

Abbassò le palpebre. Il suo mondo si restrinse alle dita. Ai movimenti della mano e alla fessura che andava sempre di più inzuppandosi. Qualche fremito aveva già cominciato a dardeggiare mettendole in subbuglio il basso ventre. La calda fregna si apriva con gioia. La prima falange penetrò. I muscoli lì attorno si contrassero. I fremiti raggiunsero le sue belle poppe e si radunarono sugli irti capezzoli per esplodere tutti assieme.

Per Mimma in quel momento tutto si era messo a girare vorticosamente.

Adesso le dita che si introducevano erano diventate due. Accarezzavano, esploravano… Erano alla ricerca della timida clitoride e sapevano bene che, da sempre, questa agiva nascosta. Timida più che mai. E a lei resero l’omaggio delle loro carezze e stimolazioni.

Sgorgarono umori. Si moltiplicarono fremiti e il piacere si espanse ad ogni angolo di quel giovane corpo.

Avrebbe voluto cantare Mimma, come faceva sempre quando si masturbava in quel brutto bagno della casa paterna. Lì proprio in faccia all’immensità dell’oceano non se la sentì. E non si azzardò neppure di farlo a pochi metri da quel noioso personaggio che aveva avuto la sventura di sposare. Godeva e ragionava e intanto che ragionava aumentava il ritmo alle dita. Sussultava e si contorceva. Si era tirata su con il tronco. Pareva che volesse piegarsi su sé stessa. Fosse che la bocca, protesa alla figa, volesse dar man forte alle dita.

Quando l’orgasmo la prese era riuscita a trattenere il canto ma non il grido che impressionò il sofferente coniuge che si levò dal letto e, traballando volle vedere cosa poteva essere capitato alla giovane sposa.

Femmine esperte dicono che quando il ditalino riesce bene, tranquillizzi lo spirito e rilassi il corpo. Quello di Mimma aveva raggiunto lo scopo e, aveva ridotto quella bella ragazza, li, sotto il sole dei tropici, inerte e con un largo sorriso stampato sul volto.

È così che la vide Il Conte quando mise piede sulla terrazza e non poté che rimanere incantato da tanta poetica bellezza. Solo poche ore di sole avevano conferito a quel giovane corpo un colore che ne esaltava i contorni. Immagine che difficilmente poteva lasciare indifferenti. E così fu anche per il Conte.

Chissà cosa avvenne nella sua mente? Si inginocchiò a lato dello sdraio e appoggiò le labbra sul villoso cespuglio. Mimma, che stava ancora palpandosi il seno accompagnando gli ultimi riflessi del godimento, allungò il braccio e ne accarezzò la testa facendo una leggera pressione. Come dire che il gesto era gradito anche se si fosse prolungato. Il Conte capì, trasse un profondo respiro. Sicuramente percepì il buon profumo che fa una figa dopo che ha goduto e andò altre al bacio. La figa era tornata a dischiudersi e il Conte sembrava intenzionato, finalmente, a dare piacere alla sua sposa. Lei, contenta più che mai trasse il marito su di sé e lo aveva baciato, poi lo aveva sospinto nuovamente sulla vagina a completare l’apprezzato servizio.

Tornarono fremiti e godimenti in Mimma e quando risalì in lei l’orgasmo, l’oceano questa volta la udì cantare. Era solo una breve improvvisazione che aveva suggellato quel bacio fra di loro. Poi lui si era allontanato. In bagno si era lavato accuratamente il volto. Per lui era stata la prima e unica leccata di figa della sua vita. Adesso poteva rituffarsi nel suo malinconico stato ipocondriaco. E così fu per gli altri due giorni.

Mimma si sentì molto meno avvilita e riempì le altre due giornate della luna di miele con i suoi fedeli ditalini, cantando sempre nuove canzoni all’Oceano.

Tutto questo Mimma lo aveva raccontato al fratello Lillo mentre facevano il viaggio verso Bologna.

Mimma e Lillo avevano più o meno la stessa età – li separava un anno – fra loro c’era una forte confidenza per cui la ragazza scendeva anche in particolari molto dettagliati e anche intimi. Tra di loro c’erano stati momenti di grande condivisione: era stata lei, ancora nella fanciullezza a masturbargli per la prima volta il pistolino e a dargli sulla punta il primo bacetto. Insomma, ognuno dei due aveva fatto da nave scuola all’altro. Pur adesso, anche se Lillo aveva un’avvenente fidanzata, fratello e sorella se si trovavano in un ambiente sicuro, al riparo da sguardi, non mancavano di lasciarsi andare ad erotiche effusioni. Lillo, la cui innamorata viveva a Strasburgo, ricorreva alla sorella quando l’astinenza faceva pressioni sui testicoli. Si presentava a lei con l’uccello in mano e: «Mimma, smorzi tu?»

Mimma un po’ faceva la preziosa poi l’accontentava o con mano o con bocca. E non erano servizi che andavano in una sola direzione. A Mimma ritornavano ogni volta che a lei tirava. E negli ultimi tempi succedeva frequentemente nel rifugio privato, con materasso a terra, che Mimma si era allestito nella rimessa dello stabilimento balneare: «Mi serve per il riposino pomeridiano».

Tutto questo perché Mimma era ancora vergine a 22 anni. Mimma è molto bella e di pretendenti ne ha avuti a non finire.

Ma quello che lei sognava ed aspettava, per caparbia scelta, era colui che l’avrebbe portata via dal paese e dalla famiglia per un ambiente di più larghi orizzonti e suggestioni anche economiche. Il Conte, avvocato e procuratore della Repubblica, era capitato proprio a fagiolo. Anche se poi la luna di miele gli aveva messo innanzi agli occhi qualche preoccupazione.

Non che di cazzi non ne avesse mai maneggiati ma la determinazione di tener ben stretta la sua ‘pelosetta’ aveva allontanato la fauna locale: “Tanto non la dà”, ed era finita che l’unico su cui poter sempre contare era quello del fratellino che considerava anche un gran bel cazzo: nell’aspetto e nelle dimensioni. Di pelle ben chiara mostrava accentuato un importante reticolo di vene che lo sostenevano. e quando lui, burlone, gli faceva sbocciare innanzi agli occhi la rossa cappella, difficilmente resisteva a non infilarsela in bocca e su questa sperimentare i trucchi del mestiere che le suggeriva Milena, sua buona amica che la dava nella sua garçonnière di Riccione – organizzatissima, le si poteva pagare i servizi anche tramite PayPal -. Con lei aveva un accordo che se al compimento dei 27 anni non avesse ancora trovato l’uomo giusto, sarebbe entrata in società con lei per affiancarla nell’attività della garçonnière.

«E così, sorellona, sei sposata ma hai ancora il coperchino e una voglia matta

«Matta? Cresce ogni minuto di più.»

«Vuoi che provveda in qualche modo?» sempre servizievole il fratellino.

«E come? In un’area di servizio forse? Lo sai che in auto non faccio nulla.»

Lillo che da un po’ teneva una mano fra le cosce di lei, adesso si era messo ad accarezzargliela e il cazzo gli si era indurito. Con i calzoncini corti si notava. Mimma rise e gli cipollò la patta.

«Guarda Lillo… Dio ci vuole bene – sulla destra, “Motel del Passatore, 5 km” – Dai Lillo anche se ci assomigliamo come due gocce d’acqua, e tutti capiscono che siamo fratello e sorella, facciamo come fossimo due vecchi amanti. – e spinse forte la mano sul rigonfiamento – Poi, caro Lillo, questa probabilmente sarà l’ultima volta. Adesso ho un marito»

«So già che di frate Lillo ne avrai più bisogno di prima. E verrai a far vacanze nella tua Cervia»

«Hai ragione Lillo. Mi sa che dovrò venire spesso… Dai fermati lì»

«Cazzo Lillo, ma che camera di merda c’hanno dato!»

C’era sì e no lo spazio per un letto a due piazze, due sedie. Non c’era neppure un tavolo e la finestra, meglio lasciarla chiusa perché guardava su un cavedio buio. In una parete una cartolina incorniciata con l’immagine di padre Pio. Non c’erano armadi il che voleva dire che la stanza veniva affittata solo ad ore per trombare. Una doccia angusta inaspettatamente pulita così come lo era la biancheria nel letto.

Mentre Mimma elencava tutti i difetti di quella spelonca, Lillo, toltosi la camicia era già a torso nudo e seduto sul letto stava togliendosi le scarpe.

Mimma gli si era parata innanzi: «Dai Lillo, facciamo veramente come fossimo amanti. Baciami.»

Lui la strinse a sé.

«Sai sorellona che profumi d’amore»

Non gliel’aveva mai detto nessuno: «È perché ti voglio bene, fratellino.»

Si era fatta improvvisamente seria la ragazza. Lei era venuta a mente qualcosa: «Lillo, mi devi fare un giuramento…»

«Si, che non racconterò mai a nessuno quello che succede ed è successo fra noi due.»

«Anche questo. Ma soprattutto che oggi mi lascerai vergine. Questa primizia non posso non farla cogliere a chi mi ha portata all’altare. Anche se ti implorerò “Guzzami Lillo!” Giuri?»

Le sorrise con grande affetto. Tornò a sedersi sul letto. La trasse a sé, le sbottonò la camicetta. Tolse il reggiseno e fra le prosperose poppe fece tutti i giuramenti del caso utilizzando la formula che avevano inventato loro due da bambini. Poi con passione la sua bocca prese a scorrazzare per quelle calde carnose colline.

«Sorellona, se qui non si chiava cosa proponi?»

«Prometto che quando sarò libera te la darò alla grande. Ma adesso… inventati qualcosa Fammi venire!» fu nuda e si sdraiò sul letto.

Lillo le fu sopra a rovescio e abbassò il volto fra le cosce di lei. «Così è perfetto, Lillo… Ti è venuta una bellissima idea… Così non l’abbiamo mai fatto…» e non riuscì più parlare.

I loro godimenti si fusero e all’unisono sarebbero esplosi: lui, riempendo la bocca di lei. Lei irrorando il volto di lui.

Poi come due vecchi amanti stettero a lungo abbracciati con la lingua, ognuno, nella bocca dell’altro.

Non è una sincronia facile quella di sborrare e continuare a leccare la clitoride. Lillo in quel pomeriggio di giugno riuscì a fare questo pur anche rincorrendo il bacino della sorella che saltellava qua e là per tutto il letto.

«Lillo, sei un fenomeno, non mi avevi mai detto di essere maestro di 69. Chi te l’ha insegnato? La belga?»  La fidanzata che viveva a Strasburgo era belga.

«No, no, una puttana di Bologna quando sono andato a iscrivermi all’università»

«E tu ti azzardi a leccare la sorca alle prostitute?»

«È stata l’unica volta. Era giovane. Però ne è valsa la pena. No?»

«È vero, è una gran cosa.» E gli diede un affettuoso morso ai testicoli.

Guardando l’orologio: «Sono passati solo 40 minuti e potremmo già andarcene via. Io ho prenotato per 3 ore.»

«Lillo, e se lo tornassimo a fare?» E stavolta sotto si sdraiò lui.

Ripreso il viaggio non avevano più parlato. Lei appoggiata contro il fianco di lui. Occhiali da sole sugli occhi semichiusi, come innamorati appagati dal loro stesso amore.

Quando Mimma si ritrovò innanzi all’immenso portone chiuso del palazzo ebbe un momento di riflessione: “Che faccio, suono? E se non c’è nessuno in casa? Lillo dovrebbe essere ancora nei paraggi se riesco a fermarlo forse potrebbe essermi utile. Aveva detto che andava a farsi un caffè prima di riprendere la strada di casa…” Poi le venne in mente il rito della Pannocchia Dorata e prese a rovistare nella borsetta.

Fra le tante cose che davano lustro al Casato della Pannocchia Dorata vi era quello della chiave d’argento. Era una antica abitudine tramandata di padre in figlio. Veniva messa in pratica nel momento in cui un discendente maschio prendeva moglie. Infatti anche durante il loro banchetto nuziale, ed esattamente un momento prima del taglio della torta, il marito, ovvero il Conte, in maniera pubblica e plateale, aveva dato alla moglie copia in argento delle chiavi di casa. Mimma si era ricordata di averle poi messe nella borsa. E lì erano ancora. Comunque suonò il campanello. Nessuno rispose.

Valutò a lungo se era il caso di ricorrere alla chiave d’argento e dopo la terza lunga e insistente suonata di campanello senza risposta si decise ad usarla. Il suo timore era quello di avventurarsi in quel vasto appartamento che gli avevano fatto visitare velocemente circa dieci giorni prima e che aveva trovato buio e lugubre.

Salì le scale del palazzo con aria circospetta, sussultando, spaventata da ogni piccolo rumore. Indugiò ancora prima di girare la chiave ed entrare nell’appartamento vero e proprio. Poi si fece coraggio e aprì il battente. Non era certo incoraggiante il lungo corridoio buio che le si apriva innanzi. Trovò l’interruttore. Una debole illuminazione guidò i suoi passi fra cassapanche e cantarani del ‘700. In quell’ambiente dalle tinte funeree l’unica cosa che non ci stava proprio era una leggera musichetta che la faceva da padrona. Strano! In quell’appartamento non avrebbe dovuto esserci alcuno. A un certo punto il corridoio si sdoppiava: un ramo a destra, uno a sinistra. Scelse quest’ultimo anche perché se ben ricordava, in fondo ad esso c’era lo studio di Umberto: poltrone, telefono, computer, televisore. Almeno avrebbe avuto qualche distrazione in attesa che, appunto, Umberto, suo marito, rientrasse. Stranamente però l’ultima porta sulla destra, quella del suo studio era aperta, con un bagliore di luce. Era da lì che proveniva pure la musichetta. – Vuoi vedere che c’è mio marito che non ha sentito il campanello o il campanello non ha suonato – un po’ indispettita da quella distrazione rimuginò – gli faccio una sorpresa così si caga addosso” Ma chi quasi si cagava addosso per la sorpresa fu invece lei quando arrivò in una posizione da cui poté veder dentro allo studio.

Era successo che:

a mezzogiorno in punto la signora Fernanda e il signor Adelmo che accudivano la casa, come da contratto, terminavano il loro impegno. Avevano anche preparato il pranzo per il Conte e glielo avevano apparecchiato nel suo studio così che, lui, avrebbe potuto continuare a trafficare sul suo computer e nutrirsi. Andata via la servitù il Conte era rimasto unico inquilino di quella magione. Chiuso le finestre e tirato i tendaggi, Umberto De’ Nardi eccetera si era completamente spogliato. Tornato al suo computer aveva digitato parole chiave, premuto diversi tasti, attivato collegamenti e il mega monitor di fronte all’imponente poltrona si era illuminato. Ed eccolo lì, il Conte Umberto, nudo come mamma l’aveva fatto, con il telecomando in mano, sulla sua poltrona preferita, in balia delle immagini dello schermo.

Prima due adolescenti che fanno petting. A seguire due giovani sposi che coronano il loro amore, poi due gender di colore che amoreggiano. Era stata la volta dei giapponesi che con le loro ragazze avevano mostrato al mondo cosa si può fare in un letto. E ancora australiane e così via. Insomma era dal primo pomeriggio che il Conte si sparava, uno dopo l’altro, film porno. Sempre con le mani sull’uccello andando di sega in sega. Nel momento in cui Mimma aveva gettato lo sguardo in quella sala il video proiettava immagini forti. Quelle che più eccitavano il nobiluomo: le inculate al travet di Busto Arsizio da parte del suo capufficio.

D’acchito Mimma aveva pensato di fuggire senza il minimo rumore e non farsi mai più vedere.

Mimma, non sembra ma è dottata di un cervello in cui il processore matematico funziona molto velocemente. Così le era venuto fuori la stima di quanto poteva essere il capitale di quell’immobile di cui lei, grazie al matrimonio, era divenuta socia al trentatré percento. Era veramente una cifra ragguardevole per la figlia di una piadinara e di un bagnino romagnolo. Si concentrò decisamente sul piano B.

Quatta quatta tornò all’inizio del corridoio e si fece sentire. Ad alta voce cominciò a chiamare: “Umberto Umberto, amore mio”. Il Conte, nella mise adamitica in cui si trovava, trasalì: “Questa poi non me l’aspettavo” e tentò inutilmente di annullare la trasmissione, ma l’astuta ragazza era già lì: “Che bello Umberto, trovarti già in abito da marito focoso. Come va la salute? È scomparso quel brutto malanno che ci ha rovinato la luna di miele? Però vedo segnali di grande ripresa.” Aveva dato un’occhiata al basso ventre del marito inquadrando il fallo dignitosamente eretto. Finse di non far caso ai gemiti che provenivano dal televisore che proprio in quel momento trasmetteva l’orgasmo del capufficio che godeva nel culo del sottoposto e tanto per dimostrare di essere donna disinibita, mise mano, stringendolo con passione, al prepuzio del marito che dimostrò di gradire: “Questa è una mano santa!” Borbottò quasi balbettando e la spinse verso il capace divano posto di fronte alla mastodontica libreria. Lei si lasciò condurre e per fargli capire che aveva fatto la mossa giusta, in quei quattro passi era riuscita a sfilarsi la giacchetta lasciandola andare a terra. Si lasciò andare sul divano con mossa lasciva e se la leggera gonna nel trambusto aveva scoperto le cosce tanto da mostrare il triangolino dello slip, non se l’aggiustò. Anche perché bene o male quel cazzo che lui esibiva non era proprio malvagio. Era una cosa molto normale. Non aveva imperfezioni ed era di dimensioni standard. Non era certo quello stantuffo a cui lei si era abituata: quello del fratellino Lillo. Tutto sommato pensò che le cose erano molto meno tragiche di quanto le era sembrato solo qualche minuto prima. Tornò ad accarezzargli il prepuzio e questa volta glielo scappucciò: non male neppure la Cappella!

Anche il Conte aveva motivo per rasserenarsi. La mogliettina non aveva fatto storie per il suo vizio di guardone e di pugnettaro e visto che lei non aveva problemi a toccarlo con le mani le diede tutti i segnali perché continuasse. Essendo che Lillo alla sorellona aveva dato gli insegnamenti per una pugnetta sopraffina, Mimma poté mettere in atto tutta la sua abilità e dopo poche mosse il conte prese a sbuffare. Ma l’obiettivo di Mimma non era quello e fece in modo che quell’uccello si annidasse proprio fra le sue cosce contro il suo slip che aveva già cominciato a bagnarsi ma qui il Conte deflagrò: non appena la sua cappella aveva toccato la stoffa umidiccia e avvertito il calore di quella figa. Avrebbe bestemmiato Mimma se non si fosse ricordata all’ultimo momento di essere nella casa di una famiglia molto devota e con posizioni di prestigio negli organigrammi della curia bolognese. Fortunatamente l’eccitazione del nobiluomo era talmente alta che il pistolino era rimasto dignitosamente in tensione. Lei lo accarezzò a lungo e visto che manteneva l’erezione, si sfilò lo slip e lo riaccucciò fra le cosce, ora lorde della recente nobile sborrata. Il Conte Umberto era fuori di testa dalla gioia. Aveva perso tutta l’alterigia che la consapevolezza di essere l’ultimo discendente del casato della Pannocchia Dorata gli imponeva. Almeno secondo lui. Disteso sopra il corpo della disinibita mogliettina scrosciava parole e prometteva a ripetizione meravigliose prospettive per i successivi giorni, compresa un’udienza privata con benedizione dell’arcivescovo. Il meglio di quanto poteva offrire il rampollo di un aristocratico casato: “Se mi dai tre giorni di tempo riesco ad organizzare per noi due un soggiorno all’eremo di Camaldoli, lì si mangia molto bene. Ci sono frati tanto simpatici e lì possiamo consumare il nostro matrimonio, così il giorno dopo prendiamo subito la benedizione.” Questo Mimma non poteva concedergli: “No. No, Umberto sono quasi fuggita di casa, mi sono fatto 130 km su un lurido regionale per gettarmi fra le tue braccia, ti ho già dimostrato quanto ti desideri, ora non posso più aspettare. – E concluse con una richiesta precisa anche se un po’ volgare – Umberto, adesso mi guzzi!” Un imperio che sconvolse il fragile equilibrio del Conte. L’uccello s’ammosciò. Grattandosi il capo si era sollevato dal caldo corpo della moglie e: “Scusa un attimo” si assentò.

Per chi queste cose tratta o descrive abitualmente non ci sono dubbi: il Conte aveva una riserva di pillole blu.

Infatti prima che rientrasse passò un buon po’ di tempo quel tanto che il medicinale facesse il suo effetto. Quel tanto che a Mimma bastò per sbirciare nel suo personal. E in effetti apprese che solo in quel pomeriggio suo marito, diciamolo pure, aveva investito 200 euro in film porno della categoria sodomia maschile.

Spavaldo più che mai, impugnando il cazzo in perfetta erezione era poi riapparso Umberto De’ Nardi Bastoni conte della Pannocchia Dorata. A quella vista Mimma glielo aveva ripreso in mano e, per istinto, se l’era portato alla bocca. Cominciò a succhiare.

“Oh, che bello averti qui con me!”

“Ti piace, vero? Porcellone! Adesso ti faccio morire. Però non credere… Prima voglio essere chiavata.”

“Oh, Domenica, Domenica! – Mimma è il soprannome – promettimi che non dirai mai a nessuno l’antefatto della tua iniziazione”. Mimma aveva borbottato qualcosa che lo soddisfece e lui si presentò innanzi alla disponibile crepa con il billo in pompa magna.

La sua figa, tenuta in ballo per così tanto tempo, generava pulsazioni dalla clitoride al perineo e Mimma si sentì di doverlo spronare: “Dai Umb, ti voogliooo!” e aveva spinto il bacino contro quella nobile oca. Con entusiasmo il Conte fu in lei e iniziò la sua danza accompagnandola con sospiri e complimenti mentre Mimma mostrava la sofferenza che ogni femmina deve mostrare nel momento di offrire per la prima volta sé stessa all’amore. Significativamente anche qualche goccia di liquido rosseggiante macchiò la floreale tappezzeria del divano.

Il rito si era concluso con un apprezzato orgasmo di Mimma e uno schizzetto di aristocratico sperma che il Conte aveva depositato sul basso ventre della Contessa. Quel matrimonio adesso era proprio cosa fatta.

Quella ipotetica primae noctis era proseguita in maniera non eroticamente interessante. Il dialogo fra i coniugi si era focalizzato su modi e maniere per il futuro della loro convivenza.

Il giorno dopo Mimma, ovvero la Contessa De’ Nardi Bastoni, dopo aver dato uno affettuoso bacio al coniuge fece per uscire, ma questo, lui, la fermò: “Dove credi di andare vestita così come una popolana qualunque? Mamma mi ha riempito un armadio di abiti consoni al tuo attuale stato di Contessa della Pannocchia Dorata.” La prese per mano e le mostrò quello che adesso sarebbe divenuto il suo guardaroba: un vestiario molto sobrio e castigato e di colore scuro. Mimma aborrì ma avendo fatto già i suoi conti, si adeguò.

Tanto per capire dov’era capitata fece qualche passo per la strada in cui era venuta a vivere, poi si era diretta verso la piazza e il mercato per alcuni acquisti. Sbrigato ciò ritornò sotto casa dove aveva messo gli occhi sulla Premiata pasticceria Gentillucci.

La pasticceria è gestita da due fratelli: Antonio, un quarantenne sposato, la cui moglie dalla cassa tiene sotto controllo la gestione di tutto l’esercizio. Armando, trentacinquenne di gran bell’aspetto che da dietro il banco dei salati, solo col suo bel sorriso attira al suo settore soprattutto il pubblico femminile. Era normale che la contessa Mimma andasse senza incertezze a quella meta.

“Buongiorno signora contessa” rimase sconcertata Mimma.

“Come fa questo a sapere chi sono? Che non lo so neppure io.” si domandò, lei. E glielo chiese.

“Vede Signora Contessa, ogni rione in questa città è come un paese a sé. Ognuno impara tutto di tutti. Già stamattina sapevo che lei sarebbe venuta a fare colazione qui da noi e che avrebbe indossato abiti di colore nero.

Già – sospirò Mimma con rassegnazione rimuginando fra sé e sé “Serve di merda!- poi – Se mi siedo mi porterebbe un paio di queste sfiziosità e un buon aperitivo” e si avviò verso un tavolo libero. Nel giro di pochi minuti il signor Armando in persona le servì un paio di sfogliatelle salate e un aperitivo shakerato proprio da lui.

I sorrisi che l’Armando aveva riservato per la Signora Contessa ebbero effetto su Mimma che: “Potrebbe mica sedersi qui con me per qualche minuto così ci conosciamo meglio?” L’Armando abboccò. In effetti la Signora Contessa volle informarsi su quella storica pasticceria: abitué di quel negozio era stato il famoso ministro Marco Minghetti, lì erano entrati Carducci, Garibaldi, Cavour e, il rè Vittorio Emanuele III. Poi Mimma buttò lì una piccola richiesta: “Non è signor Armando che nel vostro vasto laboratorio c’è uno sgabuzzino in cui io possa rimettere in sesto il mio look? – e per fargli capire che la cosa le interessava assai gli aveva preso il polso stringendoglielo.

“Quello che mi chiede è possibile. Lei, adesso gusti il cocktail che le ho fatto personalmente, poi le faccio vedere a cosa mi riferisco.”

“Grazie Signor Armando. Mi gusto le sue prelibatezze poi, se lei è disponibile, la seguo. – Lui le tese la mano come saluto, lei andò oltre e gli fece una lieve carezza sulla guancia. Non poco per una contessa – Non ha idea signor Armando quanti problemi mi risolverebbe.” Un accenno di inchino per saluto e il bel pasticcere tornò dietro al banco del bar.

Qualche morso alle focaccine salate, qualche sorso dell’aperitivo. Guardò l’orologio: erano le 11 L’ora giusta per sentire il fratellino Lillo.

Il telefono aveva squillato a lungo poi finalmente Lillo aveva risposto: “Lillo fatto. L’ho data. Debbo dire che non è stato neppure male del tutto. Adesso tocca a te. Quando vieni a Bologna? Come? Adesso sei a Bruxelles e ci stai per tutta la settimana… Merde! Lillo. E io con chi mi sfogo? Egoista… – Stava per iniziare con il fratello una di quelle sfuriate ben note alla famiglia quando le venne un’idea e concluse la telefonata – Ti saluto Lillo. Ci sentiamo la prossima settimana.”

Fra sé: “Mai contare sui parenti! Adesso vediamo se ho speranze.” In un sol colpo, con rabbia finì l’aperitivo e sulla porta del giardinetto fece un segno al signor Armando, tornato dietro al banco. L’aperitivo era alquanto alcolico e a Mimma girava la testa. Di tanto in tanto le veniva spontaneo esplodere in una risata. Quando la raggiunse, il signor Armando lei con la voce un po’ alterata gli disse: “Vedo che si è tolta la giacca… Ha fatto bene… Così a maniche corte si capisce molto meglio che ha un bel fisico…” La voce scivolava per effetto dell’alcool ma il sorriso era divenuto più coinvolgente.

“Non dica così Signora Contessa! Come ha trovato il mio aperitivo?”

“Un po’ strong ma buonissimo. Sto meravigliosamente bene.” … ma per un improvviso giramento di testa dovette appoggiarsi a lui che la sostenne con un braccio. Lei percepì tutto il calore di quell’appiglio. Lui, quanto desiderio represso in quell’abbandono.

Attraversarono il laboratorio: “Vede Contessa, un tempo qui a Bologna ad ogni angolo cresceva una torre e qui ce n’è proprio una. Oggi non si vede più perché attorniata dai successivi palazzi. Ed è proprio qui all’interno della nostra proprietà. Quando me ne sono accorto ho voluto utilizzarla e l’ho ristrutturata ricavandone un piccolo alloggio: una stanzetta con bagno e un piccolo angolo cottura. Un rifugio per quando ho bisogno di isolarmi dal mondo. Come vedrà c’ho messo tutto: un letto, un divano, il televisore, il computer collegato ad Internet. E le dirò che ha anche una seconda entrata al di fuori della pasticceria. E’ tutto oltre questa porta. Adesso le faccio vedere. Se le piace è a sua disposizione.” Girò la chiave e accese la luce.

“Ma è un’elegantissima garçonnière! Fortunata chi ne usufruisce.”

“È ancora intonsa. L’ho appena restaurata.”

Un altro giramento di testa. Mimma dovette ancora una volta appoggiarsi a lui. Questa volta le braccia che la sostennero furono tutte e due. E la strinsero anche. La testa di Mimma girò ancora.

Non bisogna dare sempre la colpa all’alcool.

“Non c’è che dire, proprio bella. Non è che posso usufruirne subito?”

“Ma certo. La lascio sola. Torno in bottega.”

“Ma no… Resti pure Armando. Così si rende conto che non combino nulla di male. È invece importante che mi giri la schiena e non si volti perché mi debbo cambiare.”

“Obbedisco.”

In due e due quattro Mimma si tolse quell’assurdo e cupo vestiario e dal sacchetto che aveva con sé estrasse il suo abituale gonnellino e una coloratissima t-shirt. Via le calze e all’occhio del pasticcere brillò il genuino colore delle belle gambe che l’esiguità della gonna faceva intuire la polposità delle cosce: “Dio mio Armando ma cos’hai messo nell’aperitivo?”

“Un  filtro d’amore Mimma.” Un passo verso di lui. Girò un po’ su sé stessa e fece per accasciarsi. Non accadde: Le solite robuste braccia la sorressero e l’avvinsero.

Sempre fra le sue braccia: “Dì la verità Armando, meglio la Contessa o Mimma?” La risposta le arrivò sotto forma di lingua in bocca e quando si concluse, le labbra di lui le sfiorarono le palpebre semichiuse e sognanti: “Da crisalide a farfalla.”

Stretti com’erano non pensiate che tutto finisca qui.

Se la curiosità è femmina Mimma ne era la dimostrazione e a tutti i costi volle vedere quel che c’era sotto la maglietta a maniche corte del pasticcere. La sollevò per trovarsi innanzi il suo tronco muscoloso leggermente abbronzato e virilmente villoso. Tutte buone ragioni per coprirlo di baci. Armando intanto aveva rimosso il fermacapelli che glieli teneva raccolti sulla nuca: scrosciarono sulle spalle: “Mancava questo. Adesso sì che sei meravigliosa! Vuoi volare farfalletta?” La risposta gli arrivò da una mano che lo accarezzò con passione fra le gambe.

Armando era considerato un tombeur de femme soprattutto perché era tanto abile e paziente da far crescere nelle sue partner il desiderio al punto tale che erano sempre loro ad offrirsi in modo esasperato. Anche questa volta prima di andare incontro al desiderio di lei rinnovò il rito della lingua in bocca. Dopo di che se la caricò in spalla per depositarla sul letto.

Innanzi a lei il narcisismo dell’Armando si dimostrò tutto: volse a lei le spalle e sfilò la maglia. Agli occhi di Mimma apparve un torso da atleta. Come l’avesse modellato uno scultore, fanatico cultore dell’arte greca. Da sognante–in–attesa–di-… Mimma divenne attenta osservatrice di ogni mossa di quell’Apollo che stava abilmente intortando e che di lì a poco avrebbe esplorato fino in fondo. Ancora calarono calzoni e boxer. Quello che si presentò fu un paio di natiche asciutte e possenti che lui, vanesio più che mai, si divertiva a contrarne ritmicamente la muscolatura.

Poi si girò avendo già avuto cura di liberare la pomposa rossa cappella. Un tripudio! Mimma sobbalzò. Una questione di centesimi di secondo e Mimma fu nuda. Si levò a sedere e andò verso quella visione che presto scomparve nella sua bocca. La pratica fatta sull’oca di suo fratello diede i suoi frutti e l’Armando solo pochi minuti dopo aveva preso a sbuffare e a complimentarsi per quell’arte sopraffina.

Mimma, pur infoiatissima, non aveva però perso il lume della ragione e dopo avergli lasciato provare quell’ebbrezza per qualche secondo lo sfilò dalla bocca: “Questo te lo finisco dopo”. Ma non tanto veloce da sostituire la bocca con la figa. E l’Armando, abituato al bon-ton delle signore dell’alta società bolognese, capì che era a lui richiesto un gesto analogo: un giro di lingua nella vagina della Contessa. Mimma lasciò fare e non se ne pentì. Un baleno e fu alle soglie di un ridondante orgasmo che esplose tutto sul vivace volto del suo amante. Che in un men che non si dica fu tutto dentro di lei con l’agognato fallo. Lui si muoveva con ritmo cadenzato generando tutti quei piccoli rumori che fanno i corpi quando si scontrano nell’amore. E che lei impreziosiva con un sommesso canto del piacere, ricco di sospiri e bramose incitazioni. E fu il momento in cui ambedue vennero.

Lui, un attimo prima, sfoggiando tutto il suo bon-ton di cui andava fiero, le chiese con un afflato: “Posso, dentro?”

Lei, che stava ridiscendendo dallo stordimento ma che ancora non aveva recuperato la dimensione reale gli rispose con tutto un altro argomento: “Nel Culo adesso no. Facciamo le cose un po’ alla volta.”

Lui non capì ma per non correre rischi, le schizzò la sborra fra le poppe. Si accarezzarono vicendevolmente a lungo, con lui che appena poteva si gettava sui capezzoli con la bocca, continuando così a tener vivo in loro il desiderio. Questo le dava l’idea di aver trovato finalmente un partner sessualmente ingordo, soprattutto dopo che, lui: “Allora? Questo te lo finisco dopo.”

“Ogni promessa è debito. Vieni mò qui che se l’assaggio è stato un po’ improvvisato vediamo questo di farlo proprio come va fatto.” Lo fece comodamente sdraiare. Lei pure. Si avvicinò con la bocca a quell’uccello che risultava ben provato dalla recente tenzone. Lo sistemò adagiandolo in parallelo sul ventre di lui e cominciò la lavorazione con quell’arte affinata da tante prove sul pezzo di Lillo: lingua tutt’attorno ai testicoli, poi lungo il prepuzio fino al cosiddetto cordone della cappella. Già qui l’oca diede segni di ripresa. Si mostrò sì ancora duttile, ma già bazzotta. E Armando la benedisse. Approfittando di una pausa in cui lei glielo spugnettava si scambiarono baci appassionati. Un mix perfetto che ridiede vigore al valoroso cazzo. E piena erezione fu. Da qui in poi la fellazione toccò tutti i capisaldi della sua più genuina arte: leccare, succhiare, mordicchiare. Mentre mani e dita creavano il controcanto. Armando sentì risalire dallo scroto un qualcosa di indefinibile accompagnato da fremiti. Si agitò e si contorse. Mimma imperterrita continuò il lavorio della mascella e delle ganasce. Aggiunse, con grande precisione, un dito nel culo, approfittando che lui aveva sollevato il bacino nel convulso godimento, e: “Mimma scansati che ci sono!”. Mimma continuò imperterrita, anzi, aggiunse qualche raffinato trucco per agevolare il momento. Sorda ad ogni avvertimento ricevette nel palato il dono del cazzo del pasticcere: “Sai Armando che anche il tuo cazzo produce dolcezze. La tua sborra ha il sapore di un babà. Mica potevo sputarla!” Lui si levò e la baciò ardentemente. Adesso il suo cazzo si mostrava inequivocabilmente moscio.

Tutti e due sotto la doccia organizzarono il loro futuro di amanti. Perché è così che volevano continuare: ognuno nel proprio ambito, uniti, uno nell’altra sempre più spesso in quella sensuale torre medievale. Così ogni mattina esattamente dalle ore 9 la torre avrebbe ospitato le loro carezze, baci, sospiri e trombate. Magari innanzi a qualche buona pastarella o sfizioso salatino. L’amore ha sempre avuto bisogno di essere nutrito.

”Il signor conte ha appena telefonato che sarà a casa per il pranzo fra una mezzoretta. Lei, Signora Contessa l’aspetta o vuole pranzare subito”

“Via Fernanda, le sembra che una giovane sposa ami pranzare in solitudine?”

Fernanda Bombacci era da poco al servizio dei De’ Nardi Bastoni. Era una sposotta che non aveva più di 33-34 anni.

A Bologna, il popolo, per sposottaspuslota in dialetto – intende proprio una giovane donna maritata, con un bel viso quasi sempre con allegre espressioni su di un corpo ricco di forme e privo di anoressiche suggestioni. Questo era Fernanda: serva per divertimento. Sposata con un professionista spesso in viaggio. Aveva cercato quel posto di lavoro perché voleva vedere da vicino come vivevano gli ultimi superstiti dell’aristocrazia locale.

Fernanda – non dovrebbe saperlo nessuno – ricercatrice, laureata in scienze sociali si era intrufolata in quella famiglia sotto copertura, come si direbbe in altro ambiente, per portare a termine una pubblicazione sul tramonto della nobiltà.

Fernanda, aveva pure qualche altra peculiarità ma questo lo scopriremo assieme riga dopo riga.

Mimma al termine del suo exploit di passione con Armando, dovendo rientrare per il pranzo, aveva dovuto indossare nuovamente i panni della contessa. Fernanda si accorse subito del suo malessere in quelle vesti e forzando la confidenza: “Se vuole mettersi un abito più comodo il tempo c’è.”

Mimma: “Sei un tesoro Ferny: mi leggi nel pensiero. Il dramma è che nel guardaroba ci sono solo abiti di questa foggia. Che io detesto. Ho qualcosa di mio fra questi acquisti che ho fatto stamani ma non so se il signor Conte è disposto a pranzare con una popolana che mostra cosce e tette?” Scoppiò in una bella risata e, confidenza per confidenza diede un affettuoso buffetto a una guancia della serva:

“Contessa, ma cos’è che fa? Io sono la serva.”

“Quando non c’è mio marito io sono Mimma e visto che lui ti dà lo stipendio, con te faccio quello che mi pare. – In tutta allegria si abbracciarono. Nonostante i ruoli avevano fatto amicizia – Dai, vieni con me che mi dici come sto” e si fece seguire nella propria stanza.

Mimma non ricordava che per guadagnare tempo poc’anzi, nella torre, non aveva indossato il reggiseno e così quando levò, innanzi alla ragazza, i cupi abiti nobiliari, si presentarono le due floride poppe, tanto amate e coccolate da Armando di cui conservavano ancora il piacere nei turgidi capezzoli. Fernanda trasalì. Proprio non se l’aspettava.

“Non sempre porto il reggiseno” si scusò Mimma.

Fernanda guardava intensamente con un indefinibile sguardo le tette che Mimma non dava segnali di voler ricoprire e che platealmente ballonzolava sensualmente nel suo spacchettare gli acquisti.

“Non ti preoccupare, io non lo porto mai… Tu però hai delle belle tette e fai bene a mostrarle.”

“Dai non buttarti giù. Tuo marito come le vede?”

“Stravede per loro… Ma non è mai a casa.”

“A guardarti così sembri ben carrozzata.”

Sarà per quel po’ di anni che hai meno di me, ma le tue mi sembrano più sostenute e meglio modellate. Quei capezzoli poi, WoW!” Fernanda si stava lasciando andare.

Mimma l’assecondò: “Fammele mò vedere. Così smetti di frignare.”

Fernanda non sciupò l’occasione è sbottonò il camice da lavoro. Grandi, rosee e corredate da vaste aree marrone esibì le sue.

WoW! –  Questa volta fu Mimma ad emettere il grido di gioia – posso? – E gliele palpò con delicatezza – cos’è che dici? Hanno più o meno il tono delle mie”

Fra le due si scatenò una ridda di palpeggiamenti che tendevano a divenire sempre più sensuali.

Senonché, saggiamente, Fernanda: “Non prendermi per una guastafeste ma non vorrei fosse l’ora del rientro del Signor Conte.”

Niente di più azzeccato. Solo il tempo di ricomporsi e Umberto conte eccetera entrò in casa.

“Bentornato Signor Conte” Fernanda e Adelmo. “Ciao Tesoro”. Mimma che rivestendosi aveva optato per una sobria maglia di colore grigio chiaro. Il Conte apprezzò e nello sfiorarle una guancia con le labbra le sussurrò: “Ti dona proprio un look un po’ più sportivo.” Mimma che aveva la mente un po’ turbata dalla scaramuccia con la serva non mancò di indirizzargli un pensiero crudele: “Che ti venisse un accidente secco, cornuto d’un cretino.”

Dopo aver servito alla coppia il pranzo Fernanda e Adelmo terminarono la loro giornata lavorativa. Se ne andarono lasciando Mimma e Umberto nella loro coniugale intimità.

Umberto era particolarmente euforico. Spigliato e anche divertente nella conversazione. “Che abbia intuito – il pensiero che frullò in Mimma – Che lo sto cornificando e stia tentando di dimostrare che il meglio è lui” ma non era questo lo sprone.

Il conte Umberto De’ Nardi Bastoni, nonché pubblico ministero al tribunale di Bologna aveva, nella mattinata, sollecitato la corte ad emettere condanna a 15 anni di carcere per una serie di furti commessi da due zingari. I giudici avevano confermato la sua richiesta. Ogni volta che questo succedeva il nobil homo si sentiva di dover festeggiare questo avvenimento. Già aveva portato la sua toga dalla ricamatrice per aggiungere una stella dorata alle altre 52 che già stavano a indicare il numero di condanne oltre i 3 anni che lui aveva comminato nella sua carriera. Dopodiché si sentì in dovere di continuare la tradizione paterna, anch’egli giudice, che voleva che quando giustizia fosse sancita, si festeggiasse mettendola in sesso con una visita ad una di quelle case che oggi non ci sono più.

Così anche il rampollo Umberto continuava la tradizione. E se la sua precedente vittoria, acquisita soltanto quattro mesi prima, l’aveva celebrata con un bel bocchino dell’Olga, famosa pompinara su appuntamento, che esercitava in vicolo della Colombina, lì a due passi. Ora, mutato il suo stato civile, riteneva di dover festeggiare godendo nella figa della sua legittima consorte. Così tra un piatto e l’altro aveva raccontato a Mimma tutta la sua azione penale. Mimma l’aveva ascoltato esibendo un accattivante sorriso, mentre il suo fantasticare era tornato a quel gran bell’uccello che lei, aveva portato per ben due volte all’orgasmo nella stessa mattinata: “Come vorrei fosse qui, celato dentro uno dei tanti armadi che adornano questa spelonca e si materializzasse innanzi a me nudo e con il suo trofeo eretto fra le mani, non appena il cornone, qui, si toglie dai coglioni… Che gioia dargliela sul divano dove sto mezzo cazzo mi ha violata!”

Si era levato dalla sedia il Conte e con un bacio sulla nuca le aveva detto: “Non ritirarti adesso. Torno subito.” e si era avviato verso la sua camera. Nel casato dei De’ Nardi Bastoni era ancora in uso che i coniugi avessero due stanze distinte.

Era già trascorso una mezz’oretta da quando Umberto aveva detto “Torno subito” Mimma con pazienza sfogliava una rivista. Non aveva progetti per il pomeriggio però un buon sonnellino pomeridiano era quello che bramava. Avrebbe chiuso gli occhi e si sarebbe lasciata cullare dai ricordi. Era convinta che avrebbe riprovato parte dei fremiti che le aveva regalato quel super–dotato. Se poi non ci fosse riuscita la reminiscenza, sarebbero entrati in azione le sue affusolate dita.

Non voleva credere ai propri occhi quando il marito ritornò in sala da pranzo: nudo e con l’insignificante coso dritto e in bella vista. Lui aveva allargato le braccia richiamandola a sé. Fu la prima volta che Mimma dichiarò il–mal–di–testa al conte Umberto De’ Nardi Bastoni. Un osso duro della dialettica che non la prese persa e iniziò fra i coniugi un serrato battibecco in cui vennero scomodati capisaldi del diritto e della giurisprudenza. Mimma, con il suo misero diploma di scuola alberghiera riuscì a tener testa a quel navigato giurista. Il compromesso raggiunto restrinse la prestazione a un’azione onanistica con le mani.

“Sei una fata. Mimma, mi hai fatto toccare i vertici del godimento” e le baciò la mano ancora lorda del suo seme.

Mimma sarebbe potuta andare a riposare, sognare e…

… e trillò il telefono.

“Dica Fernanda… Certo che c’è, gliela passo – era Fernanda, la serva, per Mimma. Il Conte se ne andò – Ciao Ferny… Direi che si può fare… No, no, non ho impegni… Vengo però vestita da scarafaggio – risata – dove… Fra un momento sono da te”

Un bacio al marito, sempre nudo lì nei pressi e Mimma poté così liberarsi da quell’ambiente che sentiva oppressivo. Il Conte finalmente si riaccucciò nella sua poltrona a godersi i suoi porno senza dover dare spiegazioni ad alcuno.

Mimma uscì dalla porta posteriore del palazzo attraversò la strada e s’infilò al numero 11 di un’elegante galleria.

Terzo piano, suonare Cipolletti. Quando si ritrovò innanzi Fernanda, questa era tutta un’altra persona da quella che un po’ prima le aveva messo le mani sulle tette: una canotta nera a spalle scoperte dava risalto alle poppe. I tacchi alti ne slanciavano la figura e mutavano la forma delle natiche. E il culo era proprio un gran bel culo.

“Ma sei un tronco di figa! – Esclamò Mimma nell’abbracciarla, odorando il profumo speziato del suo corpo – Grazie per avermi tolta dai doveri coniugali. Stavo cercando di inventarmi qualcosa per allontanarmi dalla tana”

“Voleva trombare?”

“No, non credo. Gli avevo appena fatto una sega.”

“Vedo che il dialogo lo abbiamo iniziato con adeguato vocabolario. Ti spiego subito perché ho voluto vederti. – E le raccontò del suo camuffamento in serva e del progetto che c’era sotto – ho capito subito il tuo disagio a vivere in quell’assurdo mondo. Tu sicuramente non sei di stirpe aristocratica e farai molta fatica ad adattarti a quel mondo e ai suoi riti. Non so e non vorrò sapere perché lo fai. Oggi ti chiedo di essere mia alleata, in questo momento anche mia amica.”

“Sono la figlia di un bagnino romagnolo che è voluta fuggire da un piccolo mondo per conoscere qualcosa di nuovo. Qualcosa di più grande. Di più importante. Può darsi che abbia sbagliato autobus. Però solo dopo un giorno mi sono accorta di aver avuto ragione ad essere voluta venir via dal mio paese. Già oggi posso dire di avere chances per un vero amore e delle buone amicizie come sta succedendo con te. Cosa vorresti che facessi per te.” E si capì subito che c’era anche un’attesa sensuale: le labbra di Fernanda furono sulle sue.

D’acchito, Mimma non sapeva cosa fare. Non aveva mai avuto idea di come potessero amoreggiare due femmine fra di loro. Le era sì capitato di masturbarsi in compagnia con le amiche ma ognuna pensava alla propria, e lei pensava sempre al bell’uccello del fratellino Lillo a cui ricorreva quando il desiderio si manifestava.

Comunque le labbra di Ferny erano bollenti. Assaggiandole con la punta della lingua le trovò leggermente piccanti: aprì la bocca. La lingua di Ferny, invece, aveva sapore dolciastro.

“Beh, non male!” Fra sé e sé, e le venne spontaneo di aggiungere passione al fiocco.

Erano in un minuscolo bilocale arredato molto elegantemente.

“Ma tu non abiti qui?”

Le sorrise Ferny: “No, è il trombatoio di una mia conoscente. Lo affitta a 25 euro per una mezza giornata.”

“Quindi tu oggi hai speso 25 euro per parlare con me? O… visto che è adibito a trombatoio…?”

“Lascia stare quel che potrebbe succedere. Ti dico come potresti essermi di aiuto. Tutto questo rimarrà riservato fra di noi. Quando scriverò userò nomi di fantasia. Nel frontespizio del libro ci sarà una dedica e un ringraziamento per te ma non ci sarà l’attributo ‘contessa’. – Fu Mimma a darle un bacio – In linea di massima dovresti raccontarmi tutto quello che succede sotto le lenzuola di un conte. E chi meglio di una contessa può raccontarlo?” Fernanda rideva. Mimma no. Si era fatta seria.

“Il Conte è mio marito, Ferny, non vorrei sputtanarlo quando non se lo merita. In fondo c’ero anch’io al suo matrimonio e di sposarlo l’ho voluto anch’io. Non credo che ti racconterò se fatica a trovare l’erezione o che cocktail di pillole si fa prima di venire a passare la notte nella mia stanza. Certo che ti racconterò qualcosa della sua dedizione a guardare film hard. Sì Ferny, ti darò qualcosa ma non le pallottole per uccidere un poveraccio che ha avuto la sfiga di sposare una grande troia per di più ancora vergine. Comunque non pensare neppure che tradirò il segreto che sei una finta serva, come mi hai confidato. Noi romagnole siamo fighe per bene!”

Quella frizzante atmosfera che si era instaurata con l’incontro delle due ragazze era venuta a guastarsi dalle malinconie e ripensamenti di Mimma. Ferny, che in fondo cercava solo di fare un lavoro in prevalenza statistico provò a spiegarsi meglio:

 “Si presume che un conte in un anno compia n° XY di coiti coniugali… di cui il 33% sul lato destro del talamo nobiliare, mentre il sinistro ne riceverebbe il 67%. Risulterebbe irrilevante il dato relativo alle sveltine in piedi. Ecco questo potrebbe essere un paragrafo dello studio che sto compilando. Numeri e didascalie. Niente nomi né aneddoti. – Ferny mise le carte sul tavolo ma fu soprattutto una sua frase a ridare effervescenza a quel loro incontro – Ti chiedo scusa se ho cercato di coinvolgerti, ma quando, stamattina, ti ho veduta, allestita come qualsiasi giovane ragazza mi sono sentita proiettata verso di te e averti poi visto trasformata in un ‘nobile’ scarafaggio ho pensato che dovevo strapparti a quelle logiche. La mia missione può esserti utile. Sinceramente non ho mai pensato di spingerti a vili azioni” e si ritrovò in bocca la lingua di Mimma.

Oramai la discussione procedeva così.

“Vedo che c’hai preso gusto. ”

“È bellissimo! Nella tua bocca, poi…”

“Sì, anche per me. Se poi non ci fosse di mezzo la bardatura da scarafaggio, sarebbe sicuramente più bello.”

“Quella potrei anche toglierla solo che oltre quella, sotto, c’è subito la mia pelle con un minuscolo slip.”

“Sarebbe proprio quello che ci vuole.”

“Dopo però mi sentirei un po’ pesce fuor d’acqua con te, canotta e short firmati, più Nike.”

“Hai ragione. Solo straccetto sulla Vergognosa. – E lanciò i due capi di vestiario che aveva addosso in un angolo della stanza. Gridando – si apre ora il festival delle belle tette.” Ognuna andò verso l’altra, le poppe si incrociarono, si unirono, si strinsero. Così come le bocche.

Quando l’abbraccio si era sciolto Ferny era eccitatissima, Mimma, turbata. Anche se non poteva passare inosservata la macchia di umido che si era formata nello slip.

“Pensi che qui potrebbe esserci qualche bevanda alcolica per tirarmi su.”

“Ti senti depressa?”

“No, no. Ho solo bisogno di qualcosa che scateni la follia che è in me.”

“Se è solo per quello, l’alcol non ti serve. Ti basto io” e appoggiò le labbra sull’affusolato collo. Labbra e lingua fecero un sapiente lavoro e Mimma si contorse attorno a un brivido che partito dall’osso sacro aveva risalito, come una saetta, la colonna vertebrale per espandersi ed irrorare di fremiti le poppe: “Madonna. Ferny. Mi hai tramortita!” E istintivamente si era abbassata gli slip, sfilandoseli sollevando con lenta sensualità prima la coscia destra poi la sinistra. Irresistibilmente, peccaminose, le labbra della vagina troneggiavano fra il vello castano del basso ventre.

Mimma guardò divertita colei che avrebbe voluta sedurla e che, ora, pareva, lei la sedotta: “Cos’hai in programma per me?” e passò le dita nell’umida crepa per poi succhiarsele.

“Allora fingi?”

“Ma no, vè! Sei bella, mi piaci e voglio vedere il tuo mondo”

E si fece condurre sul letto: si stese. Si offrì.

Furono le dita di Ferny a riprendere il discorso. Partirono dalle tette e subito vennero in loro aiuto bocca e lingua: molto più adatte a dar godimento alle noccioline del seno.

“Sei la quintessenza del godimento Ferny! Mi sa che uscirò di qui inscuffiata di te“ con la bocca impegnata sul seno, due dita stavano penetrandola. E le dita di Ferrny ben sapevano quel che facevano, “Baciami che sto venendo” e si attorcigliò a lei.

Le mani di Ferny continuarono ad accarezzarla finché non si sentì dire con voce priva di passione: “Debbo pisciare ma ti vorrei di fianco mentre la faccio. Ho paura a star lontana da te. Ho paura di non ritrovarti quando esco dal cesso”.

Una sul water, l’atra sul bidè si scambiarono baci pisciando.

“Ne ho ancora voglia, sai.”

“Non dirlo a me.”

“Ditalini li so fare anch’io. Io mi piaccio molto e sono allenata. Non so però se riuscirei a soddisfarti.”

“Io invece, adesso te la voglio leccare.”

“WoW, che mi piace tanto… la lingua qui.“ e si aprì la figa con due dita.

“Il Conte?”

“Ma dai! L’ha assaggiata in viaggio di nozze ma dopo si è lavato la faccia per venti minuti – Fremito. Due dita di Ferny le si erano di nuovo intrufolate nella figa. Ricambiò. Le ragazze avevano però voglia di raccontarsi. Continuarono chiacchierando – Tieni presente che ieri a quest’ora ero ancora vergine… Che troia che sono! Stamattina l’ho subito data a un altro… e oggi a te, fata dei miei sogni!”

“Una vita intensa. È così che si fa” e spostò la bocca dalle labbra di Mimma al suo orecchio. Dentro fuori e attorno la lingua lo percorse. Lo stuzzicò. Mimma si agitava si palpava il seno finché anche lì non giunse quell’indemoniato folletto di lingua. Mimma pensò a sé stessa. Tolse le dita dalla figa dell’amica e prese a toccare vorticosamente la sua. In quella stanza i gnaulii d’amore cullavano il godimento delle ragazze.

La lingua di Ferny assaltò l’ombelico. Fu una toccata e fuga verso la figa, dove si buttò a capofitto. Le mani, sotto e fra le natiche per rendere, all’occorrenza, accessibile il corridoio fra la vagina e il buco del culo. Ed è proprio qui, in questo corridoio, che dardeggiò l’indiavolata propaggine di Ferny.

La lingua impazzava e Mimma impazziva di piacere. Arrivò perfino a sussurrarle: “Che Dio ti benedica” e altri analoghi sproloqui a sfondo religioso. Altre porcate, invece, nel colorito dialetto romagnolo. Non avendo ancora con la finta serva la dovuta confidenza avvertì che era in procinto di esplodere nell’orgasmo: “Vengo.. – vengooo… scansati se no ti spiscio…”. Ferny aumentò la velocità della lingua e Mimma le squirtò in bocca.

Ripresasi dall’eccitazione del godimento Mimma si rese conto di avere su di sé gli occhi anelanti della serva. Un segno eloquente e sulla bocca di Mimma calarono le gonfie labbra del sesso di Ferny.

Mimma si sentì in difficoltà con la propria autostima: “Avrebbe saputo fare alla partner qualcosa di analogo a quello che aveva ricevuto?” Intanto, la figa sopra di lei si era dischiusa e poteva così vedere dalla secrezione quanto fosse grande il desiderio di Ferny. Strinse con le mani i fianchi di lei e passò la lingua da sotto a sopra per tutta la fessura indugiando sulla clitoride. Sentì fremere quel corpo. Questo la rincuorò e lei diede passione alla sua azione. Ferny, carica di eccitazione incollò la figa alla bocca di lei e in un men che non si dica pareggiò il credito.

“Hai bellissimi occhi verdi!” e intanto le accarezzava il ventre.

Mimma non s’accorse di quel complimento. Le rispose con un quesito: “Ascolta Fernanda, secondo te dopo questo bel pomeriggio sono anch’io lesbica?”

Scoppiò a ridere Ferny: “Ragazza mia sei lesbica se lo vuoi essere. Ma che tu lo sia o non sia non interessa né a me né alle lesbiche. Mi piaci e vorrei ancora fare l’amore con te. Per il resto vivo la mia vita un po’ come tu vivi la tua.” E le raccontò un po’ del suo menage familiare: un marito molto devoto con un incarico importante per conto dello Stato del Vaticano sempre in giro per il mondo. Un marito che si sarebbe congiunto con lei solo per fare figli. Lei non si era mai detta pronta e quindi non si congiungevano mai. Fernanda comunque a tutti diceva e anche sé stessa, di volergli bene.

Mimma è una ragazza semplice che rifiuta di doversi arrovellare il cervello per approfondire ragionamenti: lei era piaciuta a Ferny… Ferny aveva voluto fare l’amore con lei… aveva fatto all’amore con lei. A lei era stato simpatico il Conte… Il Conte le aveva chiesto di sposarla… Lei aveva sposato il conte. Aveva trovato irresistibile Armando… Armando avrebbe voluto fare l’amore con lei… Lei aveva fatto all’amore con Armando.

Ecco, tutto questo ragionamento esistenziale l’aveva fatto a Ferny che cercò di capire come la ragazza bruciasse le tappe del tempo. Le aveva raccontato per filo e per segno con tutti i dettagli del caso la sua prima marachella extraconiugale. Descrivendole millimetro per millimetro i pregi del cazzo di Armando e come avevano organizzato la loro tresca: tutte le mattine fra le nove e le undici. Quando Armando avrebbe potuto farsi sostituire nella pasticceria.

Ferny si era grattata la testa: era troppo semplice quel suo ragionare. Finiva poi sempre per complicare il suo modo di vivere. E per fortuna che la ragazza aveva taciuto del fratello.

Ferny non aveva alcuna intenzione di mollarla: “È veramente un gran pezzo di figa! Emana quella genuina schiettezza che innamora all’istante.” ed era proprio questo che le stava succedendo.

Confidò nella sincerità di sentimento di Mimma che le giurò che non avrebbe parlato con alcuno di quel loro pomeriggio.

“Te lo giuro, mai e poi mai e nemmeno a Armando. Tu però mi giuri che troverai modo di darmi altri appuntamenti come questo. Oggi mi hai fatto scoprire un mondo e vorrei diventare un po’ più lesbica”

Giuramento per giuramento e: “Se ti fosse rimasta un po’ di voglia ti faccio provare una figura erotica particolare così dopo potrai dire di essere andata a letto con una vera lesbica.”

“Che bello! Cosa debbo fare?”

Ferny, sul letto, si mise a lei di fronte e incrociò le gambe con quelle della ‘contessa’ che subito volle precisare: “Ah, sì. Che bello l’ho visto in un porno e mi ero detta “bisogna che trovi un’amica per provare.” Dai, dai! So già che sarà una gran figata.”

Madide di sudore non avrebbero smesso di fioccarsi e non fu facile separarsi.

Erano le sei di sera la Città brulicava di gente. I bar erano pieni. Mimma aveva avuto voglia di rivedere Armando e aveva ripercorso la strada dello struscio, nell’ora dello struscio, fra i tanti che facevano lo struscio. La premiata pasticceria Gentillucci era proprio lì. E lì Armando era intento a mixare, shakerare, versare miscugli di nobile tradizione o che la fantasia gli suggeriva.

Il banco bar era gremito di bella gente – come la chiamava lui (quella che ha soldi da spendere) – che sorsettava i suoi intrugli: uno dopo l’altro. E usciva da quel ‘santuario’ un po’ ebbra, forse riappacificata con il mondo.

Mimma si era guardata attorno e dalla seconda fila comprese subito che era impensabile ipotizzare, in quel bailamme, un bacio, un gesto d’amore o ancora di più, come lei in cuor suo aveva sperato.

Ci provò lo stesso e incrociando lo smagliante sorriso di lui: “La Torre è libera?”

L’Armando mise mano al mixer e ad alcune bottiglie e le parò innanzi una rosseggiante bibita: “Ecco il suo cocktail preferito Signora Contessa: La Torre è vuota.” e mutò l’espressione del volto da sorriso a malinconica tristezza.

Ho solo bisogno per una mezz’oretta, per rilassarmi in pace dopo una giornata tanto impegnativa. Poi se per caso riesci ad assentarti un attimo…” E, si lasciò rapire dai movimenti del suo bell’amante mentre shakerava l’ennesimo aperitivo.

Appena dentro la torre, Mimma ebbe la sensazione che in quell’ambiente fosse rimasto l’odore del loro amore: quel secco odore maschio di lui e il suo, di femmina in calore come stava tornando ora, disperatamente sola in quel sacrario dei loro godimenti.

Lui difficilmente l’avrebbe raggiunta. Lei però avrebbe provato di evocarlo… e di immaginare di averlo sopra, sotto e dentro di lei. Così com’era stato nei loro amplessi.

Si denudò e se l’accarezzò innanzi al grande specchio che riempiva la parete di fronte al letto.    “Guarda, se sono bella – si disse – solo perché ho ricevuto un po’ di buon amore… “

Aveva annusato l’aria e sospeso i toccamenti. Con passo deciso si era infilata nel bagno e aveva guardato attorno cercando qualcosa. “Eccoli!” Sì c’erano ancora. Erano ancora lì i teli da bagno in cui loro si erano asciugati. Ne odorò uno e lo riappese. Nell’ altro affondò il viso cercando di carpire ogni aroma che la riconducesse a quell’infuocata mattina. E non si era accontentata. Il cestino dei rifiuti aveva ancora sul fondo i tre kleenex con cui lei aveva voluto ripulirgli l’uccello dalla sborrata. Li odorò ed esultò. Li mise nella tasca della giacca per il compito a casa. Avvolta nel telo si era lasciata cadere sul letto. E anche nelle lenzuola aveva rintracciato tracce del loro più intimo piacere: contro queste, come un felino in amore ci sfregò il viso, mentre le dita fra le pieghe della vulva la riempivano di sensazioni idilliache che però erano più parte di un sogno che della realtà. Quel giorno la realtà era stata munifica con lei. E lei non ne aveva ripudiato alcunché. Compresa la sega coniugale. Quella tanto apprezzata dal marito e che sarebbe tornata in auge a ogni condanna che lui avrebbe comminato. Almeno così era stato il patto dopo che lei l’aveva fatto venire. Ne avevano discusso e concordato come dovere coniugale.

“E alla mia farfalla cosa darò?” Aveva obbiettato lei.

“Quello che più ti piace. Chi, dove, come, non te ne chiederò mai conto. Voglio solo che io non possa mai venire disonorato e che non dovrà mai esserci ragione alcuna che venga ad esserlo mia moglie. Ovvero tu, amore mio. – Le ultime parole le aveva pronunciate con sincera passione. Poi l’aveva accompagnata alla porta dello studio dicendole – Dormiremo assieme ogni giovedì o mercoledì. Scegli tu… Questo per le chiacchiere della servitù.” Due giri di chiave alla porta e aveva potuto sintonizzarsi con le sue porno-major e godersi pompe e inculate in giro per il mondo.

Si, Mimma aveva apprezzato anche questo. Un patto che l’aveva liberata da eventuali sensi di colpa e rimorsi.

Tanto che, subito dopo, le era stato facile adagiarsi fra le braccia di Ferny.

L’orgasmo la raggiunse proprio mentre faceva queste riflessioni.

Si agitò quel tanto che ci si agita con un buon ditalino e placate le bramosie pensò bene di informare della sua situazione il fratellino Lillo.

“Dove sei?… Ancora a Bruxelles!… Ah, capisco… È gravida e devi sposarla.… Rimarrai a vivere lì.… Io? Meglio di così non potrebbe andare: ho un marito che mi ha assegnato un cospicuo mensile come moglie con l’impegno di una o due seghe al mese e la mia presenza al suo fianco alla prima del Teatro Comunale e a qualche altro appuntamento istituzionale. Posso darla a chi voglio purché non si sappia in giro. Ho un amante a cui va bene che io abbia un marito Conte. Lavora moltissimo ma ha garantito che mi dedicherà ogni giorno dalle 9 alle 11. Ho messo su, anche, un’amante femmina, con un corpo da vamp, che ha dato di matto quando ha leccato il mio… Ci amiamo perdutamente.… Sì, Lillo, tutto questo l’ho messo assieme in una giornata… Che ne dici Lillo, non male eh? Per la figlia del bagnino Artemio!”

Se questa fosse una favola si potrebbe ben dire: “E tutti vissero felici e contenti.”

©FlaviaMarchetti-2019

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