Le porkeriole di Flavia

diario e fantasie di una scrittrice di bella presenza

Le sorprese del rientro

Flavia dal 2005 pubblica con l’editore Enstooghard
del dr.Hans Stortoghårdt Borgergade 9, 1300 København

A casa: festa grande

Quello che mi torna in mente ogni volta che faccio un volo sono le sensazioni che provavo quando bambina facevo la stessa cosa: allora il viaggio aereo era un continuo dondolio che mi cullava. Adesso l’Airbus è quanto di più stabile possa pretendersi. Eppure, io continuo a compiacermi di quel dolce dondolio che fanciulla mi faceva addormentare fra le braccia di papà.

Così, anche questa volta, dopo qualche minuto dal decollo avevo chiuso gli occhi e pur non essendo fra le braccia di alcuno mi ero rilassata lasciando all’immaginazione ogni ipotesi di come sarebbe stata l’accoglienza.

Perché sicuramente ci sarebbe stata un’accoglienza: Intanto da parte di Mimmo, il portinaio che, dopo aver rischiato una denuncia e il licenziamento per avermi palpato il culo, mentre aspettavo l’ascensore, adesso ci diamo del ‘tu’ ed è diventato servizievole fino alla nausea.

A lui avevo lasciato qualche incombenza. Ma, per tutto quanto poteva riguardare la conduzione della casa nei quattro giorni di mia assenza, avrebbe provveduto Simona. E proprio lei mi ha preannunciato telefonicamente che avrebbe preparato una golosa cena e una sorpresa.

Per cui non vedo l’ora che questo mostro che sta sfrecciando al di sopra delle teste di milioni di europei, torni con le ruote per terra per farmi assaporare il gusto di questa improvvisata.

Lei da un mesetto vive con me. Una sorta di precauzione in attesa della separazione legale dopo che il marito l’ha malmenata brutalmente.

In questo periodo di convivenza la domesticità l’ho gestita completamente io. Simona esce la mattina di buon’ora e la rivedo nel tardo pomeriggio.

La notte poi diventa tutta nostra!

In questi giorni in cui sono mancata avrebbe dovuto gestire la signora Laura. Una macchina perfetta che tiene funzionale, ordinata e pulita la casa. Bella donna, veneta sui trentacinque. Laura, In questa calda stagione ama espletare le sue funzioni senza troppe remore per il pudore. Diventando così un bocconcino appetitoso per chi alle attività sessuali presta fantasia e dedizione come è nel DNA di Simona.

Avrei voluto possedere il dono dell’ubiquità per gustarmi la scena dei tentativi di intorto di Simona a costei che passa per mangiatrice di uomini, sempre con l’appetito in movimento.

Una sua successiva confidenza mi informerà che invece, Laura, dopo un attimo di smarrimento, aveva aggiunto agli obiettivi della propria libidine anche questa inaspettata esperienza. Tant’è che Simona è arrivata a marinare addirittura il consiglio di amministrazione dell’azienda di famiglia per spupazzarsi la calda e lasciva Laura, in una sorta di improvvisato festival dove il loro desiderio le ha spinte a passare in rassegna le sensazioni che prorompevano da una dozzina fra ovetti vibranti e pussy-toys dalle più disparate forme. Di cui la bionda trevigiana si dichiara collezionista.

Intanto il carrello è regolarmente uscito dal suo alloggio. Ognuno ha allacciato la cintura di sicurezza per l’atterraggio.

* * * * *

Ero entrata in casa quasi di soppiatto. La musica ad alto volume – Chopin, un valzer – riempiva l’ambiente. Dall’angolo cottura proveniva la dolce voce di Simone che seguiva l’andazzo del pianoforte cantando. Una gran figata. Finalmente a casa!

Simona era intenta a tritare cipolla e ortaggi vari per la cena. Di me si era accorta all’ultimo momento. Gettato il coltello, si era tolta gli occhiali e attaccata alla mia bocca. Che bello: il suo odore… Il sapore… La lingua… Il calore del suo corpo. Una goccia, avanguardia del mio desiderio aveva carambolato tra le labbra della figa. Rimanemmo a lungo abbracciate.

Non avevamo perso tempo: «Sul letto o sul divano?» lei con disinvoltura.

«Il letto? Troppo distante. Anche il tappeto va bene.» E già avevo abbassato la zip alla gonna. Ai bottoni e ai ganci del reggiseno stava provvedendo lei.

Duro ma accogliente anche il peloso tappeto. I nostri corpi abbracciati, vi erano rotolati sopra per il lungo e per il largo.

Così le nostre epidermidi si erano compattate. Si erano studiate e ci avevano regalato le prime scariche di brividi. Le rimanenti andarono in conto al 69 che immediatamente ci aveva avvinte.

Tra quella selva di peli dal forte afrore la mia bocca era impazzita. Le labbra si erano strusciate delicatamente tra questi e la lingua aveva rincorso la scia degli umori per introdursi nella bramata crepa. Era rorida e speziata nel sapore. Quel suo buon sapore che non potrei scordare mai. Avevo succhiato e… chiappa in ogni mano, le avevo tenute ben aperte le cosce, tanto da agevolare l’incontro con la clitoride: anima della nostra passione!

L’inizio di un reciproco prolungato orgasmo si era consumato nel clamore dei nostri sospiri: «Dio, quanto ti amo Simona!» E come una eco avevo sentito rimbalzare la medesima frase dalla voce di lei.

Ancora baci, ancora abbracci e le nostre dita ci avevano regalato godimento e orgasmo. Intanto ci eravamo raccontate le tre notti in cui eravamo state tanto lontane.

«Sono stata un po’ porca, sai, in questo viaggio. – Avevo finito di confessare – Non ti ho però tradita con il cuore. L’ho fatto solo con una delle fiche di cui dispongo: te ne sei accorta, vero, che io di fighe ne ho più di una? C’è quella per te, la più vera. Quella per gli uomini, la più vorace. Quella per tutto il mondo, la più appariscente.»

Simona mentre parlavo mi sditalinava quasi con furore. E dovuto interrompere il concetto di pluri-disponibilità della fica, per liberare il godimento che stava montando. In me era scattata la ricerca di un qualcosa che fosse più grande dell’amore, per ricamarci sopra qualcosa da dire a Simona. Non mi era venuta alcuna ispirazione e a quel punto: «Bona qué Simona! Perché non ci facciamo un goccetto forte? Tanto per riprenderci. Così dopo ti aiuto nelle arti culinarie.»

Era fuori di sé. Tanto che, perché capisse, avevo dovuto darle un morso a una poppa.

* * * * *

«E così l’hai data sia a lui che a lei? E come ti è sembrata la trombata a tre?»

«Una vera figata! Ho dovuto però apprezzarne anche gli aspetti che non mi riguardavano direttamente. In parole povere devi essere contemporaneamente protagonista e spettatrice. A quel punto il godimento si triplica come è logico che sia.»

Le corna

Stavamo apparecchiando il tavolo per la cena e mentre dicevo questo mi ero accorta che Simona stava aggiungendo un posto a tavola. Come che anziché io e lei ci fosse un ospite. Glielo avevo fatto notare e lei candidamente: «Non mi hanno rincoglionita le tue prodezze boeme… è la sorpresa che ti ho accennato per telefono. Stasera con noi ci sarà un ospite.»

«Lo conosco?» Forse non avrebbe voluto dirmelo ma così com’era venuto fuori, il discorso le avevo rovinato la strategia. Mi aveva abbracciato e parlandomi da contro il collo, con tutta la teatralità stile moglie fedifraga che implora il perdono:

«È stato più forte di me. Ti avevo confidato che sentivo la mancanza di un uomo che mi possedesse. In fondo Sergio mi ha abituata bene. Poi, diciamo che ci si sia messo pure il caso. Il giorno dopo che sei partita, su… sul nostro letto mi ero messa a leggere il tuo ultimo racconto. Quello tosto, sai. Quello che porta immancabilmente a stuzzicarti la passera. Era già un bel po’ che lo facevo tenendo in sospeso il gusto finale, quando avevano suonato alla porta. Ricomposta, infilato l’accappatoio e…: “Ero d’accordo con Flavia che l’avrei lasciato al portinaio ma a me quel tizio lì mi sta proprio sul cazzo. Meglio lasciarlo a quella bella donna della sua amica, mi sono detto. E così sono venuto su.” Mi ha guardato sorridendo e molto intensamente – ha un gran bel sorriso – e mi ha porto quel libro là. Non potevo non chiedergli se voleva entrare. Ha detto che lo faceva volentieri perché così poteva annusare qualcosa di te. – Io stavo già supponendo come si sarebbe concluso quello sfogo ma volli sentirmelo raccontare – Abbiamo parlato un po’ di te. Lui mi guardava in modo ipnotico. “Flavia è molto bella. È la più bella donna che abbia mai conosciuto. Mi piace molto di più delle mie coetanee che adesso me la danno solo perché gira un po’ la voce che ho un’amante sui trent’anni.”… Il discorso andava avanti un po’ così, tutto riferito all’attrazione che tu eserciti su di lui. Mi ha raccontato anche qualche dettaglio piccante tanto che io aggiungendo a questo l’effetto del racconto di prima, avevo la figa invasa da pulsazioni e umori. Poi lui ha giravoltato i suoi ragionamenti e ha cominciato a dire che la mia e la tua generazione, quella delle trentenni, è quella che ha sfornato le più sensuali fighe che si vedono in giro… Che lui ha una sorella sposata che ogni volta che viene a trovare la famiglia e lui la vede, deve reprimersi per non farsi una sega. Ha detto questo guardandomi con guizzi di lampi negli occhi, aggiungendo: “Anche tu, ogni volta che ti vedo me lo drizzi.” Ho dovuto abbandonarmi inerte contro la parete. Se avesse deciso di prendermi lì, in quel momento, gli avrei detto “Dai!” Invece, aveva fatto un passo verso la porta per andarsene. Mi sono sentita rifiutata e ho reagito d’impulso. L’ho fermato, sempre rimanendo in quella posa smaccatamente lasciva “Dimmi Simona” ed era tornato sui suoi passi. In quelle due parole ho capito di aver fatto la mossa giusta. Me lo sono trovato a dieci centimetri dal naso e oltre ad aver aumentato il magnetismo negli occhi vi aveva aggiunto il sorriso del vincitore. Comunque il fuoco ho voluto accenderlo io prendendogli una mano e portandogliela sulla mia tetta sinistra: “Senti come pulsa il mio cuore…” Secondo lui di cuori ne avevo due perché ho sentito una mano anche sulla tetta opposta. Che, ambedue, facevano di tutto fuorché contare i battiti. Poi era partita la respirazione artificiale. Tu che sai bene come vanno avanti queste cose non ti meraviglierai che abbia aperto l’accappatoio. Così, lui si è trovato davanti uno di quei corpi, completamente nudo, di femmina trentenne. Quelle che lo fanno impazzire,. Sembrava fuori di sé e ha cominciato a gridare “Figa… Figa! Qui ci vuole del cazzo!” e finalmente mi ha messo nelle mani il suo rotolo di carne che solo soppesandolo ha suscitato in me reverenza. Ho capito subito che con certe primizie bisognava usare riguardo. L’ho stretto con delicatezza e lui ha voluto mostrarmelo in ogni sua sfaccettatura. Soprattutto abbassando il prepuzio e facendo sortire tutta la cappella che più che un glande mi è sembrata un muscolo.»

A quel punto Simona aveva smesso di fingere costernazione e me l’ero trovata davanti agli occhi con una espressione sognante.

«Sì Fly – nell’intimità spesso mi chiama così – tenendo saldamente in pugno il suo coso l’ho portato su, sul letto e con tutte le raccomandazioni del caso, mi sono a lui offerta. Quando gliel’ho visto in mano che stava avvicinandolo alla mia apertura, ho avuto paura e gliel’ho detto. Lui, vero gentleman, nonostante i suoi diciassette anni, è volato al piano di sotto ed è tornato con l’ampolla dell’olio Bertolli. Prima di ungerselo, però, ha voluto farmelo conoscere sfregandolo fra le mie cosce, poi, ha preso a trapanarmi con dolce maestria. Lui l’ha chiamata ’la mission’! Non ti racconterò come è proceduto il tutto perché credo che tu ne sappia molto più di me. Posso solo dirti che proverò invidia per te per tutto quello che ancora lui vorrà darti e secondo me sarà tanto. Almeno stando a quanto lui mi ha detto.

Ho lasciato che, così come era apparso, si dissolvesse. Quasi un attimo dopo aver sbrodolato in me tutto il suo piacere. Dio mi è testimone di quanto avrei voluto tenermelo almeno fino al mattino: risentirlo dentro di me ancora una, due, tre, chissà quante volte! Succhiarglielo! Mordicchiarglielo. Sentirlo fremere. Urlacchiare nel godimento. Ma non è stato così: Alla chetichella, nel cuore della notte se ne è andato.

Ieri ho pensato a questa cena a tre per, almeno, rivederlo. Prima avrei però voluto parlartene – e qui si è dimenticata che stava recitando la sua parte di Maddalena pentita ed è passata impudicamente alla donna d’affari, così come l’ha forgiata la famiglia – Cosa ne diresti se lo socializzassimo abbeverandoci così ambedue alla sua inesauribile fonte di godimento? Magari mi dici se debbo darti qualcosa in cambio.»

«Sei di uno squallore inestimabile! Vorresti mercificare il puro sentimento di un ragazzino verso la sua nave scuola, maître à penser della sua futura vita… Magari mi offri anche qualcosa purché ti lasci libera di usufruire del suo bigolo a tuo piacimento.» Era solo uno sfogo di facciata. In verità quella proposta avevo in animo di farla io.

Avendo fatto la bella esperienza a tre a Praga, a cui auspicavo un futuro, strumentalmente ho la necessità di distribuire meglio le mie fonti di godimento. In definitiva sono io la vera troia.

Per un po’ avevo fatto la sostenuta, rendendomi muta e ignorandola completamente. Mi ero messa a guardare con ostentato interesse l’intenso traffico della via Ugo Bassi.

«Se vuoi posso cercare Oscar e dirgli che stasera non si fa più niente. Oppure – e qui fu ruffiana fuori misura – io esco e lui troverà solo te. Come mi pare giusto che sia.»

Non ce la feci più a reggere quella commedia. Mi girai di scatto e perentoriamente feci la mia proposta per la serata che poi era anche per il futuro: «Noi due, stasera, ci chiaviamo il ragazzo!»

«E se lui…» non la lasciai finire

«Chi, quello? Non glielo chiediamo e non glielo diciamo neppure. Se andiamo in crescendo, mostrandogli qualcosa, sia io che tu: piccole affettuosità. Casuali toccamenti. Vedrai che in men che non si dica ci ritroveremo tutti e tre sdraiati sul tappeto.»

Aveva emesso un sorriso e un approccio con la bocca. Non glielo avevo permesso. Spinta contro la parete le avevo sollevata la gonna. Una mano fra le cosce, avevo stretto forte la prugna della fica, finché: «Mi fai male.» Lingua in bocca…

Le ho poi chiesto perdono.

«Fra un po’ quello là arriva. Vado a togliermi qualcosa di superfluo.»

* * * * *

Oscar

Simona leggeva in poltrona, io preparavo gli aperitivi. Tutte e due eravamo tese nell’attesa. (Che brutto bisticcio di parole!) Consce di giocare una partita intrigante. In un certo senso avevamo decretato che Oscar fosse la nostra cavia: sulle prospettive del suo futuro sentimentale giocavamo la nostra partita che poneva quesiti anche drammatici. E, fra il prosecco, il gin, il ginger bier e gli interrogativi che la vicenda poneva, era arrivato Oscar.

Come da copione Simona era rimasta nella poltrona, in ombra. Avevo aperto io:

«Che gioia Amo! Non sai quanto ho penato a non poterti dare neppure un trillo. Ma tu me lo hai proibito! Dovesse succedere, un’altra volta – e si era guardato intorno per vedere se c’era qualcuno. Ma Simona era ben in ombra – trasgredirò e ti chiamerò ogni notte. Almeno potremo spararci un, ditalino e una bella sega via cavo… che mi piace tanto

Appoggiata la bottiglia di Franciacorta che aveva portato, mi aveva preso il viso fra le mani per possedere la mia bocca: «Dio se mi sei mancata!» Sempre lui.

«Falso e traditore» io. Anche se non potevo che apprezzare, le sue mani che rovistavano fra le tette. Avjeva fatto un altro passo dentro e allora Simona era saltata fuori dalla penombra:

«Ah, ci siamo già tutti!» baci e abbracci un po’ più in sordina. Io avevjo portato l’aperitivo.

Simona è una eccellente cuoca e si era espressa al massimo delle sue qualità. Un brindisi per il mio ritorno, dopo poco un secondo cin-cin per la cuoca, di seguito un terzo per l’idea di organizzare questa serata.

E io feci segno a Simona che era il momento di intavolare il nostro projet di un focolare per tre. Partendo proprio da quello che era stato il loro tradimento. Come avevamo concordato io e lei.

* * * * *

«Cosa dici Oscar, glielo diciamo del cornino che le abbiamo messo mentre era via?» Il ragazzo aveva sussultato e provato a dire qualcosa ma era stato un disastro.

«Non farci caso Amo, sai bene che non sono gelosa. E che non ho mai dato troppa importanza a quelli che mi metti spesso con la tua collega Mimmi. – Parve che le mie larghe vedute lo offendessero. Il volto gli si rabbuiò. Avevjo gettato acqua sul fuoco. – Non ho timori. Quando c’è l’amore può succedere tutto e fra me e Oscar sento che l’amore proprio c’è… Eccome che c’è!»

“Brutta troia, che non sei altro!” Avevjo pensato di me stessa.

«Sì, sì, Amo… è così… Sono tutte marachelle che non graffiano il nostro amore… Poi in fondo lo sai anche tu, Amo… che la carne è debole! – e si era avvicinato a me con intenzioni affetuose. Troia più che mai, avevo fatto in modo che una spallina cadesse e un seno facesse capolino. Le labbra di Oscar avevano fatto la spola fra le mie labbra e questo. A tal punto avjevo azzardato: <Posso chiederti un piccolo risarcimento morale per la tua leggerezza?» Accarezzandolo fra le gambe:»

<Se me lo chiedi così… Sarebbe?»

«Ti andrebbe di dare una trombatina a Simona, adesso, qui davanti a me?» era rimasto sbalordito. Simona, intanto, aveva slacciato i bottoni alla blusa che apertasi metteva in mostra due capezzoli erti e vogliosi: «Allora volete proprio che vi chiavi?»

«Anche questo può essere vero.» Avevo chiarito.

«Si, però, non qui sul tappeto. Se andiamo su quel bel letto, sopra, vi trombo tutte e due che è un piacere! – Aggiungendo con entusiasmo –Mie dee!» e aveva spinto sul bottone dei jeans che erano caduti. I boxer che indossava erano fantasia.

Furono quattro le mani che si dannarono per dar aria all’uccello. Perché volasse. Un trionfo!

Per la scala tutt’e due avevamo tenuto una mano su quell’euforico priapo che già aveva capito che era una serata con tanta abbondanza.

* * * * *

Si tromba al piano di sopra

Si era subito sdraiato al centro del letto, Oscar. Una posa un po’ tronfia ma che, quale unico maschio della serata se la poteva anche permettere: il cazzo, imponente e ben rigido giaceva in attesa di eventi, sul ventre, arrivando quasi a coprire l’ombelico.

Io e Simona non potevamo che guardare con orgoglio la nostra conquista anche se fra di noi era sorto un simpatico bisticcio sulla gestione della serata. A quel punto Oscar aveva preso in pugno la situazione: «Amo, vieni… cala le bollenti labbra della figa sulla mia bocca. Tu, invece, Simona, se vuoi, puoi approfittare del pisello libero. Infilatelo e fatti una bella cavalcata sopra di me.»Ecco, il gioco era fatto! La macchina del godimento si era messa in moto.

La lingua di Oscar sapeva il fatto suo e immediatamente aveva generato faville di piacere che avevano incendiato tutti i miei sensi. Tanto che lui, staccatosi un attimo per riprendere fiato: «Cazzo, Amo! Stai già colando come una fontana.» L’orgasmo non aveva tardato a venire. E così pure le ampie praterie del godimento deliziarono la cavalcata di Simona. Quello che invece si era ritrovato senza una visibile conclusione finale fu l’uccello. Che ingrossatosi per l’eccitazione più che mai stava procurando qualche fastidio ai coglioni: «Ho i coglioni sotto pressione… – aveva vaneggiato Oscar. Con decisione aveva spostato Simona, che in quel momento stava beandosi della galoppata appena conclusa. L’aveva posizionata sulla sponda del letto e lui, in piedi, l’aveva penetrata con vigore. – È questo, no? Che volevi facessi innanzi a te

Non potei che pensare: “Oh, Amo! Solo che io le pensi, tu le realizzi! That is love!! E per dimostrargli la mia gratitudine ad aver prontamente esaudito il mio desiderio ero arrivata alle sue spalle per incollarmi al suo corpo, tutto intento a dare godimento alla mia cara Simona. Colpo su colpo Simona stava volando nei suoi cieli lasciando la sua scia di gemiti di passione. A cui si erano aggiunti i brontolii sospirosi di Oscar che si avviava a culminare la sua mission. Io non mancavo di eccitarlo con libidinosi succhiotti al collo e dentro alle orecchie e delicate profanazioni al buco del culo: «Amo sei grande! Amo ti amo!… – Poi – Amo sto per venire…. Ahh, Amo! Le riempio anche il cervello di sborra!» Erano state due le dita che adesso erano nel suo culo. Il cazzo di lui stava finendo di compiere il suo lavoro fra i contorcimenti e i sussulti di Simona.

Visto che si era messo lui a condurre il gioco gli avevo chiesto come sarebbe continuato: «Tocca a me adesso?»

«Cascheresti male. Guardalo! – E aveva soppesato sulla sua mano una massa inerte di carne stremata: – A te lo posso dare, solo quando tornerà nel pieno della sua forma – e guardandomi con un’espressione birichina – Perché non provi a fartela leccare dalla tua amica? Secondo me te la lecca… Io sto a guardarvi. Sicuramente si accelererebbe la ripresa del mio pistolino.»

Simona, in piena beatitudine si era appisolata. Oscar si era infilato sotto la doccia, anche perché, come dice il proverbio: ‘in luglio trombare / fa molto sudare‘.

* * * * *

Mi ero appoggiata un attimo al tavolo di lavoro per annotare momenti e sensazioni di questo ritorno da Praga: il mio primo viaggio di lavoro, la prima volta che ho sostituito mamma in un’importante missione d’affari. Sicuramente ne verrà fuori un racconto che cercherò di far leggere al mondo. Ma non credo che finisca qui. La serata è appena incominciata.

* * * * *

Era completamente rilassata: gambe e fica aperte, la dolce Simona. Una posa tanto conturbante che non avevo saputo resistere. Avevo passato un dito fra le sue grandi labbra. Lei ebbe un fremito pur ancora dormendo. Avevo rifatto al contrario lo stesso percorso con il dito, andando un po’ più in profondità. Aveva socchiuso gli occhi, si era guardata intorno, forse incredula. Si era rimessa giù: Forse è solo un sogno” avrà pensato. Aveva serrato le gambe… gli occhi. Le ero andata sulla bocca con la mia. Si era svegliata.

Non aveva aperto gli occhi ma avevo sentito la sua lingua dialogare on la mia. Una mia mano era già fra le sue cosce: aveva trovato il varco, caldo e umido. Due dita si erano introdotte in lei. L’avevo baciata ancora.

All’orecchio le avevo sussurrato quel numero

«Lui c’è?»

«Sì e ci sta guardando.»

«Perché non lo vedo?»

«Dovresti girarti su un fianco per vederlo… Se lo sta menando.»

«Cosa dobbiamo fare?»

«Te l’ho detto il 69. Gliel’ho promesso.»

Sottovoce: «Allora è andata come volevamo?»

«Direi di sì. Vediamo se dura nel tempo… Dai, ti vengo sopra.»

«Fammi venire con le dita prima.»

«Verrai anche con la mia lingua?»

«Io vengo sempre quando voglio. Ti voglio bene A…»

«Se volevi dire Amo, no. Amo, lo può usare solo lui e io quando sono con lui.»

«E se adesso mi aggiungo anch’io? Anch’io vi amo.»

«Che discorsi del cazzo! Dai che ne ho voglia. Cerca di venire che si ricomincia daccapo come si deve.»

Avevo aumentato la velocità delle dita che sentivo stringere sempre più forte. Le sue mani si concentrarono sui propri seni. Aveva stretto forte gli occhi. Un sussulto. Un sorriso. Era venuta.

«Dai vienimi sopra.»

È affascinante il rumore di un 69. Non bisogna guastarlo con parole. Bisogna goderselo così, man mano che lo si consuma: solo qualche mugugno. Qualche ansito. I sospiri. Gli splish-splash delle lingue nelle vagine, delle ganasce che succhiano e risucchiano gli umori… Poi, i respiri che si velocizzano, qualche mugugno in più, qualche mugolio che si aggiunge. Poi il finale un po’ convulso dove sarebbero ammesse anche canzoni d’amore.

Era stato così anche il nostro amplesso. Solo i rumori dei corpi e i respiri. Nessuna canzone d’amore. Più che un atto sessuale, il nostro, poteva definirsi una danza. Eseguita con grande sensualità. Fatta di sobbalzi, contorsioni e ribaltamenti, con gli orgasmi in un crescendo imponente ma discreto: un privilegio delle fiche e delle bocche.

Il 69… “il nostro tango da letto” come lo chiamava lei, la porca Sìmona, danza che quando avevamo cominciato a frequentarci nessuna delle due ne conosceva trucchi e misteri. Che avevamo poi appreso e sperimentato scaricando, a colpi di carta di credito, video da siti porno.

Oscar dalla sua poltrona aveva seguito ogni attimo della nostra prodiga passione e aveva orgogliosamente in pugno il proprio fallo ora erto e ben sodo. Non, aveva emesso un monosillabo durante l’intreccio carnale, neppure nel momento culminante quando ci crogiolavamo visibilmente nel piacere.

* * * * *

Si scopa in terrazza

L’avevo preso per mano e condotto in terrazza non tanto per godermi assieme a lui la bellezza di questa città in una calda notte di luglio ma per essere presa dal didietro, mentre, appunto, io, mi sarei beata di quel panorama. Aevo appoggiato le mani alla balaustra e spinto con lascivo dondolio le natiche indietro. Non c’era bisogno di aggiungere altro. Oscar non si era fatto pregare ed era iniziato il suo assolo: «Questa sì che è musica!» Avevo sussurrato a Simona che era venuta a vedere e mi stava accanto. Aveva aggiunto la sua lingua ai miei piaceri. Oscar mi stantuffava con tanta dolcezza quanta era nelle parole di Over the Rainbow che canticchiava inframezzandole ai suoi sospiri. Oscar canta bene. Ha una bella voce un po’ gutturale, graffiante e senso del ritmo. In quel momento l’aveva unita ai suoi movimenti.

«Mi sembra di essere al centro di un music hall» avevodetto a Simona che mi offriva le sue poppe per stemperare la libidine che stava crescendo in me. Ed era tanta… tanta… tanta! Mi ero stretta con forza al corpo di Sìmona. L’uccello di Oscar aveva iniziato a schizzare. L’avevo strettuo con tutto il vigore che avevo nei muscoli della figa. Aveva continuato a schizzare. Mi ero rilassata un attimo e lui era uscito da me. Un ultimo schizzo me lo aveva appoggiato sulla schiena.

* * * * *

Finalmente si mangia e si ipotizza

Doccia. Creme sulle parti più usate. E ci eravamo ricompattate a tavola. La cena di Simona era ancora lì che ci aspettava:

«È solo stata una simpatica parentesi.» L’aveva definita Simona.

«Poi si vedrà.» avevo aggiunto speranzosa.

«Che buoni! – Oscar, brandendo la forchetta. I manicaretti preparati erano succulenti. Poi guardandosi attorno e vedendo che anche noi due eravamo tutte intente a rifocillarci senza proferire parola, aveva aggiunto – sembra quasi una cena familiare

* * * * *

Col gelato..: l’amore

Gelato. Una nuova bottiglia di spumante. Una buona sigaretta e Netflix. con un’insulsa commedia. Io e Simona ci eravamo accorgte che l’amante di famiglia se la russava in tutta serenità sul divano innanzi allo schermo.

Ci eravamo guardate come sapevamo guardate solo noi. Avevamo spento tutte le luci. Era rimasto acceso solo il televisore e per mano avevamo salit gli 11 scalini.

«Questa volta, cara mia, l’abbiamo pensata grande e l’abbiamo fatta grossa.»

Non le avevo risposto. Ci eravamo strette forte tra di noi. Si sarebbero parlate solo le nostre lingue.

Poi tutto quello che andava fatto: i capezzoli si sarebbero induriti: ce li saremmo leccati. Le dita avrebbero fatto tutto quello che sapevano fare: sarebbero affondate nelle nostre fiche. Queste si sarebbero strusciate appassionatamente.

Noi due, intanto, avevamo incrociato i nostri corpi. Di lì a poco sarebbe iniziata la cavalcata che ci avrebbe lasciato appagate e madide di sudore.

La campana di Palazzo batteva mezzanotte ed ero in terrazza a fumare. Oscar stava ancora dormendo innanzi al televisore. Simona al centro del mio lettone. Lui si era perso lo spettacolo della nostra ‘sforbiciata’, figa a figa. Roba dura! Meravigliosa se intensa. Faticosa quando intensa ma che ti lascia appagata. Quasi impossibile il replay.

©Flavia Marchetti 2019

Lascia un commento

GigitoPC informatica indirizzo: via Argentina Altobelli 28, 40133, Bologna (Solo su appuntamento) GigitoPC informatica indirizzo: via Argentina Altobelli 28, 40133, Bologna (Solo su appuntamento) Icona storia GigitoPC informatica telefono: 348.09.33.582 GigitoPC informatica telefono: 348.09.33.582 GigitoPC informatica whatsapp: 348.09.33.582 GigitoPC informatica whatsapp: 348.09.33.582 GigitoPC informatica email: info@informaticabologna.it GigitoPC informatica email: info@informaticabologna.it Icona freccia destra Gigitopc informatica Facebook Profilo social Facebook Gigitopc informatica Gigitopc informatica Twitter Profilo social Twitter Gigitopc informatica Gigitopc informatica Linkedin Profilo social Linkedin Gigitopc informatica Gigitopc informatica Pinterest Profilo social Pinterest Gigitopc informatica