Le porkeriole di Flavia

diario e fantasie di una scrittrice di bella presenza

Giuly, erotismi con adolescente

Flavia dal 2005 pubblica con l’editore
Enstooghard
del dr.Hans Stortoghårdt
editore dal 1971
in
Borgergade 9, 1300 København

 [©Flavia Marchetti 2019]

Anche quella piccola biblioteca pubblica annidata nel centro di Bologna può diventare l’iniziò di una bella storia d’amore. È la biblioteca del quartiere Porto-Saragozza nella via Pietralata, al 43, all’ultimo piano. Qui, in quel simpatico primo giorno di aprile alla fine del tiepido pomeriggio, Giulia, sta cercando un libro di Emanuell Carrer:

«Mi dispiace signora, l’abbiamo inserito nelle nuove acquisizioni ma ancora non ci è rrivato» Questo, la ragazza della biblioteca.

«Cazzo, – si lascia sfuggire Giulia a bassa voce  – mi ha chiamato ‘signora’? Chi gliel’ha detto a questa che sono sposata? Mica tengo la fede al dito. Devo essere proprio sul bruttino se mi mettono già nella categoria più vecchia.»

Accanto a lei un ragazzino ha ascoltato quell’esternazione sottovoce e le sorride divertito. Giulia ricambia non solo con un sorriso:

« Dimmi mò, tu, sembro proprio così vecchia da essere chiamata ‘signora’?»

«Certo che no, signorina – è Romeo, un bell’adolescente. E’ lì, su incarico del proprio datore di lavoro, per trovare una monografia su Ansel Adams, fotografo americano, grande maestro del bianco e nero. – Non hai la mia età ma sei giù di lì.»

«Che caro! In soldoni quanti me ne dai?»

«Beh… A essere cattivi 21… To’, 22.»

«Sei un amore! Se ti va ti offro il caffè alla macchinetta.»

«Come no. Fa sempre piacere far qualcosa in compagnia di una bella ragazza. Poi, sai, oggi bisogna che mi conceda qualcosa… è il mio compleanno.»

«Allora come minimo debbo aggiungerci un bacio.»

«Però me lo dai nello sgabuzzino della macchinetta. Qui c’è troppa gente.»

«Il caffè qui è ignobile. – Avverte lui – è meglio che il bacio tu me lo dia prima.» E protende la bocca verso le labbra di lei. Lei prova a dirigere le sue verso la guancia. Lui fa un po’ di resistenza e finisce che le labbra si sovrappongano. Le labbra di Romeo sono bollenti. Ma forse anche le sue. Giulia prova a pensare quanto tempo è che non ha più provato un’emozione così dolce. Socchiude le labbra ma, malandrina, la lingua di lui si insinua nella sua bocca: “ancora più bello!” Lascia che fra le due lingue si apra un dialogo. Intanto lo stringe a sé. Quando si staccano, lei inconsapevolmente attizza il fuoco: torna ad avvicinarsi a lui e questa volta lo bacia su una guancia: «Era questo il bacio che volevo darti.» Non l’avesse mai fatto. Di fianco c’è la porta di uno altro sgabuzzino. Ancora più angusto e pieno di attrezzature per le pulizie. Uno di quelli con l’uscio che se uno si abbassa vede quanti piedi sono nell’ambiente. Lui la spinge lì dentro, contro la parete. Le bocche tornano ad incollarsi. Le mani ad esplorarsi. Quelle di lui sotto il leggero abito primaverile, risalgono le cosce e le dita armeggiano attorno all’elastico dello slip. Lei lascia fare. E’ bello… Proprio bello, così!

Riesce a trattenere un attimo la foga di lui.

Un sorriso: «Aspetta!» Ed è lei a sfilare lo slip.

Le mani l’accarezzano. La bocca di lui spadroneggia sul collo e dentro la bocca di lei.

Lei allarga bene le cosce e un dito di lui fa il suo ingresso fra le grandi labbra.

Le dita di lei armeggiano con la zip dei jeans e glielo prende fuori:

«Mamma mia!» Forse perché non ricorda più quanto sia bello un uccello in erezione.

Lo trova di fattezze ineguagliabili. Lo stringe forte, lo scappella e comincia a ‘segarlo’. Lui inserisce un secondo dito e la masturba con vigore. Intanto si sono messi in maniera che, contemporaneamente, possano darsi godimento vicendevolmente. Quando lui prende a schizzare non molla la figa di lei. Il cazzo di lui viene, mentre la bocca di lei è cucita alla sua, sbavando un po’ di saliva. Si ricompongono cercando di mimetizzare le chiazze dall’abbondante getto del ragazzo lasciate sul leggero vestitino floreale di Giulia.

Il cortile

Nel cortile, al piano terra c’è una panchina. Si siedono.

Da quando lei ha pronunciato la parola magica: “Aspetta!” fra di loro non ne è più stata pronunciata un’altra. Solo sospiri.

«Scusa – fa, da ragazzo educato riferendosi all’assalto che le aveva fatto – Mi hai sconvolto. Non mi era mai successo. Mi perdoni?»

«Dove ci troviamo domani?»

«Aspetta!» Fa lui. Lei, ricordando come lei aveva usato quella parola, sussulta. Anche lui ricorda. Scoppiano a ridere e lui le appoggia un leggero bacio sulla guancia: «Devo solo recuperare la macchina fotografica lasciata alla tipaga della biblioteca.»

Quando si aprono le porte dell’ascensore lui impugna già la camera e ogni passo diventa uno scatto: «Così posso rivederti.»

«E ti accontenti di slumarmi sull’iPhone o, peggio, quando dirai agli amici, “Questa mi ha fatto una sega il giorno del mio compleanno.»

«Non hai capito un cazzo, Principessa! Io adesso torno in studio, le stampo, ti cerco e te le regalo. Perché io, Principessa… io già ti amo e voglio rivederti… vederti e rivederti ancora. – Le frulla intorno – Dammi mò il tuo telefono che ti chiamo, così dopo hai anche il mio.» In giro non c’è anima viva e Giulia gli dà un bacio.

«E così tu lavori in uno studio fotografico?»

«Ói, sì! Sono apprendista e quest’altr’anno spero di potermi iscrivere al DAMS. Sto facendo le scuole serali per prendermi la maturità. Ho ancora un anno. Da grande voglio fare il fotoreporter. Tu cosa fai di bello. Studi?»

«Io caro mio ho già finito di studiare. Sono molto più vecchia di quanto tu non creda. Se ti dico quanti anni ho non stampi neppure le foto.»

«Non voglio saperlo. – questo lo urla. Poi… – Io ti amo e basta. Fidati!

Si sta commuovendo Giulia e anche se pensa che sta facendo l’ennesima cazzata della propria vita, con la voce un po’ alterata gli dice:

«Per quel poco che c’è stato fra di noi sei già entrato in me per un buon po’. Su, dammi il tuo numero così ti chiamo, tanto per non perderci mai più.» con una frase così un bacio con abbraccio è dovuto.

Da una delle finestre degli uffici qualcuno ha seguito quella love-storytelling e il direttore in persona scende a richiamare l’appassionato duo a un contegno adeguato a quel pubblico spazio.

Dovute scuse e…: «Qui all’angolo c’è un simpatico bar, ti va una birra? offro io – Giulia – Dai, stai con me ancora un po’»

Al Folly Bar

«Così, non vedi più tua madre da quando ha piantato baracca e burattini per andarsene nelle Filippine con il suo fidanzato… Il tuo fidanzato ti ha sbattuto fuori di casa per prendersene un’altra e vivi sola in una delle più infami periferie – Romeo prova a riassumere lo status vivendi che Giuly gli ha appena descritto – Ci facciamo una seconda birra? Faccio io stavolta… Così mi racconti del tuo lavoro ai Servizi Cimiteriali.» Risatina.

«Tanto per stare in allegria – lei – c’è di peggio: dall’inizio dell’anno faccio turni all’Inceneritore Municipale. Faccio controlli al computer ma sono immersa nella merda. Ogni volta che rientro sono obbligata da precetti sanitari a stare sotto la doccia corrente per almeno 15 minuti

Intanto sul telefono di lui arriva la chiamata-civetta di lei. Lui guarda il display e su un tovagliolino copia il numero: «Così se mi rapinano il telefono non perdo te. – che diventa un ulteriore motivo per uno strusciamento di labbra. Poi Romeo va oltre – Amo, ma come fai a sopravvivere in uno squallore così?» comincia così a rivolgersi a lei come ‘Amo’

«Scrivo, Amor mio. Appena posso mi isolo nei miei 36 metri quadri e scrivo racconti.»

«E racconterai anche di noi, oggi?»

«Perché no. Anche perché quelli che riscuotono maggior successo sono quelli spinti. E con te ho in comune la sega nello sgabuzzino. Lo scorso anno un’agenzia editoriale me ne ha pagati due per 700 euro – e gli si avvicina non tanto perché quello che dice non venga da altri udito ma per prolungare in quell’imberbe maschietto il turbamento che lo ha invaso con quell’avventura incominciata innanzi alla macchinetta del caffè. – Pensa Amore quando batterò sulla tastiera… e sarò nuda, le sensazioni che mi ha procurato la tua lingua quasi in gola… su e giù per il collo… dietro e dentro le orecchie… I brividi con cui mi hai sconquassato i capezzoli che si sono propagati alla figa: da sopra a sotto. E questa ha cominciato a smoccolare… – Più Giuly esagera più lui la guarda estatico – La tua mano fra le cosce… Là tua mano che tenta di violare l’elastico degli slip e il mio…»

«Aspetta!» equesto lo dicono sommessamente all’unisono. Poi lei riprende a immaginare quel che scriverà.

In quel discreto separé di bar, Lui intanto le si è fatto accanto, così adesso riesce, dalle cosce, a passare al morbido batuffolo di pelo. Lei non ha rimesso lo slip. Una vampata di eccitazione con un racconto che prosegue mentre lui fornica in lei: «… Ed ecco finalmente il tuo uccello, attorno al quale ho faticato a chiudere il pugno… Così lungo che, partendo dai piccoli marroncini mi è sembrato non dovesse mai terminare… Scoprire infine che al suo termine avrei trovato quella delicata cappella sostenuta dalla sua robusta ghiera che spero un giorno mi faccia gridare di godimento nel suo entrare-uscire/uscire-entrare dal mio fighino… Sì Amor mio, perché io quando godo grido. Grido e benedico…. E adesso sono sul punto di benedirti – e si era infilata tre dita in bocca per non urlare in quel bar, dove sì, in quel momento sono gli unici avventori ma è pur sempre un bar. Un mugugno prolungato ma molto discreto. Solo qualche sobbalzo sulla panchetta del separé. Poi si lascia andare contro il fianco di lui: “ha mani sante e dita affusolate” è il suo pensiero.

«Scusa… – lui alla cameriera – ci fai un altro giro. – e rivolto a Giuly – Mi sa che abbiamo bisogno di rinfrescarci. Se non ti dispiace, con il racconto ti fermerei…. Se vai ancora avanti, potrei anch’io dare di matto… Magari quando l’hai scritto…»

Lei ancora in visibilio: «Appena a casa lo butto giù… Se vuoi accompagnarmi, puoi vederlo nascere?»

«Non ce la faccio Amo. Ho io le chiavi dello studio e sono io che lo debbo chiudere alle 8 e attaccare l’allarme.»

«Dopo cena?… L’ultimo bus riparte per il Centro a mezzanotte.»

Non c’è pezza: «Sono disperato Amo. Stasera ho allenamento con la mia squadra di basket e domattina partiamo per Trieste dove giochiamo domenica. Potrò essere tuo lunedì. Adesso che so di avere anche te mi organizzo per mancarti il meno possibile. – E dopo un abbondante sorso di birra – Però per il racconto che non vedo l’ora di conoscerne il finale… potremmo…»

Giulia trova la proposta un po’ bizzarra anche se sa che sono cose abbastanza in uso e non nuocciono alla salute: appuntamento telefonico alle 11 e mezza. Orario che lui sarebbe rientrato dall’allenamento. Lei avrebbe dovuto chiamarlo via Skype e leggergli il racconto facendosi riprendere nuda. Anche perché nel buio di quello sgabuzzino erano mancate le forme e i colori della passione. Lui si sarebbe segato, lei masturbata consegnando alla Rete il loro amore.

«Io so di essere una porca ma tu sei più porco di me. Non è ancora finito il pomeriggio e sei già entrato prepotentemente in me e stai rimescolando per riuscire anche ad entrare come un ectoplasma anche negli oggetti della mia vita. Io, però, voglio te in cazzo e ossa e solo se mi giuri che lunedì io potrò baciarti e stringerti a me, io stanotte alle 11 e mezza sarò con l a figa di fronte al lap-top. Ma non contarci per il futuro. Perché non è amore se non ci si sporca di saliva, umori e sborra.»

«Sei dura nell’esprimerti, Amo. Ma sarà come dici tu fra noi.»

Romeo ha ancora le dita nella figa di lei.

Quando le sfila, lei gliele prende e si mette quelle dita in bocca. E gliele vuole anche sciacquare nel proprio boccale di birra.

I boccali si levano. E’ nato un amore sicuramente difficile.

Fermata d’autobus

«Mi accompagni all’autobus?»

Quando cominciano a calare le ombre della notte, il Centro di Bologna diventa un paradiso per les amoureaux: i vicoli stretti e soprattutto i portici, con le loro zone d’ombra e le colonne. E proprio dietro queste, Giulia e Romeo di tanto in tanto si rimpiattano per fare il pieno dei reciproci odori… dei loro sapori.

Perde il primo autobus, Giulia. Alla fermata c’è una colonna che scherma le loro effusioni. E per non interrompere queste – C’è chi dice che porti male. – perde anche il secondo. Sale sul successivo ma non è quello giusto: “Quel cinno mi ha proprio rincoglionita”. Scende alla prima e si ritrova ad una fermata che non conosce. Lì attorno sta un uomo grande-sempre a cavallo, tutto in bronzo. A colpo d‘occhio, Garibaldi. Anche lì c’è una colonna. Ma lì è sola: Il perfido cinno l’ha lasciata andare a casa sola. Maledetto!

Castel San Pietro

Adesso sarebbero saltati fuori tutti i suoi fantasmi: il negozio di panetteria di mamma a Medicina dove lei, pur se laureata aveva preferito lavorare da commessa fino al giorno che era andata a vivere con Tiberio. Il tuo vecchietto come lo chiamava sua madre per il fatto che aveva 15 anni più di lei.

Vede proiettata davanti ai suoi occhi la festicciola a Castel San Pietro.

Era stato Tiberio a tirare fuori marijuana per tutti e tutti ne avevano approfittato: “È gratis!”. Per un po’ lei era stata lontana dal giardinetto in cui si erano ritirati i fumatori. Lei sapeva che qualsiasi eccitante avrebbe influito direttamente sul suo desiderio sessuale e, quel giorno aveva anche saltato la copertura anticoncezionale. Certo però che mentre echeggiavano scoppi di risate dal giardino, lì, in quel salotto morigerato erano rimasti solo i più noiosi della combriccola.

Era stato Luigi, suo ex compagno di liceo, già un po’ su di giri a proporle: «Dai almeno un tiro con me» e dal momento che lui le era sempre piaciuto, aveva accettato. Un tiro, una pausa per assaporarlo. Un altro: «Che bello… Come gira!» E un altro ancora. Luigi le aveva toccato una tetta, lei gli aveva messo la lingua in bocca. Ancora qualche tiro assieme e lei aveva cominciato a spogliarsi. Ed erano arrivati anche altri. Chi l’aveva palpata, che gliel’aveva messo in mano, chi fra le labbra. Qualcuno gliel’aveva messo fra le cosce.

Il giorno dopo Giulia non si ricordava proprio più niente di quello che era capitato. Si era addormentata mentre la combriccola si era divertita con lei. Si era svegliata sempre in quella casa di quel tal Tiberio. Su quello stesso divano in cui aveva dato la sua esibizione. Qualcuno le aveva messo addosso una coperta. Si sentiva uno straccio. Tiberio gironzolava per la stanza: «Cosa pensi di fare?»

«Se ce l’hai, una doccia»

«No, dicevo, per la baldoria di stanotte. Vai dai carabinieri a denunciare la cosa?»

«Per passare da puttana? Non ci penso assolutamente. Me la sono cercata. Non m’è piaciuta, ma bóna lé.»

«Come ti senti?»

«Come una merda e un po’ preoccupata.»

«Non eri coperta?»

«Proprio così. Però non so cosa sia successo. A un certo punto non ho capito più niente. E mi sono anche addormentata. Ricordo solo un barlume di uno che mi ha sborrato sulle tette.»

«Si, qualcosa del genere è accaduto. È stato quello che mi ha fatto imbestialire e li ho cacciati tutti fuori. Non credo che qualcuno abbia potuto trombarti.»

«Non starò tranquilla comunque finché non avrò avuto le mie cose. Sei tu allora che devo ringraziare.»

«Ti faccio il caffè. Se vuoi ho anche qualcosa da mangiare. Un po’ di ciambella.»

«Perché no. La vita continua.» gli aveva sorriso.

il carattere di Giulia è un ottimo salvagente per lei stessa. Riesce sem lei io pre a farle superare le situazioni più disperate e le dà la forza di ricominciare completamente.

Fino a quel giorno con Tiberio non si conoscevano. Lui ufficialmente faceva il promotore finanziario, in realtà smistava un po’ di sostanze stupefacenti e riciclava un po’ di danaro per questo o quello. Era sulla quarantina, non aveva uno sgradevole aspetto. Quando si guardava nudo allo specchio storceva il naso per un po’ di pancetta e la non alta statura. Per il resto una persona educata, mai appariscente. Si era comprato da poco quella casa con giardino, lì a Castel San Pietro ma lui era di origini abruzzesi.

A Medicina l’aveva riaccompagnata lui. In tutta tranquillità si erano raccontati un po’ di cose di loro stessi. Il giorno dopo lui era andato alla panetteria di lei a rifornirsi. Era l’ora dell’aperitivo ed erano andati al bar della piazza a farsi lo spritz. E il giorno dopo lei aveva potuto dirgli in tutt’allegria di aver avuto le sue cose «Adesso di me sai proprio tutto.» Per giunta lui l’aveva invitata a pranzo. Una piacevole pausa nella giornata lavorativa.

Quando si erano salutati…: «Parto per qualche giorno. Devo andare a concludere una transazione finanziaria.»

«Se quando torni ti fai vedere mi fa solo piacere.» Lui le aveva dato un leggero bacio su una guancia. Aveva fatto un passo a lato ma era tornato su sé stesso. L’aveva abbracciata e il secondo bacio era stata una cosa un po’ più partecipata. Tutto questo a qualche passo dal negozio di Giulia. Mamma sua, dall’altra parte della strada aveva assistito alla scena e aveva tirato un sospiro di sollievo: “Finalmente un moroso. Speriamo sia quello buono. Dall’aspetto e ci sembra una persona seria.”

La mamma di Giulia

Quella che invece non fu proprio una cosa seria l’aveva fatta la mamma di Giulia che esattamente tre giorni dopo aveva venduto la panetteria. Erano 2000 gli euro che aveva lasciato sul tavolo di casa per le prime necessità della figlia ed era sparita con il suo fidanzato: un giovane filippino. Destinazione un’isoletta del Paese nativo di lui.

Giulia si era ritrovata improvvisamente sola e senza neppure lavoro. Quando due giorni dopo Tiberio era tornato dal suo viaggio ed era andato, come aveva fatto negli ultimi tempi ogni mattina, a prendere le sue pagnotte, aveva trovato il cartello: Chiuso per cessazione di attività. Sentita telefonicamente la ragazza lui l’aveva invitata la sera stessa a cena: «Potrebbe convenirti venire a vivere da me. Così almeno non hai sulle spalle l’affitto della casa.»

«Grazie. Sei un buon amico Tiberio. Non posso rifiutare. Cosa posso fare per te?»

«Sopportarmi quando sono a casa…»

Coinquilina di Tiberio

Si trovavano bene assieme. Ogni mattina Giulia andava a Bologna e si presentava qua e là dove c’era l’opportunità di qualche lavoretto, riuscendo così a raggranellare un po’ di soldi per le sue minute spese. Tiberio invece passava molte ore innanzi al computer. Molte le telefonate. Ritrovarsi a cena era diventato un appuntamento. Lei gli raccontava come procedeva la sua ricerca del lavoro sicuro e dei lavoretti che raccattava qua e là. Lui mai una parola sulla sua attività. Quasi sempre cucinava lui ed era molto bravo. Metteva impegno per far bella figura con la propria coinquilina. Perché questa era la corretta definizione del loro stare assieme. Durante la cena lui raccontava molto del suo passato. Di quand’era ragazzo a Pescara. Era figlio di un possidente. Aveva frequentato l’università a Milano ma non andava mai con il racconto oltre alla laurea. E dire che di anni ne erano trascorsi, visto che lui aveva appena compiuto i 40.

Una sera lui aveva preparato una cena veramente importante con astici e vini francesi: «Domani sono in partenza. Non starò via molto. Sarò un giorno a Milano poi lì prendo l’aereo e volo a Madrid. Tre giorni e dovrei essere di ritorno.» Come facevano quasi tutte le sere, come a una consolidata coppia maritata, Sky forniva il film per la serata. Lei quella sera aveva qualche languore e in fondo le dispiaceva ritrovarsi in quella casa sola anche se per poche giornate. Sentiva un debito di gratitudine verso quello sconosciuto che l’aveva ospitata così disinteressatamente. Erano sullo stesso divano. Facile per Giulia distogliere l’attenzione di lui dal film e orientarla verso di lei.

Le frasi banali avevano preso un particolare indirizzo. C’era stata qualche risata poi tutto era diventato un bisbiglio, sempre più intimo. Alcuni gesti affettuosi. Lei si era lamentata di avere i piedi freddi. Un bacio appena sfiorato, e lui: «Che ne dici se ti scaldassi i piedi» e senza smancerie si erano avviati verso la stanza di lui.

Qui, in piedi dinanzi al letto lei gli fa: «Vuoi vedere quello che ti offro?» Lei è un tantino eccitata. Lui, silenzioso. Le fa una carezza. L’aria attorno è pregna di sensualità ed erotismo ma tutto è molto contenuto.

Ci prova Giulia. Si sfila la veste e gli gira le spalle. Lui capisce e sgancia il reggiseno. Le poppe rese libere dimostrano tutto il desiderio della ragazza: si sono indurite e i capezzoli guardano all’alto. Da dietro lui glieli stringe e la bacia sul collo mentre calano gli slip di lei così come i jeans a lui. Spunta il cazzo: è normodotato. Giulia fa tutte quelle mosse che si fanno per sentirselo fra le chiappe. Lui la gira. Si baciano. Si alzano le coperte che si riabbassano sui loro corpi allacciati.

E’ un amplesso molto compassato: privo di parole e quasi di sospiri che li porta a un orgasmo soddisfacente Preludio di un lieto sonno.

Al mattino qualche novità: il bacio del buongiorno e l’invasione di lei nel bagno mentre lui si rade. La bella pisciata mattutina di lei e la doccia. A lui viene duro. Lei se ne accorge e con orgoglio sorride fra sé e sé.

«A che ora hai il treno?»

«Verso mezzogiorno.»

«Abbiamo il tempo, no?» E schiaccia il suo bel corpo profumato contro la schiena di lui. Con le mani che annaspano alla ricerca della durezza che ha notato sul lato opposto. Il ronzio del rasoio si zittisce.

«Perché no? Qui?»

«Anche» e va ad infilarsi fra lui e il lavandino. Spinge lui indietro con il sedere. Il suo bel sedere! Lui capisce la modalità. Le mette le mani sui fianchi. Lei spinge un po’ indietro e si china innanzi. Il resto viene da solo:

«Hai già la copertura?»

«No ma è ancora valida quella di ieri.»

«Allora posso venirti dentro.»

«Si, dai. Che mi piace di più.»

Avevano goduto ampollosamente. Al suo rientro avevano voluto tornare a farlo nello stesso modo. Nello stesso ambiente.

Lei e lui, una coppia

Sono diventati una coppia a tutti gli effetti: dormono nello stesso letto. Lei fa la lavatrice anche per lui. Lui prepara la cena per lei e tiene rifornita la dispensa.

Insomma, stanno imparando a vivere in due. Lo fanno senza esternazioni passionali e anche i loro amplessi sono non troppo frequenti e sobri. Senza anteprime e precedenti preparazioni. La posa del missionario trionfa.

Collaboratrice domestica

Dopo qualche settimana lui le fa una proposta:

«Visto che non riesci a trovare lavoro avrei pensato di assumerti io come collaboratrice domestica. Dovresti occuparti della casa. Io mi terrei solo lo sfizio della cena della sera. Ovviamente tutto registrato all’ufficio del lavoro e verserò i contributi. Avrai uno stipendio più vitto e alloggio. Il riposo settimanale e le ferie… Che fai, accetti?»

Giulia gli aveva sorriso con un’espressione birichina: «E tu, dopo ti abbasseresti a trombare la serva

«Meglio approfittarne prima.» L’aveva sdraiata sul divano e lì avevano messo a punto il rapporto di lavoro. Lei, già con le tette fuori aveva provato a ridiscutere la gratifica natalizia ma lui duro come non se l’era mai trovato fra le gambe non aveva mollato e glielo aveva infilato spostando il bordo dello slip. Era stato la prima scopata che avevano fatto ridendo e scherzando.

Lui però il giorno dopo era tornato a partire per un altro viaggio d’affari.

Questa volta, una settimana, in cui Giulia aveva ripreso un’antica passione: scrivere.

Aveva cominciato col mettere ordine, nel suo lap-top, a una cartella in cui dai tempi dell’università, aveva buttato spunti e idee per storie, racconti e perché no, un romanzo. Un raccontare vicende piccanti in un linguaggio molto popolare, spesso osceno. Aveva contattato pure un conoscente che da anni lavorava nell’editoria: «Appena ne avrò scritto qualcuno te li manderò. Così mi dirai se debbo lasciar perdere.»

Quando Tiberio era tornato, lei aveva già buttato giù un centinaio di cartelle. Qualche notte aveva visto sorgere il giorno mentre ancora batteva sui tasti.

Tiberio adesso era molto più spesso in giro per il mondo. Non le raccontava mai nulla di quei viaggi e lei non gliene chiedeva. Quando lui era a casa la coppia faceva la vita che fanno tutte le coppie di piccola borghesia. Qualche spettacolo, qualche incontro con amici. Nel loro caso solo con una coppia: quella dell’avvocato Mulè e della sua compagna. Una vistosa avvocatessa di 36 anni più giovane di lui. L’avvocato Mulè, è un famoso penalista del Foro bolognese che ha passato i 70.

Tutto un po’ monotamente così per quasi tre anni con la parentesi ogni anno di due settimane assieme d’estate a Sharm el-Sheikh e una attorno a Natale al Sestriere. Questa in compagnia della coppia Mulè.

Intanto Giulia qualche piccola soddisfazione la riceve dai suoi racconti. Pubblica due raccolte e mensilmente qualche rivista hard-core li prende in considerazione. Guadagno quasi nullo ma ciò la fa sentire con un piede dentro al mondo letterario. E questo la sprona ad aggiungere tempo ed impegno al suo hobby.

Alle 4 di notte

Poi le 4 di quella notte: “Chi l’avrebbe mai detto? Guarda te dove sono andata a capitare?” Qualcuno aveva suonato alla porta. Dopo un buon po’ Tiberio era andato ad aprire: sono quattro carabinieri.

Gli avevano letto una pappardella e lui li aveva seguiti: «Sul tavolo del mio studio c’è il biglietto della dottoressa Milena Casiocaro – era la compagna dell’avvocato Mulè. – Chiamala subito dicendole di raggiungermi alla caserma dei carabinieri.» Aveva detto a Giulia che stralunata si aggirava per casa cercando di capire quel che succedeva.

«Questa poi, a Tiberio? Roba da matti! Nel giro di un’ora sarò da lui. Parto subito.»

In parole povere Tiberio Coracece, nato a… Il… con tutto quello che ci va dietro, era finito in una indagine che riguardava narcotraffico, truffe, riciclaggio di danaro.

Erano arrivati altri carabinieri che avevano perquisito tutta la casa chiedendo poi a lei di seguirli in caserma. Lì c’era già l’avvocatessa Casiocaro che aveva assistito anche alla sua deposizione. Le aveva poi detto che non sarebbe stata coinvolta in quella vicenda. Che rimanesse pure nella casa di Tiberio e continuasse il suo lavoro di collaboratrice domestica.

Rientrata, Giulia, senza badare troppo all’ora mattutina aveva telefonato a Michela, la sua amica del cuore. Quella con cui già dalle scuole medie si confidava su quanto le capitava. Si erano sempre consolate a vicenda sia con lo spirito che con le dita. Crescendo poi da, anche con la bocca. Anche Michela: «Parto subito, nel giro di un’ora sarò da te.» La sua solidarietà si manifestò in un 69 che aveva rasserenato Giulia. Michela aveva una certa maestria in quella specialità.

Tiberio Coracece era stato trattenuto in attesa di giudizio. Lui aveva fatto sapere a Giuly di rimanere al suo posto perché era tutta una montatura, lui era innocente e tutto sarebbe ritornato come prima.

Più o meno fu così. Più o meno però. Dopo qualche giorno, era arrivata l’avvocatessa Casiocaro che con tutta la distaccata arroganza che solo gli avvocati sanno esibire: «Signorina Giulia Vattelapesca, domani il mio cliente viene rilasciato e tornerà qui. A casa sua. Io verrò qui ad abitare con lui e il rapporto di lavoro fra lei e il dottor Coracece si conclude qui. Quanto le spetta le verrà accreditato sul suo conto e il dettaglio comunicato tramite PEC.»

Michela

Michela aveva ricevuto un S.O.S. dalla sua amica: «Sono sul lastrico. Stanotte dovrò trovarmi un portico sotto cui dormire

«Non dire cazzate, lo sai bene che nel mio cuore c’è sempre posto per te e anche nel mio piccolo appartamento. Se ti adatti.» E all’istante aveva cacciato fuori di casa la giovane turista australiana, un po’ lesbica, che aveva concupito e ospitato. Già nel pomeriggio, Giulia, era da lei con il suo laptop e un piccolo trolley. 5400 € era quanto aveva sul conto corrente.

«Oh Giuly, finalmente! Vedi cosa succede a correre appresso a quegli stupidi cazzi!» Le aveva riservato un’accoglienza da figliuola prodiga, con la lingua nella bocca e le mani sulle tette.

«Dove mi lasci accampare?»

«Che domande? Ma nel mio letto, mia regina!»

A Giulia le smancerie che tiravano all’integralismo lesbico non piacevano affatto: se c’era da godere assieme, tutto bene. Ma di farne una religione esistenziale proprio no. Anche perché, a Giulia, il cazzo piaceva assai. In quei giorni però il suo estro letterario era impegnato nella descrizione di un rapporto lesbico. E quindi alcune descrizioni di amplessi saffici avrebbero avuto bisogno di qualche confronto con la realtà. Giuly per ottenere qualcosa diventava un’artista della ruffianata: «Che bello, Tesoro, nel tuo letto! Quando il primo 69?»

«Se ti spogli anche subito… Ma visto che è mezzogiorno io avrei preparato un pranzetto coi fiocchi e un bianchetto friulano di grande prestigio. Abbinerei il godimento agli effetti etilici della mia terra.» Quindi rimandato alla siesta pomeridiana.

Come racconta la gente di una certa età, che della vita ha conosciuto i repentini mutamenti, il tempo ci fa dondolare su un’altalena al confine fra sfiga e buona sorte. E questo era capitato a Giulia in quei giorni: alla sfiga dell’arresto di Tiberio era subentrata l’accoglienza di Michela e solo due giorni dopo questo salvataggio, un’e-mail dell’agenzia per l’impiego l’aveva informata della possibilità di un lavoro all’Inceneritore Comunale. Quando Giulia aveva letto il messaggio, Michela, docente universitaria, era all’Alma Mater e così Giulia aveva trattenuto la gioia fino al suo rientro.

Appena Michela si era seduta per togliersi le scarpe che l’avevano fin lì oppressa, lei si era chinata a massaggiarle i piedi… poi il massaggio era proseguito su per una caviglia… sul ginocchio…: «Dai, Miki, facciamo qualcosa?»

«Oh sì. Mi hai letto nel pensiero. Pima una buona doccia con te. Sono tutta sudata. Poi il nostro bel 69.»

«D’accordissimo, Tesoro. Poi stasera t’invito fuori a cena. Così ti dirò perché…» anche se poi dopo lo sculettamento dell’orgasmo dell’amica – Giulia in quell’ amplesso era quella di sotto – non aveva potuto continuare a tacerglielo.

«Sono felice per te, Cocca. Magari non è neanche una gran bazza. Importante è interrompere il flusso della sfiga. Dai, facciamoci un altro giro di lecco.» aveva riaccostato le labbra al solco villoso dell’amica e vi aveva spinto dentro la lingua. Qualcosa di analogo era successo all’altro capo di quel caldo groviglio.

Fine corsa

«Capolinea!» e il conducente spegne il motore dell’autobus, proprio sotto casa di Giulia. Lei guarda la facciata del palazzo e come ogni volta che le cade lì l’occhio ha una smorfia di disgusto notando la sciatteria che i residenti hanno conferito a quell’edificio. Non le pare di vivere nella stessa città che ha appena lasciato. Il ricordo degli ultimi episodi della sua vita che l’avevano portata in quella suburra, l’aveva distaccata dalla realtà per quel breve lasso di tempo. Ritrovarsi lì di punto in bianco le procura un piccolo psico-trauma.

Bestemmia. L’ascensore nuovamente guasto. E lei sta al 5° piano. In compenso la coppia turca che ogni notte tiene sveglio il palazzo con le loro furibonde liti, sta traslocando proprio in quel momento.

In quel postaccio ci era capitata per via del lavoro all’inceneritore: era stato l’alloggio più prossimo al luogo di lavoro. 300 euro al mese di affitto e aveva lasciato il comodo rifugio di Michela.

Lei aveva quasi pianto: «Traditora!»

«Resti sempre il mio amore femmina, Mik. Se vuoi, potrei essere tua nei giorni di riposo che mi spettano».

«Sarebbe il minimo che puoi fare per farti ancora voler bene da me. Così non mi abbruttirò nella ricerca sconsiderata di figa compiacente.» Prima di andarsene. Giulia si era sentita in dovere di sdraiarla su quel letto che aveva tenuto conto di tutti i loro 69 – 32 per l’esattezza: uno per ogni notte del loro stare assieme -. E che 69! Anche se era solo per un “A presto” con la preoccupata raccomandazione di Michela: «E stai lontana dal cazzo»

Davanti al suo laptop

Cinque piani anche per una trentenne, si fanno sentire. Soprattutto quando questa passa la giornata, sia per lavoro che per divertimento davanti a un monitor.

E proprio davanti al piccolo schermo del suo laptop si mette non appena toglie le scarpe: “Cazzo, sono già le 8 bisogna che scriva quello che ho promesso a quel bel cinno. Le 11 sono qui che arrivano e io sono lenta a scrivere.”

Il tempo che il portatile carichi il programma e si mette in completa libertà. Si accarezza le tette provandone un piacevole fremito e comincia a battere velocemente sui tasti. Tutto è già ben scritto nella memoria di lei. All’ “Aspetta” invece deve pensarci sopra. In effetti è il momento in cui lei prende la decisione di darla a quel fanciullo che pur se intraprendente le fa capire di non averla mai né vista né toccata. Insomma si sta per assumere la responsabilità della deflorazione di un coperchino. Nessuna deflorazione poi si consumerà. Comunque lui, adesso, almeno può vantarsi di averla toccata… Palpata… Fatta godere. Quella riflessione la fa mentalmente tornare sul luogo del delitto. Rivive le carezze, i dolci palpeggiamenti, i baci, il dito di lui che la penetra. Tutto questo la eccita. Prolunga la riflessione. Prima di tutto le poppe: se le accarezza a lungo e quando lo sfrigolio del piacere ha reso umida la figa, le dita l’accompagnano all’orgasmo. Sfinita si lascia andare sulla poltroncina girevole gemendo: «Oh Rò, che dita meravigliose che mi hai fatto sentire!» Decisamente lui è già entrato in lei.

Attorno alle 10

Attorno alle 10 sta rileggendo tutto. Riscrive qualcosa, rilegge e… Il telefono lancia quella bella canzone di David Bowie “Cazzo! Romeo”: «… Sí, ói, proprio così, l’ho già scritto… Davvero?… È facile… Il numero è 350… Ti aspetto… come? Nuda?… Ma dai!» Ma nuda lo è già.

Due sonate brevi e una lunga e lei socchiude la porta, che poi si richiude da sola col peso del corpo di lui spintovi contro dall’abbraccio di lei: «Che amore che sei, Amo! Mi hai proprio preso in parola.»

«Non è così che mi volevi?»

«Aspetta» le strizza l’occhio e si spoglia anche lui in tutta velocità: «Ho fatto i salti mortali per convincere il massaggiatore a portarmi fin qui da te.» e lei lo spinge verso il letto. Non gli dà tregua: non lo lascia parlare, agitando spasmodicamente la propria lingua nella sua bocca. Le si sdraia sopra, si sfrega, si bea tenendo goderecciamente premuto il pube contro quel monumento che lui ha fra le gambe «Dio Romy, quanto ti ha dato lì la tua mamma!» D’istinto se lo sarebbe portato alla bocca per baciarglielo… leccarglielo… succhiarglielo! Trattiene la sua bramosia solo perché pensa che con quel ragazzo non ha ancora la dovuta confidenza. Non vuole assolutamente correre. Qualche ora prima in quel separé di bar fatto apposta per coppiette pomiciose, lui le aveva detto di essere ancora vergine e che lei era la prima che gliela aveva fatta toccare. Quindi si sente responsabilizzata della “prima volta” di questo ragazzo. Vuole diventare la sua nave scuola perché già se lo sente dentro in maniera prepotente.

«Adesso facciamo l’amore vero di Giuly?»

«Certo Amo. Non sei venuto per questo?»

«Sì, sì. Io però non l’ho mai fatto. Te l’ho detto. Vero? Devi pensarci tu. Sono un coperchino» e giù una bella risata. L’abbraccia forte con passione

«Cazzo, che forzaccia che hai! Ecco, quello che non devi mettere in campo è proprio la forza. Io sono molto più minuta di te e la mia figa vuole solo atti delicati… Facciamo che ti vengo sopra io» e praticamente si siede sopra alle sue cosce prendendoglielo in mano. Gemito di piacere, lui: «Posso guardarti mentre lo fai o devo stare ad occhi chiusi. Paolino, quello che lavora con me, dice che quando scopa con la sua donna e lei gli sta sopra, lui sta sempre ad occhi chiusi perché è più bello. A me però adesso piacerebbe vederti. Anche per guardarti quando godi. Prima al bar mi è piaciuto molto vederti godere. Sei più bella di quello che sei.» Per Giulia questo è troppo. Sempre stringendoglielo in pugno è sulla sua bocca a baciarlo: «Non so se faccio bene a dirtelo Rò… ma io già ti amo.» La sua figa si è allagata. La rimette di fronte alla grossa verga che sta maneggiando. E’ proprio come lei l’ha così ben descritta: lunga e grossa. La cappella occhieggia curiosa ancora imprigionata dal frenulo. Brandendolo dalla parte inferiore le va contro. Se lo sfrega alcune volte su e giù per tutta la lunghezza del taglio. Lui si bea dei suoi umori mugugnando. Lei fa forza sulla pelle del prepuzio perché il glande venga maggiormente coinvolto. Lui contrae i muscoli dell’inguine. Lei si solleva sulle ginocchia e va a cavalcioni sopra l’erezione. La guarda affascinata. E gli cala sopra lentamente. Le grandi labbra avvolgono il cazzo. Lei lo stringe: “Mo se è bello grosso!” Assapora e prosegue la discesa. Anche lui bofonchia qualcosa di incomprensibile e comincia a respirare a pieni polmoni. Giulia sente, uno dopo l’altro, alcuni getti che le invadono tutta la figa. Lui inarca il corpo e si stringe forte a Lei che lesta gli dà subito il conforto della lingua in bocca. «Oh Amo, mi è scoppiato senza che potessi farci niente. Ho sentito un tornado che mi faceva girare il cervello e una forza inarrestabile che spingeva la sborra dai coglioni in su…»

«Zitto lì! Che adesso tocca a me.» Mentre lui sborrava, Giulia si era calata completamente sull’uccello. Facendolo ingoiare dalla vorace figa. Adesso ce l’ha tutto dentro: bollente e sempre ben duro. Si mette a cavalcarlo sempre più in fretta, con piccole soste in cui rotea il bacino stringendo con forza quel dono che non gli pare vero avere dentro di sé. E viene… Eccome che viene la dolce Giuly! Confortata da appassionati baci alle tette. Chissà chi aveva detto a lui che si faceva proprio così.

«Giuly, se me lo tieni ancora dentro, a me torna a venirne voglia» e ce l’aveva sempre granitico.

«Proprio quello che voglio» Però se lo sfila. Si lascia andare sdraiata accanto a lui:

«Questa volta lo facciamo così.» Allarga bene le cosce mettendogli in primo piano la patonza ben aperta e, presa dall’entusiasmo: «Puoi anche fotografarla prima e dopo. Con il mio telefono, però.» Si riversa all’indietro. Occhi chiusi, in attesa.

Romeo, senza esitare è su di lei e glielo fa scivolare dentro lentamente, centimetro dopo centimetro, fino in fondo. Ripete il percorso una seconda volta, sempre con garbo e dolcezza, poi l’istinto lo fa muovere come ogni maschiaccio deve. Giulia riapre gli occhi e si attacca al suo robusto tronco inserendosi con le movenze del bacino in quella spasmodica danza. Ruggisce il ragazzo nell’irrorarle ancora il fondo della figa con lei che gli scoppia contro aggrappata alle chiappe.

«Adesso sì che posso dire di avere un amante»

« Wao, non sono più un coperchino… Dai lasciatela fotografare con  il mio.»

«A chi la vuoi far vedere?»

«Non la metto ne su Facebook ne su Istagram, giuro. La faccio vedere solo a Paolino. Lui mi ha già fatto vedere quella della sua morosa. Ma la tua è più bella.» Come non baciarsi?

«Ho qualche birra in frigo, ce ne facciamo una?»

«Per un evento di questo genere ci vorrebbe champagne. Non scherzo, Amo, ma oggi sarà sicuramente un giorno che segna la mia vita.»

«Possiamo anche dire, la nostra – lo squadrò dal basso all’alto e… – Aspetta!» Si appoggia con le mani al lavello. Chinata in avanti, gliela mettesotto alnaso – Adesso prendimi così.» Lui ce l’ha ancora che tira verso alto.

«Ho bisogno di istruzioni…»

«Una sola: non infilare il culo.» e speranzosa si mette in attesa.

“Secondo me mi ha raccontato balle” da come si destreggia in quella figura non è difficile avere questo dubbio. Fondate lente, cadenzate poi sempre un pò più svelte in progressione. Intanto da sotto le palpa le tette. Ancora una volta quel cazzo sgocciola in lei. Lei lo trattiene con tutta la forza dei suoi muscoli pelvici e attorno ad esso stempera un altro buon orgasmo. Quando lei molla e lui lo estrae, vede che gli ciondola fra le gambe. Con orgoglio si accarezza la figa.

«Che ne dici mandrillo, ce la facciamo adesso la birra?»

«Pensa Amo, se oggi non fossi passato dalla Biblioteca, cosa mi sarebbe venuto a mancare?» È fuori di sé per la gioia

“Pensa a quello che avrei perso io” fra sé Giulia riferendosi a quel bel cazzo che non ne aveva mai trovato uno simile in vita sua. E che bene o male erano mesi che il suo unico sfogo sessuale era il 69 con Michela.

«A che ora parte da qui l’ultima corsa?»

«A mezzanotte»

«Ci resta il tempo per farne altre tre.»

«Perché tu saresti in grado di…» Chiede lei con un certo interesse

«Credo proprio di sì. Se penso a quante me ne sparo guardando un filmino sul tablet.» Lei ingolla la birra fino in fondo senza fermarsi. Lui le fa la domanda cattiva: «Hai il moroso Giulia?»

«No Romeo. L’ho avuto ed è già un buon po’ che non ce l’ho più.»

«A lui pensi ancora?»

«Non mi è mai capitato – per chiudere l’argomento ribalta la domanda – e tu come sei messo?»

«Mi sono sempre piaciute quelle un po’ più avanti di me con gli anni, che però non mi fumano. Ma tu vorresti che io fossi il tuo moroso?»

«Ci ho pensato per tutto il viaggio di ritorno. Mi fa paura ma adesso non riuscirei a dirti di no – e trepidando – Tu?»

«Io ci ho pensato da quando sei salita sull’autobus. Ho fatto anche un allenamento di merda e so già che per questo domenica mi lasceranno in panchina. Ho fatto il diavolo a quattro per venirti a chiedere proprio questo.» Come avessero voluto iniziare una lunga passeggiata si prendono per mano e si incamminano verso il letto. Lì a un metro e mezzo. Giulia solleva la coperta, si infilano e si ricoprono con il solo lenzuolo.

«Amore, tra un quarto d’ora parte l’autobus.» Lui si è appisolato. Non sono riusciti ad incominciare la sesta. Hanno però parlato molto e adesso si conoscono meglio. Sono consci di essere morosi e di voler trascorrere i loro momenti liberi assieme. Non avrebbero mai immaginato che fra impegni, turni di lavoro e altre incombenze si sarebbero visti con molte difficoltà. Anche perché Giulia ha deciso di mantenere il trasgressivo rapporto con Michela.

Comunque in quella prima volta, ne avevano godute pienamente cinque. Non c’era pezza: bisognava andare avanti.

 [©Flavia Marchetti 2019]

Flavia dal 2005 pubblica con l’editore
Enstooghard
del dr.Hans Stortoghårdt
editore dal 1971
in
Borgergade 9, 1300 København

©Flavia Marchetti 2019

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