Le porkeriole di Flavia

diario e fantasie di una scrittrice di bella presenza

Così anche Margherita si sistemò

ENSTOOGHARD – Copenhagen 2019

E così…..

«Se andiamo di questo passo con i matrimoni mi sa che riusciremo a pagarci non una settimana a Viserbella, ma ben due fra Amalfi e Capri, come andiamo sognando. Proprio una vacanza da signori. Quasi una luna di miele».

«Tanto per essere precisi, la luna di miele è solo la notte della prima scopata in un matrimonio. A parte che il nostro viaggio non seguirà alcun matrimonio, quante guzzate si sono già consumate fra di noi?»

«Quantomeno un centinaio, senza voler considerare il contorno di giochetti vari». Conteggiò Tlic che la matematica era sempre stata il suo forte.

La Momò annuì a quella stima e gli diede un leggero bacio.

Seduti sul bordo della fontana del Nettuno stavano mettendo ordine ai rullini dell’ultimo servizio fotografico. Un matrimonio a Palazzo d’Accursio. Mancava solo di riprendere l’uscita degli sposi sulla Piazza. Sviluppare. Riordinare ed andare ad incassare.

«Vieni che ci posizioniamo con il cavalletto nel cortile per gli ultimi scatti»

Nell’attesa Tlic e La Momò, che per l’occasione gli faceva da assistente, fecero qualche feroce commento a quel matrimonio che stavano immortalando: “la sposa, bruttina, vestita da borazza. Lo sposo? Un saiano[1].”

«Ma chi se ne frega, hanno già dato un acconto che copre due volte le spese. Quello che ci daranno black domani è tutta oca – poi, esultando – Capri è sempre più vicina!».

«Dai mò uno sguardo fotografico a questa, Tlìc… Mi raccomando solo fotografico».

Tlìc seguì il consiglio e con passo leggero e sinuoso vide venire verso di loro un’elegante ragazza che lasciava intuire sotto il suo costoso abbigliamento un corpo slanciato, ben carrozzato con dossi e curve. Tlìc, non più utilizzando l’occhio fotografico, bensì quello porcelloso, provò a farsi un’idea di come fosse la polposità di quelle cosce e degli altri paraggi attigui mentre costei puntava dritto verso di loro: forse le sue occhiate porcellose l’avevano calamitata.

«Scusate, voi siete fotografi di professione?» Tlìc le porse all’istante il biglietto da visita:” Adelmo Bencivenni, studio fotografico, via della Zecca 11, Bologna, tel” … e la descrizione di tutto quanto si poteva ricevere dalla sua arte.

Con lei, un altrettanto distinto giovane dall’aria molto malinconica.

«Siamo appena usciti dagli uffici dello Stato Civile e fra due settimane saremo noi a scambiarci le fedi. Possiamo parlare con voi per un servizio fotografico? Noi però ci sposeremo in chiesa.»

Si diedero appuntamento per mezz’ora dopo a un tavolo del Bar Vittoria all’ombra del Portico del Podestà: Margherita lei, Fulvio lui. Professoressa, lei: assistente del titolare della cattedra di letteratura romanza all’Alma Mater. Docente al DAMS–Teatro della stessa Università, lui.

Aperitivo all’ombra del portico del Podestà

Monica Martinelli, con lo pseudonimo di Aspic, da poco aveva varcato la soglia del gotha della porno-letteratura ed era in predicato per un importante premio internazionale. Secondo i suoi canoni di lavoro, molto di quello che andava scrivendo doveva essere frutto di episodi vissuti direttamente dall’autore. Per cui era sempre alla ricerca di idee in situazioni erotiche da realizzare assieme al suo fidanzato: Tlìc. E lì sotto quelle ubertose antiche arcate, in attesa di conoscere meglio la coppia che li aveva contattati, si sentiva di poter scommettere che questi due avevano tutte le caratteristiche per fornirle spunti per il suo storielleggiare.

L’allargamento del letto di coppia

«Sai Tlìc che per questo servizio mi sento di impegnarmi anch’io» sorrideva vivacemente La Momò. Era convinta che con quella coppia avrebbero potuto sperimentare in tutte le sue sfaccettature l’allargamento del letto di coppia. Dove lei e il bel Tlìc avrebbero provato fino a che punto volevano spingersi nella trasgressione.

Lei, sognava già lo spettacolo del suo uomo intento a trombare come un forsennato quella imperturbabile femmina che pareva così sicura nel suo compassato aplomb tipico della locale borghesia. La fantasticheria andava poi oltre e la collocava in un passaggio tra le braccia di quel delicato dandy dall’aria così malinconica con cui faceva coppia. Sicuramente avrebbe trovato modo di stupirlo e rinvigorirne il profilo. L’avrebbe fatto sussultare e gridare di piacere. Ultimo scorcio di quel suo viaggio onirico fu che l’elegante dama avrebbe superato ogni remora e si sarebbe lasciata andare ad ogni capriccio di colei che conduceva il gioco.

I due futuri sposini, e soprattutto lei, esercitavano un’irresistibile attrazione per La Momò.

Lei, leonessa più che mai, era sempre in gara con il suo leone su chi era il meglio a portare in tana la preda. Secondo lei quella era la volta buona per togliersi dalla testa la tentazione di ricorrere ai club di scambisti e ai loro triviali annunci.

Sempre più frequentemente se lo ripromettevano: “Sabato è la volta buona. Chiamiamo uno di quei numeri e organizziamo un sabba nella casa di montagna dei miei”. Ma poi non se ne era mai fatto nulla.

Rosina dammela

Quello che Monica evocava come atto trasgressivo non era altro che l’utilizzo di ogni parte del loro corpo per darsi frequentemente piacere. A cui spesso si aggiungeva Gloria che fin dall’adolescenza condivideva le pulsioni saffiche di Monica… e dall’ultimo mese anche il bigolo del suo giovane fidanzato.

Con lei prendevano forma siparietti secondo un canovaccio oramai consolidato:

lunga telefonata fra le due ragazze, sempre accompagnate da reciproche masturbazioni con emissioni di sonori aneliti via cavo. Dopo gli orgasmi non mancava mai un invito a perpetrare il loro godimento quella stessa notte dopo una fantasiosa cena che, La Momò, avrebbe preparato con il cuore: «Bene come lo so fare io non ci sarà mai nessuno che saprà fartelo». Monica si riferiva al fegato alla veneziana. Il pensiero di Gloria volava invece a come questa le avrebbe trastullato la clitoride con la punta della lingua. Una vera leccornìa!

«Lo so… Lo so che è il tuo pezzo forte. Saremo sole?»

«Ma dai! C’è anche Tlìc, il mio fidanzato.» E Gloria non rifiutava mai.

La tavola era sempre molto allegra anche grazie al buon vino e i commensali andavano sempre ben oltre la degustazione dei manicaretti. Palpeggiamenti e sbaciucchiamenti si inseguivano e molte volte erano proprio quei cibi che hanno precise forme a provocare grotteschi godimenti.

Ben presto le ragazze si liberavano dagli abiti e anche i calzoni di Tlìc si aprivano e iniziava l’orgetta domestica.

Il desiderio di possedere il corpo di Gloria esplodeva in Monica…:

Questa è lì, nuda, innanzi a lei con il suo bel pelo biondastro in subbuglio per una tenace palpata, con due dita dentro, del Tlìc. E così le salta in mente di stuzzicare l’amica ormai allo stato bavoso.

Da lei, dice di non voler più essere toccata. La tiene distante, brandendo anche una seggiola: «Prima voglio guzzare con il tuo Tlic»

Monica si dispera… addirittura piange. Poi accetta di contrattare. Il compromesso è: prima, la trombata con Tlìc e il resto della notte tutto per loro due.

Le ragazze ne discutono con eccitazione: si palpano e si leccano. Tlìc gingilla con flemma il prepuzio, scoprendo di tanto in tanto il glande, in attesa di sapere se sarà lui ad aprire le danze. Finalmente un lungo e partecipato bacio fra le due leonesse e Gloria con un sorriso smagliante gli si para innanzi. È lui il prescelto. E lui sa già cosa fare.

Innanzi loro c’è la tavola. Un abbraccio alla vincitrice della tenzone e la sdraia su di essa. Tlìc sa come posizionarla e con decisione le fa allargare le cosce. Lì, innanzi a lui la fregna si apre. È ben umida. Palpita.

Gloria dice qualcosa a cui Tlìc non dà ascolto. Continua come gli viene spontaneo: giocherella per un po’ con la cappella fra le gonfie labbra della figa. Gloria sente il piacere scorrere in ogni parte del suo ventre. Ansima. Agevola l’ingresso del cazzo in lei senza tralasciare di stringerlo con i muscoli del bacino.

Anche Tlìc sente il godimento percorrere in lungo e in largo il pene e così prende a chiavare con vigore. Il bacino di Gloria sobbalza. Le sue poppe sono nelle mani di lui che le accarezza e stringe. Lei, blatera qualcosa di sconclusionato mentre si consegna all’orgasmo.

Tlìc non è ancora allo stesso punto. Accellera il ritmo… Alcune fondate decise e il suo seme sgorga copioso.

La Momò non spreca il suo tempo. Assiste in poltrona a quell’amplesso masturbandosi mentre canticchia un famoso jingle della goliardia: “Rosina dammela”. E ora, che Tlìc si è allontanato, con libidine si tuffa con le labbra sulla bollente figa dell’amica, proprio mentre rigurgita quanto lasciatole dall’amante.

Gloria che pareva sfinita dal godimento riattiva ogni energia e asseconda gli stimoli della lingua dell’amica, benedicendola.

Tlìc sa già come evolverà la notte e si infila sotto la doccia.

Ci sarà un passaggio al bar e, perché no, qualche partita al biliardo.

Le due ragazze, eccitate più che mai, proseguiranno i loro amplessi al piano di sopra, dove la stanza da letto prende respiro dalla grande finestra che domina le strade più importanti della Città.

Così era lo standard delle loro trasgressioni. La più recente si era tenuta due sere prima.

È proprio una gran gnocca!

A Monica questo rammentare le dà lo sprone per programmare una sorta di discreto test a cui sottoporre i due per vedere se vale la pena coinvolgerli in erotiche avventure di gruppo…

Ben puntuale la coppia arrivò all’appuntamento:

“È proprio una gran gnocca!” Tlìc non poté esimersi dal pensarlo. Andò loro incontro e si prese la libertà di dar loro un bacio sulle guance. A quel punto la stessa cosa fece anche Monica che affinò il suo intervento prolungando il tempo in cui le sue labbra stettero a contatto con le guance di lui.

«Tre aperitivi della casa e un analcolico» quest’ultimo fu per il malinconico Fulvio.

Tlìc, con verve illustrò quello che era il suo metodo per immortalare gli importanti momenti della vita delle persone. Tenendo ben presente quello che era la cerimonia e quello che si svolgeva attorno, prima e dopo l’evento. La coppia seguì con molta attenzione quello che, il cosiddetto artista avrebbe cercato di realizzare e, dimostrò di divertirsi alle battute anche un po’ salaci con cui, sempre l’artista, infiorettava il discorso.

Finite le patatine e le olive, strizzando l’occhio a Margherita, ordinò un altro giro di aperitivi. Analcolico per Fulvio, nonostante qualche colpetto del gomito di Monica perché si lasciasse andare.

«Inutile provarci – confermò Margherita – sono ormai tre anni che lo tento. È irreprensibile»

«Hai provato a mettere in palio la ‘duda’ qualora avesse intenzione di ravvedersi?» La Momò provocò ma il riscontro non fu che un imbarazzato sorriso. Troppo poco per il quesito “Potranno costoro un domani sdraiarsi con noi ignudi su di un letto a due piazze?”

Tlìc continuò ad indirizzare a Margherita sguardi di eloquente morbosità, aggiungendovi di tanto in tanto strizzatine complici con l’occhio destro. Quello che La Momo, gli aveva confessato, di scorgere in quel suo vezzo il momento in cui in lui montava il desiderio. Margherita, con molta discrezione accettava quelle misurate avances. Ora con sorrisi e un po’ di rossore sulle guance, ora, se sicura di non essere vista, replicando le strizzate d’occhio. Piccole mosse che incoraggiarono il bel fotografo che a quel punto decise di tirar fuori l’asso dalla manica.

La zoppa abbottonatura

Da un po’ si era accorto che l’elegante giacca di lei era stata mal allacciata, come si suol dire, abbottonata zoppa. Con un dolce sorriso Tlìc glielo fece notare e lei prontamente si mosse per recuperare la svista. Lui però prontamente la fermò: «Per carità, se lo fai tu porta male. A farlo bisogna che sia un estraneo e neppure una persona che ti sta a cuore» a quel punto poteva essere lui a ‘salvarla’.

Tlìc era abilissimo con le dita. Sapeva anche fare alcuni giochi di prestigio. Ma lì la situazione non li richiedeva. Armeggiò attorno al bottone lentamente sottolineando tutte le difficoltà dell’operazione. E visto che l’asola stava proprio un po’ al di sotto dell’ombelico aggiunse qualche toccatina quale segnale per ‘il divenire’.

A quel punto giunse la risposta di Margherita: «Visto che con i bottoni porti fortuna perché non li slacci tutti così mi tolgo la giacca che fa caldo.» Stavolta, lui, si mise innanzi a lei coprendo agli altri la vista di quel che facevano le sue mani, tanto per lanciare alla ragazza altri segnali, ben più eloquenti.

Margherita era rimasta in camicia. Sorrideva di continuo e aveva gli zigomi imporporati.

«Quello è l’effetto degli aperitivi con il Campari» sentenziò Fulvio.

«Sì però, così è molto più carina» aggiustò il tiro Monica.

«Se con così poco riesco a diventare più bella, voglio essere meravigliosa – fece segno alla ragazza del bar e ordinò un altro giro – Questo lo voglio pagare io perché con voi si sta proprio bene».

«Diventerai solo più ubriaca» sentenziò Fulvio con un certo livore e tornò a dedicarsi all’argomento che da un po’ aveva preso a discutere con Monica: Oscar Wilde.

Tlìc capì che poteva osare un po’ di più.

La gonna di Margherita non era troppo corta poi lei si era alzata in piedi per aggiustarsela tirandola un po’ su dalla cintura.

Le cosce si scoprirono. Erano proprio come se l’era immaginate il bel fotografo: carnose. Lui sapeva già cosa fare.

Mancò poco che le loro bocche si unissero

Con una banale scusa girò il tavolino in modo che la tovaglietta coprisse le gambe di lei alla vista degli altri due che erano assai infervorarti a parlare di poesia inglese dell’Ottocento. Margherita forse intuì e gli strizzò l’occhio. Subito una mano del ragazzo si appoggiò, distrattamente, su un ginocchio e cominciò a giocherellarvi sopra con le dita. Una mano di lei gliela strinse forte.

Era quasi l’una e il portico si era svuotato. Unico tavolino occupato era il loro. Monica e Fulvio tessevano lodi all’opera poetica e teatrale di Wilde, prendendosi di tanto in tanto reciprocamente il volto fra le mani per la gioia che li accomunava nel parlare di questo grande artista. A dire il vero Monica tentò anche di scendere più in basso con gesti di entusiasmo, ma non ne fu incoraggiata. Tutto rimase circoscritto alla gioia di condividere la medesima opinione nell’ambito artistico culturale.

Tlìc e Margherita si raccontavano, invece, cose molto più terrene: «E così hai deciso di chiedergli di sposarti».

«Già!» Fece lei, con un sorriso e un tono malinconico nella voce. La mano di Tlìc era intanto salita dal ginocchio e ora era coperta dalla gonna. Lei aveva leggermente allargato le cosce così che lui l’aveva infilata fra di esse e gliele accarezzava.

I due erano molto presi. Il loro chiacchierare era divenuto un bisbiglio e per udirlo bisognava essere tanto ravvicinati. Ognuno respirava a pieni polmoni l’intimo odore dell’altro e ne intuiva lo stato di eccitazione. Mancò poco che le loro bocche si unissero, se non fosse stato per la proposta ad alta voce di Monica: «Perché non venite a mangiare qualcosa da noi? Abitiamo proprio dietro a Palazzo»

Margherita pur se era dovuta discendere d’un colpo dall’acme che stava provando, trovò interessante l’invito: “È rischioso ma sicuramente questo matto di fotografo troverà la maniera di farmi venire a gusto”. Pensò e già immaginò lui che la trombava lontano dagli occhi della compagna mentre si lavava le mani e, chissà perché, nel ripostiglio delle scope.

Con sofferta malinconia anche Fulvio fu d’accordo e si avviarono verso via della Zecca.

Ascensore SABIEM del 1937

Strada facendo Monica e Fulvio continuarono i loro discorsi letterari, Margherita e Tlìc le loro pulsioni: «Non si direbbe che tu sia così temerario e birichino»

«Solo quando ne vale molto la pena. Se ti senti offesa per qualcosa che hanno combinato le mie mani sappi che io non c’entro niente. Sono impulsi che non riesco a controllare. Calano su di me quando l’attrazione supera la ragione».

«Smettila o sono costretta a dartela qui contro la Fontana Vecchia». Finalmente era riuscita a dirgli che voleva dargliela.

Dal Portico del Podestà all’abitazione di Monica c’erano più o meno trecento metri, se Tlìc e Margherita impiegarono una mezz’oretta a percorrere quella distanza, Monica e Fulvio la fecero con passo veloce in cinque minuti. Tutto questo perché telepaticamente sia Monica che Tlìc ebbero la stessa idea: usare l’ascensore ognuno per conto proprio.

Quando Margherita e Tlìc giunsero innanzi a quel monumento che era il SABIEM installato nel 1938, ben 40 anni prima! Cigolante, lento, ma di grande eleganza, con galanteria lui aprì cancello e porte e diede il passo alla bella professoressa. Lei sapeva già come sarebbe andato il viaggio e gli sorrise. E difatti ancor prima di premere il pulsante le loro bocche si unirono. Fu un abbraccio di grande passionalità tanto che la cabina prese a scricchiolare. Un sofferto distacco per schiacciare il tasto n. 5 e lentamente il trabiccolo, centimetro dopo centimetro cominciò a salire.

Il signor Accorsi per mantenere in forma il proprio fisico rifiutava l’utilizzo dell’ascensore. Saliva e scendeva quindi le scale parallelamente al saliscendi dell’augusta cabina. Quando si incrociavano gli gettava un’occhiata dentro attraverso i vetri e proseguiva.

Quello che incrociò quel sabato lo fece sobbalzare: un lui e una lei avvinti, contro la pulsantiera, in un abbraccio talmente stretto in cui diventava difficile capire dove finiva lui e cominciava lei.

Erano Monica e Fulvio.

Lei aveva scoperto il punto debole di lui: la vanità. L’aveva adulato nella giusta maniera: per l’eleganza nel vestire, per il raffinato modo di parlare, per tutto quello che sapeva e che le aveva detto su Oscar Wilde. A quel punto Lui si era azzardato a farle una delicata carezza. Fu la scusa buona per stringersi a lui ed infilargli la lingua in bocca. Dopo un primo momento di smarrimento, lui aveva accettato il gioco e stettero così una nell’altro per tutto il tragitto.

Il signor Accorsi a quella vista non ebbe alcuna reazione. Scosse sconsolatamente il capo e proseguì per le faccende in cui era affaccendato: gettare l’immondizia.

Svolto il compito rientrò. Salutò il portinaio che gli consegnò la posta e riprese le scale in senso inverso: abitava al quarto piano.

Subito dopo l’ascensore era stato occupato da Tlìc e Margherita che immediatamente avevano dato sfogo alla propria eccitazione. Quando la cabina incrociò il signor Accorsi i due erano in un momento cruciale: mentre si baciavano, lui le aveva sollevato la gonna e con in pugno una chiappa la teneva spinta contro di sé perché sentisse il turgore del suo uccello. Non solo ma armeggiando con un piede era riuscito ad aprire una delle portierine del veicolo per cui questo si era bloccato fra un piano e l’altro. Tanto per prolungare le loro effusioni.

Quello che rimase negli occhi del signor Accorsi furono due turgide natiche avvolte in un elegante completo, comprensivo di slip, reggicalze e giarrettiere. Tutto in seta nera.

Il signor Accorsi di primo acchito penso: “Basta! Adesso scrivo all’amministratore.” Poi sul suo volto fiorì un sorriso e il successivo proposito fu di portare la sua Giulia, dopo trent’anni di matrimonio, a fare un giro in ascensore.

Richiusa la portiera la cabina riprese il viaggio verso il quinto piano. Passando per il quarto trovò che il signor Accorsi aveva appena infilato la chiave nella serratura. Tlìc, come educazione vuole, salutò agitando la mano. Il signor Accorsi ricambiò mandando loro un bacio.

Quegli undici gradini

Monica e Fulvio sbucarono dalla cucina e mostrarono un aspetto leggermente scarmigliato: «Fulvio insiste per aiutarmi nel cucinare»

«Lascialo pur fare. È molto bravo – poi a bassa voce con Tlìc – non temere non toccherebbe mai la donna di un altro»

«Io purtroppo sono di pasta ben diversa – La prese per mano e l’indirizzò verso la scala che portava al piano superiore, dov’era la terrazza e anche la camera da letto. E gridò agli altri due che erano rientrati in cucina – Io faccio vedere la casa a Margherita»

La portò sulla terrazza. Per accedervi attraversarono la camera da letto e qui Margherita venne percorsa da un brivido: “Sarebbe bello ma troppo pericoloso” pensò. Tlìc intuì e la rassicurò sospingendola fuori, sulla terrazza.

C’era sole e molto caldo. Lei si tolse la giacca che gettò sul letto e si lasciò andare contro la parete, ben calda anche questa. Guardò lo splendido panorama con la torre Asinelli sullo sfondo ma guardò soprattutto Tlìc cercando di capire cosa si dovesse aspettare da lui. Con il terrore che Fulvio o Monica salissero quegli undici gradini che li separavano.

«Non possiamo farlo ora, Tlìc. Se mai Fulvio se ne accorgesse sono sicura che saboterebbe il matrimonio e io ci farei una figura di merda, soprattutto con i miei»

«Ma tu perché mai vuoi sposare chi, proprio, non vuole sposarti… se ho ben capito». Tlìc la guardò con calma e dolcezza e si accese una sigaretta. Cosa che gli succedeva solo quando era preso da un cruccio da risolvere. Però d’istinto infilò una mano nella tasca e ne estrasse una piccola macchina fotografica e le scattò una foto. Anche questo era un segnale che stava pensando a qualche precisa macchinazione.

Margherita: «Sì… forse… Sarò matta… Io però…»

Lei e Fulvio si frequentavano da tre anni. Inizialmente, almeno da parte di Margherita, era stata un’esplosione di sentimenti per questo giovane “bellissimo, sempre elegante, tanto educato, disponibile e servizievole. “Quando parla pare reciti un poema: senza quelle orrende flessioni dialettali che fanno subito capire che uno l é ed Bulaggna”.

Non fece lo stesso effetto al padre di lei, Girolamo Brancacci, psichiatra, psicoterapeuta freudiano di fama nazionale. Che dopo la cena in cui la figlia lo aveva presentato ai genitori, liquidò l’entusiasmo della ragazza con una frase lapidaria: “Se te lo porti dietro per rappresentanza va bene, ma come marito proprio non ce lo vedo”. Considerazione molto condivisa da mamma Luisa, psichiatra pure lei, ma di scuola junghiana che cercò in ogni modo, anche con argomentazioni scientifiche ma triviali, di far desistere la figliuola da quella relazione: “Sembra più un prete che un uomo”. Che, allora, per una famiglia di profondi sentimenti socialisti, come quella dei Brancacci, era il massimo del disprezzo. Soprattutto se messo assieme a una battuta sfuggita al professor Girolamo durante una partita a briscola con gli amici all’osteria: “Mi fiola? Par mé l’ha a man un’oca morta[2].

«Sono testarda e anche quando ho capito che in fondo quella contrarietà aveva qualche appiglio mi sono ostinata a sostenere le mie convinzioni sventolando la bandiera della ragazza felice ed appagata dall’amore. Ho rifiutato la corte e le avances di uomini di rara bellezza e intelligenza. A un certo punto però mi è venuto il sospetto di stare con una persona che mi usava solo come un bel arredo: una coreografia. Fra noi, intimità poca, mondanità, tanta: prime a teatro, cocktail party, concerti, presentazioni di libri, convegni, vernissage di pittura. A quel punto un amante sarebbe stato un buon rimedio ma ero talmente delusa che ho rifiutato tutte le occasioni maschili che mi sono girate attorno. Soprattutto per le pressioni di Laila, la mia migliore amica che ha fatto di tutto per tenermi lontana da queste tentazioni, convinta di fare il mio bene. – E qui Tlìc sobbalzò ad un’imprecazione che la lamentevole ragazza indirizzò all’amica. Una verità che certo non si racconta a chi si è appena conosciuto. – Troia! Non mi farò mai più leccare da te!»

“Però – quagliò Tlìc fra sé – ecco perché La Momò è tanto interessata a questa qui. Ha proprio del naso.” E Margherita riprese a raccontare i propri crucci – A questo punto ho messo in giro che pretendevo il matrimonio per liberarmi dall’oppressione di vivere con i miei. Il fatto però non avrebbe dovuto succedere. Ero convinta di poter fermare tutto e ripiegare su una convivenza di prova da cui avrei saputo liberarmi e con essa anche di lui senza dover ammettere troppo di essermi sbagliata. Tutto mi è però sfuggito di mano e mi ritrovo ora con il fardello dell’organizzazione di un matrimonio della buona società che prevede una cerimonia religiosa di convenienza, invisa ai miei, un pranzo con centocinquanta persone e un fotografo. – Le ultime parole le disse gettandosi fra le braccia di lui – Oh, Tlìc, non posso proprio rischiare di dartela oggi qui. Però ti giuro che da quando sarò “signora” te ne darò sempre tanta.»

Da quando stava con Monica, Tlìc, aveva perso l’abitudine di combattere solo per sfogare l’uccello. E pur essendo molto attratto da Margherita era convinto che con lei sarebbe stato solo uno sfogo passeggero. Che quando questa sarebbe tornata dal viaggio di nozze, sì, forse per curiosità avrebbe voluto provare l’emozione di fare con lui un cornino al marito che diceva di non sopportare più già prima delle nozze. Quel che la ragazza gli aveva raccontato del suo prossimo matrimonio gli diceva che lei, dopo aver capito che l’adulterio non era poi una pratica troppo difficile da praticare, l’avrebbe elargita sicuramente ai tanti pretendenti che, volendo, una bella donna non fatica a mettere assieme. E lui, che aveva la fortuna di essere richiesto da una femmina di grande fascino come La Momò non aveva alcuna voglia di spendersi troppo per restare in simile gara. Dal momento che La Momò di figa era sempre pronta a dargliene avendo cura di tenerlo ben guzzato. E trombare La Momo faceva bene al cazzo, al fisico e all’intelletto.

Almeno un bacio, mostro!

Così ragionando decise di considerare chiusa l’esperienza e fece per dirigersi verso la scala e scendere. Con uno scatto lei lo fermò prendendolo per un braccio.

Era tornata ad appoggiarsi al muro.

Il raccontare la propria infelicità con la convinzione di un incerto futuro sentimentale l’aveva trasformata. Le aveva messo addosso una decina d’anni più. Almeno questo parve per un attimo a Tlìc. Che però trovò molto sensuale che i capelli avessero perso quel brio che gli aveva dato un buon parrucchiere e che qualche lacrima sfuggita avesse rovinato il trucco.

Su quella terrazza faceva molto caldo e lei era sudatissima: la camicetta bagnata dava il segno ai capezzoli: «Almeno un bacio, mostro!»la sua voce era a un passo dal singhiozzo.

Lui volle divertirsi a infierire. Le si avvicinò con grande dolcezza, appoggiò le labbra alle sue e prima di infilar la lingua in bocca le disse: «Voglio che tu conosca dal vivo quel bozzolo che in ascensore hai rincorso con il grembo»

E così estrasse il cazzo e sollevatole la gonna glielo spinse fra le cosce, che lei allargò. Per quattro volte sussurrò un flebile «No» ma sembrò che a Tlìc non interessasse infilarlo nella bollente fessura. Il fradicio tessuto dello slip lo eccitava in gran misura. Manovrò la verga traendo il piacere dallo sfregamento fra quelle carni che sentiva al di là della stoffa. Un piacere che gli ricordava gli inesperti giochi dell’adolescenza con le coetanee e suo padre che lo esortava ad “adoperare giudizio”: «Alla vostra età rimangono incinta solo a guardarle»

Non era proprio una chiavata nel vero senso della parola ma produsse i medesimi effetti. La figa di Margherita sputacchiava più che mai e lei stretta tenacemente a quel mostro, venne: cercando di moderare i gemiti che pur se breve e improvvisato il piacere reclamava. Non fu da meno il fotografo seduttore che lasciò che il suo gingillo aggiungesse il proprio humus a quelli che l’elegante lingerie della ragazza già era intrisa.

«Non sopporto di tenere addosso abiti umidi.» e si tolse lo slip. Con prontezza, Tlìc, estrasse dalla tasca un suo fazzoletto e con tanta delicatezza asciugò quel mix di liquidi che stavano colando fra le cosce della ragazza. Il gesto fu apprezzato. Lei a quest’atto di grande gentilezza ma anche di immensa piacevolezza si commosse e si strinse nuovamente a lui, sussurrandogli che se voleva entrare, la porta era aperta.

Non rispose, Tlìc, lasciò che la mano prendesse confidenza con il fine pelo, ora scoperto, che contornava la gemma.

«Anche solo due dita – gli sussurrò lei – sono gradite.» Lui colse l’esigenza e  fremendo sulla mano di lui: «Sei una bestia impagabile!»

Tlìc le parlò con tenerezza: «Sei bellissima ma tanto disastrata che sembri uscita da un bombardamento aereo».

«Adesso vediamo cosa mi riserva il destino» e ipotizzò l’accoglienza di Fulvio nel vederla così trasformata. E aveva imboccato la scala.

«A metà della scala c’è un bagno. Se fossi in te lo utilizzerei per sistemarmi.»

Quello scorcio con l’Asinelli in primo piano è meraviglioso!

Monica stava dando gli ultimi tocchi al pranzo. Lo guardò allegramente: «Però, si direbbe uno tsunami di passione!» Tlìc non colse la provocazione. La sua preoccupazione era: «Fulvio

«Siete salvi. È andato a prendere il gelato… – E di rincalzo – Chiavato bene?»

«Ma no, vè. Ogni cosa al momento giusto.»

«Ma và?… Con tutto il tempo che siete stati su?» Lui non rispose.

«Col Fulvo come è andata?»

«Sono arrivata a stringergli il pacco. Ce l’aveva duro. Poi si è inventato questa storia del gelato ed è sparito… Ma tu, davvero?» Era intanto discesa Margherita: in perfetto ordine: non aveva un capello fuori posto. Tlìc, che in terrazza le aveva scattato qualche foto andò a scaricare la fotocamera.

«T’è piaciuta?»

«Oh sì. Bellissima! Quello scorcio poi con l’Asinelli in primo piano è meraviglioso!» Decisamente si riferivano a cose diverse.

Le due ragazze si guardarono e sicuramente si capirono giacché La Momò, che gli inutili tentativi di seduzione del Fulvio l’avevano messa su di giri, prese fra le mani il volto di Marghy e le infilò la lingua in bocca. Questa non fece una piega e lasciò anche che le stringesse con passione le pere.

Pensò soltanto fra sé: “Si vede che oggi è il mio giorno, approfittiamone!”

Al centro del tavolo la torta gelato troneggiava.

Suonarono alla porta, era Fulvio con la torta gelato.

Il pranzo fu ottimo e consumato in grande allegria. Quando Monica mise in tavola la torta gelato le ragazze, contemporaneamente, baciarono le guance di Fulvio che però dimostrò una certa irrequietudine. Difatti chiese di fare una telefonata. Tornò leggermente adombrato e si scusò di dover abbandonare si’ piacevole compagnia: «All’università è scoppiata una grana e bisogna che vada a vedere».

Uscito Fulvio le ragazze esternarono la loro gioia abbracciandosi. La Momò non perse tempo e, per mano, la ricondusse al piano superiore.

Tlìc, inforcò gli occhiali da sole e uscì pure lui. La partita di biliardo del sabato al bar l’attendeva.

Al centro del tavolo la torta gelato troneggiava.

Non abbiamo precise notizie ma sicuramente si squagliò in completa solitudine.

Ho bisogno di un brivido

Erano quasi le sei quando Tlìc rientrò. Marghy se n’era già andata. Monica a petto nudo, con solo un paio di dozzinali mutande, acquistate alla STANDA, riordinava l’ambiente canticchiando.

«Ti sento allegra, Momò» e lei gli si parò innanzi con le poppe in subbuglio «Dammi una bella leccata ai capezzoli… Ho bisogno di un brivido».

«Perché non ne hai avuti abbastanza dalla professoressa?»

«Mamma mia, Ciccio, che vacca quella! Quando vede la figa tira fuori la lingua e non capisce più nulla.»

«Lingua? Meglio della mia?»

«La tua?… E chi se ne ricorda più i pregi?»

Lui la spinse contro il divano dove lei si ribaltò. Tosto, lui, fu col volto fra le sue ginocchia. Il suo sguardo estatico accarezzava gli occhi semichiusi di lei, la punta provocante della sua lingua fra le labbra, le poppe, l’ombelico, la villosa crepa. E fu lì che fece sosta tutta la sua bocca. E lei l’accompagnò in ogni movimento con piccoli sobbalzi e grandi sospiri. Sottolineando così che il suo giovane amante stava dando il meglio di sé.

Tutto si risolse poi con un finale ’in pecorina’.

«La tua è sicuramente più tenace e sapiente» fu il responso del confronto.

«Grazie Momò per l’apprezzamento. Vuol dire che stasera di aperitivi ne offrirò due e la cena sarà a mio carico. Bisognerà pur festeggiare… Dai, vestiti!»

Il salotto en plain air della Città

Nei primi trecento metri della via Massimo d’Azeglio, negli anni ‘70, si svolgeva tutto lo struscio cittadino. Dalle 18:00 alle 20:30, lì, si riversava tutta la Bologna che contava. Il salotto en plain air della Città.

Qui La Momò era di casa. Scorrazzava in lungo e in largo fermandosi di tanto in tanto a stringere mani e baci affettuosi sulle guance, sempre con al fianco il giovane fotografo che tutti sapevano che da un paio di mesi viveva con lei more uxorio. In quell’ambiente erano molti che l’ammiravano per il successo che riscuoteva nel mondo della letteratura osé e che le sue descrizioni ricche di particolari nudi e crudi in passionali amplessi invogliavano l’esercizio dell’amore in tante signore della Bologna bene. Alcune di queste si erano poi rivolte al bel Tlìc per essere da lui immortalate anche in pose senza troppi veli e alla bisogna con qualche posa in più sdraiata con lui.

Sì, la Momò di tutto ciò era perfettamente al corrente, anzi, ne era complice dal momento che lui nelle appassionate notti assieme, le raccontava attimo dopo attimo quelle seduzioni. Molte delle quali divenivano le storie dei suoi racconti.

In parole povere il bel giovane spiantato non era che la musa ispiratrice del successo letterario di lei.

Tlìc capì che per lui non c‘era trippa

Era il 31 luglio 1978 quando, con un buon anticipo, Monica e Tlìc arrivarono alla chiesa dove si sarebbe celebrata la cerimonia. Dovevano posizionare gli attrezzi del lavoro: fari e cavalletti.

I due promessi erano passati il giorno prima a casa di Monica per accordarsi sul servizio fotografico. Tlìc aveva esposto loro ogni suggerimento per superare tutti i problemi che potevano insorgere dicendo loro che teneva di fare di quel matrimonio il servizio più prestigioso della sua attività. Quello da mostrare in futuro per accaparrarsi nuove cerimonie da documentare. E qui accadde che mentre Marghy sentì crescere in lei quella sfrenata attrazione fisica verso il giovane fotografo, così come le era capitato il sabato prima sull’assolata terrazza, Fulvio risultò annoiato da quelle istruzioni e chiese di usare il telefono. Dopodiché, scusandosi per un imprevisto di lavoro lasciò Margherita a concordare ogni altra esigenza del servizio.

Il primo fu quello del trucco della sposa. E Monica l’aveva invitata a salire in camera dove teneva ciprie, trucchi e belletti.

Marghy aveva accettato esultando e ringraziando. Tlìc capì che per lui non c‘era trippa o ’pippa’ che dir si voglia. Si ritirò nella camera oscura a terminare alcuni sviluppi.

La preda che hai portato nella tana

La chiesa era piena di fiori che nei colori si raccordavano a quelli antichi delle sacre suppellettili. Ed era proprio per far risaltare un antico altarino laterale che Monica e Tlìc stavano posizionando adeguati faretti. E intanto chiacchieravano fra di loro:

«Non ti ho neppure ringraziato per la preda che hai portato nella tana»

«Di tuo gradimento?»

«Una gioia! Una che ci sa fare ma anche tanto vogliosa. Mi sa che con Gloria ci sarà un rallentamento. Vedremo al rientro dal viaggio di nozze: me l’ha promessa.»

«Se è per quello l’ha promessa anche a me.»

«Non avevo dubbi, quello di trombare con te l’ha messa come condizione»

«E tu come hai reagito?»

«Che non sei mio marito… Ed ha ricominciato a leccarmi la topa… Abbiamo poi concluso con un sessantanove urlato… Lei ha un pelo sottilissimo…» E sarebbe andata ancora avanti nella descrizione del loro rapporto se non che arrivò l’auto della sposa. Applausi, abbracci a iosa. Marghy era bellissima con un abito che metteva in risalto le forme del seno. A Tlìc venne duro:

«Guarda Tlìc che hai i calzoni attillati e si è notato.» E approfittando che tutti erano impegnati ad applaudire la sposa La Momò non perse l’occasione di accarezzarglielo.

Ci fu poi l’arrivo di Fulvio, elegantissimo ma sempre con il suo fare amletico e melanconico.

Un frate disse loro che si poteva cominciare. Fulvio e il suo testimone andarono a posizionarsi innanzi all’altare.

Margherita senza alcun accompagnatore percorse da sola la navata della chiesa. Sorridente, con passo lento, reggendo il bouquet floreale. Fu una scena che fece molto presa sui presenti. Gliel’aveva suggerita il giorno prima Tlìc e qualcuno si sentì in dovere di applaudire. I genitori di lei, molto anticlericali, avevano rifiutato di mettere piede in un luogo di culto. Erano rimasti all’esterno della basilica a fumacchiare e a parlar male dei preti. Comunque la cerimonia si svolse con il dovuto fasto e sancì, benedicendolo, l’indissolubile legame: “Fin che morte non vi separi”, fra Fulvio Libulsi e Margherita Brancacci.

Un corteo di auto si mosse verso il ristorante. L‘opera di Tlìc e Monica non mancò di testimoniare con arte i “”, lo scambio delle fedi, le firme sui registri, la pioggia di riso, il lancio del bouquet, i baci e gli abbracci con amici e parenti. E di seguito il bacio fra gli sposi che, poi, in auto separate, ognuno con il proprio testimone, si diressero al banchetto nunziale.

Tlìc, pur essendo in attività lavorativa si era intappato da festa con un leggero completo estivo color tabacco, camicia e papillon fantasia. Unica nota eccentrica: un paio di scarpe da tennis, vinaccia, senza calze. Anche Monica, pur nel ruolo di aiutante ufficiale del fotografo si era allestita con cura: coiffeur, massaggi e una leggera tunica con buona vista al davanzale e la stoffa che finiva ben sopra il ginocchio. Biancheria intima: inesistente.

Tris di paste asciutte, arrosti, bolliti, vini, bianchi, rossi, spumanti, liquori e grappe

Anche quel banchetto adeguò lo stile a tutti i banchetti nunziali d’ogni dove: qualche canto, strofe con i triti e ritriti doppi sensi della tradizione, tris di paste asciutte, arrosti, bolliti, vini, bianchi, rossi, spumanti, liquori e grappe. Tutte immagini che Tlìc mise in evidenza con i suoi scatti.

Un attimo prima del rito della torta, Maurizio, testimone e amico d’infanzia dello sposo, con fare accigliato disse qualcosa all’orecchio di Fulvio che si levò dal tavolo e lo seguì in un’altra sala del ristorante. Margherita fece cenno a Monica di sedersi nel posto lasciato libero e iniziò con lei un dialogo esclusivo. Tlìc scattò a loro alcune foto che a suo giudizio sarebbero state da premio internazionale: «Due sorrisi così è difficile vederli assieme» Le ragazze vollero baciarlo.

Non ho messo nulla sotto la tunica

«Sai Momò cosa mi passa per la mente adesso? Vorrei che tutti questi invitati sparissero a un mio cenno e su questo tavolo poter scopare con il tuo Tlìc»

«Taci che anch’io ne ho una voglia!»

«Qui siamo in una locanda. Sopra dovrebbero avere anche delle camere. Se vuoi, dico alla padrona che te ne prepari una. Il tuo Tlìc ce l’hai a portata di mano… Cosa vuoi di più!»

«Già! Ci stavo pensando – e, ridendo di gusto –Non ho neppure messo nulla sotto la tunica, sarebbe proprio un battibaleno»

Margherita infilò una mano sotto la tovaglia: sentì il ginocchio, le floride cosce, il ricciuto vello, la calda e umida fessura su cui indugiò con le dita per poi passarsele fra le labbra scacciando un brivido. Si abbracciarono ridendo. Tlìc senza capire cosa stava succedendo tornò ad immortalarle: «Ancora più belle. Meravigliose!» Sotto i calzoni il pacco confermava la sua ammirazione.

La festa continuava con tutto il suo clamore

Non durò molto quello stato di serenità per la sposa. Un cameriere venne a chiamarla. Nella saletta attigua lo sposo, i testimoni, i reciproci genitori le volevano parlare.

«Dai Monica, vieni con me così sono sicura di avere qualcuno vicino che mi vuole bene» e ce n’era proprio bisogno.

Nella sala da pranzo la festa continuava con tutto il suo clamore.

«E adesso con gli invitati cosa si fa? – gridò con voce strozzata la mamma di Fulvio – chiederanno pur delle spiegazioni…»

Fu Monica a suggerire, fra pianti e svenimenti quel che si poteva dire e fare: «gli sposi escono, possibilmente sorridenti e danno il via all’ultimo rito. Quello del taglio della torta. Poi salutano tutti e partono per il viaggio di nozze. A tutto il resto ci si pensa domani.»

Sapeva di essere in buone mani

Così avvenne. Così si concluse un matrimonio veramente breve.

Unico fatto che poteva dare adito a commenti e perplessità fu che la sposa si era tolta la fede dal dito e che i due festeggiati andarono via su due auto diverse: Fulvio con il suo testimone. Margherita, con Tlìc e Monica. Restarono a rappresentare le famiglie le due coppie di genitori. Con il severo professor Brancacci che fra sé andava mugugnando: «Sempre detto io che mia figlia aveva messo gli occhi su di un frocio»

Appena l’utilitaria di Monica si allontanò dal ristorante Margherita scoppiò in un convulso pianto imprecando e bestemmiando. Implorò: «Non voglio tornare a casa. Tenetemi da voi stanotte. Debbo consumare il mio matrimonio, stanotte. Debbo farlo con voi. Tutti e due. Siete l’unica mia risorsa. Aiutatemi. Vi prego!» Monica la prese fra le braccia. Stringendola a sé slacciò il corpetto finché non ebbe fra le mani le sode poppe che si mise a leccare. La terapia funzionò. Lei sospirò flebilmente e si chetò. Sapeva di essere in buone mani.

Tlìc cercando di vedere dal retrovisore quel che succedeva nei sedili posteriori, quasi centrò un ciclista che procedeva in senso contrario.

Quel suo girare nervoso con l’abito e il lungo strascico

Era l’ultimo giorno di luglio. Erano le quattro del pomeriggio. Bologna è un forno d’estate.

Marghy si aggirava in ogni angolo di quella casa. Pareva un gatto maschio in amore che spruzza tutto il suo territorio con il proprio odore. Era comunque una cosa buffa quel suo girare nervoso con l’abito e il lungo strascico. Tanto per fare qualcosa di divertente, Tlìc, mise un piede su questo che si staccò lasciando le gambe scoperte. Ciò provocò una risata collettiva. Era proprio quello che ci voleva per far cadere ogni tensione.

Il pomeriggio prometteva bene

Lei stessa si tolse la blusa e tornarono in mostra le belle zinne. Il pomeriggio prometteva bene e senza indugi, il bel Tlìc fece cadere i calzoni. Denudato il priapo, billo, gingillo, fallo, cazzo che dir si voglia, se lo palleggiò fra le mani tanto perché l’ospite si rendesse conto su qual bell’ammennicolo, eventualmente, potesse contare. E lei, non mancò di dedicargli un sorriso.

Incoraggiato da ciò, lui le si avvicinò e la trasse a sé. Monica, spettatrice privilegiata, mise musica sul piatto e si arrampicò sul tavolo da dove guardò quella coppia che seminuda danzava. Un passaggio innanzi a lei e Marghy lasciò un attimo il suo cavaliere per metterle la lingua in bocca: «una per tutte, tutte per uno» disse prima di riprendere la danza.

Una cosa un po’ grottesca che trovava una lei con le tette fuori che ballava un lento sud-americano con un lui nudo fino alla cinta e con il pene in semi-erezione che oscillava al centro della coppia.

Monica capì che doveva entrare nel gioco. Un fugace passaggio in bagno e si ripresentò completamente nuda.

Intanto la coppia era passata ad attività più coinvolgenti. Lui, la teneva ferma contro la spalliera del divano e intanto glielo aveva infilato da dietro, alla pecorina. Il suo pezzo forte.

Marghy sostenuta dallo schienale dell’elegante divano ballonzolava tutta l’abbondanza della sua quarta fra i variopinti cuscini mentre assorbiva, uno dopo l’altro i colpi con cui Tlìc le dava piacere. In lei lo spasso si era trasformato in piacere quando l’aveva sentito tutto dentro. Poi fu puro godimento che la portò all’orgasmo. Una vibrazione totalizzante che tutta la prese e che, proprio mentre volava verso quella meta le fece sentire il calore dello sperma di lui unirsi ai propri umori e colare fra le cosce.

Lui tolse l’uccello dalla fregna, strinse la ragazza a sé e la baciò in bocca. Poi si chinò per infilare la testa fra le cosce allargandogliele.

Lui è in piedi, lei, ad angolo retto, tutta protesa in avanti aggrappata allo schienale del divano. Perché è così che va fatta la pecorina.

A quel punto però lei sentì che le gambe le stavano cedendo, anche a causa di una nuova scarica di godimento che la lingua di lui aveva iniziato a diffondere dalla figa in là: «Crollo… Tlìc» gemette. E lui, acrobaticamente, senza spostare la bocca dalle grandi labbra riuscì a far che lei si adagiasse sul tappeto…. e riprese ad imperversare sul clitoride.

Marghy non ebbe più consapevolezza di quello che succedeva in lei e attorno a lei: si agitò, si contorse, lo sollecitò spingendogli il pube contro la bocca mentre si stringeva spasmodicamente il seno.

La bocca di Tlìc fu un’idrovora di cui Marghy si beò commentando i piaceri che ne riceveva con smergoli e sospiri.

Monica in bagno aveva rinfrescato tutto quello che si doveva. Tornò ad arrampicarsi sul suo posto di osservazione lasciando ciondolare i piedi. I suoi “bellissimi piedi”. Come ripeteva spesso Tlìc adulandola durante gl’intimi momenti. Lei aveva finito per credergli anche perché lui le aveva mostrato come lui raggiungesse l’oblio quando lei con questi gli accarezzasse i testicoli, il prepuzio o glieli spingesse fra le natiche cercando di deflorarlo. Era così che l’eccitazione si rinnovava in lui e la bella Momò andava lunga lasciando in balia dell’amante alluci e talloni su cui prendevano a scorrere lingua e carezze.

Monica, prima di scendere dal tavolo ed intromettersi nei godimenti di quel groviglio umano si accarezzò con cura la punta dei piedi e dal profondo sospiro che emise fu evidente che erano ben ricettivi al godimento.

Tlìc che aveva preso a cuore il triste epilogo di quel matrimonio e stava dando il meglio di sé tra le cosce della sposa mancata. Lei stessa non sapeva più chi e che cosa era diventata: se un essere umano o un cannolo allo zabaglione… un babà al rhum o più banalmente un crafen alla crema. C’era comunque una lingua che andava ad assaggiare tutti i ripieni del suo corpo. E non era un sogno. Si sentiva meravigliosamente serena, come che stesse nuotando in un lago dolomitico dove al posto dell’acqua gelida ci fosse panna montata… ed era esplosa, una dopo l’altra, per ben tre volte di seguito. Cosa che avrebbe voluto che il suo artificiere continuasse a provocare:

«Dio mio Tlìc… mica smettere…!»

Accennò pure a una canzone ma i brividi che la raggiungevano la facevano stonare e dimenticare le parole. Poi sopra di lei vide la bocca della Momò che si avvicinava alle sue labbra. Si abbracciarono.

Tlìc capì che poteva lasciare il posto alla sua fidanzata.

Una leggiadra danza dedicata a lui

Quando uscì dalle rinfrescanti abluzioni le ragazze non erano più distese sul tappeto. Tlìc si dedicò allo sviluppo dei rullini della cerimonia. Era stato un accurato lavoro e pure se il matrimonio si era sciolto prima di essere consumato era determinato a farsi pagare il lavoro come pattuito. Oltretutto aveva dovuto provvedere alla consolazione della sposa distrutta dagli eventi.

Le ragazze poi si materializzarono innanzi a lui come silfidi ignude in preda a una forsennata allegria che le portò ad eseguire una leggiadra danza dedicata a lui. Forse un richiamo? Almeno così interpretò lui e le seguì in camera.

Il letto di cui era dotata quella luminosa stanza era veramente capace e tutti e tre ci stavano comodamente sdraiati. La Momò si addormentò immediatamente. Tlìc meditava in che modo, con eleganza, chiedere alla sposa abbandonata cosa prevedeva per il compenso fotografico. Questa con aria rilassata, guardava lo scorcio di cielo che entrava dalla finestra e sorrideva sicuramente ripensando a quanto aveva goduto in quelle ultime ore. E Tlìc finì per rimandare i ragionamenti commerciali appisolandosi anche lui.

Aveva preso a spirare una leggera arietta che rendeva sopportabile quel caldo pomeriggio di luglio.

Dita lunghe e affusolate

Decisamente erano dita lunghe e affusolate quelle che gli stavano accarezzando i testicoli e si permettevano anche di mettersi a curiosare tra le natiche, attorno al buco del culo. Trasse un profondo sospiro, tanto per far capire che la manovra era gradita. Così le agili dita si allargarono e spaziarono sul prepuzio soffermandosi a lungo sulla punta, mettendo a nudo la cappella. Lei intanto si era leggermente sollevata e i suoi gesti erano divenuti più precisi: senza ombra di dubbio si era messa a fargli una sega.

«Potrebbe succedere che finisci per annoiarti» commentò lui. La mise nella giusta posizione e visto che l’approccio masturbatorio aveva funzionato e si era trovato con una discreta erezione. Tosto la penetrò. Ci fu un sommesso ringraziamento da parte di lei che si aggrappò tenacemente alle sue spalle.

Quello che lei gli disse mordendogli un orecchio mentre godeva, lo spaventò. Mai nessuna donna e neppure Monica si era spinta a tanto con lui. Questa riflessione lui la fece schizzando sperma sul ventre di lei.

Era un incontenibile gioia quella che Marghy esternava tutta rannicchiata fra le braccia di lui:

«Era così che m’immaginavo dovesse essere la prima notte di nozze – Tlìc, stringendola a sé le accarezzava le turgide natiche e di tanto in tanto provava a mettere un dito laddove lei, istintivamente, le serrava – Adesso che non è notte non mi va ma quando ci sarà una notte in cui sarai ancora con me ti chiederò di completare la mia deflorazione» Tlìc se lo sentì tornare duro. Ma non insistette nel voler sbrigare la pratica seduta stante. Fu invece curioso di conoscere le vere ragioni per cui era saltato il matrimonio, visto che lui non era nel conciliabolo riservato che aveva sancito il fallimento di quel matrimonio: «Per il primo anno che ci siamo frequentati, Fulvio è stato un fidanzato meraviglioso, appassionato, romanticamente premuroso. Poi lentamente si è, come, raffreddato. Meno attento alle mie esigenze. In parole povere non intercettava più i miei desideri. Gli ultimi due anni poi dovevo essere io a sbattergli in faccia le mie fibrillazioni. Non contava neppure farmi scoprire mentre mi masturbavo. Non abbiamo mai vissuto assieme ma percepivo una sua assenza anche quando era con me. Sinceramente avevo pensato a un’altra. L’ho tenuto d’occhio strettamente ma non ho trovato nulla che confermasse il sospetto. Debbo dirti che stamattina quando è sortita la vera ragione di tutto sono entrata in una trottola di pensieri che mi ha provocato vertigini. In quella sala, quando quei due hanno dichiarato platealmente il loro amore, e il loro irrinunciabile voler vivere assieme da subito ho anche vomitato. Monica ti può confermare»

Monica, girata su di un fianco dava le spalle ai due petulanti amanti. Provava, insomma, di schiacciare quel pisolino per recuperare le fatiche della cerimonia mattutina e quelle erotiche profuse a Marghy: «Potresti raccontargli, come hai fatto con me, che da tempo ritenevi Fulvio un’oca un po’ così così»

«Sì di questo me ne ero accorta ma ero talmente affascinata dal suo aspetto che ne facevo la ragione prima del nostro stare assieme. Dicevo che il sesso doveva essere l’ultima risorsa di due intellettuali che volevano vivere in coppia. Anche se poi mi inventavo assurdi stili per la mia masturbazione. Tenevo pure chiusi in un cassetto alcuni gingilli recapitatimi dal Nord Europa per provocare artificiali godimenti. E, per essere sincera fino in fondo, da tre anni la dò con passione a una femmina: Liala, che è pure fascista»

«Quest‘ultima specifica non me l’avevi detta» aggiunse Monica che giratasi costrinse l’inquisita a staccarsi dall’abbraccio con Tlìc mentre con un’agile piroetta la montò a rovescio costringendola a un sessantanove. La sua massima libidine.

Tlìc le lasciò al loro divertissement. Si vestì e uscì. Era ormai l’ora della partita di biliardo al bar.

«Com’è fuori il tempo?» «Propizio!»

«Non ti dispiace vero se stanotte Marghy dorme con noi? Non se la sente ancora di affrontare i suoi.»

«Ma no, vè! Figurati! Mi ha anche ingaggiato per completare la sua deflorazione che secondo lei non può che avvenire di notte»

«Già, l’ha detto anche a me e ci terrebbe molto che questo avvenisse stanotte. Che lei chiama ancora la prima notte di nozze»

«Poveretta. Ha sicuramente preso una bella pacca! E adesso dov’è?»

«S’è messa in terrazza sullo sdraio a prendere l’ultimo sole. Dice che tutti sanno che lei adesso dovrebbe essere in quei di Capri. Fra quindici giorni debbono vederla in giro abbronzata. Altrimenti la tempestano di domande. Da quello che ho intuito lavora in un posto di merda.»

«Quindi stasera ceniamo tutti assieme?»

La Momò gli si avvicinò guardandolo dritto negli occhi. In quello sguardo Tlìc trovò quel lampo che sperava proprio di trovare. La tirò verso di sé. Le brillavano gli occhi e le si erano imporporati gli zigomi: «Abbiamo avuto un bel po’ da fare in questi ultimi giorni e abbiamo un po’ trascurato noi stessi»

«Ehh, proprio così!…» Lui, intanto, aveva sfilato la camicia dai calzoni.

«Com’è fuori il tempo?»

«Propizio!» e lei si mise a slacciargli la camicia, cosa che fece anche lui. Il piccolo seno di Monica si schiacciò contro il torace di lui.

«In cucina va bene?… A me sul tavolo piace da matti. È giusto all’altezza delle tue palle» e fece cadere la gonna. Inutile raccontare che Tlìc la prese in braccio per scaricarla direttamente sulla robusta tavola tedesca della cucina. Un paio di affettuose slinguazzate all’umida patata e fu in lei.

Si completarono a vicenda e lui dopo rimase in lei a lungo chiacchierando giovialmente.

«Quanto hai vinto al biliardo?»

«Oggi ho perso duemila lire»

«Fortunato in amor non gioca a… »

«Se avessi saputo cosa mi aspettava a casa non avrei certo fatto l’ultima giocata. Sarei venuto a casa prima»

Monica riprese a preparare cena.

L’appetito vien mangiando

Il buon odore di cipolla fritta dilagava per casa. Spalmò sul pane un buon po’ di senape su cui appoggiò gli hamburger ben rosolati. Un’abbondante cucchiaiata di ketchup concluse la preparazione. Monica non era una cuoca provetta. In definitiva sapeva preparare solamente hot dog e hamburger e se davi retta a lei te li avrebbe proposti in chiavi diverse ma anche il giorno dopo giorno. Comunque le riuscivano bene. Tlìc stappò una bottiglia di chardonnay e si misero a tavola. Le energie profuse nei loro erotismi avevano stimolato gli appetiti e i tre fulminarono i rispettivi piatti tanto che Monica dovette mettersi dietro a confezionarne altrettanti: «Oh, se questi non vi bastano andate a finire la cena giù da Rodrigo». E squillò il telefono.

Era la grande mamma di Monica che almeno due volte al giorno la chiamava per darle l’ultimo consiglio che le era venuto in mente.

«Ciao mamma… Stiamo mangiando gli hamburger fatti come mi hai detto tu… No, c’è anche Marghy… Non la conosci… Quando passi da qui ti dirò chi è… Diciamo una cliente di Tlìc… Con lui? Va tutto bene. Carino e affettuoso come al solito… No mamma non sono sola, non posso mettermi a raccontarti quante ne abbiamo fatte questa settimana… Adelmo? No. Non gli ho ancora trovato nessuno dei difetti di Berto. Stai tranquilla. Mamma… Visto che mi hai chiamato volevo dirti che tra una mezz’oretta parto da qui e vengo a dormire da voi… No, no, da sola… Adelmo? Lui… Lui… Abbiamo pensato di passare questa sera assieme ai nostri vecchi… Poi te lo spiegherò quando arrivo. No, no, con Adelmo fila tutto come l’olio. È che oggi si è sposata questa nostra amica e non sono riusciti a partire per il viaggio di nozze come programmato allora ci dispiaceva che passassero la prima notte di matrimonio in uno squallido albergo, così abbiamo deciso che la loro luna di miele si consumi nella nostra stanza. Per loro è sempre stato un luogo affascinante. Si… Si… Domattina la prima cosa che faccio è proprio quella di cambiare le lenzuola. Adesso ti saluto perché poi si raffredda anche il mio hamburger.» e chiuse la telefonata.

«E così ci lasci soli?»

«Sì penso che sia la condizione migliore per il rito che ti rimane da consumare»

Completare la deflorazione

Tlìc si grattò la testa. Anche se era un bel culo di femmina, Tlìc non ci teneva proprio a completare la deflorazione. Lo riportava a un brutto periodo della sua vita. Quando per la sua scarsa dedizione allo studio l’avevano messo in collegio in un seminario in cui si formavano monaci e sacerdoti. Qui, lui adolescente, era stato tosto iniziato alla sodomia e, per la sua bella fisionomia era divenuto il pupillo di un paio di insegnanti che se lo spupazzavano a loro piacimento anche se ogni volta dovevano lottare assai per impuntarglielo. Tutto ciò non era durato che una lunga ed infernale settimana. Finché non era riuscito a fuggire da quel luogo di tortura e tornare dai suoi che accolsero le sue promesse e lo reiscrissero a un liceo pubblico. Comunque il culo restava irrimediabilmente profanato.

Prima che si levi il sole annaffiatemi le piante

Qualche indumento in una borsa e: «Mi raccomando, domattina prima che si levi il sole annaffiatemi le piante sulla terrazza.» E uscì con quella spinta che metteva in ogni cosa.

«Che cara la tua Momò. Neanche una sorella farebbe cose del genere… Mi ha spiazzato. Sono confusa e con te non so più come comportarmi»

«Mi pare che avevi un progetto ben preciso.»

«Sì e ce l’ho ancora. Ma, cosa vuoi che ti dica: adesso mi è saltata fuori la paura. Sai, c’è stata una volta che Fulvio si era messo in testa di farmelo lui…»

«Il culo?» volle accertarsi Tlìc.

«Sì, il culo! Io glielo misi a disposizione e lui me lo impuntò. Alla prima pressione sentii un dolore fortissimo e lanciai un urlo maledicendolo: Così non se ne fece nulla – Tlìc, degluttì e tirò un sospiro di sollievo e lei mise in campo una nuova proposta – Potremo però fare all’amore finché tu vuoi. Come vorrei che tu mi sfinissi!» gli mise le mani sul pacco.

Chissà perché ma se lei fosse tornata sul progetto iniziale lui era sicuro di non riuscire a tacergli di essere anche lui un culo rotto così come aveva confidato alla Momò già la prima sera del loro incontro.

Si adagiarono sul grand lit e furono confidenze, piccole confessioni e carezze. Baci. Le mani di Tlìc s’insinuarono sotto gli indumenti palparono quel corpo che ogni momento diveniva sempre più caldo. E quel corpo cantò anche: i fonemi della passione. I mugugni del piacere, quando arrivò a toccare le rigonfie labbra della figa: «Madonna, non mi dai proprio tregua.» Al Tlìc era sopravvenuta un’irrefrenabile voglia di trombare. Aveva liberato l’uccello e stringendolo in pugno rovistava sotto alla gonna della ragazza. Che poteva fare questa? Se non liberarsi da ogni indumento? Lei volle prenderglielo in bocca ma nella confusione dei movimenti riuscì ad essere sgarbata e finì per morderglielo. Si udirono imprecazioni, un paio di bestemmie e l’afflosciamento del membro ferito: «Ma quello là non ti ha dato qualche dritta tanto per non fargli male?»

Piagnucolò Marghy, sinceramente contrita per la brutta figura: «Ci abbiamo provato solo una volta ma è successo come con te ora. Non ha mai più voluto rischiare».

Tlìc è sempre stato un ragazzo paziente, riprese in mano il cazzo, in quel momento bazzotto, e glielo avvicinò alle labbra: «Socchiudi le labbra ed estrai un pezzetto di lingua…. Scappellalo! Adesso con questa accarezza per un po’ il cordone del glande. Quando sei stanca infilane la prima parte in bocca e succhia. Succhia fin che vuoi.» Marghy si dimostrò un’allieva attenta e volonterosa di apprendere. Tlìc si lasciò andare, sdraiato con le braccia sotto il capo, attese con fiducia il risultato di quella prima lezione.

Fu un buon inizio ma non andò come sperava lui: «Oh Tlìc, mi sto smascellando ma tu non stai venendo.» In effetti non si era creata la giusta atmosfera. Lo stesso Tlìc non era concentrato, vagava con la mente recriminando sul passato sentimentale della sua partner: «Come si fa in tre anni non imparare neppure a fare un bocchino!»

«Oh Tlìc, come mi dispiace. Ma tu mi insegnerai, vero?» e gli si gettò a baciargli i coglioni. Per gratitudine lui le infilò due dita nella figa.

La TV, in prima serata trasmetteva un giallo di Maigret.

Filosofia

Fu proprio una notte su misura “luna di miele per Marghy”. Lui la prese supina e prona. La lanciò al galoppo sul suo cazzo e le sborrò in figa e contro al buco del culo: «Quanto è calda!» fu il gradimento. Nulla venne rifiutato: neppure un’abbondante colata in bocca.

Parlarono. Parlarono molto: di loro stessi e anche del futuro di ognuno di loro tre, Momò compresa. Come fosse un’unica famiglia: «Oggi, mentre ci baciavamo gliel’ho detto che se vuole potrei farle l’editing di tutti i suoi lavori. Lo faccio già per un paio di editori. Figurati se non lo farei volentieri per la mia Momò? – e cambiando completamente registro – Tu pensi che mi vorrai almeno un po’ di bene? Maschiaccio integralista!»

«È un bel casino quello che stai macchinando, Cocca. Devi sempre tener presente che io sono profondamente innamorato della Momò. Per me sei un capriccio: perché sei molto bella, simpatica e vivace. Per questo mi piaci tanto. Ma anche perché piaci tanto pure a Monica e in fondo questo rapporto fra di noi l’ha voluto lei….»

Assunse un’aria seria Marghy. Riflessiva: «È che anch’io… io l’amo. Gliel’ho pure giurato con tutto il rituale d’obbligo. E se tu la ami veramente, assolutamente non puoi che amare, contemporaneamente anche me.»

“Elementare Watson!”

«È un teorema non facile da capire ma ti assicuro che è così. E non riguarda solo noi tre. È una tendenza verso cui si indirizzerà la parte più evoluta del mondo: una grande ondata di bene sconfiggerà l’antico male. Dove il male è la gelosia, il possesso esclusivo del sentimento. E il bene, quello che trionferà, non sarà altro che la condivisione dei sentimenti, della passione…, dell’amore e, in ultima istanza, del corpo verso cui il reciproco amore è in movimento. È un antico pensiero su cui si sono scervellati intere categorie di filosofi. Secondo me e tanti altri studiosi della conoscenza umana, oggi abbiamo terreno fertile per affermare questi stili di vita che consegneranno il genere umano a una pace diffusa e duratura. E questo grazie a gente come te e La Momò che questi valori praticano e in essi credono»

Con poche parole, un vero libro stampato!

Marghy si era levata in ginocchio per affermare con maggiore enfasi la propria verità. Così, nuda ma tanto vivace e battagliera, nonostante le fatiche dell’amore, appariva agli occhi di Tlìc come una dea che conduceva una schiera mitologica di dei ed eroi o alla riscossa di uno dei tanti sacri obiettivi che le aveva affidata la fervida fantasia del popolo dell’antica Ellade.

Tlìc si era levato anch’egli e il suo sguardo puntava al batuffolo biondastro a chiusura del ventre anche se tutta la sua ammirazione era per i concetti che lei gli aveva snocciolato con sicura semplicità.

«Sì, Marghy, mi fa piacere poter dire che anch’io ti amo» e preso dall’entusiasmo le afferrò le natiche e appoggiò le labbra al ventre di lei, che venne tosto posseduta tutta da un prolungato brivido.

Improvvisamente però, lui, ebbe un’altra idea: la ribaltò… le fu sopra e introdusse il suo gingillo nella sua bocca per darle la chance del riscatto.

Lei prese a succhiare.

Il nuovo giorno stendeva già dal cielo i suoi tenui colori. Tlìc lo salutò con un urlo di godimento degno di un orango e le schizzò tutto fra i begli occhi: «Oh Tlìc, quanto mi fa felice averti fatto venire. Se non ci fossi riuscita non avrei chiuso occhio per una settimana» e così dicendo, strusciò il volto fra le sue gambe.

Nel ripulirle gli occhi dagli schizzi, lui, vi scorse quel luccichio che aveva imparato ad interpretare e non fece fatica a comprendere quello che lei si aspettava. Chiamiamolo pure premio.

E ti dirò che… ogni tanto non mi…

«Oh piccioncini miei, vedo che diligentemente avete curato le mie piante – e passando dietro a Marghy che stava preparando la colazione, le pizzicò una natica. Marghy indossava solo gli eleganti slip di pizzo della parure di nozze – E il culetto come va?»

«Ancora integro» rispose con orgoglio.

«Sospettavo che succedesse»

«Come?»

«Sì, so che è un’attività che a Tlìc non piace. Io mi misi anche a implorarlo e lui mi raccontò il perché del suo rifiuto. Gli dovetti chiedere scusa»

«Così hai il culo sano anche tu?»

«Ma no, vè. A me aveva già provveduto, ancora in tenera età, Berto. Il primo moroso. E ti dirò che… ogni tanto non mi dispiacerebbe…»

Dichiarazione di guerra

«Ma Tlìc…?»

Tlìc, in quel momento, era affaccendato in terrazza a curare le quindici piante esotiche che La Momo aveva addottato e così Marghy potè conoscere la triste epopea del culo di Tlìc.

«Sai cosa facciamo un giorno che siamo ‘fuori dai coppi’ tutti e tre, con molta delicatezza affrontiamo l’argomento e vediamo se riesce a superare l’impasse»

«Oh Momò, pensi sempre al bene degli altri, tu» Le si avvicinò come per sussurrarle qualcosa all’orecchio ma il tutto si tramutò in una vibrata slinguazzata al padiglione auricolare che coprì Monica di impulsi erotizzanti.

La guerra era stata dichiarata.

Marghy si ritrovò spinta contro la parete, gli slip a mezza coscia e tre dita che abbandonarono la sua figa solo dopo gli spasmi dell’orgasmo.

Il tutto proseguì sul divano con un vivace sessantanove.

Tlìc, intanto era sceso. Gettò un’occhiata a quell’intreccio umano e capì subito che sarebbe stato superfluo. Si mise al collo una fotocamera e uscì:

«Colazione vado a farla al Mocambo. Se a vostro comodo mi raggiungete oggi offro io.»

In terrazza, nuda, con solo un cappello di paglia in testa

Le domeniche d’estate, negli anni di cui parliamo, ci facevano trovare Bologna come una città deserta. Calda ed afosa veniva abbandonata dai propri abitanti per le colline adiacenti e per le più prossime riviere. L’aeroporto sparava voli charter uno dopo l’altro e i nastri d’asfalto delle autostrade contribuivano anch’essi allo svuotamento.

Il salotto della città in cui si era rifugiato Tlìc, al contrario delle operose giornate lavorative, diveniva un ameno luogo dove sorbire in pace un buon caffè, qualche fragrante brioche e le quasi vere notizie pubblicate sui giornali locali.

Il Mocambo era uno di questi luoghi di conforto a disposizione di chi per motivi di lavoro o di scarsa pecunia nelle tasche, era costretto a farsi l’abbronzatura in terrazza o sul Reno al Lido di Casalecchio, e il trekking settimanale fra il Nettuno e lo Chalet dei Giardini Margherita. Tlìc invece da un paio di mesi aveva rinunciato a turismo e vacanze per motivi di figa. Che lui spiegava con: «Ho una morosa che detesta spostarsi sia nei periodi di vacanza che nei giorni festivi, perché ci vanno tutti. – A cui aggiungeva – È che di mestiere fa la scrittrice ed è convinta di trovare le più astruse ispirazioni scrivendo in terrazza, nuda, con solo un cappello di paglia in testa. – Gli altri due elementi che aumentavano il suo estro erano – quel particolare silenzio della città abbandonata e un fidanzato attento a sostenerla nelle cadute di creatività con qualche cosa in più della solidarietà e del semplice affetto»

Aprì il Carlino e: «William, fammi un altro caffè e ancora una brioche»

Neppure il piacere di assaporare la burrosa fragranza della brioche e l’angusto ambiente perse tutta quella tranquillità che le riservava l’estiva domenica: erano arrivate Monica e Marghy in piena tempesta euforica. Parlavano ad alta voce e ridevano in maniera sguaiata per ogni nonnulla: «Abbiamo concluso in fretta e furia quanto stavamo facendo per correre qui da te e scroccarti la colazione più cara che ci sia. – E rivolte al barista – William, cosa ci puoi dare di veramente costoso?»

«Per una colazione veramente strafiga potrei fare qualche tartina al salmone e aprirei una bottiglia di champagne. Siete in tre, ne vengono due bicchieri a testa. Non credo che portino all’alcolismo anche se sono solo le dieci del mattino»

«Vada per la colazione strafiga! – Disse con entusiasmo Marghy – Direi che stamattina ci sta proprio – E avvicinatasi alla guancia di Tlìc gli confidò – sai cosa ha combinato la tua fidanzata? Hai presente come eravamo messe quando sei uscito?»

«Eravate intente a dire le preghiere del mattino» e giù a ridere.

«Beh, ha sbrigato tutto in due e due quattro, poi ha voluto uscire solo con una t-shirt e una gonna svolazzante. Senza mutande né reggiseno. E il bello è che ha preteso che facessi così anch’io. Ho il terrore che capiti qualcosa per cui debba chinarmi»

D’acchito, Tlìc estrasse la macchina fotografica. Toccò qualche pulsante e la appoggiò per terra fra le gambe della ragazza. Pochi secondi e la macchina automaticamente fece partire flash e autoscatto: tre clic e l’ingegnoso fotografo recuperò il suo strumento. Intanto era pronta la cosiddetta colazione da nababbi. Che venne fulminata nella più truce allegria.

La Momò poi si sganciò con eleganza dagli altri due: «Ne approfitto del vostro desiderio di fare una lunga passeggiata nella Città semi vuota per tornarmene a casa e provare a lavorare.» Detta così non lasciava alternative e Marghy e Tlìc, mano nella mano, seguirono il consiglio.

«Che bello, solo un giorno dopo il matrimonio sentirsi di nuovo fidanzata!» e si strinse a lui che non mancò di farle subito due scatti. «Non mi era ancora passato per la testa di andare in giro per Bologna con una gnocca senza mutande. Dove vuoi che ti accompagni?»

«Bisogna che mi decida di affrontare la realtà. Vado a casa dai miei… Se mi accompagni all’autobus…»

«Ma così senza mutande?»

«A casa ne ho un cassetto pieno e in autobus starò in piedi… Domani passerò a recuperare le mie robe e così avrò modo di ringraziarvi… Con te comincio subito.» E nel bel mezzo di piazza Maggiore gli diede un plateale fiocco. Il fischietto di un vigile urbano trillò insistentemente ma era per fermare un’auto che aveva violato la zona pedonale.

Fu una decisione contagiosa e anche Tlìc ebbe il desiderio di passare qualche ora con i propri vecchi che negli ultimi tempi aveva sentito solo telefonicamente.

Pranzò con loro e passò tutta la giornata coccolato da mamma che non avrebbe mai voluto lasciarlo uscire di casa, tanto che il saluto di mamma fu molto passionale, tanto che questo turbò il giovane che raccontò l’impressione alla fidanzata

«E così sei stato lì, lì per trombare mamma tua?»

«E ho dovuto impegnarmi molto per fermarmi.»

«Mamma l’ha percepito?»

«Era molto turbata ma non ha fatto nulla per fermarmi. Ho avuto l’impressione che nell’attimo in cui ho premuto il ventre contro il suo, lei abbia fatto altrettanto. Mi son detto: “Ma è mamma!” e mi sono staccato da lei»

«E adesso pensi di staccarti?» Tlìc in effetti allentò l’abbraccio ma fu per infilare la mano fra le cosce di Monica che si aprirono. Le dita presero ad accarezzare l’umida fessura. La bocca della ragazza era già impegnata in prolungati respiri. Le labbra di Tlìc imboccarono la direttrice del collo e in un attimo furono sui capezzoli per andare ben oltre.

«Non è, brutto depravato, che mi hai scopata pensando di farlo con mamma tua?»

Tlìc le sorrise mentre l’uccello lasciava cadere il suo nettare sul ventre di lei, che: «Dai, prendimi anche per di qui» Con una piroetta si era girata e con precisione gli aveva messo innanzi alla punta del cazzo il buco del culo palpitante.

Questo però non andò come Lei sperava. Il virgulto Tlìc aveva tenuto troppo a lungo l’erezione e il prolungato orgasmo che aveva appena goduto l’aveva sfinito. Adesso unico suo desiderio era quello di venire coccolato fra le braccia di Monica. Magari sognando di essere fra quelle di mamma. Monica capì e si prestò per far felice il suo giovane amante. E si addormentarono abbracciati.

Finché la vita non ti si aggiusta

Palazzo aveva appena battuto la mezzanotte che qualcuno prese a suonare convulsamente il campanello. Era Marghy che con uno strano timbro nella voce chiedeva di salire.

«… e così ho preso della cretina a tutto spiano per tutto il tempo che siamo stati a tavola. E so già che la mia famiglia non spenderà una parola per difendermi quando la notizia arriverà alle orecchie dei parenti che sono venuti da lontano. Mio padre poi è stato di una crudeltà che non mi sarei mai aspettata. Mi ha addirittura accusata di essere a conoscenza dei vizi di mio marito e di averli accettati per avere il coltello dalla parte del manico nella conduzione familiare. Ha concluso che il mio futuro sarà quello di passare da un letto a un altro per farmi accettare. Predicendo che sicuramente non riuscirò ad avere una famiglia e qualcuno che mi dia affetto e sentimento. Mia madre ha pianto per tutta la cena ripetendo continuamente “Che vergogna!… Che vergogna!… Che vergogna!” E mi ha detto che sarebbe stato bene che fossi andata a vivere nell’appartamento che abbiamo acquistato con Fulvio. Così la gente crederà che tutto procede come dovrebbe. Ma io lì non voglio mai più metterci piede.»

Marghy aveva vagato per la città. Era entrata in un cinematografo ma non ricordava che film proiettavano. Questo però gli era servito per concentrarsi su come organizzare la propria vita nelle successive ore e l’unica cosa che le era sembrata intelligente fare era di chiedere a Monica un tetto per la notte.

Monica e Tlìc non si erano preoccupati di rendersi presentabili nell’accogliere l’amica. Le avevano spalancato la porta e basta. Ora, nudi come li aveva lasciati l‘amore stavano ascoltando il suo scoramento. Monica di tanto in tanto l’abbracciava. Tlìc le teneva una mano con affetto. «Ti faccio io una proposta – disse Monica assumendo l’aria del capo-famiglia – perché non pensi di vivere qui con noi. Almeno finché la vita non ti si aggiusta. C’è la cameretta qui giù ma se vieni a dormire su nel lettone le notti diventerebbero più partecipate. Di come potremmo organizzare la convivenza di noi tre ne parliamo domattina a colazione. Al momento se ti spogli anche tu ci togli dall’imbarazzo di essere nudi e crudi. E se vuoi farti una doccia ristoratrice ti lavo volentieri la schiena.»

In un attimo fu nuda e s’infilò nel bagno mano nella mano con Monica. Tlìc, a cui l’uccello era rinvigorito allo stato di bazzotto, si lasciò cadere al centro di quell’immenso letto tutto per lui in quel momento. Nonostante la porta chiusa dal bagno giungevano fino a lui frizzi e lazzi che le ragazze emettevano sotto lo scroscio della doccia. Voleva dire che le tristezze di Marghy si erano affievolite e così rincuorato poté addormentarsi serenamente.

Saziami!

«Domani telefono subito al mio amico Giancarlo Bossi, avvocato divorzista di grande prestigio che inizi immediatamente le pratiche per l’annullamento del matrimonio presso la Sacra Rota. In definitiva mica l’avete consumato!» Monica si mise subito a disposizione per aiutare l’amica a risolvere il primo dei suoi problemi.

Il buon profumo del bagno schiuma che le ragazze si erano portate dal bagno aveva riempito la stanza. Tlìc aprì un occhio e gli venne da sternutire. Le ragazze presero posto nel lettone ognuna a un suo fianco. Marghy, tanto per dire quanto si fosse rasserenata, la prima cosa che fece fu quella di prendere in mano la verga del ragazzo e col pollice ad arzigogolare attorno al cosiddetto cordone della cappella. Tlìc sospirò profondamente. Si volse verso di lei e, lingua in un orecchio e una mano fra le cosce…. Il resto… come ogni buona chiavata comanda.

Una delle abitudini che Monica aveva trasmesso a Tlìc era quello di spargere il frutto del suo orgasmo sul seno di lei che provvedeva immediatamente a massaggiarselo su ognuna delle poppe. Era un artifizio che la sua amica Gloria aveva appreso dalla moglie del suo amante: «Vedrai quanto sarà ancora sodo fra dieci anni se lo manterrai sempre trattato con questa portentosa sostanza». Tlìc glielo sparse centimetro su centimetro sotto l’attento sguardo di Monica che sulla nuova amica puntava assai. Poi visto che l’ammennicolo del suo giovane fidanzato era ancora in perfetto tiraggio ci si buttò sopra anche lei al grido di «Saziami!».

Così evolse la nottata.

Le prime luci del mattino sciolsero quell’armonico groviglio umano

La finestra spalancata per dare frescura a quella calda notte, lasciò entrare le prime luci del mattino che sciolsero quell’armonico groviglio umano che spontaneamente si era formato.

Fu una lunga colazione al termine della quale si può dire che era nata una nuova famiglia. Anche se, onestamente assomigliava più a un parco giochi sessuali. D’altronde tutto ciò avveniva nella residenza della porno-scrittrice più in auge in quel momento.

«Se ho ben capito – chiese conferme il Tlìc – dopo la breve cerimonia pagana che seguirà la nostra colazione, l’ipotetico stato civile di questa strana famiglia dovrebbe risultare così: Monica Martinelli, capofamiglia, Adelmo Bencnivenni, fidanzato della suddetta. Margherita Brancacci, detta Marghy, amante della suddetta Monica, non che del suddetto Adelmo, detto Tlìc. Ognuno di loro avrà pari diritto ad utilizzare ’le grand lit’ e il dovere a partecipare, ognuno in quote uguali alle spese domestiche.»

Vi fu uno scoppio di allegria. I tre si abbracciarono e come prevedibile con un giro di lingua-in-bocca. Marghy dalla gioia mise mano al pacco di Tlìc che reagì di conseguenza: sdraiò la ragazza sulla parte libera da tazze e tovagliette del tavolo e, con mossa fulminea, calatele le mutande glielo infilò.

«Veloce ma sincera!» Fu il commento a posteriori di lei.

Monica, quasi incredula di come così in due e due quattro si potesse godere di un orgasmo completo, sfilò platealmente le sue e agitandole a mò di bandiera si avviò verso le grand lit chiamando a raccolta tutta la famiglia.

*****

Fu così che la professoressa Margherita Brancacci entrò a tutto diritto nella famiglia di Monica Martinelli, a quel tempo scrittrice hard-core, oggi produttrice di cinematografia senza veli.

E vissero tutti felici e contenti.

Bologna, 3 febbraio 2019


[1] Borazzo e Saiano = ambedue i termini nello slang bolognese si riferiscono a persone rozze o grezze. Forse anche maleducate

[2] Mia figlia? Per me ha a mano un impotente (oca morta)

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