Le porkeriole di Flavia

diario e fantasie di una scrittrice di bella presenza

Quella bollente estate del ’78

Prima di consegnarvi alle verosimili pagine di questa storia più o meno vera ci corre l’obbligo di informare gli ipotetici ed eventuali lettori che…

la vera storia iniziò nell’estate del 1978 a Riva Azzurra, oggi, in provincia di Rimini.

Quasi tutta si consumò nelle stanze, terrazze e parco dell’Hotel Bellevue de la mer. Protagonisti di quella invidiabile stagione di libertinaggio furono:

Tlìc, alias di Adelmo Bencivenni, n. 1953 (25 anni nel ’78)
Bernagozzi Giulia in Bencivenni, madre di Tlìc, n. 1930 (48 anni nel ’78)
Adalgisa Bencivenni, sorella di Tlìc, n. 1950 (28 anni nel ’78)
Marghy, ovv. Margherita Brancacci, n. 1951 (27 anni nel ’78)
La Momò, ovv. Monica Martinelli, n. 1942 (36 anni nel ’78)
Milly, ovv. Emilia Sofferini in Braibanti, n. 1946 (32 anni nel ’78)
Rosy, Rose Duvaliér, n. 1960 (19 anni nel ’78)
Silvia, Sylvie Duvaliér, n. 1956 (22 anni nel ’78)
Marie Claire Baldrati in Duvaliér, n. 1938 (40 anni nel ’78)
Charles Duvaliér, n. 1934 (44 anni nel ’78)

Dopo il successo di Ma chi sarà mai questo Carlo-Carlo? storia meno vera, ma con la partecipazione straordinaria di alcuni ectoplasmi, Flavia Marchetti, si accinse a raccontare quella storia di circa 40 anni prima. E il primo dicembre 2018 l’editore ha potuto presentarla all’Hotel Roma di Bologna. Una toccante rimpatriata di quelli che ne sono stati, allora, i protagonisti. Un bagno di folla fra fans e appassionati del genere.

È stata anche l’occasione per annunciare che la II edizione aggiungerà in postfazione un ulteriore scorcio dell’intima vita de La Momò, Marghy e Tlìc.

Tutto questo sempre per l’intrigante prosa di Flavia Marchetti, scrittrice di bella presenza, nata a Bologna nel 1988.

E quella che segue è già la II edizione

Bologna 1 dicembre 2018

L’EDITORE

#01- Non è consentito il parcheggio

Il Voxson prese a trasmettere Estate con la confidenziale voce di Bruno Martino. Margherita non resisteva mai alla sensualità di quella canzone. Così, giratasi tese a Tlìc, sul sedile posteriore, le labbra per un bacio. Tlìc le prese dolcemente la testa fra le mani e le riempì la bocca con la lingua.

Rosy aveva distolto la destra dal volante per inserirla fra le cosce che l’amica aveva scoperto nel girarsi per quel gesto affettuoso.

Questa se n’era guardata bene dal respingere quell’intima intrusione. Anzi aveva allargato le cosce e quando la mano aveva raggiunto la meta si era messa a mugolare a bocca piena. La mano era calda e sapeva quel che faceva.

«Rassegnatevi piccioncini, siamo in stazione» e frenò.

«Dovrei pretendere che finisti il ditalino. Troveremo sicuramente tutti gli scompartimenti pieni di gente con i bambini che scorrazzano in ogni dove. Sarà dura anche per Tlìc accontentarmi»

«Posso sempre finirti adesso qui. Non c’è nessuno nei paraggi»

«Signorina, – neanche avesse sentito – qui può solo far scendere i trasportati. Non è consentito il parcheggio» erauna guardia municipale.

«Ci lasci almeno dare un bacino… Loro, partono e ci rivedremo sì e no fra un anno…»

«Spostatevi in quell’angolo. Lì non rompete gli zebedei a nessuno» e cominciò a dar fiato, al fischietto per un pullman che scaricava turisti in un posto dove proprio non avrebbe dovuto.

In un baleno la piazza si riempì di gente.

«Addio al nostro ditalino di fine vacanza» concluse con amarezza Margherita.

«Peccato. Mi sarei messa dietro fra di voi: io l’avrei fatto a te e Tlìc a me. Sarebbe proprio stato il giusto finale della vostra vacanza trasgressiva»

Perché proprio così erano trascorsi quei dieci giorni all’Hotel Bellevue di Riva Azzurra. Dieci giorni in cui nei capanni della spiaggia e nelle camere dell’albergo, attorno a Margherita, Marghy, e all’imperturbabile Adelmo Bencivenni, Tlìc per gli amici, aveva volteggiato la trasgressione erotica tout court a beneficio di insaziabili appetiti.

Rosy, la così detta: puttanella dell’albergoPutta come l’aveva soprannominata Tlìc o Nella, come invece la chiamava Margherita – aveva voluto accompagnarli alla stazione per un abbraccio ancora.

«Dovrei salutarvi come faccio sempre con i migliori clienti. Ma con voi è stato di più. Tutt’un’altra cosa. Da questo momento soffrirò l’ansia che tutto questo sia stato il solito sogno che si dissolve nel solito risveglio. E non sono la sola che ne soffrirà così»

Qualche lacrima.

#02- Un attico sulla via Ugo Bassi

Lo stare assieme di Marghy e Tlìc era una cosa complessa.

A Marghy era andato a mal partito l’inutile matrimonio con il fidanzatino dell’adolescenza. Lui si era sbagliato su tutto e aveva voluto cambiare completamente vita. Era andato a vivere con Maurizio, amico d’infanzia. Ma perché farlo, con grande scandalo, proprio poche ore dopo il fatale ? Però, era andata così.

Tlìc, di quel matrimonio era stato il fotografo ufficiale che poi aveva usufruito del relativo jus primae noctis, sostituendosi all’ipotetico marito in tutto e per tutto e anche oltre. Tlìc, però, non era singol nel vero senso della parola perché si era installato e viveva in casa di Monica. Bella giornalista e scrittrice, alquanto spudorata e trasgressiva.

Monica, aveva qualche anno in più, sia del fotografo che della mogliettina piantata e con senso materno, aveva ospitato Marghy quando questa aveva dovuto lasciare la coniugale dimora.

Monica, ragazza alquanto perspicace, aveva intuito che la sposina rifiutata dimostrava un’esagerata curiosità verso il mondo lesbico. Che lo fosse senza saperlo? E, Monica i giochi saffici non solo non li rifiutava, ma li cercava.

Alla bella scrittrice piacque quella situazione che si prefigurò e che la vedeva dominatrice di due fighe e un cazzo.

Un’organizzazione familiare un po’ anomala per i tempi. Si era nel pieno della Prima Repubblica, 1978, dove preti e parrocchie avevano tanta voce in capitolo.

Comunque dopo i primi tre mesi sembrava che l‘armonia fra i tre fosse idilliaca. Soprattutto dopo che questi avevano convenuto i ruoli di appartenenza a quella piccola comunità.

Se inizialmente Tlìc era il fidanzato di Monica, poi ne era diventato l’amante, mentre Marghy, entrata quale amante, aveva guadagnato un livello, ponendosi ora quale fidanzata e come tale con il diritto di utilizzare la stanza matrimoniale per il riposo e le trombate con il baldo Tlìc. Ben lieto di ricoprire entrambe i ruoli e scorrazzare in tutta libertà fra le parti erogene sia di Marghy che Monica. Con grande apprezzamento di ognuna di loro. Che poi, sempre più frequentemente, si congiungevano con le dita o, rovesciandosi, con le lingue. Riempendo il talamo con loro gorgheggi di piacere. «Le mie dolci sirene!» Aveva esclamato Tlìc la prima volta che si era trovato al cospetto di siffatti giochi. Per poi immergersi anch’egli in quella sensuale danza.

Tutti felici e contenti vivevano nell’appartamento di Monica: un attico sulla via Ugo Bassi, al cui mantenimento contribuivano tutti e tre, così come per le necessità di ogni giorno.

Per gli inquilini di quell’ oasi di liberalità, il sesso non era cosa sporca e quindi non lo si risparmiava.

L’armonia era perfetta.

#03- Stanza al quinto piano, terrazza vista mare

L’idea di quella vacanza al mare era venuta a Monica. Lei doveva consegnare all’editore nel giro di sessanta giorni il manoscritto di un romanzo. Il romanzo era compiuto. Mancava solo un generale ripasso alla ricerca di refusi e incongruenze linguistiche. Monica aveva preso l’abitudine di rivolgersi a Marghy per i suoi studi e competenze. Marghy era assistente alla cattedra di Letteratura Romanza all’Università di Bologna. Così, la porno scrittrice, aveva offerto a lei e al fidanzato, Tlìc, un ritiro a sue spese, in una tranquilla località per licenziare le cartelle del manoscritto. Ma anche per toglierseli di torno in quel periodo che la vedeva impegnata a concupire un virgulto americano con sangue pellerossa nelle vene: «Dice di essere pronipote di Barboncito (Hástlin Dághá, il suo nome pellerossa), famoso capo Navajo che passava per essere nato fra i coyote»

E Monica ci teneva ad avere storie sentimentali con tipici maschi di lontane latitudini: «Quando è esotico l’orgasmo è sempre uno sballo. Oltretutto mi dà spunti originali per nuove storie»

Così un lunedì di agosto, Marghy e Tlìc, giunsero all’ Hotel Bellevue di Riva Azzurra con due valige, non troppo grandi, una macchina da scrivere portatile, una cartella con alcune centinaia di fogli scritti a mano, tre macchine fotografiche, un cavalletto, venti rullini fotografici. Cinque bikini per lei e due slip da bagno, in tessuto cangiante, per lui.

Era stata Marghy a scegliere dove prenotare. Lì ci aveva passato una vacanza con i genitori quando era ancora alle scuole medie. Lì, sulla terrazza, guardando romanticamente il mare, aveva provato per la prima volta l’emozione di far una a sega a un occasionale amico. Ricambiata da un ditalino, allora catalogato come “fantastico”.

E così al telefono: «Mi raccomando, la stanza al quinto piano con terrazza vista mare»

E Tlìc, chiosò quella richiesta: «Sarà tutta una trombata al chiaro di luna con il rumore del mare nelle orecchie!»

«Oh Tlìc, sarà come una luna di miele – poi facendosi pensierosa – ben diversa da quella che avrei potuto patire con il mio legittimo marito.» Marghy era in attesa di sentenza di annullamento di matrimonio.

Visto che se ne parlava lui le aveva sollevato la gonna e, liberato il gingillo, aveva cominciato a spingerlo contro il basso ventre di lei cercando di infilarlo laddove andava infilato. La differenza di statura poneva qualche difficoltà e dovette essere Lei ad instradarlo nella giusta via, issandosi sul tavolino del telefono. Robusto assai!

«Te ne darò tanto… tanto… tanto» promise Tlìc. E prese a chiavarla con affondi che parevano regolati da un metronomo.

«Speriamo che basti! – fra un ansimo e l’altro – Il mare, anche solo ad evocarlo mi aumenta l’appetito»

#04- Hotel Bellevue de la mer

Treno fino a Rimini poi autobus.

Era una gran bella ragazza quella che li accolse nell’hotel. Molto gentile e tanto disponibile alle richieste di Marghy. Quasi indifferente alle occhiate e ai sorrisi di apprezzamento di Tlìc.

Era una giornata limpida senza una nube nel cielo e il sole già alle dieci faceva sentire tutta la sua potenza calorica. Tlìc non perse tempo si tolse di dosso ogni cosa per indossare un costume. Sarebbero andati in spiaggia e avrebbero fatto il bagno. Prima però uscì tutto nudo sul terrazzo. Si appoggiò alla ringhiera guardando a destra e a sinistra. Voleva rendersi conto di quello che c’era nei dintorni. E d’intorno, su uno altro balcone c’era la ragazza che li aveva accolti alla reception.

Tlìc non era un Adone ma neppure da buttare via. Un metro e settantotto, longilineo, moro e non riccio, con muscolatura non appariscente. Pelle non troppo chiara: rendeva bene se un po’ abbronzato. Un tipo molto normale, non male che non aveva mai sconvolto nessuna femmina. Quello che, invece, era stato sempre apprezzato quando si era mostrato, era l’uccello o cazzo che dir si voglia. Non erano troppe quelle che avevano avuto la fortuna di conoscerlo: Moira che l’aveva detestato soprattutto per la costante richiesta di essere coccolato fra le sue cosce. Ma quella era una storia già finita. Monica, ovvero La Momò e Margherita, Marghy, che amichevolmente se lo contendevano lo apprezzavano per le forme, gli attributi e la generosità con cui accontentava sempre ogni loro capriccio. E questa è storia dei giorni di questo raccontare.

Diciamo che Tlìc, proprio di ciò, si sentiva orgoglioso e anche vanitoso più che mai soprattutto per gli apprezzamenti delle due belle ragazze di cui era concubino.

Si sa che le lodi spesso generano cadute di narcisismo in chi le riceve. E anche il nostro Tlìc, alias di Adelmo, non sfuggiva alla regola e dal momento che si trovava nudo su un balcone in bella vista a una giovane sconosciuta, scatenò in lui una tempesta narcisistica. Innanzitutto il membro si irrigidì ed eresse e lui cominciò a mettersi in posizioni dove presumeva che meglio risaltasse il suo vigore. La ragazza invece parve non entusiasmarsi a quella visione e non diede alcun segnale di averlo notato. Dopo una irrilevante, casuale occhiata continuò imperterrita a stendere la sua biancheria.

Marghy, anche lei, prima di ricoprirsi con un bikini pensò di fare passerella sul balcone. Lei, al contrario ebbe tutto l’apprezzamento dalla medesima ragazza che con un ampio sorriso agitò la mano in segno di saluto facendo anche altri segnali di apprezzamento per quel suo corpo prosperoso e per il triangolino che risaltava a fondo pancia, che lei stessa aveva curato. Proprio perché facesse la sua bella figura.

Marghy le mandò un bacio aereo.

«Tlìc, ho fatto colpo»

«Io no – rispose lui con amarezza – Dimmi Marghy lo trovi anche tu indifferente il mio gingillo?» e si calò lo slip che aveva appena indossato. Tronfio come pochi riapparve il fallo di cui lui andava così fiero.

A quella vista Marghy ebbe uno scatto di gioia e con orgoglio allargò le labbra alla sua baffiona.

«Pare che sorrida» commentò distrattamente Tlìc.

«Importante è che tu non la faccia piangere»

«Piangere no. Ma se si inumidisse si potrebbe festeggiare l’inizio della villeggiatura»

«Sta già singhiozzando. È bagnata da quando l’hai tirato fuori»

Tlìc fece un passo verso di lei e la strinse forte a sé facendo tutto quello che si deve fare in situazioni del genere: lingua–in–bocca e la fava a far scorribanda fra le cosce. Sfregandola con vigore contro il di sotto della patacca, come la chiamano, lì, in Romagna, e data la stazza del ninnolo, fin contro e cul. Per dirla sempre alla romagnola.

Marghy con quell’argento vivo fra le gambe assecondò lo strusciamento con tutta una sua danza propiziatoria alla penetrazione. Tlìc, con non troppa grazia la sdraiò sul letto e s’insinuò in lei. In effetti la figa aveva pianto come sanno piangere solo le fighe. Era colma di lacrime, sicuramente di gioia, dal momento che la ragazza sciorinava il proprio godimento tessendo lodi all’uomo e al suo cazzo. Pervasa da una tempesta di fremiti che sentiva generarsi attorno al perineo e risalire per esplodere sui capezzoli.

Tlìc da buon nocchiero tenne ben dritta la barra del timone senza lasciarsi distrarre dalle dita di lei che si erano messe a trastullare la parte superiore della propria crepa. Con brevi scatti, iniziò a ritirare la verga per poi riaffondarla nel più profondo intimo di Marghy e, tenendola lì, ben spinta, borbottò per ben tre volte «Ecco!» svuotandosi in Lei.

Finalmente il cazzo poté lasciarsi andare nel tepore del corpo di quella giovane femmina che continuava a fremere e godere.

Il volto di lei era un fuoco. Con gli occhi spalancati traeva profondi sospiri per poi chiuderli languidamente rilassando completamente ogni muscolo coinvolto.

Tlìc poi appoggiò il volto fra le di lei cosce ad osservare la villosa fessura che di tanto in tanto rigurgitava un po’ del seme elargitole. Ma non si accontentò e afferrata al volo una macchina fotografica –Sempre e ovunque appresso! (Il motto di lui) immortalò le ultime due gocce che venivano a prendere aria.

Tlìc è sempre stato di poche parole ma ben deciso nelle azioni per cui non meravigliamoci se, posto le mani sotto le chiappe di Marghy, ne sollevasse il bacino scuotendolo diverse volte sicché, se fosse rimasto ancora qualche residuo della sua sborrata, sarebbe fuoruscita.

Nulla colò e allora appoggiò la bocca alla vulva e lasciò che la lingua fosse scopa del loro godimento.

«Oh Tlìc…» gemette con un fil di voce Marghy e si abbandonò al piacere che di lì a poco l’avrebbe squassata in altri due orgasmi, uno a rimorchio dell’altro.

Con «Hai una vorace figa brodosa Marghy» Tlìc suggellò la prima trombata di quella vacanza. E tirò su la cerniera lampo dei jeans.

Adesso potevano anche andare in spiaggia.

Una bella dormita rigeneratrice sotto l’ombrellone poi un tuffo nel mare tanto per far venire l’ora per un buon aperitivo.

#05- Il capanno era verniciato di bianco con strisce rosse.

Al bar della spiaggia Marghy e Tlìc presero confidenza con la vita da spiaggia. Fecero conoscenza con Milly, la barista, che sembrava interessata ad approfondirla più con Marghy che con Tlìc. Lui, sempre in preda al risvegliato narcisismo cercava di mettere in mostra il pacco che si intuiva sotto l’aderente costume da bagno, ma nessuna delle femmine a cui lui premeva in quel momento, far notare gli attributi celati, sembrava interessata a prenderli in considerazione. Al contrario, qualsiasi atto facesse Marghy, veniva accolto con interesse. Quasi tutti i bagnanti anche quelli al di sopra dei cinquant’anni allungavano il collo per seguire le movenze di quel culazzino che agitava con sapiente grazia. Il suo successo si era poi manifestato con la biondina del bar del bagno che quando a Marghy si era slacciato il reggiseno del costume, lei era intervenuta, solerte, a rimetterglielo a posto.

«Non posso crederci, Tlìc, nell’aiutarmi mi ha palpato una tetta!» Aveva sussurrato, all’orecchio del fidanzato.

«Ma dai, Marghy, vedi attacchi saffici ovunque. Non è che ti mancano le pistolate con Monica?»

«Se debbo dirti la verità la biondina me la farei volentieri»

«Se vuoi provarci so come fare per verificarne le tendenze»

«Che sarebbe?»

«Sta a vedere»pagò le bibite, prese per mano Marghy e si avviarono verso l’uscita del bagno. Ma prima di varcarne la soglia Tlìc diede alcune istruzioni a Marghy che si lasciò andare su una seggiola che era lì nei pressi, assumendo l’espressione di chi sta subendo un malore. Tlìc con fare apprensivo tornò verso al bar:

«Scusa Milly, non è che hai un flacone di sali nel pronto soccorso? Marghy si è sentita male»

Milly cadde nella trappola e come un fulmine fu subito accanto a Marghy. Le controllò il polso e di seguito domande di rito: «Sei incinta? Sei mestruata? Fa sentire se hai la febbre?»

Pareva un medico la barista e appoggiò le labbra alla fronte di Marghy che le prese una mano stringendola con vigore.

La barista indugiò a lungo con le labbra sulla fronte e forse ne approfittò per lanciarle qualche eloquente segnale, tanto che quando abbassò il volto e si ritrovò a pochi centimetri dal suo naso, Marghy, con uno scatto, fu sulle sue labbra per infilarle la lingua in bocca.

Lì intorno non c‘era anima viva.

Marghy aveva gli occhi azzurri. Milly, verdi.

Per mano, assieme corsero verso il bar.

Tlìc fu piantato, lì, in asso.

Con calma si accese una sigaretta. Qualche boccata scrutando oziosamente cielo e mare, poi con lentezza si avviò nella medesima direzione.

Nel locale non c’erano né personale né clienti. Qualche brusio giungeva dal magazzinetto che si apriva dietro il banco. Su questo il bicchiere con ghiaccio e accanto una bottiglietta di Campari Soda. Un tovagliolino con scritto in fretta e furia, “Tlìc ti amo. M.”

Tlìc si appoggiò al banco e versò l’aperitivo nel bicchiere.

Sì e no un quarto d’ora e dal magazzinetto sbucarono Marghy e Milly. Milly indossava la parte superiore del bikini di Marghy e lei la maglietta colorata di Milly.

«La porca, ha voluto leccarmi la patacca a tutti costi. Lei la chiama l’ostrica. È una che ci sa fare sul serio. Mi ha fatto venire in due e due quattro – erano nella cabina/spogliatoio a cambiarsi – Adesso, Amore, mi piacerebbe farti un bocchino» e gli si strusciò contro umettandosi le labbra con la punta della lingua.

Né sì, né no. Tlìc lo prese in mano, lo scappellò e glielo offrì. Marghy si inginocchiò.

«Mi spruzzerai in faccia… vero?»

«Se vuoi»

«Oh, sì. Mi piace da matti» e aprì la bocca.

Il capanno era verniciato di bianco con strisce rosse.

In quel bugigattolo riservato ai bagnanti c’era solo una panchetta. Tlìc era seduto e si appoggiava alla parete fatta di assi: gambe aperte, ginocchi divaricati. Fra questi, inginocchiata, Marghy lavorava con precisione la cappella del suo amato. Lui in una sorta di mistico rapimento, ad occhi semi chiusi, volgeva lo sguardo all’ alto.

Non c’era illuminazione in quel casotto. Dalle fessure fra gli assi della struttura penetrava qualche riflesso del sole che forniva all’ambiente una sensuale penombra.

La lingua di Marghy regalava a Tlìc frecciate di piacere.

Tlìc avrebbe voluto essere nella loro stanza d’albergo e poter montare sopra a quella femmina per portarla con sé in quell’ipotetico volo fatto di fremiti e brividi che la lingua di lei stava generosamente regalandogli.

«Socc’mel Marghy, sbocchini da dio!» un afflato, forse non troppo poetico, con cui lui volle esprimerle tutto il suo entusiasmo e gratitudine.

In quel preciso momento la lingua di lei impazzava attorno al cordone della cappella. Il punto più sensibile del suo uccello.

Avrebbe voluto baciarla, accarezzare con la propria lingua quella propaggine indiavolata che gli stava dando tanto godimento. Ma come si potevano conciliare le due attività? Lei avrebbe dovuto interrompere e staccare la bocca dal pezzo, proprio ora che pareva… Pareva… Pareva…!

Tlìc aveva preso ad agitarsi sulla panchetta dimenando le chiappe, Marghy era andata oltre all’anello del glande. La sua bocca si era impossessata di una ulteriore porzione di cazzo e succhiava spinta da un’irrefrenabile pulsione. Lo splish-splash delle ganasce cresceva di momento in momento.

Tlìc avvertì una massa che si stava staccando dalle intime profondità dello scroto e risaliva per i meati che madre natura aveva predisposto.

In quel parossistico barlume, il ragazzo, di sentimenti socialisti, collegò i sommovimenti di quell’orgasmo all’eloquente immagine del Quarto Stato del Pelizza da Volpedo, mentre un’avanguardia di quella massa, schizzò nella gola dell’eccitata pompinaia che si tolse il cazzo dalla bocca anticipando i successivi getti.

Ora, stando ai patti, Tlìc, a cui era passato il testimone, diresse democraticamente gli schizzi verso più parti dell’angelico viso di Marghy.

Nel casotto l’eccitazione era all’acme:

Marghy, in un cantone, libera da impegni con il cazzo poteva regalare alla propria patonza un agognato ditalino.

Lui, nell’asciugare l’uccello verificò se questo avesse ancora energie da spendere e vedendo la generosa Marghy assatanata nel darsi il piacere artigianalmente, le andò contro e con un preciso affondo si insinuò in Lei.

Dopo un bocchino di quel tono per tornare a gusto c’è bisogno del suo tempo. E prima che si placasse il loro desiderio e si risistemassero in un urbano abbigliamento, furono sollecitati dal bussare a quel capanno che fungeva anche da spogliatoio collettivo.

Mormorii ed eloquenti sghignazzate da una piccola folla li accolse quando uscirono.

Un po’ vergognandosi se ne andarono verso il bar. Mano nella mano, per rinfrancarsi con un ultimo aperitivo.

Milly esplose in una sonora risata, poi rivolta a Tlìc:

«Guarda te… Lei ti ha fatto una pompa e tu lasci che rischi di essere derisa da tutti quelli che la incrociano» E giù a ridere.

«Ma cos’è che dici?»

«Sborra fresca sui capelli sopra l’occhio destro. Due schizzi»

Tosto, Marghy, si parò innanzi a uno specchio e abbracciò Tlìc. Esplose una risata collettiva.

«Ah Milly, come mi piacerebbe oggi averti a pranzo con noi. Ma tu devi stare qui. No?»

«Ma no, ve’. Fra dieci minuti finisco il turno e viene Gloria a sostituirmi»

06 – Marghy, sei tremenda

L’Hotel Bellevue, volendo, apparecchiava i pranzi nell’elegante giardino. Il tavolo era un po’ nascosto alla vista degli altri commensali da una rigogliosa siepe. Una sorta di nicchia ideale per lasciarsi andare anche a gesti inusuali per un ambiente elegante come era la pretesa di quell’Hotel.

Cominciò Marghy levando il bicchiere: «Un brindisi all’eterna salute del cazzo di Tlìc che non si fa trovare mai floscio» I bicchieri tintinnarono.

«Com’è sta storia del mai floscio? Voglio vedere»

Non ci fu problema: «Prego» Tlìc si alzò e calò gli short. Come annunciato apparve il pene in tutta la sua magnificenza: eretto e in perfetto turgore.

Milly sgranò gli occhi e volle toccare con mano. Fu una carezza calda e delicata che scatenò l’eccitazione del ragazzo: la brancò, la strinse forte e le ficcò la lingua nella bocca. Non ci furono proteste né Lei né da parte di Marghy e così restarono abbracciati per un buon po’. Finché:

«(Due colpetti di tosse) I signori debbono ordinare?» Era la bella ragazza del balcone e della reception. Nessuno arrossì: tre risotti di mare, tre fritti di mare, una bottiglia di verdicchio.

«Era da quando ti ho vista che avrei voluto farlo» si scusò Tlìc per il repentino atto.

«La stessa cosa anche per me – aggiunse Milly – il mio obiettivo però era Marghy. Ma come stanno andando le cose direi che si può proseguire anche così»

La preparazione dei risotti richiede parecchio tempo, così Milly poté presentare sé stessa con dovizia di particolari.

«Non sono lesbica. Mi piace il cazzo e adoro quello di mio marito. Lui si chiama Mirko. Ha 42 anni ed è uno dei più famosi psicoanalisti d’Europa Siamo sposati da tre anni. Ho 29 anni, sono laureata in medicina, ma non ho mai esercitato la professione. Di professione faccio la moglie di un uomo ricco e famoso»

«E cosa ci fai al bar del bagno?» chiese Marghy.

«A giugno abbiamo festeggiato il terzo anno di matrimonio. Abbiamo invitato gli amici in un elegante albergo di Faenza, dove abitiamo. È stata una gran bella festa. E alla notte, nello stesso hotel abbiamo consumato due stupende trombate giurandoci, una volta in più eterno amore.

Erano le tre della notte, eravamo esausti, felici e non avevamo nessuna voglia di dormire. Abbiamo parlato e parlato. E Mirko mi ha fatto una proposta per il futuro: fare un figlio. Prima però avremmo dovuto toglierci ogni eventuale grillo dalla testa. La proposta è stata di depurarci uno dall’altro e dal mondo in cui avevamo vissuto fino a quel momento. E, per un periodo di tre mesi, vivere ognuno per conto proprio in nuovi ambienti e contesti. Io ho scelto di venire sulla costa e ad adattarmi ad un umile lavoro. Lui so che è andato in uno dei paesi dell’Est. Non so cosa faccia. Un suo amico ha voluto farmi sapere che tromba come un riccio. A costui però non ho voluto darla anche se in questi tre mesi, sia io che Mirko, abbiamo completa libertà di prendere o dare.

Una proposta che mi ha commossa e così gli ho detto che se voleva, di me, poteva prendersi anche il culo. Quel culo che avevo tenuto ben stretto per oltre tre anni. L’ho considerato una sorta di pegno per questo periodo che ci sta tenendo lontani l’una dall’altro. Sinceramente pensavo fosse un rito più romantico e delicato. Invece, non posso dimenticarne l’intensità: ci eravamo alzati per prenderci ancora una coppa di champagne che quella sera era scorso abbondantemente. Eravamo in piedi. Sorridenti, io, a due palmi da lui. Con un solo sguardo noto un ghigno satanico disegnarsi sul suo volto e contestualmente vedo la sua becca risorgere senza che le sue mani intervengano. Mi gira violentemente. Non mi oppongo! Mi tiene ferma. Mi intima di non fiatare, mi piega e mi appoggia al muro. Io mi aspetto che lui mi prenda il seno tra le mani e mi penetri da dietro. Inizia una sua litania baciandomi e mordicchiandomi sul collo e sulle spalle: “Sì! Il tuo sedere! Tu me lo vuoi dare perché, tu sei nata per fartelo dare in culo” e me lo spinge dentro.

Urlai. E continuai ad urlare mentre mi sbatteva contro il muro. Le mani aperte a sorreggermi.

“Quanto è forte e brutale” pensai quando sentii il cazzo tutto dentro. Innanzi agli occhi presero a balenare punti luminosi. E fu un vero godimento quando il suo caldo getto mi colmò.

Anche oggi di quei fervidi momenti ne sento una vivida nostalgia.

Il 10 ottobre abbiamo già la stanza prenotata all’Hotel Kursal di Riccione per verificare se siamo riusciti a depurarci e proseguire con il progetto. Io ne sono entusiasta»

Tlìc abbozzò un’ipotesi di compensare il suo rammarico ma Milly con un perentorio «Il mio culo è patrimonio del mio unico e amato bene che per primo l’ha conquistato e fatto godere» gli smorzò ogni recondita velleità.

Questa volta fu Marghy ad alzarsi per infilare la lingua in bocca a Milly.

«Però! – la solita ragazza della terrazza e della reception – Ecco a voi i risotti»

Senza dir oltre i tre divorarono il primo e seccarono il fresco verdicchio.

Un leggero stordimento li invase. Ridevano platealmente solo a guardarsi. Tlìc si era alzato un paio di volte per baciare le ragazze. A Marghy aveva aggiunto una palpata di tette.

«E io chi sono?» aveva protestato Milly.

Tlìc aveva pareggiato i conti.

«Scusi signorina… – Erano arrivati i fritti – Se la signora qui con noi volesse dormire nella nostra stanza cosa dobbiamo fare?»

«Niente di particolare. La registriamo come ospite. Un letto in più c’è già. Aggiorniamo la tariffa. Se mi dà un documento provvedo io immediatamente» Milly era arrossita e aveva lanciato uno sguardo interrogativo a Tlìc ma aveva consegnato alla ragazza il documento.

Dal balcone della stanza si vedeva la casamatta del bagno in cui lavorava Milly. Lei lo notò: «Eh, si vede Gloria che fa i caffè – poi ritirandosi dal parapetto – quella vacca. Me l’ha data il primo giorno, poi è venuto in licenza il suo ganzo che è militare e non me l’ha data più» Mentre ascoltava quella reprimenda Marghy le riordinava i capelli e la baciava delicatamente sul collo. Milly fremeva ogni volta che le labbra si spostavano: «Sei tremenda Marghy, sono già tutta bagnata. Leccamela!» e furono subito nude e allacciate sul letto.

Tlìc, fece per un po’ da spettatore, scattò loro un paio di foto poi, non volendo spararsi una sega, come gli suggeriva quella scena, lì, innanzi ai propri occhi. Decise di lasciarle arrovellare nel loro spettacolare godimento e fece per uscire.

#07 – La pluie d’or

Le ragazze che intanto avevano esaurito la loro prima performance stavano coccolandosi vicendevolmente e fra risatine allusive fermarono Tlìc e le sue intenzioni: «E di lui cosa ne facciamo

Milly sussurrò qualcosa nell’orecchio della nuova amica: «Ma, dai. Va là. Non ci sta mica»

«Se glielo spiego io vedrai»

Milly lasciò il talamo e si avvicinò a lui e confabularono ridendo qua e là: «Però prima me la dai»

«Anche subito»

Calarono le braghe e gli altri indumenti di Tlìc.

«Come la vuoi?»

«Se ti va te lo metto da dietro»

«Senza scherzi, eh!»

«Giuro!»

Milly si mise in posizione e, finché Tlìc non ebbe messo a punto il cazzo aiutandosi con la mano, si trastullò il clitoride mentre prendeva in bocca la lingua di Marghy.

Quando alla catena si aggiunse l’uccello del fotografo, Milly sentì il dovere di complimentarsi:

«Però, ‘burdèl ’, vuoi proprio farmi star bene!»

«Devi proprio essere una gran vacca. Tò mò» e con foga si spinse in lei: dentro e fuori… dentro e fuori. Da quella figa vigorose sensazioni si diramarono a tutto il corpo della donna.

Appoggiata al muro Marghy si masturbava a più non posso.

«Dio, Tlìc! Mo che bestia hai fra le gambe?» Senza pudore, si spinse all’indietro verso di lui, facendolo affondare tutto in sé.

Riempita da quella imponente erezione, con i seni stretti in una carezza dalle sue dita, esplose all’apice dell’estasi urlando il nome di lui: «Tlìììc

«Sono qui, gran vacca che non sei altro» ritrasse il membro dalla figa e le sborrò contro il culo.

Marghy, avrebbe desiderato anche lei ricevere analogo trattamento ma un’occhiata allo stato in cui versava il ninnolo che lei ben conosceva, la convinse a non far drammi e ad andare avanti con il programma che le aveva suggerito la comare.

Forse, dopo, chissà?

«Com’ è adesso che prosegue la festa?»

«Semplice – disse Milly leggermente adombrata in quanto non aveva apprezzato i di lui riferimenti alle bestie bovine – noi adesso ti anneghiamo nel nostro piscio per quello che dici mentre trombi. – E riaccendendo il sorriso sul suo volto – anche se chiavi come un dio»

«Ma sei sicura che sia una cosa erotica?»

«L’ho fatta a mio marito a Parigi – lì, loro la chiamano la pluie d’or – e ti assicuro che dopo me ne ha dato, che me ne ha dato, da sfinirmi. Contiamo che funzioni anche con te»

Le due aguzzine lo spinsero sulla terrazza e lo fecero sedere a terra contro il muro. Ovviamente nei pressi dello scarico dell’acqua.

«Non mi sembra poi una cosa tanto romantica»

«Zitto! – Intervenne con una certa prosopopea Marghy –pentiti senza discutere»

Le due, sforzandosi di non ridere a crepapelle, si allinearono di fronte a lui a gambe divaricate. Un attimo di concentrazione e in maniera asincrona partirono i loro getti.

Tlìc si comportò con grande compostezza. Si rilassò, reclinò il capo all’indietro e con un bel sorriso sulle labbra guardò attentamente le sorgenti di quelle spruzzate che lo stavano colpendo. Quello che neppure lui si aspettava fu che l’uccello, ridotto ai minimi termini dalla recente pecorina, prese a dar segni di sé gonfiandosi ed erigendosi. Così non appena il supplizio ebbe fine, lui con un agile guizzo, mise le mani sulle spalle di Marghy, la sospinse alla balaustra e lì, la costrinse a piegarsi in avanti e senza alcuna spiegazione, glielo introdusse dal didietro.

Godimento urlato da parte della ragazza. Qualche schizzo di sborra, anche a lei, nell’imboccatura del buco del culo.

Tlìc si rivestì e se ne andò. Le due ragazze potevano tornare alle loro sperimentazioni erotiche.

#08 – Rosy

Al bar dell’Hotel c’era la solita ragazza, Tlìc provò di attaccar briga: «Come ti chiami?»

«Rosy» e lo piantò in asso sparendo nel corridoio che si apriva dietro le sue spalle.

Innanzi all’Hotel si fermava l’autobus che portava a Rimini.

Tlìc, a Rimini sarebbe andato a curiosare nei negozi di materiali fotografici e avrebbe pensato anche a Marghy: in una bigiotteria acquistò un paio di orecchini.

In stanza Marghy era sola. Si era messa a lavorare: correggeva, tagliava, aggiungeva e ricopiava a macchina il testo del romanzo di Monica. Milly non c’era:

«Torna quando alle otto il Bagno chiude. È molto contenta di stare assieme a noi. Lì, le avevano dato uno stanzino senza finestre e mangia alla piadineria in fondo al viale. Non ne può più di piade e crescioni. Ha detto che hai avuto una bellissima idea ad associarla a noi – e calando un poco la voce, aggiunse – Ha anche detto che la guzzata di oggi l’ha fatta impazzire e mi ha chiesto il permesso di richiavare ancora con te»

«E tu?»

«Gliel’ho dato. Voglio solo guardarvi mentre lo fate – rise sonoramente – Lei mi ha giurato che farà di tutto per non farti innamorare di lei. Mi ha anche detto come farà perché non succeda. Però tutte queste cose ce le siamo dette mentre ci sditalinevamo. Poi ha aumentato il ritmo e non ho capito più niente. Quando mi prende in mano o in bocca la figa diventa una strega»

Marghy quando si dedicava ai testi di Monica, quasi tutti pornografici, lo faceva sempre stando nuda. “Riesco meglio ad immedesimarmi nella trama e nelle emozioni dei personaggi” E così era anche in quel tardo pomeriggio di agosto. Tlìc la guardò con maggior attenzione mentre lei continuava a leggere e a battere sui tasti. Ogni tanto respirava profondamente aprendo le scapole e spingendo il capo in alto e all’indietro per sgranchirsi. Le sode tette schizzavano in primo piano, tanto per usare il linguaggio fotografico di Tlìc.

“E’ sempre una gran figa!” e Tlìc sentì crescere in sé il richiamo di quel corpo. Si mise in tutta libertà, come eufemisticamente si dice e constatato il perfetto tiraggio del priapo azzardò seppur in maniera cruda, una proposta:

«Ti va un’altra pecorina?»

«Se non lo dicevi tu te l’avrei chiesta io. Quella là mi ha cucinato per bene, ma l’uccello di Tlìc è tutt’altra roba»

Prima di mettersi nella giusta posizione volle giocherellarselo per un po’ tra le labbra. L’uccello divenne ancora più massiccio.

Qui Tlìc tirò fuori gli orecchini e volle aggiustarglieli nei fori delle orecchie senza che lei mollasse la fava. Tlìc la spinse verso uno specchio e lei non poté far altro che stringerglisi contro, baciarlo e correre verso il letto e mettersi in posizione.

Quel cazzo prese possesso del pertugio con spavalda decisione. Quelle mani deliziarono seni e capezzoli con delicate e affettuose carezze. Quei testicoli che Marghy percepì bollenti, sbattevano ritmicamente ad ogni affondo contro il vellutato boffice della ragazza aggiungendo godimento.

E Tlìc sborrò.

«Ne facciamo solo una adesso. Voglio tenere qualcosa anche per la nostra amica»

«Ma tu sei d’accordo che io resti a guardarvi?»

«Come no. Adesso ti insegno a usare una mia macchina fotografica così immortali la scopata»

Milly li raggiunse in giardino per la cena con un notevole ritardo. Aveva una piccola valigia con le poche cose che trasferiva nel nuovo alloggio. Era stata dal parrucchiere ed era proprio bella:

«Ho investito anche diecimila lire in un massaggio tonico a tutto il corpo. Quel maiale del coiffeur ha voluto che mi togliessi pure lo slip e ha toccato due o tre volte l’ostrica e il culo. Si dice che sia frocio. Ma? Attento Tlìc, sono scatenata. È una sera, questa, che lo faccio drizzare anche alle checche»

Senza alcun motivo si avvicinò a Marghy per infilarle la lingua in un orecchio.

Marghy, presa alla sprovvista emise uno strillo. Tutti guardarono dalla loro parte ma nessuno capì cos’era successo. La siepe li copriva a meraviglia. Arrivò solo la ragazza della… cioè Rosy;

«È stato lui? Vero? – le ragazze annuirono ridendo – Si vede dallo sguardo che è un impenitente maschilista libertino»

«Sarà anche così, ma tu sei una gran figa!»

Rosy se ne andò con fare indispettito. Si misero a tavola.

Una grande euforia da eccitazione aveva pervaso Milly: parlava, parlava ma soprattutto voleva raccontare. Raccontare sé stessa, il suo amore per il marito, che adorava per il cazzo e l’intelligenza. Raccontare la sua tendenza omosessuale. I suoi godimenti sessuali, anche solitari. Anche artificiali con oggetti che lei stessa progettava.

Marghy, approfittando dell’intimità di quell’angolo di giardino si era seduta sulle ginocchia di Tlìc e ascoltava la nuova amica descrivere ogni attimo delle sue pulsioni erotiche. Una vera enciclopedia hard–core.

«Sai Tlìc… Mi sono dimenticata di mettere gli slip»

«Ma va? – finse meraviglia e andò subito a constatare – Non ci credevo. È proprio così»

«Mica posso restare così con il culo nudo»

«Zanzare non se ne vedono né se ne sentono. Se vuoi per solidarietà posso togliermeli anch’io. È un gesto che mi ha sempre portato fortuna. È stato con quello che ho conquistato Mirko»

«Dai, Milly, dicci come andò»

«Perché non ce lo racconti sulla terrazza della stanza. Possiamo portarci su una buona bottiglia e un secchiello pieno di ghiaccio. Li possiamo anche metterci in libertà. Vedo che quello che indossiamo opprime tutti»

«La bottiglia, di cosa la volete?» Rosy era rimasta indifferentemente seduta contro l’altro lato della siepe. Aveva ascoltato tutto ed era intervenuta al momento giusto.

«Un paio di bottiglie di Ferrari credo che bastino per far venir mattino. Queste le metti sul mio conto»

09- Nello studio del prof. Braibanti

«È proprio una serata perfetta per raccontarci amori passati e futuri… Guarda, guarda quei due sulla spiaggia che stanno scopando»

Era una notte luminosa e dal balcone si vedeva una larga porzione di spiaggia. Milly l’esplorava commentando. Marghy e Tlìc erano indaffarati a spostare un materasso sul terrazzo. Poi lui denudò lei con baci e carezze. Lei fece la stessa cosa con lui per concludere prendendogli il cazzo in bocca per un breve giro turistico.

Marghy e Tlìc si sedettero sul materasso che ora era ben esposto ai raggi lunari.

«Dov’ero rimasta?»

«Stavi per raccontare quando hai sedotto il tuo Mirko»

«Parto da qualche mese prima. Dal giorno in cui discussi la tesi e mi laureai. Adesso ero un dottore in medicina e chirurgia. Ero però in profonda crisi perché gli ultimi mesi di studio erano stati massacranti per l’impegno mnemonico. Portato a casa il 110 e lode i nervi crollarono. Avevo sempre sonno di giorno ma ogni notte era insonne. Diedi dell’aria al fidanzato babbeo. Uno di quelli che vanno a morosa il martedì, giovedì, sabato e domenica dalle, alle. Piangevo spesso. Chiesi consiglio al nostro medico di famiglia: una bella donna ancora in giovane età che mi indicò Mirko. Il dottor Mirko Braibanti era personaggio importante della mia Città. Uno psicologo di fama mondiale.

Il suo studio era all’ultimo piano di un antico palazzo in posizione dominante. Dalle sue finestre si godevano tutti i tetti di Faenza. Quando si alzò dalla scrivania per ricevermi ebbi un sussulto: era un uomo meraviglioso. Aveva sì e no una quarantina di anni. Chioma scura, abbronzato, robusto nella corporatura. Atletico nell’insieme.

“Si metta pure a suo comodo su quella dormeuse” A quella voce pacata, baritonale e suadente, non troppo profonda, capii di esserne già innamorata e inconsciamente compii quell’atto che ora vi mostro»

Milly indossava un gonnellino largo, color crema. Da sotto vi infilò una mano che ritirò portandosi dietro lo slip. Scese dalle scarpe coi tacchi, sollevò uno dopo l’altro i talloni e lo slip giacque assieme alle scarpe sul materasso.

Marghy fece per andar verso di lei ma Tlìc la trattenne:«Aspetta che finisca il racconto»

Nello studio del prof. Braibanti, quel pomeriggio, lo slip, Lei, lo aveva appoggiato sulla scrivania del professore. Poi s’era distesa sul divano.

Milly aveva ripreso a raccontare«Lui, pensando di non essere notato aveva carpito il mio slip, lo aveva annusato profondamente e se l’era sfregato per tutto il volto. Io, invece avendo spiato i suoi gesti, mi ero rinfrancata e non mi meravigliai nel notare, sotto la sua braga, l’eloquente rigonfiamento. Con noncuranza Lui spostò di qualche centimetro la gonna in su, quel tanto per scoprire le ginocchia, dal canto mio la tirai ancora più su in modo che si mostrassero le cosce. Dall’adolescenza so di stimolare le più insperate erezioni solo a mostrarne una porzione» E anche lì mimò il gesto d’allora.

«È proprio così» confermò Tlìc mostrando con orgoglio il coinvolgimento del proprio membro. Milly decise di togliersi la gonna e dar aria alle tette: «Oooh!» Si espressero gli altri due e Tlìc vi aggiunse il fischio di rito.

Le due ragazze vollero confrontare i propri seni e li fecero incontrare capezzolo contro capezzolo. Tlìc, sempre in azione, riuscì ad immortalare quella sensuale immagine, che si concluse con un appassionato fiocco fra le due in cui anche Tlìc riuscì ad avere un ruolo grazie alla mano di Milly che si strinse con decisione attorno al suo cazzo scappellandoglielo.

Su quel materasso l’atmosfera si stava surriscaldando. Decisero di far saltare il tappo alla prima bottiglia. Fresco, il vino colò nelle loro gole. Ci furono baci intensi, dolci toccamenti. Si cominciava a godere, ma… prima il racconto.

«Se ce ne fosse mai stato bisogno il prof. Braibanti mise fine all’equivoco sfoderando il suo brando. Lo trovai rigoglioso. Elegante come la persona che lo brandiva. Di fattezza non esagerata ma con quella corposità che alla sola vista veniva da bramare di averlo dentro l’ostrica. – Fece una pausa per dire a Tlìc, con un sorriso malizioso – Si, Tlìc, quasi bello come il tuo» Emise un nostalgico sospiro e riprese il racconto – Il Prof., dimostrando una certa familiarità si diede da fare con i ganci e la cerniera del gonnellino, io avevo agevolato quelle manovre. Apparve la mia ostrica con il suo ordinato contorno di peli che avevo curato quel giorno stesso prima di uscire. Senza esitazione lui vi appoggiò le labbra e con la lingua andò a toccare (chissà come facesse a saperlo) laddove io godevo maggiormente quando me la toccavo. A posteriori mi spiegò che quando si conoscono le regole della scienza si trova subito quello che chi ti sta a cuore desidera da te.

Capì che doveva prendermi con energia, e ce ne mise tanta. Entrava e usciva con studiato ritmo e tanto vigore. Mi palpava sapientemente il seno, stimolava i capezzoli. Ansimando e parlottando mi diede consigli terapeutici: “Devi essere tu a gestire il tuo godimento. Non rimanere prigioniera del piacere. Adesso, io aumento il ritmo e tu ad alta voce, ad occhi aperti devi dire ‘io voglio godere’, poi immediatamente, ad occhi socchiusi, dirai per cinque volte, con un filo di voce, la stessa frase “. In me crebbe un orgasmo che, così, non avevo mai provato. Lui, al mio godimento parve non farci molto caso e continuò il suo andirivieni incurante che avrei voluto rilassarmi per ponderare il godimento appena provato. Invece con decisione mi ribaltò e ‘alla pecorina’ riversò tutto il suo humus in me, senza neppure chiedermi se ero coperta dall’anticoncezionale. Avevo tentato una carezza al suo uccello ma si era sottratto rivestendosi. Mi ero rivestita speranzosa di udire una qualche parola su quanto era accaduto fra di noi. In piedi, innanzi alla sua scrivania attesi che finisse di scrivere qualcosa su un ricettario. Me lo porse. Era la ricevuta delle trentamila lire che gli diedi per quella seduta.

Accompagnandomi all’ascensore disse: “Signorina, cammini lentamente, faccia almeno ogni ora un paio di profondi respiri, cammini sempre spingendo innanzi il seno. In fondo due belle tette le ha. Le abbiamo viste tutti. E alla sera appena coricata ripeta quell’esercizio che le ho fatto fare con le due frasi. Magari mentre si masturba. Noi ci rivediamo martedì alla stessa ora. Se ha bisogno di consigli mi telefoni pure fra le undici e le dodici del mattino”

Ero intontita. Non riuscii neppure a salutarlo educatamente. Premetti il pulsante per la discesa e quando scomparve la sua immagine mi misi a piangere. Piansi per tutto il ritorno verso casa ma camminai sempre lentamente spingendo le mie poppe in avanti. Mi fermai pure per fare due profondi respiri.

Poi, la notte: incubi, vomito, forti dolori al capo. Unico momento positivo era stato il ditalino consumato con la formula del Professore. L’avevo ripetuto tre volte, con finali straordinariamente in crescita. Orgasmi scoppiettanti. Avevo preso sonno che erano le tre ma alle sette ero già desta con la testa nervosamente in subbuglio: Dovevo assolutamente parlare al professore.

Far venire l’ora per la telefonata era stato un supplizio. Alle undici in punto composi il numero:

“Buongiorno Milly. Mi scusi se la chiamo così ma da romagnolo convinto che sono, mi fa un po’ schifo usare il nome della regione che ci opprime. Ero certo che stamattina mi avrebbe chiamato. Come sta?” Che voce… Che voce… Che voce! Ero andata subito nel pallone. Risposi disordinatamente, quasi balbettando.

Tagliò corto il Prof. “Senta Milly, a mezzogiorno ho un’ora di buco, se riesce ad essere qui?” Poi con naturalezza “Anche se sarà una seduta fuori dal piano che abbiamo concordato le farò sempre trentamila lire “

“Si, si Professore. Anch’io ho un buco. A mezzogiorno sarò lì”

Doccia, bidet con sali profumati, un gonnellino un po’ più corto del precedente e camminando lentamente, traendo profondi respiri di tanto in tanto, andai verso la seconda seduta terapeutica della mia vita.

Mi aprì un cameriere.

“Il Professore la sta aspettando nello studio “

Lo studio era in una profonda penombra. Si faceva fatica a distinguere le cose e le persone. Il prof. c’era. Alla sua scrivania era concentratissimo nello scrivere.

“Buongiorno Milly si accomodi pure sulla sdraia”

Quell’ambiente mi rassicurava e prima di sdraiarmi riuscii anche a dire:

“Debbo togliermele o posso tenerle?”

“Faccia come crede signorina Milly. È sicuramente più comodo se leva di mezzo anche la gonna”

Volli esagerare:

“Le poppe, le mostro? “

“Faccia lei… Certo che averle sotto gli occhi arricchirebbero il contesto “

Concordai con lui.

«Ohh!» Esclamai sorpresa.

L’illustre professore, levatosi in piedi, indossava si un elegante giacca di seta grigia su una t-shirt bianca. Ma al di sotto della cintura assolutamente nulla. Neppure le scarpe.

Quando fu a tiro feci per accarezzargli il pene ma lui con delicatezza lo impedì.

Niente di drammatico… Fu in me con delicata precisione e indugiò a lungo sul fondo della vagina deliziandola con leggeri stimoli del cazzo, generati da un impercettibile movimento del bacino. Intanto impartiva con voce sommessa consigli terapeutici:

“Vede, signorina Milly, non deve sottolineare ogni attimo dell’amplesso con grugniti o sospirate frasi. Respiri a tutto volume con le narici, a bocca chiusa e tenga la voce per un urlo prolungato nell’acme dell’orgasmo “

Così feci.

L’illustre terapeuta sussultò al grido proprio mentre svuotava il suo coso sulla mia pancia.

“Le dispiace se mi abbevero alla fonte del mio piacere?”

Non capii cosa intendesse. Lo scoprii un attimo dopo dalle sue labbra sulla mia patacca: fremiti con ben due urla finali, come lui raccomandava.

Si sdraiò al mio fianco per baciarmi e accarezzarmi il seno, così potei prenderglielo in mano e scappellarglielo più volte. L’avrei volentieri anche succhiato, ma mi trattenni. Pensai di non avere ancora la necessaria confidenza.

Fu qui che lui smise di chiamarmi ’signorina Milly’: “Milly, verrebbe a pranzo con me? “

«Mo cazzo! – mi sfuggi – Quando?»

«Oggi stesso: Adesso, sono quasi le dodici e mezza»

Prima di uscire assieme mi fece la ricevuta e io gli diedi i trentamila.

Il porco aveva già prenotato al Savioli, tavolo e stanza.

Con l’aperitivo, champagne, quadrò il cerchio: cominciò a darmi del tu, mi disse che già dalla prima seduta si era innamorato di me e che se gliela davo anche quel pomeriggio sarebbe venuto dai miei per concordare un fidanzamento molto elegante.

Non potevo che dargliela anche quel pomeriggio. Ci siamo sposati tre mesi dopo»

Marghy e Tlìc erano presi da un arrapamento compulsivo. Marghy aveva preso in bocca l’alluce destro di Milly e si stava avventurando con la lingua su quella gamba. Tlìc stava ripetendo quell’avventura sulla sinistra. Milly li osservò divertita poi proferì i mantra suggeriti dal suo sposo/psico-coso: “Voglio godere” soprattutto nella versione sussurrata.

Le due lingue avevano intanto superato i ginocchi e iniziavano a far scorribanda nelle polpose cosce di Milly che appena se ne rese conto prolungò il mantra. Un eloquente sguardo di Marghy che voleva dire “questa me la lecco tutta io “e la lingua di Tlìc passò al reparto capezzoli.

C’era un punto a un pelo, nel vero senso della parola, dalle creste della bernarda di Milly che la mandava in visibilio. Quando la punta della lingua di Marghy andò a stuzzicarlo, la moglie dell’illustre psicologo mandò a farsi fottere lui e tutta la di lui scienza e dalla bocca partirono impudiche implorazioni, a chiunque fosse nei pressi, che provvedesse a far più grande il godimento che la stava invadendo. Li c’era solo Tlìc che con poco garboscostò il capo di Marghy dall’ostrica per farle assaporare il proprio uccello.

Lo spinse dentro più che poté, l’arrapato fotografo e assestò non troppi colpi ma uno più deciso dell’altro e in sequenza. Grugnì stringendo i denti mentre cercava di spingerlo ancora oltre. Non trattenne più il getto di sperma che fece il paio con l’orgasmo di Milly. E qui partì un suo grido prolungato che il silenzio della notte amplificò esageratamente. Marghy e Tlìc si guardarono allibiti. Qua e là nei dintorni si accesero luci nelle case. Tlìc prese in pugno la situazione e impedì alle due ragazze di alzarsi in piedi. La luce nella stanza era spenta. Se fossero rimasti sdraiati sul materasso difficilmente qualcuno si sarebbe accorto che in quel balcone c’era una certa animazione. E così fu. Anche perché lui si mise sopra Milly baciandola, mentre con una mano fra le cosce di Marghy la tratteneva lì a farsi pistolare la gemma.

«Oh Tlìc… Tlìc…, puoi anche non crederci ma questa è stata la miglior chiavata al di fuori del matrimonio»

«Madonna, Milly, hai ululato come una lupa»

«Ero una lupa in amore. Fra tutti e due mi avete dato una meravigliosa notte di mezz’estate» E baciò contemporaneamente ambedue con un unico fiocco.

«E io vi ho anche fotografati. Proprio un attimo prima che ti mettesti a ululare.

«Spero che tu me ne dia una copia, così la mostrerò a Mirko. Così vede che io mi sono rigenerata sul serio. Non ho scherzato – poi facendosi pensierosa –Una lingua nell’ostrica non è un problema. La mia amica Marina ce la mette da quando avevamo quindici anni e spesso anche in questi tre anni di matrimonio. Mirko lo sa e non ha mai detto che gli dispiace. Per il cazzo di Tlìc sarebbe, forse, tutta un’altra cosa. È da quando l’ho visto che mi sono posta il problema se facevo bene a prenderlo in me. Non è molto meglio, un po’ si, di quello di Mirko, però solo a guardarlo, in esso annusi la gioventù. E questo mi farà sempre pensare a lui»

«Guarda che se me lo fai innamorare e me lo porti via io ti uccido» Marghy lo disse con inequivocabile cattiveria. C’era quasi da crederci.

Quella riflessione che Milly aveva fatto ad alta voce aveva raffreddato la convivialità fra i tre Tlìc andò a farsi una doccia. Milly si era avvicinata a Marghy che se ne restava in un angolo di quel materasso più incazzata che mai.

«Dai, Cocca, non può succedere. Sono e voglio… E quando io voglio, lo voglio sul serio… Continuare ad essere innamorata di mio marito. Volevo solo dire che questa notte rimarrà uno dei ricordi più importanti della mia vita e che farò molta fatica a non ravvivarlo di tanto in tanto nei momenti di malinconia. Proprio perché voi due, tu e Tlìc, siete portatori di gioia e buonumore – Marghy si rasserenò e lasciò che l’amica la stringesse a sé e le baciasse anche un capezzolo – ti chiedo solo il consenso per poterlo fare ancora qualche volta con il tuo uomo, prima che questa vostra vacanza si concluda»

Marghy, golosa più che mai, annuì aggiungendo «Se me la lecchi dico di sì» un attimo dopo erano abbracciate sul letto. Tlìc, ignaro di essere al centro dei turbamenti delle ragazze, dopo una doccia rigeneratrice stava curando la forma e l’aspetto del proprio cazzo a cui teneva assai. Ora più di prima.

Il primo test fu sull’immediatezza dell’erezione: bastò un cricco sulla cappella e l’uccello si levò spavaldo. Secondo test, scappellamento: giù la pelle del prepuzio e liberò, in tutta la sua magnificenza, il glande. Terzo test, gli accessori: mano sotto i testicoli e prima falange dell’indice nel culo produssero in lui un leggero brivido.

Compiaciuto per la perfetta funzionalità dell’apparato passò alla cura dell’aspetto: massaggio con alcune creme rassodanti e, per finire, una bella spalmata di composta all’amarena sulla cappella per il prossimo approccio.

“Bisogna che faccia capire a Marghy – si disse – che tengo molto a lei” e con l’oca stretta in pugno uscì dal bagno.

«Ah, però!» gli sfuggì al cospetto del 69 che si stava celebrando sul letto. Provò anche a far finta di voler penetrare un orecchio della propria amata ma si sentì dire:

«Oh Tlìc, Milly mi sta facendo conoscere un mondo con tante nuove delizie che non me la sento, proprio adesso di staccarmene. Lasciami addormentare fra le sue cosce»

E si rituffò su quella sbrodolante figa.

Tlìc percepì quel diniego come: “Perché rompi? Non vedi che sto godendo? Maschio di merda!” Così buttò lì «Vacca e stronza!» e si isolò in terrazza a farsi una sana pugnetta.

Il mare si era ingrossato e il suo rumoreggiare si fondeva con i mugugni di piacere di Milly e Marghy.

#10 – Marchetta da trentamila

Rideva divertita la Rosy appoggiando il vassoio con le loro colazioni.

«Cosa c’è di tanto, divertente in noi?»le chiese Tlìc.

Lei non volle rispondergli direttamente. Non gli era per niente simpatico e girò la risposta alle ragazze:

«A chi di voi due il maschilista erotomane, ha rotto il culo stanotte?»

«Come ti permetti… ragazzina impertinente?»

Non desistette «Non ditemi che non proveniva dal vostro terrazzo l’urlo che stanotte, alle due, ha svegliato tutta Riva Azzurra. Ed era la tua voce, no? – indicando Milly – Quello è l’urlo che si fa quando ti rompono il culo la prima volta» I tre si misero a ridere.

«Niente culo, ragazza. Solo godimenti non violenti ma intensi» scappò detto a Marghy.

«Come vi invidio» fu il commento di Rosy, che con aria sconsolata se ne andò.

Le ragazze decisero che sarebbero andate a far shopping a Riccione e che avrebbero anche pranzato fuori.

Tlìc caricò la Rollei con una dodici pose e… «Vado ad immortalare qualche bel culo in spiaggia» così disse a Rosy passando dal bar.

«Sei sicuro di trovarne di belli?»la Rosy buttò lì continuando a lavare bicchieri.

«Boh? Posso sempre cominciare fotografando il tuo»

«Chi t’ha detto che io me lo lasci fotografare?»

«Perché so che ti sono molto simpatico»

«È invece vero il contrario. Sei presuntuoso, maschilista ed erotomane»

«Beh, almeno qualche virtù me la concedi»

«Ma se soddisfi una mia curiosità può darsi che ci ripensi»

«E sarebbe la curiosità?»

«Ma le tipe che stanno in camera con te le trombi tutte e due?»

«Cosa te lo fa pensare?»

«Metti la lingua in bocca a ognuna! – Tlìc non le rispose – Loro poi se la mettono fra di loro. Si vede che non le soddisfi» Tlìc le scattò una foto. Aveva un volto dolcissimo e lo scatto l’addolcì di più: «Me ne faresti un’altra che sta volta mi metto in posa e sorrido»

Tlìc gliene scattò tre. «Domani vado a farle sviluppare e te le do»

Non si parlò più del culo.

A Tlìc era venuta sete e fu così che nacque l’equivoco: Rosy passava per essere brava e fantasiosa nella preparazione dei cocktail e fu naturale che Tlìc le chiedesse:

«Cosa penseresti di fare a un tipo come me?» ma la risposta fu di ben altro genere.

«Bisogna vedere quanto sei disposto a spendere, anche perché il 15% lo debbo lasciare all’Hotel»

Non se l’aspettava Tlìc e pensò di non aver capito«E sarebbe?»

«Diecimila, la svelta nel magazzino. Braghe giù, in piedi. Io a gambe aperte sopra un paio di cartoni della Vecchia Romagna. Diventano quindici se la vuoi fare in camera tua. Sempre semi svestiti e non oltre la mezzora. Anche perché mi debbo sempre far sostituire da Silvia, che è la figlia della padrona a cui debbo dare due mila lire l’ora e che tiene il conto delle prestazioni che faccio. Ancora… Nudi sul letto, tempo un’ora, diventano ventimila. Passiamo poi a trentamila per due ore a letto che se hai un buon uccello puoi arrivare a fare anche la seconda. Cinquantamila per la Pomeridiana e qui, fra le quindici e le diciotto, ho anche tempo per ascoltare tutte le lagnanze contro la moglie megera con qualche coccola consolatoria. Cento costa la notte dalla mezzanotte alle sette che comprende la bottiglia di Spumante di San Marino. Ecco. Se serve qualcosa sai dove trovarmi»

«Pompini?»

«Niente pompini e niente lingua in bocca, caro. Quella tutta roba in esclusiva a Mimmo, il mio moroso che pretende il trentatré per cento degli incassi altrimenti mi pesta a sangue. È già successo» La sua voce aveva perso tutta la sua vivacità.

«Se fossi interessato alla marchetta da due ore riusciamo a combinarla per questa mattina?» lei guardò l‘orologio.

«Oh sì, se andiamo subito. Chiamo Silvia a sostituirmi. Io però sono abituata a farmi pagare in anticipo» il Tlìc sfilò tre banconote rosse dal portafogli, andò dietro al banco-bar e, sollevatole la gonna gliele infilò nello slip. Lei non fece una piega. Tlìc l’avrebbe baciata volentieri ma con quello che le aveva detto poc’anzi si limitò a stringerla a sé e ad introdurre la scatenata lingua dietro e dentro un orecchio.

Non se l’aspettava e fu pervasa da un violento fremito. A quel punto fu la Rosy ad andare a cercare la bocca del ragazzo. Intanto era arrivato il rimpiazzo e le loro labbra riuscirono sì e no a sfiorarsi.

Salirono in ascensore. Mentre lui chiudeva le porte, da dietro sentì una mano che cercava di valutare il suo pacco: «Vedrai che ti farò impazzire»

«Hai già aperto le danze?»

Di scatto Tlìc si girò verso di lei, le prese fra le mani la testa e bussò con la lingua fra le sue labbra:

«Apriti Sesamo» la bocca si aprì.

Il vecchio ascensore procedeva molto lentamente verso il quinto piano. Le lingue facevano la loro conoscenza con tutti quei rumori che fanno le lingue quando si leccano. Quando l’ascensore si fermò Tlìc socchiuse una delle due porte. L’ascensore non fu più disponibile. Loro poterono concludere il loro fiocco appassionato.

#11 – Puttanella

«Vado un attimo in bagno» si spogliò. Allo specchio guardò di non essere troppo spettinato e a basso, controllò anche il proprio gingillo. Era in perfetta forma: erto e rigonfio. Il ricamo delle vene pulsanti ne impreziosivano l’immagine. Lo scappellò due, tre volte. Tutto funzionava a meraviglia.

“Ostia! – Pensò lui – proprio una posa da busona” Rosy, guardava il soffitto, mani sotto la nuca, gambe ben aperte, la patacca in primo piano. “Una gran bella patacca!” pensò sempre lui, tenendo in pugno l’uccello.

Lei si mise a sedere. Brancò il cazzo e prese a sfregarselo qua e là sul volto tessendo lodi alla sua virilità e al bell’aspetto «Ha la stoffa del guerriero!» Gli si avvicinò con le labbra. Ci ripensò. “Vade retro Satana” e si allontanò da quella tentazione. Ancora ci ripensò e si tuffò senza esitazione su tutto quel ben di Dio. Leccò, succhiò, mordicchiò con forsennata determinazione.

«Senti Cocca, se vai di lungo con il masticone io mi sputtano parte delle mie trentamila»

«Come, non apprezzi la RosyPompa? C’è chi pagherebbe milioni per provarla»

«Ne son convinto, Cocca, ma se vai fino in fondo dopo cosa ti infilo nella bernarda? Più sei brava più sei pericolosa»

«Vieni qui allora che chiaviamo»

«Come puttana sei un po’ strana. Ti entusiasmi alla sola vista di un cazzo dritto»

«Perché non sono una puttana. La puttana là dà a tutti. Io solo ai buoni clienti dell’Hotel. Diciamo che sono una puttanella. Ti piace di più così?» si mise a ridere e Lui le fu sopra. Un po’ glielo giocherellò fra le grandi labbra, intanto la guardò con attenzione: «Sei una bella puttanella!» E si spinse in lei.

Aveva gli occhi semichiusi Rosy. Aspettava quel momento. Strinse più che poté quel ragazzo e il suo coso con ogni muscolo: quelli dell’addome, delle braccia, delle cosce, della figa. E lui sul fondo della vagina le fece assaporare un subbuglio di godimenti comandando il fallo con sottile maestria.

Nella stanza solo il sibilo dei respiri ansimanti mentre loro si fondevamo l’uno nell’altra.

Sto proprio facendo la figura del coperchino” si disse l’ipotetica puttana “Ma… Ma chi se ne frega! Se lascio è perso. E non è sempre possibile recuperare”. Si avvinse ancora di più al corpo del suo trombatore lasciando campo libero a fremiti compulsivi che sottolineò con un frasario convulso. Fu una sfrenata giostra che si concluse bocca a bocca.

Lei era venuta con un gemito, un suono che più sensuale di così era raro udire. Lui la seguì un attimo dopo contraendo tutto il corpo. La mente svuotata. Sbalordito dall’intensità dell’atto e dalla smania con cui lei voleva assolutamente rifarlo non appena fosse stato umanamente possibile.

«Se andiamo di questo passo mi sa che riusciamo a fare anche la terza»

«Sei venuto quasi subito. Il bello è che hai fatto venire anche me» e gli fece un’affettuosa carezza s’una guancia.

Tlìc si era staccato da lei e la osservava attentamente. Era giovanissima. Aveva un corpo non certo da battona come si vede nei film e Tlìc teneva molto in conto quello che dicevano i film. Ancor di più il suo comportamento nel chiavare: “Questa vuole godere. E allora facciamola godere” Aveva un bel corpo con i giusti attributi e tanta dolce eleganza sia nell’aspetto che nel comportamento: insomma non era una busona: “chissà perché voleva sembrarlo?”

«Da quant’è che fai la puttana?»

Dovette pensarci e per farlo prese tempo: «Ma io non faccio la puttana, te l’ho detto, faccio la puttanella»

«Puttana o puttanella che sia non ti si addice proprio. Sembri più un coperchino» e con una mezza piroetta fu fra le sue cosce con la faccia. Gliele allargò, e fu con la bocca fra i peli umidi. Leccò che leccò come un forsennato.

«Ma cos’è che fai? Con le puttane non si fa» più che un rimprovero sembrava un sospiro.

Socchiuse gli occhi e si rilassò completamente: “Fa mò quello che ti pare”.

Non fu proprio così perché dovette adattarsi a quello che le diceva di fare la lingua che impazzava nella sua patonza.

«Oh, Tlìc… Tlìc… È tanto che… Ohh, Dio mio! – venne dicendo – Non me lo ricordavo più – e strinse forte il capo del piluccatore fra le cosce.

«Boh? che tu faccia la puttana mi diventa sempre più difficile crederlo. Hai ancora la figa strettina? E io di figa me ne intendo. Con il lavoro che faccio»

Rosy, furbetta, preferì non rispondere ai quesiti di Tlìc: «E quale sarebbe il tuo lavoro?»

«Il fotografo. Soprattutto quello porno. O per meglio dire, di nudo artistico. Ne vedo tante, sai…» stava per aggiungere qualcosa ma come avesse trillato una sveglia in lui:«Facciamo la seconda? O sei ancora ismita dal plucca-plucca?»

Rise sonoramente la Rosy e l’abbracciò con dolcezza:«Dai, che ci divertiamo!» ma prima volle averlo per un po’ in bocca.

Quando glielo rese, dopo la sapiente leccata alla cappella, l’uccello era di un turgore inusitato.

«Grazie Rosy»

«Dovere Tlìc»

A Tlìc la seconda veniva sempre meglio: più ponderata e appassionata. Teneva la partner molto più stretta a sé e arrischiava anche qualche colpo di fantasia. Come lo stuzzicare il buchetto del culo. E con quello la Rosy andò in visibilio e l’avvicinò all’orgasmo. Tlìc aumentò il ritmo e l’orgasmo li trascinò nella sua danza.

Tlìc le avrebbe volentieri sborrato sul volto, così come piaceva a Marghy ma non si sentì di farlo. Non aveva ancora la dovuta confidenza. Si accontentò di svuotare il priapo sulla pancia della ragazza: un po’ sotto l’ombelico.

Rosy si alzò dal letto e innanzi alla finestra fece una piroetta su una gamba sola: «Ho studiato danza classica. Ho smesso dopo una delusione d’amore»

Tlìc la guardava volteggiare così tutta nuda. Era una bella biondina, non alta, con le curve che si intersecavano armonicamente. Poppe e chiappe ben fatte ma non debordanti. Il pelo, folto, confermava il colore dei capelli.

«Sai Cocca che se lasci che ti fotografi e presento la foto al concorso Kodac Italia rischio di vincere un premio venti volte quanto ho investito oggi su di te. Se ci stai e vinco, te ne prometto la metà, da buoni amici»

«Mi sento già così tua amica che non posso che accettare. Cosa debbo fare?»

Tlìc guardò l’orologio. Mancava mezz’ora allo scadere delle due ore di sesso pattuito per trentamila lire.

«Prima però facciamo la terza, se no vado fuori tempo e… – scosse il cazzo che si era un po’ abbioccato – io e lui ci teniamo molto»

«Sei sicuro di farcela?» E qui la dolce ’puttanella’ assistette a un che… che aveva dell’incredibile: il Tlìc, provocato nel più profondo dell’orgoglio, diede un secco cricco alla punta del ricalcitrante uccello che obbedì prontamente, erigendosi.

«Che spettacolo!» Rosy fece un passo verso il cazzo, che Tlìc, tosto, lo spinse, a ravanare fra i biondi riccioli del pube.

Si commosse la Rosy. Si strinse a lui e, con passione, gli mise la lingua in bocca. Lo prese poi per mano conducendolo verso il letto: tre passi nel più assoluto silenzio.

La Rosy prima di lasciarsi andare sul letto rinnovò il rito della lingua in bocca con l’abbraccio che le faceva gustare la calda pressione del cazzo contro il ventre.

«Posso prenderti dal didietro» si sentì sussurrare.

«Alla pecorina, vero?»

«Proprio così» fu tutto un sussurro, tranne una precisazione che Rosy ritenne di dover fare.

«Che non ti venga però in mente di andare oltre… Non mi piace molto, sai, non guardarti negli occhi mentre lo facciamo. Ma se mi dici che così è più bello facciamolo pur strano»

Lei si era posizionata col suo bel culo sulla sponda del letto. Lui, in piedi, la prese per i fianchi. Intanto il cazzo scivolava in Lei. Volse il capo indietro cercando il suo sguardo:«Hai ragione. Così vai più a fondo. Non lo faccio mai. Ohh, Tlìc, come è bello!»

“Che cazzo di puttana sei? Se non la dai alla pecorina?”

Da i fianchi alle tette, Tlìc spostò le mani. Accarezzò e strinse…. Strinse e accarezzò. Rosy gemette. Il piacere la pervase. Bofonchiò qualcosa ma il tambureggiare in crescendo dei corpi che si scontravano sovrastò il gemito.

Lei strinse ogni muscolo del bacino. Levò il capo verso l’alto e disse qualcosa. Dopo aver spinto forte il boffice contro il vai–e–vieni di Tlìc fece per accasciarsi. Non ci riuscì. Fu Lui a tenerla in posizione. Non era ancora venuto. Ci volle un’altra decina di fondate prima che quella figa sgocciolasse un po’ di liquidò denso e biancastro.

«Mi sa che oggi facciamo lo straordinario» Si abbracciarono. Fu il momento di carezze e baci. Parole sussurrate e confidenze intime molto personali.

#12 – Tyche, la dea greca della fortuna

«E così hai studiato danza classica?»

«Non solo. Anche musica e canto. I miei vivevano a Parigi. Mio padre era maitre all’Hotel Ambassador, nell’ottavo arrondissement. Tutta la famiglia viveva all’ultimo piano di quell’albergo. Lì vicino c’era l‘École Musicale di M.lle Perlage e i miei mi ci iscrissero. Avevo sedici anni. La prima cosa che feci fu quella di innamorarmi di un sassofonista: Leonard. Aveva dieci anni più di me. Con lui passai un paio di mesi idilliaci: concerti jazz in ogni parte di quella meravigliosa città che dovevo imparare a conoscere. Ogni notte una scoperta. Poi baci e carezze. Sesso per il sesso mai. Solo amore, quello sdolcinato degli adolescenti.

Una domenica mi disse che voleva farmi conoscere il suo maestro M.eur Pascal Lavin. Un sax famosissimo fra le jazz band parigine. Andammo a casa sua, abitava in un elegante appartamento nei pressi del Palais de Chaillot. Ci accolse con gioia e volle che prendessimo un tè con lui. Poi disse che aveva una registrazione a Radio France e ci lasciò: “Restate e ascoltatevi un po’ dei miei dischi. Sono lì. Ce ne saranno cinquecento. Io fra un paio d’ore sarò di ritorno. Leonard fece ancora del tè che io bevvi e tornai a bere. Più ne bevevo e più ne avrei bevuto. Mi sentii più che rilassata e mi lasciai convincere a sdraiarmi sul divano dove mi addormentai profondamente. Mi sembrò anche di sognare. Un sogno erotico: io e Leonard… ma non era un sogno, Leonard mi aveva spogliata del tutto. Quando si accorse che stavo svegliandomi incominciò a dire che voleva ’la prova d’amore’ se volevo continuare a stare con lui. Ero completamente imbambolata, non ricordavo dove ero. Unica cosa che riuscivo a quagliare era che sopra di me c’era Leonard completamente nudo. Forse gli avrò anche detto di sì. Fu un dolore molto forte. Fu la prima volta. Avevo sedici anni. Chiesi dell’altro tè e tornai a cadere in una sorta di trance. E mi parve che in tutto quel trambusto che si svolgeva intorno a me ci fosse anche il maestro di saxofono di Leonard che mi toccava.

Mi risvegliai in un letto d’ospedale. Mia madre, mia sorella, mi chiedevano tante cose a cui non riuscivo a rispondere. Un medico ipotizzò che quando mi avevano portata e lasciata su una lettiga nella sala d’aspetto del pronto soccorso dll’ Hotel de Dieu il mio corpo era risultato pieno di marijuana.

Seguirono giorni difficili in famiglia. Mi spedirono anche da una psicologa ma neppure a lei raccontai di quel che m’era parso un sogno ma che sogno, ero sicura, non era stato. Non seppi mai più nulla di colui che mi aveva deflorato.

I miei tenevano d’occhio qualsiasi cosa facessi, qualsiasi persona volessi vedere. Mi buttai a capofitto nella danza.

Anche perché M.lle Perlage dimostrava di avere per me una grande simpatia. Lei, spesso, mi chiamava nel suo studio e mi insegnava figure di danza che non erano nel normale piano di studio. Figure che valorizzavano l’arte della danzatrice.

Allora, per me, M.lle Perlage era una giovane bella donna. Per mia madre, una bella ragazza. Soprattutto mi affascinava il suo buon gusto nell’abbigliarsi e l’eleganza dei gesti. Cercavo di copiare quel suo muoversi con agilità e disinvoltura. Scimmiottavo il suo comportamento in pubblico e la sobria eleganza nel vestire.

A fine giugno ci fu il saggio finale del corso alla Sale Gavaud. La sala era affollatissima. Io presentai una pièce di danza contemporanea scritta appositamente da M.lle Perlage, su musica elettronica composta da suo fratello, a cui lei era molto attaccata. Mademoiselle non aveva un compagno. Viveva sola nel palazzo accanto alla scuola. Il mio fu un monologo danzato che riscosse entusiasmo di pubblico sia nelle parti recitate che in quelle danzate. Mademoiselle era raggiante e orgogliosa di me “Vado all’École. Raggiungimi nel mio studio. Poi andremo a cena con i tuoi che ho appena invitato.”

All’École arrivai prima io e mi accorsi di aspettare Mademoiselle con il batticuore.

Lo studio di Mademoiselle, così austero, aveva sempre suscitato in me una certa reverenza. Quel giorno, invece mi parve un ambiente colmo di gioia.

Chiusa la porta Mademoiselle mi abbracciò e stringendomi forte a sé, elencò tutte le ragioni per le quali dovevo prevedere un futuro di successi nel mondo della danza. Lei mi teneva avvinta a sé spingendo con una mano fra le mie scapole e con l’altra contro l’osso sacro. Sentivo il calore e il contorno del suo sodo seno. Ne distinguevo chiaramente i suoi capezzoli induriti contro i miei. Avvertii pure che ero bagnata fra le cosce. Non era un problema. Appena a casa mi sarei masturbata.

Dopo il fattaccio con Leonard avevo preso a farlo sempre più frequentemente. Ritenevo che fosse diventato un mio diritto.

 Quando quell’abbraccio di stima si sciolse e gli sguardi si incrociarono, questi indicarono la strada da percorrere: le nostre bocche si congiunsero, le lingue si unirono.

Durò a lungo quel bacio. Era la prima volta per ognuna di noi.

Senza dirci alcun che ci sedemmo sull’antico divano in pelle su cui avevano appoggiato le natiche illustri artisti»

«Senti Bella, il tuo racconto mi sta alquanto eccitando e va poi a finire che dobbiamo fare anche la quarta che poi io, da superstizioso per i numeri pari, dovrei chiederti pure la quinta. Per farmi pensare ad altro, adesso, potremmo fare le foto. Dopo vorrei che finisti il racconto che mi sta prendendo assai»

Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette pose, altrettanti scatti: «Guardarti dal mirino dell’obiettivo sei ancora più eccitante. Mi sa che abbiamo peggiorato la situazione – e con imperio -Forza, a letto che voglio conoscere fino in fondo la tua storia»

«Vuoi che ti faccia una sega, socio?» Già, perché ora eravamo divenuti soci.

«No, no. Vai avanti. Conto su qualcosa di più alla fine»

«Su quel divano non accadde nulla ne ci dicemmo una qualsiasi parola. Fui io che per rompere quell’imbarazzato silenzio…: “La sua coreografia mi ha fatto sudare molto e sento un gran bisogno di fare una doccia. Fra un po’ dovrò lasciarla”.

Fu come un’esca: “Vedi quella porta sulla sinistra è di un sobrio bagno con doccia. È il mio personale. Se vuoi approfittarne?“

“Grazie. Come no. Così abbiamo più tempo per stare insieme e dirci delle cose”. Mi accompagnò per indicarmi dove avrei trovato gli asciugamani. In quella stanzetta era evidente quel buon odore che avevo appena conosciuto abbracciandola e sperai che mi dicesse: “Se vuoi posso lavarti la schiena”. Non lo disse e mi lasciò sola.

Mi spogliai e regolai il getto. Se tutto questo fosse accaduto a casa mia, la prima cosa che avrei fatto sarebbe stata quella di farmi un ditalino. Lì però non mi azzardai. Anche perché la porta non aveva chiusura interna. Stavo per andare sotto allo scroscio quando la porta si aprì.

Era Mademoiselle. Istintivamente provai a coprire con un braccio il seno con l’altra mano il pube. Era un tantino imbarazzata e non aveva più il suo passo sicuro e disinvolto. Il volto infuocato e lo sguardo magnetico lasciavano trasparire tutta la sua eccitazione.

“Oh, scusa… credevo… volevo… volevo. Volevo solo…”

Mi scappò una sguaiata risata. Abbassai le braccia lasciando la mia nudità ai suoi occhi e andai decisa verso di lei. La trassi a me: lingua-in-bocca.

Era quello che avrebbe proprio voluto.

“Volevo dirti che un altro passo e saremo sulla strada del non ritorno”

“Ecco, lo faccio io l’altro passo” e cominciai a slacciare i bottoni della sua camicetta “Vedo però che mi

hai preceduto – era senza reggiseno. E qui, approfittando della cappa di libidine che ci avvolgeva, mi sentii di insultarla – Sei falsa come una moneta bucata: troia”

Il sapore della sua pelle aumentava la saliva nella mia bocca. Avida succhiavo i capezzoli e fra una poppata e l’altra, la saliva colava sulla mammella mantenendo un legame bavoso con la mia bocca. Non sapevo cosa facevo. Ma lo facevo con ostinata brama. E le feci cadere la gonna. Già aveva tolto lei le mutande: “Porca!”

Ancora una volta non riuscii a trattenere quello che mi era passato per la testa e glielo dissi con schiettezza.

Così mi accorsi che l’offesa l’aveva eccitata ancor di più: si abbandonò alle mie dita fra le cosce.

L’acqua, scrosciando dalla doccia creava un’armoniosa cantilena. Noi due eravamo ben consapevoli che non ci saremmo più fermate.

Non sapevo come andavano fatte quelle cose lì e mi lasciai trasportare dall’istinto e dall’eccitazione. Avevo stretto la prugna di Mademoiselle e m’era sfuggito di sussurrarle: “Vi piace, vero? Vecchia troia.” Ormai non riuscivo più a trattenermi dall’insultarla. Anche perché ogni offesa aumentava in lei il godimento che le procuravano le mie ancora inesperte dita.

“Certo che mi piace, lesbichetta impudente. Per me è la prima volta. È tuo il gioco se lo conosci… E secondo me… Eccome che lo conosci!” Sospirò profondamente. Le mie dita avevano individuato la clitoride. Quella sua frase, anche se non mi apparteneva, mi inorgoglì e mi determinò a proseguire accentuando la spregiudicatezza.

Leonard più volte, nell’amoreggiare si era spinto con le mani fra le mie cosce infilando le dita nella figa regalandomi sensazionali momenti. Ricordavo bene quei gesti e li ripetei portando Mademoiselle al godimento. Mi incitava: “Sei un meraviglioso tormento. Baciami”. Aumentai il ritmo. Appoggiandosi al muro si contorceva. Pareva che la sua figa volesse divorare le dita che le stavano dando il piacere. Tolsi la lingua dalla bocca e presi a farla scendere lentamente lungo il suo corpo. Ai seni mi soffermai a succhiare gli scuri ed erti boccioli. Tornai a sentire la sua voce “Sì… sìi. Sìii!” Tutto questo mi faceva impazzire. Scesi ancora: l’ombelico. Furono ghirigori di lingua e saliva. Infilai in Lei il pollice e con il resto della mano rovistai nel buco del culo: “Sei una ragazzina porca” Commentò con un filo di voce. Appropriatamente grugnii.

Mi immersi nella folta selva di peli biondo scuri. Pareva che lì nei dintorni ci fosse stato un temporale. Tutto era fradicio. Introdussi la lingua nella fessura. Mademoiselle pareva volermi sfuggire agitandosi e roteando il bacino. Mi crollò addosso e mi ritrovai sdraiata sul duro e freddo pavimento con lei sopra di me. Come un’ossessa si mosse per mettermi la figa sulla bocca. Adesso eravamo finite nella posizione classica del sessantanove. Oggi lo posso dire. Allora non sapevo cosa fosse se non un numero. Lei forse aveva qualche nozione in più e si mise a ripetere quanto stavo facendole nel momento del piccolo incidente. Ero già avanti nella cottura e venni urlando: “Lecca, troia!”.

La calda doccia fece scendere gradualmente la forsennata eccitazione che ci aveva portato fin lì. Non mancammo però di insaponarci a vicenda con baci e carezze. Io sfacciatamente pretesi di insaponarle proprio il buco del culo. Cercammo di divertirci per ogni atto che ognuna compiva nei confronti dell’altra. Anche quando volutamente ci pisciammo addosso reciprocamente.

La cena che seguì, in compagnia della mia famiglia, fu la serena conclusione di quella che allora reputai “la più bella giornata della mia vita”»

A Tlìc le storie dell’amore strano piacevano da matti. Lo eccitavano e quando non voleva sfogarsi sessualmente metteva mano al suo parco di fotocamere e scattava.

Era una bella inquadratura quella di Rosy distesa con tutto il suo ben di Dio in primo piano.

«Rosy, apriti la patacca con le mani, solleva un po’ il capo, sorridi – Tlìc-tac – Ecco fatto. Questa la stampo in formato gigante così la potrai incorniciare. E se l’appendi sopra al letto vedrai raddoppiare gli affari»

«Imbecille! Oramai, sopra il mio letto può stare solo la Madonna del dito protettrice del ditalino classico»

Gridando forte «Non è giusto» Tlìc fiondò sulla figa che ancora Lei teneva spalancata per una poderosa leccata, che si esaurì solo quando fu sicuro che Lei aveva raggiunto l’acme.

«Pazzo! Pazzo! Pazzo! Sarà meglio che smettiamo di godere, altrimenti sarò costretta a sospendere l’attività per far sì che l’attrezzatura si raffreddi» rise molto divertita.

E Tlìc sempre all’erta scattò: «Questa vedrai sarà quella che meglio ti ricorderà questa movimentata mattinata. Vai avanti con il racconto. Sono infoiatissimo di conoscere come da St. Germain de Pers sei approdata in questo lido sconosciuto»

«Già!… Quella notte non riuscii a prendere sonno. Non per i sensi di colpa ma per i ditalini che uno dopo l’altro mi sparai. Finché i muscoli della mano non mi fecero male»

E Tlìc: «La figa?»

«No quella non era mai stata così bene.

Il giorno dopo aspettai di buon’ora Mademoiselle alla pasticceria dove di solito faceva colazione prima di entrare all’École: “Bonjour Mademoiselle, ha dormito bene?”

“Rosy, una notte-supplizio. Non riuscivo a capacitarmi di quello che era accaduto fra di noi. Ho vagato a lungo per casa. Nella mia mente sono passati e ripassati tutti gli attimi dei nostri amplessi. Ho chiesto anche perdono alla Vergine. Soprattutto per l’insano divertimento di pisciarci addosso. Che vergogna! Ho acceso il televisore ma trasmettevano un film con una storia di due ragazze che si uccidono per le difficoltà che trovano nell’affermare il loro amore. Sembrava un complotto. Erano le tre quando mi sono coricata. Avevo i nervi allo spasmo. Ho provato a leggere ma a portata di mano avevo solo una raccolta di lettere di George Sand all’amica del cuore. Ho capito che non era più un complotto ma il destino. Mi sono masturbata e sono caduta in un profondo sonno. “

Avevo tirato un sospiro di sollievo: avevamo concluso quella giornata allo stesso modo. Mi avvicinai e le avrei dato un affettuoso bacio. Un suo impercettibile gesto mi fermò.

“Ragazza mia, devi ragionare, così non possiamo procedere. Prova a pensare cosa si direbbe della direttrice della prestigiosa École Perlage se fossi vista sbaciucchiare una ragazzina? “

Capivo. Annuii. Ma a me tirava in maniera selvaggia e non avevo intenzione di staccarmi da lei se non dopo aver goduto fra le sue braccia. Centrai l’obiettivo con: “Potremmo ragionarne meglio nel vostro studio, Direttrice”

Quando mi rigirai dopo aver richiuso la porta dello studio, avevo trovato la sua bocca innanzi alla mia. Un guizzo e la sua lingua era già contro il mio palato. Le sue mani palpavano con vigore le mie poppe. Nei suoi occhi lampi di tempesta. Non potevo solo subire. Passai all’attacco dicendole con voce chiara e decisa: “Vigliacca puttana adesso ti concio io per le feste”. Le tenni ferma la nuca con decisione e penetrai un suo orecchio con la lingua. Fu tutta un fremito. Continuai a linguettarle il collo. Represse un grido quando sollevatole la gonna e infilai due dita nella figa: “Maiala, sei venuta da casa senza mutande perché sapevi come sarebbe finita. Troia!” Lei capì quel che doveva fare: si sdraiò sulla scrivania vogliosa più che mai.

Io, invece gliela diedi da dietro, accovacciata sulla storica ottomana. Me l’aveva leccata come una forsennata ed io ero venuta due volte irrorandole il viso con i miei umori. “Fai schifo, cagna, puzzi di figa. Vai a lavarti” Fu l’ultimo insulto che le lanciai prima di accomiatarmi. Avevo capito che a Lei piaceva così.

L’abat–jour da tavolo spandeva in quel cupo studio i tanti colori del suo paralume orientale. Uscii pimpante e mi concessi una passeggiata guardando le vetrine di Boulevard San Gérmain. Sotto al mio naso sentivo forte l’odore della sua figa. Lo resi meno pregnante bevendoci sopra un pastis.

Per ben una settimana quel rito si ripropose, poi un pomeriggio sedute a un tavolo del Flora, lei mi convinse che, veramente così non potevamo continuare. Rischiavamo uno scandalo. La soluzione poteva essere che io abbandonassi le lezioni di danza per diventare la segretaria dell’École.

Detto, fatto.

Per me cominciò una bellissima stagione. Sempre al fianco di Mademoiselle nei più disparati ambienti. Lei era molto introdotta nel gotha artistico parigino. Invitata ovunque ci fosse danza, musica e teatro. Io sempre a lei accanto. Molte volte dormivamo assieme nella sua dimora. Ed erano notti colme di tumulti estemporanei sempre più pregnanti. Già nell’ascensore partivo insultandola. Lei veniva invasa da vibrazioni già dalla formula con cui aprivo la belligeranza e che aveva sempre lo stesso incipit: “Allora puttanona cosa posso aspettarmi da te stanotte?… e lei si faceva docile accantonando tutto il vigore, la sicurezza e la determinazione che la facevano ‘donna di successo’.

Così è stato per tre meravigliosi anni: amore, sesso saffico, vita lussuosa.

Mia madre qualcosa aveva capito, ma visto che crescevo bella, robusta e felice lasciava che la mia vita scorresse come più mi piaceva.

Non è che mi fossi rinchiusa in quella dorata cella le cui sbarre erano le grinfie della mia amante. Lasciata la danza mi dedicai a cose meno artistiche e più pratiche. Feci un approfondito corso per barman e spesso l’American Bar mi chiedeva di preparare l’aperitivo per serate particolari ed esclusive. E qui conobbi qualche bell’uomo a cui la diedi: un famoso attore del cinema e un paio di capitani d’industria. Senza sentimento e sempre senza dir mai nulla a Mademoiselle. A lei, poi, regalavo, il giorno dopo, intense sensazioni con nuovi giochi d’amore. Un’indolore maniera per non avere rimorsi.

Lo scorso anno Mademoiselle venne invitata a un congresso mondiale sulla danza in Thailandia. Dopo una settimana tornò raggiante avendo colà concluso un gemellaggio con un importante ente thailandese per cui i figli delle famiglie più in vista del paese sarebbero venuti a studiare all’École. Musica o Danza.

Nel palazzetto liberty dell’École cominciarono a vedersi qualche bell’esemplare, sia femmina che maschio, con occhi a mandorla e tanto fascino orientale. “Chissà? “Mi chiesi, che qualche leggiadra fanciulla di Bangkok non provi il desiderio di accarezzare, stringere o palpare le mie polpose carni tanto europee. E ogni giorno cercavo di aggiungere al mio modo di vestire qualche novità. Qualcosa che attirasse l’attenzione di quelle meravigliose creature che si aggiravano negli austeri corridori dell’École.

Il risultato fu che se ne accorgeva, eccome! soltanto Mademoiselle. Che, dopo aver tessuto lodi al mio buon gusto si sdraiava sulla scrivania pretendendo il giornaliero godimento fra i più fantasiosi insulti. Di cui quello che più l’eccitava era (dopo che gliene avevo spiegato il significato): ‘busona!’

Il fine corso di quell’anno Mademoiselle lo pensò come uno stage in un castello sulla Loira, trasformato recentemente in un centro per congressi e soggiorni collettivi.

Un pullman portò fin là scolaresca e due professori. Naturalmente anch’io e Anais. -Mi sono rotta di continuare a chiamarla Mademoiselle. Il suo nome è ben più breve. –

Il luogo che raggiungemmo era quanto di più elegante si potesse immaginare: mobili originali e antichi, camere spaziose con ogni comfort. D’altronde Anais è molto in sintonia con quel mondo che fu nobile e che ora è perdutamente decaduto.

Io e lei fummo d’accordo di non abitare la stessa stanza. Per non dare adito a pettegolezzi che avrebbero screditato il buon nome dell’École.

Mi sentivo molto grata ad Anais che mi teneva accanto in quel mondo da fotoromanzo. E la gratificavo dimostrandole un maggior desiderio del suo corpo.

Dalla Thailandia si era portata un bauletto pieno di gingilli per soddisfare in solitudine i propri appetiti sessuali. Me l’aveva mostrato con aria trasgressiva dicendomi: “Quando avremo un periodo più calmo con il lavoro ci prenderemo un weekend tutto per noi in un luogo ad alta sensualità e proveremo i benefici di queste specialità. Di mio acchito avevo inserito il bauletto fra le cose da portarci per lo stage: materiale didattico.

Eravamo giunti all’ultimo giorno del corso e non ero riuscita a organizzare la notte propizia per sperimentare quei giocattoli d’amore. Oltretutto gli impegni lavorativi mi avevano tenuta distante da Anais. In parole povere erano quindici giorni che non sentivo lingua attorno al mio basso ventre. Avevo anche valutato di approfondire gli sguardi interessati di un bel ragazzo thailandese, mio coetaneo. Era maschio. Molto maschio. E questo mi suggeriva che sicuramente avrebbe saputo placare ogni mio turbamento. Però lo considerai una vigliaccata nei confronti della mia Anais. Lasciai stare e cominciai a costruire un exploit per l’ultima notte che avremmo trascorso al castello.

Nel piccolo borgo c’era un antiquario. Andai a visitarlo e trovai una bella statuetta di origine romana che raffigurava Tyche, la dea greca della fortuna. Costava una cifra, ma la volli ugualmente. Mi permisi anche una raffinata bottiglia di champagne.

Dopo la cena conviviale lasciai che la compagnia si sciogliesse e ognuno rientrasse nella propria stanza. Ad Anais non confidai alcunché delle mie intenzioni per la notte.

“Sono stanca” disse “domani sarà una giornata campale. Sono sempre così le giornate del rientro. Vado a riposare”

Conoscevo le sue abitudini e i suoi ritmi: dieci minuti di ginnastica corporea. Cinque figure di danza ai piedi del letto. Una buona doccia. In quel caso bagno ben caldo. Infine: ben rilassata, nuda, sotto le lenzuola. Tempo di impiego circa mezz’ora.

Misi in un sacchetto alcuni di quei gingilli che volevo sperimentare quella notte. Soprattutto le due collane di palline: una, sempre un po’ più grossa della precedente.

Mi soffermai a guardarle fantasticando su quello che avrei provato quando quella grande troia di Anais me le avrebbe infilate e poi sfilate dalla figa o dal culo. E così avrei fatto io con Lei.

Avevo incartato anche la preziosa statuetta romana. In quella giornata ricorreva il terzo anniversario in cui fra di noi era tutto accaduto: i baci, le carezze, i ditalini, il cunnilinguo e quel sessantanove fantastico, pur se consumato sul freddo e duro pavimento. La statuetta era il mio dono a chi aveva condiviso con me quel felice percorso

Misi dono e accessori in un bel cesto e salii al piano dov’era la stanza di Anais.

La porta non era chiusa dall’interno ma non lo trovai strano, era già successo, “Sicuramente sa che stanotte io… “pensai “Le farò una sorpresa”.

Sto cazzo! La sorpresa la trovai io.

La stanza era in forte penombra. Unica fonte luminosa una piccola abat-jour. Il letto era proprio in fondo alla stanza. Non riuscii subito a capire chi era sopra ad Anais, comunque era femmina. Intonavano una cantilena di gemiti e sospiri. Erano talmente immerse nel loro amplesso che non si erano accorte che lì si era aggiunto un terzo incomodo incazzato.

Gettai a terra il cesto con lo champagne e i ninnoli per l’amore e feci qualche passo verso il letto. In mano mi era rimasta la statuetta.

Il trambusto aveva rovinato quel sessantanove. Il groviglio di corpi si era sciolto e una figuretta esile e nuda, in fretta e furia, si era infilata nel bagno.

La riconobbi, era Thais, la più bella cerbiatta del corso: non era ancora tredicenne.

Non riuscii a trattenermi e vomitai contro la mia amante quanto di più disgustoso potessi pensare. Anche se sapevo che gli insulti non facevano altro che eccitarla. Infatti: “Vieni… Vieni anche tu. C’è posto anche per te nella mia figa“. Le lanciai la statuetta che ancora reggevo. Si accasciò sul letto mentre io voltavo le spalle al teatro di quella disgustosa scena e tornai nella mia stanza – Guardò Tlìc che l’osservava incantato stringendo nel pugno l’uccello – Mi è venuta sete Tlìc. Cosa c’è nel frigobar?»

«Acque minerali e una boccia di Pernod»

Fu lei a preparare un paio di Pastis che, però, Lei, prima di berlo, volle che lui vi immergesse il cazzo: «Non so perché ma mi frulla per la testa che potrebbe portare fortuna» e infilò la sua lingua fra le labbra di Tlìc.

Il sapore di quel pastis, tutto anice e cazzo aveva riempito tutta la bocca di lei. Tlìc non poté che metterle una mano nella figa: «ti finisco il racconto, prima…»

#13 – Pierre-Marcel-Rosy Trio

«Erano quasi le undici quando entrai nel bar–a–vin nella piazzetta del borgo. A quell’ora erano rimasti solo tre avventori: un anziano del paese e due tizi che avevano tutto l’aspetto di essere camionisti di passaggio. In effetti parcheggiato al lato del bar c’era uno di quei mostri immensi che solcano le strade. Sorrisi a uno di questi e alzai il calice alla sua salute. Ripeté il gesto e si avvicinò. Era un robusto trentenne: “Mi chiamo Pierre, tu hai tutta l’aria di chiamarti Josephine”

“Josephine non mi piace, forse perché mi chiamo Rosy”

Fece vuotare ancora vino nei bicchieri: “Alla tua, Rosy. Marcell bevi con noi?” Si aggiunse il secondo autista.

Intavolai il discorso che mi premeva: “State andando verso Parigi?”

“Si, dobbiamo esserci domani entro mezzogiorno. Possiamo anche prendercela con calma. Sono solo duecentocinquanta chilometri.”

“Non vi piacerebbe avere un po’ di compagnia durante il viaggio. Io vorrei essere a Parigi domattina. Ma anche se arrivo nel pomeriggio non è un problema”

“Tu sai cantare?”

“Ma dai? Io studio anche canto. Sono in questo borgo per un corso di danza e lì abbiamo studiato anche musica e canto. Poi mi piace cantare, ma non quello che debbo studiare”

“E tu canteresti nel viaggio assieme a due semplici camionisti?”

“Penso proprio di sì”

“Bene, se tu sei d’accordo… Marcel?” e Marcel annuì.

“Questa notte dalla cabina di guida del TransFranceBleu n°35 andrà in onda il Pierre-Marcel-Rosy Trio” Altro giro di Sancerre.

I due camionisti canterini mi avevano rincuorato. Avevano un aspetto rassicurante ma anche un bell’aspetto: sì e no trentenni, curati nell’aspetto emanavano convivialità e allegria ogni volta che si muovevano o che dicevano qualcosa. Ero sicura che non avrebbero approfittato della spregiudicatezza di affidarmi a loro, sconosciuti, per quel viaggio notturno.

“Noi ci facciamo un paio di caffè poi si parte. Ti consiglio di provvedere prima della partenza perché sul ’bisonte’ non c’è la toilette” la raccomandazione era venuta da Marcel, che fino a quel momento si era solo espresso con cenni del capo, mezze parole e sorrisi.

Salire sul ‘bisonte’, come lo chiamavano loro, non era una cosa facile: bisognava fare una piccola arrampicata mettendo piedi e mani nei giusti appigli. Dopo due tentativi era intervenuto Pierre che, disinvoltamente, con le mani contro le natiche mi aveva fornito un valido supporto.

Avevo sentito con piacere sulle mie prominenze posteriori, calde e robuste le sue mani.

La cabina, ben pulita e ordinata era una piccola dimora. Radio, televisore, il frigo e dietro ai sedili il letto a castello. “Quando ti verrà sonno potrai sdraiarti nella branda di sotto. Le lenzuola sono pulite” Mi aveva detto Pierre e si era messo alla guida. Marcel nello strapuntino al centro. Io sulla poltrona di destra. Comodissima. Partimmo.

Marcel aveva sfilato dalla tasca la sua chromonica e aveva abbozzato una vecchia canzone americana di cui conoscevo le parole. Andai dietro alla sua melodia e ne venne fuori un gustoso duetto. Pierre guidava, sorrideva e cercava di battere il tempo con un cacciavite che aveva a portata di mano.

“Che bravi e che, bella voce che hai, Rosy”

“Il bravo è Marcel che sa darmi i giusti attacchi”

Chilometri di strada e canzoni: francesi, americane e anche italiane. A squarciagola e in grande allegria. Chi non guidava poteva anche bere qualche goccio di Sancerre. Il minifrigo ne conteneva addirittura tre bottiglie. Ci fu il cambio guida e nello strapuntino centrale venne Pierre, che nei miei confronti si comportava con più confidenza: mi metteva in ordine i capelli e mi versava spesso un altro goccio di vino. Marcel guidava e soffiava nella chromonica. Il Sancerre cominciò a farsi sentire. Del perché mi ero ficcata in quella avventura facevo fatica a ricordarmene la ragione. Quello che invece era diventato un pensiero ricorrente era che da due settimane nessuno si ricordava che anch’io avevo la figa»

Una constatazione che fece anche Tlìc che gliela accarezzava continuamente e che approfittando di una pausa per bere qualcosa, scattò una posa molto ravvicinata all’oggetto del desiderio. Un pressante turbamento stava riemergendo in ognuno di loro.

Tlìc provò ad abbracciarla facendole sentire da dietro che era già pronto ma…

«Abbi pazienza. Non valgono più gli orari delle mie tariffe. Ho deciso che possiamo andare oltre. Sempre che tu abbia tempo e il giusto vigore. Intanto per non soffrire troppo l’attesa potresti girarmi col cazzo il pastis. Può darsi che il fresco del ghiaccio calmi per un po’ le bramosie del tuo arnese» Tlìc si sacrificò. Rosy riprese il racconto.

«Sócc’mel se è freddo il tuo ghiaccio!» Lei però pretese che lo lasciasse a mollo finché non lo vide rilassato e non più agguerrito.

«Dov’ero pure rimasta?»

«Che l’avresti data volentieri al primo che passava di lì»

«Ma dai! È che il romanticismo delle canzoni, l’intimità di quell’ambiente così insolito e ristretto, l’effetto Sancerre e, perché no, i modi gentili ma sicuri di Pierre me lo facevano desiderare. Ero anche stanca. Mi appoggiai a lui che mi cinse le spalle con un braccio. Mi addormentai che stavo ragionando fra me e me: “Dev’essere un’esperienza eccitante farlo nella brandina dietro di noi mentre il ‘bisonte’ va e Marcel suona”. Contavo che Pierre che mi colmava di attenzioni e di Sancerre prima o poi tramutasse le sue gentilezze in carezze con qualche toccamento audace. Al che avrei emesso uno di quei sospiri che non lasciano dubbi sul da farsi… – Si fa così, no?” Tlìc annuì con un certo orgoglio.

«Ma non fu così.

“Buongiorno!” quei due ripresero il tono normale della voce che avevano mantenuta sul bisbiglio per non disturbare il mio sonno. “Sono le cinque. Fra un’ora saremo a Parigi. Siamo in anticipo. Se dici il tuo indirizzo ti scarichiamo sotto casa” poi Marcel, pur guidando, pretese il bacio del mattino: “Porta fortuna”

“Pare sia vero” aggiunse Pierre, baciandomi affettuosamente s’una guancia. Bacio che ricambiai in egual modo a entrambi. Fu invece molto diverso il bacio fra di loro. Capii così d’aver sperato l’impossibile.

“Ma chi sei per vivere in albergo?” chiese con stupore Marcel, davanti all’imponente Hotel Ambassador quando dissi che ero arrivata.

“Sono la figlia del maitre” Ringraziamenti, saluti e giro di baci.

“Ricordati di noi… Di aver viaggiato sul ‘bisonte’ dei due frocioni”

“Neanche per sogno. Dirò a tutti di aver fatto parte del Pierre-Marcel-Rosy Trio”

#014 – Bazzotto, semirigido, rigido. Duro!

L’ascensore mi portò in cima dove mi aspettavo di trovare tutta la famiglia ancora addormentata. Invece trovai mia madre e mia sorella intristite in una stanza piena di scatoloni: “Vostro padre è stato licenziato. Entro domenica dobbiamo lasciare l’appartamento”

La mia vita cambiò. Più accademia di danza per me, cameriere su un transatlantico per mio padre. La parte italiana della famiglia trovò a me, mia sorella e mia madre questo lavoro Ed eccomi qui»

E lasciò il suo corpo in balia dei desideri di Tlìc. Anche se la terapia anafrodisiaca a base di Pernod e ghiaccio prolungava il suo effetto: l’uccello volgeva disperatamente il capo verso il basso.

Tlìc si stava innervosendo: «Guarda qui che figura di merda. Colpa del tuo schifoso pastis…» e giù ‘porco qui’… ‘porco là’

Rosy che un po’ si sentiva in colpa e che di cazzi, almeno a sentir Lei, se ne intendeva, fece la sua ragionata proposta prendendoglielo dolcemente in mano:

«Sai cosa ci vuole, Ciccio? Un bel bocchino della bella Rosy»

«Non osavo, dopo la tua premessa… E il tuo Mimmo, poi?»

«Mimmo è esistito solo un attimo per accalappiare la marchetta» E Tlìc imparò che anche le puttane sapevano mentire.

«Affidati alla mia bocca, Caro. Rilassati. Quando il cazzo è sincero la bocca mi fa godere come la figa»

Fra lingua, ganasce e palato, il fallo prese a crescere: bazzotto, semirigido, rigido. Poi… duro!

«Visto? – sputacchiando un pelo, con un bel sorriso – Adesso per te sarà tutto un brivido»

Tenendolo ben scappellato incominciò la raffinata lavorazione: baci, succhiotti, linguate. Il Tlìc ansimava e bofonchiava. Infine estrasse dalla bocca il cazzo nel momento in cui veniva ed esplose sul volto della dolce puttanella. Che, generosamente se lo riprese fra le labbra.

«Per oggi basta, vero? Intrepido cavaliere»

Tlìc che si impressionava sempre quando vedeva il proprio pene penosamente ridotto ai minimi termini, rimise i boxer.

«Mi è venuta una gran fame!»

«Ti va di mangiare con me, oggi? Visto che sei solo»

Era l’una e mezza. La marchetta era stata ben più lunga del pattuito.

L’erotica mattinata li aveva provati. Mangiarono di gusto senza dirsi troppe cose e il buon Verdicchio della bottiglia faticò a resistere fino al dolce. Poi il caffè e il vassoio con i liquori. Sorrisi e anche un paio di buffetti. Nessun accenno alle precedenti ore.

#15- Il verde labirinto del famoso Hotel Bellevue

«Chissà se posso chiederti una cosa un po’ indiscreta»

Sintetico e implacabile Tlìc: «Beh, dopo aver violato con un dito il mio culo non so che remore puoi ancora avere» era successo nel finale del bocchino.

«Ma le tipe che stanno con te si fanno fra di loro?»

«Certo che ci facciamo fra di noi: io con loro. Loro fra di loro. Loro con me. Ogni notte è una grande festa. Siamo una grande famiglia»

«Ma non ci sarebbe spazio per una nipotina venuta da lontano?… Vedi, oggi tu mi hai riappacificato con il sesso maschile ma io ero abituata anche a giochi tutto al femminile. È da quando sono in Italia che non ho più avuto modo di crogiolarmi fra le calde cosce d’una bella figa. Finora, qui, ho pensato che era meglio non divulgare certe attitudini. Questo non è una scuola di danza ma un rispettabile Hotel ad uso famiglie. Poi arriva un giorno che mi trovo attorno un bellimbusto con due fighesse che non perdono occasione di far capire come passano le loro notti..: Ah, guarda, a parlare del diavolo ne spuntano le… Lascio il campo libero. Pensa a quello che mi piacerebbe riprovare. Pensa alla tua cara puttanella»

«Dove scappi, bella gnocca, che abbiamo tanto bisogno di te» Milly le aveva tagliato la strada

«Abbiamo fame. Pensi di riuscire a farci preparare uno spuntino?»

«Se mi muovo subito riesco ad arrangiarvi qualcosa»

«Dai..: dai… se no schiattiamo per terra – e riuscì anche a palparle una tetta. E rivolta a Marghy – Una tetta così soda era un pezzo che non la palpavo!»

Marghy: «Grazie al… Avrà sì e no vent’anni. Forse anche tu alla sua…»

«Vent’anni il prossimo giovedì» precisò Tlìc.

«Dicesti la stessa cosa anche per le mie, nonostante avessi venticinque»

«Ventisette il prossimo mese» corresse sempre Tlìc.

E, andandole contro, Marghy, spinse le sue contro quelle dell‘amica che di anni ne aveva 32.

Il gesto fu una bomba incendiaria e l’atmosfera s’infuocò all’istante.

Nel giardino ristorante non c’era più anima viva.

Baci appassionati, impudiche lingue che scorrevano su quegli esili colli e nei padiglioni delle orecchie. Le dita che si arrovellavano attorno alle asole delle camicette.

Le poppe apparvero così come madre natura aveva voluto guarnire quelle ben dotate ragazze. Che parevano inarrestabili nella loro erotica frenesia.

Tlìc, con aria pacata e una profumata sigaretta fra le labbra, gustava quella danza ascoltando divertito l’estremo dialogo bisbigliato in corso fra le danzatrici: «Stanotte ti mordo anche il buco del culo»… «Ti stacco uno ad uno tutti i peli della parpaglia»… e via di lingua-in-bocca.

«Op!» erano apparse Rosy e Silvia con i vassoi del pranzo rimediato in extremis.

Rosy: «Volete che vi serviamo il pranzo in camera?»

Fu come una secchiata d’acqua a due cani in amore. Le due si staccarono e più o meno si ricomposero.

«Perdonaci Rosy, ma una mattina nelle boutique di Riccione fra mutande, preservativi, creme e pastrocchi per essere sempre più desiderabili ci ha caricate» tentò di scusarsi Marghy.

«Ma non avete il signor Tlìc per i trastulli»

«A sì, è vero… ma vedi, il signor – e le uscì una risata – Tlìc sta dando eloquenti segnali di stanchezza, per non dire sfinimento. Gli stessi occhiali da sole indossati nel pranzo lo testimoniano. Non è che tu puoi aggiungere qualche particolare? Niente di peccaminoso. In fondo avevamo scommesso su chi di noi tre ti avrebbe calato gli slip. E Tlìc era indubbiamente il più favorito – Marghy le si avvicinò con fare seducente e prese ad accarezzarle i capelli. Rosy fece un piccolo cenno a Silvia che girò i tacchi – Peccato. Avevo pensato a un innocente tranello per averti fra le mie braccia – Rosy era immobile. Indirizzò lo sguardo verso TIìc che abbozzò un sorriso. – Un innocente tranello come questo? – e un attimo dopo Rosy aveva fra le labbra un suo capezzolo. Molto più accentuata si ripeté parte della scena di poc’anzi. Con l’aggiunta che Rosy sollevò la gonna di Marghy e.…: «Ma non hai nulla sotto!»

«Che vuoi? Quando si è in vacanza!»

E Marghy si guadagnò uno spumeggiante ditalino su una sedia, sulle ginocchia di Rosy:«Hai dita sconvolgenti!»

Loro poi, mano nella mano, scomparvero fra le siepi nel ‘labirinto verde’ per il quale era famoso l’Hotel Bellevue

#16– Vista a raggi x

«E così ti sei fatto anche la ragazzina lesbica. Si vede che il tuo fascino travalica generi, vizi e virtù»

«Macché, semplicemente trentamila lire»

«Puttana?»

«Lei si definisce ‘puttanella’ lo fa solo con i clienti dell’Hotel che le piacciono»

«E com’è?»

«Brava. Partecipa. Con me è andata ben oltre: ha voluto godere»

«E se l’invitassimo stanotte?»

«È quello che lei vorrebbe. È stata per tre anni l’amante della sua insegnante di danza. Lei l’amava e l’ha tradita. Da allora non ha più toccato una femmina. Mi ha chiesto lei di intercedere con voi per partecipare a qualche gioco di società»

«Ti ha proprio messo il cuore in mano»

«Raccontandomi la sua storia, un po’ mi ha conquistato»

«È molto graziosa e dolce. Una chicca per l’amore fra femmine. Peccato che domani debba partire… Però stanotte…»

«Come? Domani te ne vai?»

«Sì. Da Riccione ho telefonato a mia madre a cui Mirko ha fatto sapere che fra qualche giorno sarà a Faenza»

«E stanotte vuoi fare gli ultimi atti liberatori?»

«Proprio così»

«Credo che la presenza di Rosy attenuerà la malinconia del distacco anche a me e Marghy»

Milly aveva ripulito il piatto che le stava innanzi. In un colpo vuotò il bicchiere di verdicchio. Guardò intensamente Tlìc. Lui fece altrettanto sorridendole come sanno fare solo i fotografi.

Di Marghy e Rosy nulla.

«Il distacco fra di noi sarà certamente… – abbozzò Milly, un po’ teatralmente. Poi, ripensandoci – Tlìc, fammi vedere l’uccello»

Sembrava quasi che il fotografo s’aspettasse quella richiesta e le sgnaccò innanzi il cazzo che, proprio grazie a quella conversazione così confidenziale, poté mostrarsi senza far arrossire il proprietario.

«Credo sia tempo di salire in stanza»

Alla reception c’era Silvia che li accolse con un bel sorriso pur dicendo loro: «Se fossi in voi aspetterei un po’ a salire. Volete un drink digestivo? Ve lo porto in giardino»

«Grazie Silvia ma andiamo su»

«Chissà stanotte!»

I due si guardarono interrogativamente: “Come fa poi questa a sapere dei nostri progetti di stanotte?”

Le femmine che da quasi un anno condividevano la vita sentimentale e sessuale di Tlìc avevano il sospetto che lui, in quanto a vista, avesse le stesse possibilità di Superman (qui da noi Nembo Kid), ovvero gli occhi dotati di ‘raggi x’. E che quando posava lo sguardo sul decolté di una donna questo oltrepassasse ogni strato di vestiario tanto da fargli godere direttamente le forme delle poppe e dei capezzoli. Per non dire del culo e del basso ventre, alla quale sarebbe risultata vana pure la copertura d’una medievale cintura di castità: pelo, crepa e contorni sarebbero giunti al nervo ottico del nostro bravo fotografo come immagini prive di qualsiasi interferenza.

Era quanto stava capitando.

Milly dibatteva con Silvia sull’opportunità di salire nella loro stanza e Lui, un po’ in disparte, aveva prima lanciato un’occhiata all’abbottonato decolté della ragazza, poi, visto che questa era uscita da dietro il banco, le stava slumando insistentemente il di dietro. Che così coperto dagli umili abiti da lavoro non suscitava certo eccitazione e desiderio. Unico ozioso ragionamento del Tlìc fu: “Chissà cosa nascondono gli stracci della cuoca. Prima della partenza bisognerebbe darci un’occhiata”.

Come avevano già immaginato, sul letto c’era un groviglio di corpi che si auto-cullavano con una nenia di gemiti e sospiri. Erano allacciati in un sessantanove perfettamente compito che, ovviamente non si scompose per l’ingresso dei nuovi venuti.

Questi, per rispetto, si guardarono bene dall’aprir bocca, sennonché Milly causò un po’ di rumore spingendo Tlìc contro la parete. Come una forsennata gli tolse ogni abito finché non si ritrovò tra le mani il pene: bello e sicuro nella sua folgorante erezione. S’inginocchiò e lo baciò, intanto anche lei aveva raggiunto la condizione della nudità. Spinse il giovanotto sul terzo letto e gli montò sopra infilandosi l’asta laddove più le premeva.

In quella stanza si propagò una colonna sonora degna di un festival musicale.

Quando gli ansimi divennero bisbigli, poi sommesso chiacchiericcio e gli amplessi si sciolsero, le coppie risero gioiose abbracciandosi.

Qui Tlìc fioccò Rosy e le chiese spudoratamente: «Marchettina rosa?» Aveva sulla bocca tutto l’humus della figa di Marghy

Lei facendogli linguaccia: «Solo un’azione promozionale»

«Pensi che sarà fruttuosa?»

«Ti saprò dire nei prossimi giorni… Un po’ dipende anche da te. In fondo è la tua fidanzata. Forse anche un po’ gelosa»

Difatti, come un cuneo Marghy s’insinuò nelle loro confidenze:«Sai Tlìc che hai portato una cinna che ne sa più di noi vecchie babbione. Sei proprio un talent scout. Mai sentito certi brividi… Sono tutta sudata… Mi faccio una doccia… Dai, lavami la schiena»

Tlìc le sussurrò: «Se mi pisci sulla faccia, sì»

«Mo sì vé, il mio porco!»

Milly intanto era già riuscita a sdraiare Rosy

#17 – Pigiama party senza pigiama

Il giardino-restourant dell’Hotel ammutolì quando fecero il loro ingresso per la cena Marghy e Milly, fresche di coiffeur e praticamente con il minor ingombro possibile di abbigliamento per non sfociare nell’indecenza.

Rosy stessa, senza apparire ne sguaiata, ne provocante era passata dal parrucchiere e aveva indossato una minigonna che dava il giusto risalto alle belle gambe. Tant’è che frullando fra i tavoli con le mani impegnate a reggere vassoi e piatti sentì un paio di volte mani che tentavano palpeggiamenti alla vigliacca.

«Se sei carina, Cocca» le disse Tlìc suscitando uno sguardo rabbioso da parte di Marghy quando il suo flash le dedicò una posa.

Quel giorno Rosy, fra colpi di cazzo e di lingua aveva provato tanti orgasmi tutti in una volta quanto non mai nella sua giovane vita. E questo l’aveva caricata al punto tale che si muoveva come in una moderna coreografia di danza. Senza più provare i nostalgici rimpianti che l’affliggevano ogni volta che la danza si affacciava al suo orizzonte.

Verso le dieci e mezza Rosy agitò la campanella che voleva dire che la cucina chiudeva e che c’era ancora tempo mezz’ora per bere qualcosa al bar.

Al discreto tavolo della 51 si stava discutendo animatamente se era appropriato chiamare il loro festino, Pigiama Party.

Rosy sfarfallò da quelle parti e venne interpellata, ma il suo “Cazzi e fighe all’arrembaggio” venne rifiutato a priori: troppo marinaresco.

«Potremmo sentire Silvia – suggerì sempre Rosy – lei è molto più pura di tutte noi»

Arrivò Silvia, con tutto il suo buon odore di cucina e qualche macchia su quel brutto camicione grigio verde che la ricopriva dal collo alle caviglie. Tlìc le slumò il di dietro (il camicione era attillato e qualcosa potevasi immaginare) e scattò una foto. Tanto per abitudine.

A Silvia spiegarono per sommi capi, senza dettagliare troppo, che alla chiusura del bar ci sarebbe stato fra di loro una piccola festa per salutare Milly, che il giorno dopo sarebbe partita.

«Pigiama party senza pigiama» fu il responso che suscitò l’applauso.

Silvia abbandonò quell’aria umile che pareva essere l’unica risorsa del suo volto e con riguardo azzardò: «Posso venire anch’io?»

Tlìc esultò.

Marghy tossicchiò.

Milly: «Digli ben tu qualcosa in merito, Rosy»

Un quarto d’ora dopo riapparve Silvia per dire:«Ho già messo un paio di spumanti in frigo per dopo»

Non era più Lei: uno striminzito bikini ricopriva si e no i capezzoli e una gonnellina fantasia celava, se c’era, lo slip.

Tlìc, al grido di «È come pensavo» balzò verso di Lei e la fioccò. Lei, senza slanci teatrali di passione, si limitò solamente a sospendere il suo elegante sorriso per accogliere le impetuose labbra di lui. Per poi riprendere il suo solito aplomb. Senza gioire ne lagnarsi, unicamente deglutendo la salivazione e ripristinando la consueta serena espressione. Tlìc si soffermò su di lei con l’occhio del fotografo: grandi occhi neri, mandavano raggi e dardi sotto due palpebre di seta. Naso affilato, bocca ridente, viso ovale delicatissimo, collo lungo, alta e leggiadra. E provò a ricambiare il dardeggiare del suo sguardo

Armandula era un bambino che con i genitori soggiornava al Bellevue. Scorrazzava ancora nel cortile mentre i genitori si accomiatavano da amici. Poi sarebbero tutti andati in stanza. Armandula, che tutti chiamavano così perché inseparabile dal suo hula-hoop, era proprio innanzi al passaggio che portava a quel tavolo ed era stato testimone del fiocco di Tlìc a Silvia:«Mamma, mamma – era corso dai suoi genitori – ho visto il signor Tlìc baciare la sua fidanzata, la signora Silvia»

«Ma no Armandula, la fidanzata del signor Tlìc è la signora Marghy» lo corresse la madre.

Tanto per dire come in Romagna le notizie corrono.

#18 – Il chiarore del plenilunio la faceva da padrone

Le luci al piano terra dell’Hotel Bellevue e nel suo parco erano state convertite a mezze luci. Guardando la facciata si poteva scorgere dai riflessi bluastri, dove la televisione era accesa: un’unica stanza al primo piano. All’ultimo, sulla grande terrazza, dalle 11, le luci brillarono.

Qui, Tlìc era salito in anticipo per posizionare cavalletto e macchina fotografica. Voleva un ricordo di quella notte che, secondo Lui, sarebbe risultata irripetibile.

In anticipo era salita anche Silvia con tutto l’armamentario per allestire un piccolo buffet: spumante e quattro gusti di gelato.

«E’ la provvidenza che t’ha mandato» esclamò Tlìc accogliendola. Abbandonò ogni attrezzo fotografico per gettarsi sulla sua bocca.

Il benvenuto fu gradito, si prolungò e non ci furono rimostranze se le dita del ragazzo sciolsero i laccetti del reggiseno che finì a terra liberando le poppe impreziosite da un’ampia aureola attorno ai capezzoli.

«Ti ha detto tutto Rosy?»

«Anche di più. Come che hai un uccello bellissimo»

E la vanità che soggiogava il giovane fotografo gli fece cadere le braghe a terra. L’oggetto del desiderio si rivelò.

Le mani di Silvia lo accolsero con delicatezza e fra i due iniziò un reciproco palpeggiamento che sicuramente…

Se non che un sonoro trambusto sul pianerottolo guastò quella cappa di romanticismo che stava avvolgendo quell’improvvisato chiacchiericcio d’amore.

«Ma siete due lesbicacce anche maldestre – si lamentava Rosy sbattendo la porta dell’ascensore – Guarda qui come mi avete tutta stropicciata. Mi avete pure staccato un bottone della camicetta. Vecchie troie bavose!»

Era successo che con Rosy erano salite anche le due tipe che stavano con Tlìc, come le chiamava Lei, che appena era partito l’ascensore si erano avventate su di Lei palpeggiandola a più non posso.

Entrò nella stanza con un diavolo per cappello ma si addolcì immediatamente innanzi alla romantica scena di Silvia che molto pudicamente accarezzava l’orgoglio di Tlìc. Volle baciarlo pure Lei anche per sussurrargli all’orecchio: «L’hai già sverginata?»

Silvia, da ultima invitata, aveva lasciato il campo e stava colmando cinque bicchieri per il primo brindisi.

«Perché è ancora…»

«No, non credo ma è almeno un anno che sicuramente non ne vede uno»

Marghy e Milly uscirono dal bagno dove avevano riposto i loro abiti, forse avevano fatto anche un po’ di preriscaldamento. Avevano gli occhi lucidi e gli zigomi infuocati.

I calici tintinnarono. La festa poteva cominciare.

Marghy si strusciò contro Tlìc:«Non dici niente alla tua fidanzata?»

«Se ti dico che ti amo, rischio di non essere creduto»

«Lo diresti qui adesso ad alta voce?»

«Come no… Ragazze, scusate, cosa ne dite se proclamo che io amo Marghy»

Ci fu un’ovazione collettiva che chiamò un altro brindisi e un pungente commento di Milly:

«Ne dico che di tutti noi sei la troia più grande»

Marghy si sentì rassicurata e, lancia in resta, si dedicò a fare il filo a Silvia. Ma…:

«Senti Marghy, ognuno di noi ha le proprie passioni e i propri tabù e io detesto fare all’amore con una donna. Anche se affascinante come sei tu»

«Non sai cosa perdi» e, un po’ contrariata, volse i suoi passi verso Rosy e Milly che stavano chiacchierando molto amichevolmente. Segno che lo scazzo precedente era stato messo nel dimenticatoio

Ovviamente: era una notte in cui il chiarore del plenilunio la faceva da padrone.

I corpi nudi su quella terrazza avevano assunto un elegante riflesso blu. Se si guardava il mare, leggermente increspato, si poteva rilevare lo schiumeggiare delle onde.

Silvia dopo il tentativo di seduzione da parte di Marghy Se ne stava in un angolo a guardare, appunto, il mare fumando una sigaretta. Tlìc armeggiava attorno al cavalletto con la sua potente Rolleiflex pronta ad entrare in azione. Guardò verso Silvia e senti crescere qualcosa fra le proprie gambe. Le fece segno con la mano, Lei si avvicinò. Tlìc le baciò un seno. Lei ricambiò con un affettuoso bacio sulle guance. Tlìc continuò senza scomporsi il suo lavoro:«Tra un attimo sarò pronto. Vedrai che foto salteranno fuori» a Silvia tutto questo non importava troppo. Guardava con aria malinconica il bel fotografo.

Quando Lui ebbe sistemato filtri, diaframma e otturatore si dedicò alla posa ma prima non resistette e l’abbracciò per sentire ancora contro la pelle il turgore dei capezzoli. E più che mai il ventre di Lei, ancora celato dal gonnellino, premere forte contro l’uccello.

Lei, dimostrava arrendevolezza ma non un’esagerata passione.

Si lasciava baciare e accarezzare senza farsi trasportare da slanci che ne sottolineassero il piacere. Eppure non dava segnali di voler uscire da quel gioco. Tlìc, eccitato da quel corpo seminudo non pensava certo che forse erano in atto tempeste nel più profondo di quella bella rossa che Lui stava cercando di sedurre.

Era tale la sua eccitazione che non riusciva a staccare i due gancetti del gonnellino che ancora resisteva sul corpo di lei. Ci pensò lei stessa con gesto automatico. Cadendo lo straccetto rivelò che la ragazza, già a culo nudo, mostrava un rigoglioso ciuffo rosso come i suoi capelli. Tlìc dimenticò le pose che aveva in animo di scattarle. La strinse ancora più forte a sé rovistando con la punta dell’uccello il fulvo nido che trovò ricco di umori. Eppure Silvia non manifestava particolari entusiasmi. Lasciava fare e il suo volto assumeva sempre più un’espressione malinconica.

Tlìc però di tutto questo pareva non accorgersene.

Erano in piedi uno di fronte all’altra contro la ringhiera: baci, carezze, Lui non risparmiava nulla per dimostrarle quanto la desiderasse. Quando le mise una mano fra le cosce lei le allargò. Prima un dito, poi il secondo. Lei assecondò la penetrazione e trasse un leggero gemito. Nulla di più.

Lui continuò a masturbarla, lei abbozzò un leggero sorriso e gli disse: «Mi piacerebbe farlo vedendo il mare»

Tlìc l’accontentò dando lui, le spalle al mare. La teneva molto stretta e Lei gli si abbandonò completamente fra le braccia. Lui la sentì fremere e aggiunse vigore alle sue carezze. Poi fu lei a stringersi ancora di più tremando un po’ tutta: «Mamma mia! Tlìc. Ci sai veramente fare con le dita. Oh, caro: ancora… ancora… ancora. Ancora, ancora!»

Sembrava uscita da quello stato di malinconia che aveva dimostrato fino a quel momento. Baciò a lungo le dita che le avevano dato tanto piacere. La vanità di Tlìc aumentò la sua eccitazione. Visto che la ragazza aveva gradito bisognava ripetere. Stretti l’uno all’altro, l’uccello premuto contro una delle cosce che lei teneva larghe. La mano riprese ad arzigogolare attorno al clitoride.

«Su, su. Dai, dai!» Lo spronò lei e furono tre le dita che lui affondò nell’ umida crepa. Lei ringraziò Dio ad alta voce: «Mo Dio mio, che bello!» E stavolta fu Lei ad infilargli la lingua in bocca. Era subito venuta.

Tutto quell’agitarsi della ragazza, quelle contrazioni dei muscoli erano tutti sfregamenti contro il duro membro di Tlìc che pensò bene di doppiare l’orgasmo di Silvia e prese a sbrodolare sperma contro la coscia di Lei: «Ancora… ancora!» Fu il primo sussurro che Silvia esalò quando ritrasse la lingua dalla bocca di Tlìc.

A Tlìc girava la testa, anche il suo godimento era stato molto intenso.

Nell’altro lato del terrazzo Rosy illustrava a Marghy e Milly robe che dovevano essere assai pruriginose dal momento che fra di loro aumentavano gli sbaciucchiamenti e le palpate a seni e patacche.

Ai lamenti di gioia di Silvia, Rosy reagì andando verso la coppietta:«Cos’è che sta facendoti il porco della serata? – e visto che era lì prese in mano l’uccello che aveva ben conosciuto proprio quella mattina. Era ancora madido di sborra – Che schifo!» e si mise in bocca le dita per nettarle.

«Cos’è che raccontavi e quelle due di tanto importante che non cercavano neppure di metterti le mani addosso?»

Chiese Silvia concedendo un parco sorriso.

«Raccontavo una ricetta»

«Cioè»

«Il toast alla francese» a Silvia scappò una risata complice: «Non avevo dubbi»

Il toast alla francese era una figura erotica molto apprezzata negli ambienti gay parigini, in quegli anni. Perfetta per l’amore a tre. Semplice anche da immaginare: una faceva la fettina di prosciutto, le altre due le fettine di pane. Poi eventualmente ci si scambiava i ruoli.

«Oh… – Fece Rosy – sono già andate a sdraiarsi sul letto!»

«Ancora…, ancora?»

«Ancora, ancora… Ancora!» Silvia prese per mano il fotografo e assieme si diressero verso una porticina che era sul lato destro della terrazza. Era il magazzino dei materassi dell’Hotel. A dire il vero era già tutto premeditato perché sul pavimento erano già distesi due soffici giacigli pronti all’uso.

«Ancora, ancora, ancora» Silvia nello sdraiarsi.

Tlìc fu per andarle sopra. Lei però si girò su un fianco gli prese la mano e la condusse fra le proprie cosce.

«No, dai. Con l’uccello è più bello»

«Non posso, Tlìc» e svelò il mistero di quella sua malinconia anche mentre stava ricevendo godimento a profusione.

«Credimi, è un anno che non vedo e non tocco un cazzo. Se sono qui stanotte è colpa di Rosy che per tutto il pomeriggio mi ha parlato in maniera entusiastica del tuo. Ho un fidanzato a Lione. È un anno che non lo vedo. È in viaggio per venirmi a trovare. Domani l’altro sarà qui. Per me farà mille chilometri con la sua scassata macchinetta. Dico sul serio: non ti faccio venire in me»

«Non ci si può lasciare così a metà strada» farfugliò il ragazzo e uscì sulla terrazza. Recuperò una sigaretta che accese mentre rimuginava l’accaduto. Le sue riflessioni partirono da: “Ma guarda che stronza!” per concludere il ragionamento con “Certo che deve essere un grande sentimento quello che le fa troncare un orgasmo sul più bello”. Tlìc si grattò il capo. Non era avvezzo a considerare il profondo delle persone: le loro emozioni. I loro sentimenti. Lui era un fotografo. Uno di quelli che fanno qualche cosuccia oltre le fototessere. Per lui era importante lo sguardo, il sorriso, le luci e le ombre. E questa che di tutto ciò aveva in più, un incantevole ciuffo rosso, veramente rosso, fra le gambe, aveva messo fra questo e il suo bellissimo, l’aveva detto Lei, uccello, la fedeltà.

Valle a capire te le donne?” Ma quel ciuffo vermiglio gli era rimasto attaccato agli occhi. Perché non ridargli un’occhiata? Rientrò in quell’improvvisato talamo.

Silvia stava seduta sul materasso. Aveva pianto. Tlìc le si sedette dietro e le appoggiò le mani sulle spalle. Lei non mosse un muscolo. Un bacio sul collo e un sussurro:

«Ancora, ancora?»

«Sì; ancora, ancora, ancora»

Risero assieme e un attimo dopo, abbracciati con tutte quelle piccole accortezze che rendevano le carezze più stimolanti.

Due orgasmi in pochi minuti.

«Sei proprio golosa…»

«Se volevi dire insaziabile hai detto la cosa giusta. Da quando ho scoperto che non portano alla cecità me ne faccio che me ne faccio»

«Ti piacerebbe se ti leccassi la figa?»

«Non ricordo più cosa si prova. Ad Orione (il fidanzato) non piace. L’abbiamo fatto una sola volta. Quando ero ancora vergine. Poi da quando gliel’ho data ci siamo presi solo in quella maniera: lui sopra.»

«E i ditalini?»

«Quelli sono state solo cose mie»

Tlìc l’aveva girata come pareva a lui e aveva cominciato dall’ombelico per perdersi poi fra la rossa peluria. Qui iniziò a stemperare l’eccitazione che gli procurava il contatto con la fulva patacca. Prima di cedere il passo all’impaziente lingua e alle labbra volle che ogni centimetro del proprio viso assaporasse il piacere di strusciarsi contro quei sottili fili che avevano trattenuto il profumo del mare.

E volle dirglielo: «Hai la figa che sa di mare»

«Ho fatto una bella nuotata prima di salire» era un balbettio il suo. Il piacere già si stava facendo strada. Fu la punta del naso di Lui a dare il la ai giochi fra le carnose labbra ma fu la lingua a provocare il primo fremito quando affondò più che poté nella vagina. Poi Tlìc succhiò… linguettò velocemente qua e là prima di prendere in considerazione la clitoride che coccolò a lungo con la punta. Silvia saltava e si contorceva. E quando lui aggiunse due dita Lei cominciò a vaneggiare incitamenti e anche frasi d’amore. Le partirono diversi schizzi che non rallentarono certo la foga del baldo giovane. Lui leccava aumentando il ritmo del ditalino. Lei gustava il godimento. La figa schiumava ormai ininterrottamente. Poi si scatenò il putiferio: «Ci sono… ci sono… amore» Fu un urlo. Lei strinse il capo di Tlìc con le cosce ma Lui non si fermò: tolse le dita dalla vagina e rallentò la frequenza dei colpi di lingua.

«Dio mio cosa mi sono persa in questi anni! Tlìc, vieni qui che voglio baciarti» E Tlìc emerse da quel paradiso carnale. Aveva il volto ricoperto dall’humus di Silvia. Sfregò le guance sul ventre di Lei per togliersene un po’.

Erano ambedue fradici di sudore. Si incollarono in un bacio profondo.

Mentre la baciava Tlìc rimise all’ordine del giorno di riproporre la trombata. Quella classica. Quella fatta con sì fatta dolcezza da accontentare sia i sessi che i cuori.

Da buon seduttore sapeva che non poteva far conoscere il proprio desiderio con un semplice “Me la dai?” Ci voleva qualcosa che mettesse sul piatto un’ipotesi che si proiettasse nell’immediato futuro. Cioè prima che il moroso lionese sbarcasse sulla Riviera Romagnola.

Ma non ce ne fu bisogno. Il cazzo di Tlìc era appoggiato proprio sulla feritoia della vagina di Silvia. E Silvia non lo percepiva come una minaccia alla prova di fedeltà che si era imposta. A Tlìc venne un sospetto: sollevò leggermente il bacino per constatare che fra le proprie gambe c’era un’oca morta. La struggente eccitazione che tanto l’aveva pervaso durante la lunga leccata che aveva saziato la bella cuoca aveva finito per sfinire anche il vigore del suo gingillo. Oppure, più realisticamente il tanto stimato ed apprezzato priapo aveva reagito scioperando per l’eccesso di lavoro tutto in quel giorno. Leggi: tre trombate con Rosy quella stessa mattina con per finale un poderoso bocchino sempre da Rosy. Mentre il pomeriggio lo aveva visto in una spavalda pecorina con Milly. Ragionando che tutte queste attività lasciano il loro segno si addormentò sereno senza rammarichi. Purtroppo questo avvenne solo un attimo prima che Silvia gli dicesse di volergliela dare. Ma quando Lei gli sfiorò le labbra sussurrandogli: «Quando vuoi è tua» la risposta le tornò sotto forma di ronf-ronf con tutte le relative variazioni sonore. La dolce Silvia aveva scambiato il sorriso che aleggiava in quel momento sul volto di Tlìc per la gioia che le procurava la sua proposta. Pensava di venire presa fra le sue braccia, ribaltata sul materasso per ricevere quello che, conflitto dopo conflitto, si era convinta di voler ricevere. Ma proprio in quel momento Tlìc era stato cooptato in un bellissimo sogno che gli riproiettava il bocchino di Rosy. Non era un sogno da poco e quando questo terminò Lui non poté che sprofondare nel sonno più profondo. Silvia non osò svegliarlo. Non le rimase che voltargli le spalle e addormentarsi. Anche lei era provata, sfinita dalla leccata appena ricevuta e da un numero imprecisato di ditalini.

Il mare si era ingrossato e il suo rumoreggiare giungeva distintamente fino alla terrazza. Verso le cinque si unì al suono della campana della chiesa della Madonna del dito, quella che aiuta le nubili a trovar marito, così almeno si dice.

Erano solo le sei del mattino ma il parroco in rispetto di un’antica tradizione manteneva quella mattiniera funzione assai frequentata. Silvia a quel richiamo si svegliò e andò in terrazza, volse lo sguardo nella direzione da cui proveniva quel richiamo, si inginocchiò e prese a pregare. Sentiva la necessità di chiedere perdono al Signore per le recenti fornicazioni e in previsione di… Si raccomandò alla Santa Vergine che la trattasse con indulgenza qualora avesse di nuovo peccato. Silvia era cresciuta in una famiglia molto religiosa.

Molto probabilmente i risvegli sono contagiosi e quello di Silvia aveva agito anche su Tlìc che svegliatosi aveva constatato che l‘uccello gli si era ingrossato e indurito. Era l’erezione del mattino che spesso si dissolve in una copiosa pisciata. E così si avviò al bagno. Fece tutte le dovute abluzioni mattutine e constatato l’efficienza del proprio uccello si avviò per mostrarlo a Silvia che aveva visto inginocchiata in piena devozione.

Silvia però lo precedette. Lo intercettò appena rimise piede sulla terrazza: «Tlìc, ho pensato molto stanotte e adesso so che devo dartela» Lui la strinse a sé e provò già lì in piedi, nel mezzo della terrazza, ad infilarglielo. Tenendosi per mano riguadagnarono il materasso. Voleva prenderla alla pecorina, lo stile con cui era sempre sicuro di far bella figura, ma lei disse no: «Voglio vederti godere» e spalancò la splendida fica. Tlìc agì senza slanci ma anche senza tentennamenti. Entrò in Lei facendoglielo gustare centimetro dopo centimetro con pause di circa quindici secondi fra uno e l’altro. Una sottile finezza che la ragazza apprezzò assai pur ben consapevole di essere sprofondata ancora una volta nel peccato. Anzi: «Chiavi come un dio!» Le scappò detto. E quando lo senti tutto nel più profondo della vagina lo strinse forte ponendogli le gambe sopra. Tlìc non rimase indifferente a quell’abbraccio. Prese a roteare il bacino finché non esplose in lei. Quando lo ritrasse era ancora dietro a sborrare.

«Ancora, ancora» supplicò lei.

«Ancora sto câz!» Replicò trivialmente il bel fotografo mostrandole il pene ridotto ai minimi termini: un’inconsistente cotica.

«Ancora, ancora per chiederti carezze per rientrare gradualmente nella realtà… Sono già venuta due volte»

Le bocche si unirono. Le loro lingue si rincorsero a lungo.

Per non far che Silvia rinnovasse richieste che Lui non sarebbe stato in grado, al momento di esaudire, lui andò a rivestirsi.

Passando per la stanza guardò con tenerezza le tre figure che consumato la loro notte saffica serenamente dormivano con espressioni di gioia disegnate sul volto.

Silvia era tornata ad inginocchiarsi e a pregare ritenendo di essere andata ben oltre alla benevolenza di santi e madonne.

Milly, subito dopo la colazione li salutò: «Con voi è saltata fuori una settimana straordinaria – fioccò Marghy e diede una robusta palpata al pacco di Tlìc – Vi farò sapere quando sarò gravida e quando nascerà. Vi voglio tutti al suo battesimo» Si avviò alla fermata della corriera.

#19 – Nudi?

«Il tempo di festini, orge e orgette è finito – disse Marghy un po’ malinconica – Da oggi si lavora alacremente se no non ce la facciamo ad assolvere al compito che c’è stato dato. Come minimo dobbiamo ripassare cento-centocinquanta pagine al giorno»

E così fu. Salutato Milly salirono in stanza e di gran lena misero mano al corposo malloppo che la Momò aveva rifilato loro. E che loro nella prima settimana avevano preso molto… molto alla leggera. Marghy sfoderò tutta la sua autorevolezza di professoressa universitaria: «Meno sesso e più attaccamento al dovere» Si associò anche Tlìc con qualche ma: «In fondo il mio dovere sarebbe quello di scattare delle belle foto. Cosa ti impedisce di metterti in posa dopo aver fatto una buona guzzata? Normalmente vieni megIio… sei più bella!» fu quella ruffianata che moderò lo stacanovismo di Marghy. Tutti e due ne avevano fatte di cotte e di crude in qua e in là ma erano ben due giorni che non si prendevano e per le loro abitudini era già tanto.

Cadde la gonna. Cadde lo slip e Marghy strinse forte la balaustra del terrazzo offrendo completamente il posteriore alla fantasia del suo Tlìc: «Però dopo mi scatti una bella foto… Anche in questa posa – poi forse con una punta di gelosia – Quante ne hai scattate stanotte alla rossa?»

«Neanche una. Eravamo proprio qui. Stavo mettendola in posa poi mi sono venute in mente altre robe»

Tlìc aveva già impuntato la cappella.

«Vedi che poi non ci si mette troppo tempo»

Erano le otto e mezza. Per lavorare avevano avanti loro tutta la giornata.

«Che ne dici se stiamo così come siamo ora mentre leggiamo le bozze?»

«Nudi?»

«Fa un caldo e non c’è una nuvola nel celo»

«Dai. Solo per le ragazze delle pulizie»

«Ce n’è anche per loro» disse spavaldo agitando la verga.

«Dì la verità Tlìc: speri che la camera venga a riordinarla la Rossa»

«E te dai. Fa la cuoca. Poi domani deve arrivare il suo fidanzato»

«E stanotte te l’ha data?»

«No, solo all’alba di questa mattina»

«Troia!»

Così una chiacchiera qua e là, una dopo l’altra passavano i fogli: cancellazioni, aggiunte e correzioni. Ogni dieci pagine Marghy trasferiva il testo battendolo a macchina. Tlìc dettava.

Era ancora giorno ma era già sera. Avevano lavorato alacremente. Senza pranzare. Il cartello alla porta, Non Disturbare. Non avevano visto nessuno. Erano comunque madidi di sudore che rendeva le loro epidermidi luccicanti: «Ci facciamo una doccia poi un aperitivo giù da Rosy»

«Io ci sto. Platonica la doccia?»

«Assolutamente. Il digiuno, blocca l’amore»

#20 – Ci vuol ben poco per essere felici!

«Freschi, abbondanti e forti» chiese Tlìc a Rosy e lei si mise subito all’opera spingendo verso di loro un piattino con qualche oliva e patatine.

«Sai che eravamo tutti preoccupati. Non vi abbiamo visti a pranzo. Il cartello ‘Non disturbare’ sempre attaccato alla porta e abbiamo anche pensato che vi foste suicidati, pentiti del vostro sfrenato libertinaggio. Ma questi sono fatti vostri»

Intervenne Marghy: «Beh no, con la confidenza che c’è fra di noi possiamo dirti che si e no ce ne saltata fuori una, anche molto svelta, il resto è stato tutto lavoro – e strusciandosi un po’ contro il suo uomo toccò con il suo bicchiere quello di lui – adesso però… Quando avremo sconfitto la fame nel succederanno delle belle. A proposito di belle, grazie Rosy per quello che ci hai insegnato questa notte: sei stata una bomba. Non avevo ancora provato brividi così prolungati. Se ci penso mi bagno anche adesso. – poi dopo una breve riflessione – Visto che la borsa della vacanza la gestisco io e tu, se non ti offendi, sei l’esperta del settore…»

«Vuoi dire la puttanella»

«Se ti fa piacere… Noi, dato che adesso  lavoreremo tanto durante il giorno, potremo prenderci lo sfizio di avere delle notti un po’ movimentate. Hai qualche consiglio da darci?»

«Bisogna vedere quanto volete spendere»

«Tlìc mi ha detto quali sono le tue tariffe e per quello che piace a me non possiamo permetterci sette notti complete. Andrebbero assolutamente fuori dal rimborso che c’è stato assegnato»

Tlìc sentendo la piega che aveva preso il dialogo lasciò che le ragazze se la sbrigassero fra di loro. Si sarebbe goduto la sorpresa.

Sempre succhiando dalla cannuccia il buon long-drink, si diresse verso la cucina. Mise il naso dentro ma Silvia non c’era: “Sicuramente sarà arrivato il moroso e Lei si starà dedicando a lui”. Invece Silvia c’era. È seminascosta guardava con soddisfazione il disappunto sul volto del giovane mentre la stava cercando. Non ce la fece, Silvia, e usci allo scoperto: «Serve qualcosa?» Tlìc le andò incontro e l’avrebbe sicuramente abbracciata e baciata ma uno sguardo in giro gli aveva fatto notare che in quella cucina erano in tre: «Volevo solo chiederti come stavi»

«Sicuramente meglio di ieri l’altro»

Quell’incontro finì così: uno sguardo intenso colmo di malinconia e un lungo brivido che andò dal coccige alla cervicale quando Lei sfiorò l’avambraccio di Lui nell’andarsene.

«Tlìc, Tlìc, con Rosy abbiamo fatto un programma per ogni serata che restiamo qui. È una bomba. Te lo spiego fra un po’ mentre mangiamo. Tu però non devi essere troppo egoista»

Il parco-ristorante si era riempito. Il brusio degli ospiti si confondeva con quello delle cicale. Le ragazze dell’Hotel volteggiavano fra i tavoli con le portate. La notte si annunciava alquanto calda.

«Certo che la ragazza il suo mestiere lo sa far bene»

«Quanto ti ha estorto?»

«No, mi ha fatto veramente un prezzo da amica: cinquantamila a notte»

«Però!»

«Dai, non fare la raspa! Se consideri che starà con noi dalle undici e mezza alle sei del mattino dedicandosi un po’ a me e un po’ a te. Ci mette anche una bottiglia di trebbiano»

«Ah, sì, sì. Se è così – e si buttò sulla pepata di cozze – Si comincia stasera?»

«Sì, sì. Le ho già pagato il servizio fino a domenica. Io però mi sono fatta già un’ipotesi della serata. Adesso noi mangiamo con calma. Verso le dieci saliamo in camera e facciamo un po’ di preriscaldamento fra me e te…» si era sfilata un sandalo e celata dalla tovaglia aveva allungato uno dei suoi piccoli piedi fra le gambe di Tlìc e gli stuzzicava l’uccello.

«Mi sa che stai già preriscaldandoti»

«A dire il vero sono già a un buon punto di cottura» E aggiunse impegno nello stuzzicarlo fra le gambe.

«Vieni con me» disse Lui perentorio, alzandosi di scatto.

«Cosa vuoi fare?» Era un tavolo discreto e un po’ nascosto, ma solo un po’…

Non parlò più Tlìc. L’aveva presa per mano e la conduceva per i vialetti sterrati del verde labirinto. Era un dedalo complicato pur se piccolo ma in cinque minuti raggiunsero il praticello base.

Se Lei era visibilmente arrapata, l’eccitazione in Lui l’aveva reso alquanto brutale e sgarbato. Nel toglierle gli slip glieli stracciò e senza alcun preliminare affondò in Lei.

Quando Marghy appoggiò le natiche sui fili d’erba era già completamente bagnata quindi il priapo non ebbe difficoltà a raggiungere il punto più recondito della sua intimità. Tlìc faceva veloci avanti indietro perché voleva al più presto venire a gusto: si era ricordato di aver lasciato in bella vista e incustodita la sua preziosissima Rolleiflex.

«Stringi… Stringi forte la gnocca … Fai un po’ la porca!» Si raccomandò con un fil di voce ansimando.

«Dio mio, non l’ho mai sentito dentro così gross…»

Non riuscì a finire la frase che il gingillo così grosso prese a schizzare con forza. Lei se non gliel’avesse impedito la lingua di Lui l’avrebbe benedetto. Fu invasa da brividi e contrazioni. Due orgasmi che si auto alimentavano. E Tlìc concluse il suo mordendole a sangue il lobo di un orecchio.

Erano passati soltanto sette minuti da quando si erano sdraiati.

Abbandonarono in loco il corpo del reato, lo slip, e mano nella mano ripercorsero gli intriganti vialetti. Marghy si godeva le calde gocce dello sperma che la sua figa restituiva al mondo: giù, lungo le cosce. Questo rendeva Marghy raggiante.

Ci vuol ben poco per essere felici!

#21 – Solo in nove minuti

Rosy arrivò al tavolo dei due, diciamolo pure, suoi clienti, con le altre portate della loro cena. Non trovandoli si guardò attorno per capire se erano nei pressi o se doveva riportare tutto in cucina perché non si raffreddasse. Li vide uscire dal vialetto del labirinto con l’aria un po’ trasognata e inequivocabilmente stropicciati:

«Siete andati a dar concime alla begonia? – E rise sguaiatamente: non era da Lei –Vi invidio, ne avrei bisogno anch’io. Anche subito»

«Se vuoi? Non so perché ma pur dopo la sguazzata di qualche minuto fa, che è stata notevole…: Vero Marghy?Marghy annuì – … mi sta crescendo uno schiribizzo che se va avanti così debbo in qualche modo provvedere Pronta per la sega in camuffa, Marghy?»

«Non ditelo a me – fece Marghy – che per fortuna che sono a culo nudo se no avrei lo slip già inzuppato»

«Fatela finita ragazzi, perché adesso non posso smollare di servire i tavoli ma è così anche per me: come se avessi un vibratore nella patonza»

Tlìc con la voce che tradiva una certa disperazione:«Non è che c’è uno sgabuzzino qui a portata di mano da occupare per un quarto d’ora?» Discretamente e assai guardingo le palpò una poppa.

Rosy prese per un braccio Marghy e si diresse verso la cucina.

«Silvia tieni d’occhio i tavoli, io ci sono fra dieci minuti» e s’infilò nel magazzino.

C’erano sacchi ovunque, per terra e impilati. Tutta un’altra situazione che la stanza 51 con vista mare. Ma in quel momento la vista contava ben poco.

Rosy si mise carponi su un sacco (conteneva maccheroncini. Quelli tanto buoni se cucinati ‘allo scoglio’) e invitò Tlìc a procedere. Lui sciolse la cinghia e caddero gli short con tutti gli accessori. Marghy capì da sola che poteva agganciarsi mettendo la figa sotto il volto della ragazzina. Il cazzo di Tlìc entrò nell’alveo della prugna che gli veniva esibita innanzi mentre la bocca di Rosy s’impossessò delle labbra inferiori di Marghy:

«Sei una meravigliosa troia»L’adulò questa appena percepì il lavorio di lingua che le veniva riservato.

Tlìc, dopo aver stantuffato il cazzo per un po’ lo tenne spinto sul fondo della figa perché già sentiva movimenti di sborra nei suoi testicoli.

«Ohhh!» gemette Rosy stringendo con le labbra, quelle brodose della vulva di Marghy.

«Ahhh!» Questa concluse il proprio orgasmo premendo la propria fessura contro la bocca dell’amica.

«Fatto! dichiarò Tlìc dopo il terzo schizzo. Guardò l’orologio da polso – Abbiamo goduto in tre in soli nove minuti»

«Una sincronia perfetta. Forse perché fra noi tre c’è amore» provò a tirar le somme Rosy, con tutto il suo romanticismo ancora adolescenziale. Un bacetto agli altri due e tornò col suo bel sorriso fra i tavoli.

#22 – L’erba per la rossa pozione

«Tutto bene ragazzi?» il giardino oramai si era svuotato e Rosy poteva concedersi quattro chiacchiere al tavolo della 51

«Ma sì, vé! Mi sembra ancora un po’ in calda ma ha rifiutato un ditalino. Io glielo avevo proposto»

«E Tu?»

«Sempre col tira-tira ma diciamo che mi controllo»

«Credo di aver capito cosa ci è capitato: vedete, lì sull’entrata, quel signore sui 50-60 anni che chiacchiera con quel figone di 35? Quello è il dott. Zunarelli con la sua fidanzata. È arrivato il giorno che siete arrivati voi. La sera stessa si è presentato al bar con la fidanzata, un mazzo di erbette e un’insolita richiesta:” Potrebbe fare due long drink secondo una ricetta che le dico io?

“Certamente, – ho dissi un po’ sorniona – purché non lo debba bere io” e mi misi a sua disposizione. Sul fondo dei bicchieri mi fece fare uno strato con le foglioline delle sue erbette e sopra di questo un certo numero di cubetti di ghiaccio. Mi fece versare una buona dose di gin, una mezza di vermouth rosso e uno schizzo di seltz. Il profumo era molto buono. Né assaggiai appena un cucchiaino e anche il sapore era invitante. Comunque mi fermai lì. Il Dottore e la sua fidanzata garganellarono i beveroni in due e due quattro poi chiesero se gliene facevo altri due e se glieli mettevo in un grande bicchiere che se lo sarebbero portato in stanza. Prima però il Dottore mi chiese di trattenere le verdi fronde per ulteriori sue richieste e se lo ritenevo potevo anche utilizzarle pe i miei avventori. Così ho pensato di far provare anche a voi la novità che poi ho bevuto anch’io. Mi è piaciuto e me ne sono fatto un secondo prima di servire la cena»

«Secondo me è proprio colpa o merito dell’erbetta afrodisiaca – disse Tlìc – Perché non ce ne facciamo un altro giro?»

Marghy: «Io ci sto, però teniamo presente che disponiamo di un solo cazzo»

«Dai, Carina, come che tu non sappia che non c’è solo il cazzo al mondo» e andò verso di Lei con fare aggressivo. Marghy la precedette e prima che questa potesse esprimersi l’aveva spinta contro la siepe e una sua mano aveva già constatato che la ragazzina non aveva più gli slip:

«Ho dovuto togliermeli. Così fradici non li sopportavo più»

«Su, ragazza mia. Facci mò sto cicchetto afrodisiaco e magari anticipiamo pure la seduta notturna»

Rosy si mise al lavoro annusando attentamente l’erba da utilizzare.

«Ollallà, il bicchiere della staffa! – era apparsa Silvia – Posso brindare anch’io?» si era affrancata dal look da cucina e aveva indossato i tre pezzi della sera precedente.

È incantevole” pensò Tlìc ma si tenne a distanza pensando che quello stringato abbigliamento fosse per il moroso d’Oltr’Alpe che forse era già in zona.

Subito dopo Marghy e Tlìc salirono in camera.

Marghy fece una calda doccia e si avvolse nel suo elegante accappatoio di ciniglia con il sol levante riprodotto sulla schiena. Tlìc aveva fatto la stessa cosa ma era rimasto nudo ad aspettare Rosy.

Guarda caso, era proprio la notte di San Lorenzo, quella delle stelle che vengono giù. Era molto… molto calda già di suo, quella notte.

Inaspettatamente Rosy si presentò con Silvia. Marghy, appena le due ragazze misero piede nella camera si fece innanzi loro spalancando l’accappatoio e scimmiottando la mossa del gabardine tanto cara agli esibizionisti. Rosy e Silvia ebbero, così, come prima visione il ben formato, fornito e disponibile, corpo ignudo di Margherita Brancazzi, docente incaricato all’Università di Bologna. Un benvenuto sicuramente di pregio. Di questo se ne rese subito conto Rosy che con un agile balzo si infilò anche lei sotto l’accappatoio dove la sua lingua e le sue labbra contraccambiarono il significativo gesto.

Il resto proseguì sui comodi materassi che lei stessa aveva fatto predisporre per quella notte sulla terrazza. Un vero e proprio grande talamo in plain air. Sul quale, senza il minimo garbo quella umile cameriera ribaltò la chiarissima professoressa dell’Alma Mater.

Mai la bella Marghy aveva ricevuto tanta passione in un assalto d’amore, né da maschio né da femmina. Rosy non si fece scrupolo per alcuno degli atti che compì sul corpo di costei: le mordicchiò l’interno delle cosce, proprio lì, un pelo prima dove si apre la godevole crepa. Le succhiò il clitoride. Poi bestemmiando l’obbligò a rivoltarsi e la prese a sculacciate finché non vide

ben arrossate le morbide chiappe: «E adesso leccamela, troia!» e le infilò un dito nel culo.

«No! Adesso no!» Marghy trovò la forza di non obbedire. E Rosy la punì aggiungendo il secondo, poi anche il terzo dito. Così solo dopo un orgasmo che coinvolse sia il culo che la figa di Marghy, la sua lingua varcò le grandi labbra del fighino della cameriera. Sì, perché Rosy, malgrado dicesse di essere puttanella aveva un fighino stretto e gagliardo.

Stessa sorte toccò a Tlìc che accolse l’impeto di Silvia con l’oca in mano ma dovette rinculare finché incespicando nel bordo del letto ci cadde sopra. Non vi fu pietà! La rossa cuoca gli fu sopra, si infilò l’ammennicolo che pur nell’assalto non aveva perso il vigore e lo cavalcò con fierezza rendendo

ancora più eccitante la scena ballonzolando le poppe proprio sul naso di Tlìc.

Gli orgasmi si susseguirono uno di seguito all’altro, quasi fossero organizzati da una sapiente regia. Ci fu un minuto di immobile silenzio che si tramutò in una collettiva risata con baci e abbracci per tutti. Anche perché tutti volevano che quel ch’era successo succedesse e così come si era svolto era del tutto previsto.

«Certo che quell’erbetta è incontrollabile»

«Anche inesauribile» e Marghy si avvicinò al suo Tlìc con una certa irrequietezza.

«Sono d’accordo con te, amore»

La spinse contro la balaustra e la consigliò: «Guarda il mare, respira a pieni polmoni e allarga le gambe» e fu in Lei.

Rosy e Silvia ai lati della coppia li incitavano con pittoresche espressioni.

Quando Tlìc estrasse il pezzo dalla figa ebbe ancora un paio di schizzi. Rosy riuscì a calarcisi sopra con la bocca riuscendo a prolungare il di lui orgasmo che aggiunse schizzi nella bocca della scatenata ragazzina che dimostrava un’esagerata euforia conscia del suo ruolo di essere diventata l’incarnazione del peccato per tutti loro.

«Maledetti – si era messa a gridare Marghy – Nessuno che mi faccia le rituali coccole del post-godimento?»

«Post?» ebbe a domandare la cuoca.

Si «E’ latino – spiegò Tlìc – e Marghy il latino lo parla come una vacca spagnola» Marghy sentitasi presa per il culo andò a pisciare.

Tlìc aveva ancora l’uccello nella bocca di Rosy che, con grande perizia, glielo stava pompando a tutta ganascia. La fellatio era oramai agli sgoccioli e stava mandando giù di testa il virgulto fotografo che mentre raddoppiava l’orgasmo, sciorinava giaculatorie di encomi con importanti profusioni d’amore a beneficio della sua pompinara.

Detto ciò non si può biasimare quella santa ragazza di Marghy se aveva preferito sedersi sul cesso piuttosto che assistere alle smancerie del proprio compagno con colei che gli stava piluccando il cazzo subito dopo aver leccato allo spasmo la sua figa. Va be’ essere di larghe vedute ed anche eccitarsi nel vederlo con l’uccello in bocca a un’altra, ma l’amore… quello che si dichiarava e giurava, era una cosa ben più seria.

Rosy aveva concluso il masticone che aveva ridotto a un’ipotesi la virilità di Tlìc e ogni sua energia.

Lui ora giaceva supino e inerte fissando il cielo.

E a Lei, Rosy, nello sputacchiare un paio di peli che le si erano infilati fra i denti, venne in mente che:«Acc…. – e corse verso la porta della stanza. Un attimo dopo ritornò spingendo un carrello pieno di stuzzichini e bottiglie – mi ero dimenticata che un festino non è un festino se non…» in mezzo alle bottiglie spiccava, per il colore, una caraffa con la pozione rosso rubino.

Attorno al carrello ogni malumore evaporò e anche Marghy partecipò sorridente accanto al suo Tlìc pur se ora aveva l’oca morta.

«Ragazzi ho un messaggio forte da darvi. Credo di dovervi qualche scusa – prese a dire Rosy – per avervi raccontato qualche balla. Visto come si sta sviluppando la nostra amicizia ci terrei a dirvi alcune cose»

Intervenne Silvia: «Posso cominciare io – e guardò la collega – Io non sono solo la cuoca ma anche la sorella di Rosy» Tlìc e Marghy si guardarono senza aggiungere altro.

Continuò Rosy: «l’altro giorno quando ho raccontato a Tlìc com’ è che da Parigi sono finita qui a Riva Azzurra ho cambiato il finale: mio padre non è stato licenziato dall’hotel parigino, è solamente fuggito con l’incasso della settimana assieme a una collega. Oggi, il maledetto, è direttore dell’Hilton di Marakech, dove vive con la nuova compagna. Io, mamma e Silvia ci siamo rifugiate dalla famiglia di nostra madre qui in Romagna. Si sono dati tutti da fare e hanno comperato per noi questo albergo che stiamo riscattando restituendo ai parenti quanto anticipato. Fortunatamente il lavoro va bene e noi riusciamo a far fronte agli impegni.

Mamma è la cosiddetta direttrice che vedete ogni mattina mettere ordine a fatture e carte. Un’altra cosa è che io non l’ho mai data via per denaro. In parole povere non sono una puttana. Però mi piace molto quando mi chiamate puttanella – Prese una busta che era nel ripiano basso del carrello e la porse a Marghy dicendo: – Qui ci sono i soldi che mi hai dato oggi per questa serata e le altre che non mancheranno, ve lo giuro. E ci sono anche le trentamila lire che mi ha dato Tlìc ieri. Con Silvia abbiamo pensato a questo sotterfugio, chiamatelo così se volete, perché dal primo momento che vi abbiamo visto abbiamo desiderato di avere una storia con voi due. Ci siete piaciuti allora, ci sentiamo coinvolte adesso. Non è amore né per l’uno né per l’altro ma lo è per quello che siete tutti e due assieme»

Non ci fu altro da aggiungere. La commozione coinvolse tutti. Si abbracciarono e tanto per smentire tutto quello che era stato già detto fra di loro Silvia mise una mano fra le cosce di Marghy e la lingua nella sua bocca.

«E Orione?» chiese Tlìc.

«Non so. Oggi ha telefonato che non sarebbe riuscito ad arrivare entro sera. Ho ringraziato la Madonna»

Si aggiornarono i ruoli e sul materasso Silvia si tuffò fra le cosce di Marghy che: «Quanto ti sei fatta desiderare, bambina!» e strinse le gambe attorno al suo volto.

Tlìc, conscio delle difficoltà che il bocchino appena ricevuto gli avrebbe potuto arrecare, si versò un buon bicchiere della rossa e miracolosa pozione prima di arrendersi fra le braccia di Rosy.

#23 – Mamma

«Su, su Silvia… fra mezz’ora arriva mamma»

«Oh, che stavo così bene sulle tette di Marghy» In un baleno si rivestì e fu pronta per andar ad avviare ghiottonerie di altro genere.

«Sai Tlìc, che anche la verginella ultima non è male del tutto. È ancora un po’ grezza ma ha una bella bocca larga con cui copre quasi tutto il taglio quando si mette di traverso. Dovresti proprio provarla!»

Così, rimasti padroni di quell’ampia distesa di materassi si sbaciucchiarono per un po’ chiacchierando del più e del meno… Poi:

«Marghy… buttò lì Tlìc – pecorina?»

«Perché no!» e si mise in posizione.

Colmato il fabbisogno mattutino d’uccello Marghy rimase, per un tempo innenarrabilmente lungo, nel bagno. Sul bidè  fece diverse spugnate di acqua fresca.

Quando uscì, ancora nuda era al massimo del suo splendore: rilassata, truccata pareva un’adolescente.

«Andresti trombata seduta stante anche se rovinerei tutto il restauro. Mi limiterò ad immortalarti così come mi sei apparsa ora – Accese luci, fari e quant’altro, poi sei scatti precisi da diverse angolazioni – Sarà la più bella immagine che ho realizzato finora»

Erano parole in cui la professoressa piacque crogiolarsi e che Tlìc confezionò abilmente. Questo però non fu il caso di quella mattina.

Marghy si vestì con cura e scese per la colazione lasciando il suo bel fotografo un po’ angosciato per la duratura inconsistenza del proprio fallo fra le gambe.

Il tavolo della 51 era già apparecchiato e accanto alle cuccume di fumante caffè c’erano due vassoi colmi delle più svariate prelibatezze: dolci, salate, frutti, gelati.

«Se ci vedesse mamma direbbe che vogliamo mandare in rovina l’Hotel»

«Sì però qui dobbiamo sfamarci anche noi – precisò Silvia – e mamma sa benissimo come ci si ritrova dopo una notte movimentata»

«Mamma? Cosa sai?»

«Adesso no, ma un giorno, o una notte che siamo sole io e te ti racconto qualcosa così smetterai di preoccuparti per la nostra santa donna» così chiacchierando fra loro, di cose loro, appoggiarono i vassoi sul tavolo.

«Marghy beh, cosa succede? Un’eleganza così per una semplice colazione in un hotel tre stelle della Romagna» l’accolse Rosy.

«E’ una promessa per quello che accadrà anche stanotte… Perché accadrà, vero? Rincuorami Rosy»

«Certo che accadrà. E ogni notte avrà qualche cosa in più»

Marghy si guardò intorno e: «Se non ci fosse quel rompicazzo di cinno ti avrei già pennellato l’ugola con la lingua»

Era il solito Armandula che s’era piazzato col suo hula-hop in direzione del tavolo.

Rosy lo guardò severa, gli fece una linguaccia dicendogli: «Mostro»

«Mamma, la signorina Rosy mi ha fatto un muso»

«Sta mò qui dalla tua mamma a giocare che qui nessuno ti farà dei musi»

«E se ci provano io gli rompo il culo» Il papà distolto dalla lettura del Carlino

«Mario. Dai che poi lui lo ripete!» prese il bimbo per mano e lo portò con sé.

Arrivò Tlìc e Silvia, festosa e saltellante, trascinò una sedia accanto a quella di Tlìc e gli diede un affettuoso bacio su una guancia. Una mossa che si vede spesso fare fra coppie consolidate. Marghy osservò con lo sguardo attento e diffidente.

«Com’è Silvia tanta euforia?»

La sorella alzò le braccia in alto in segno di vittoria: «Ho parlato adesso al telefono con Orione. Mi ha piantata. Non sono più la sua fidanzata. Ne ha un’altra: bella e danarosa (almeno secondo lui) Sono libera! – e accompagnò la notizia con un atto di grande diplomazia. Si avvicinò a Marghy e la baciò dicendole – Adesso sì che ve la posso dare come e quando mi piace»

Tornò accanto a Tlìc, che intanto l’aveva fotografata mentre baciava Marghy.

Silvia poi con fare del tutto naturale aveva aperto la zip degli short del fotografo per infilarvi una mano segno che lo stato di libertà generava già i propri prodomi.

I lembi dell’ampia tovaglia facevano da sipario ad occhi curiosi.

Già dalla trascorsa notte nel subconscio della ragazza si era fatto strada il morboso desiderio di palpeggiare l’uccello quando questo era ridotto alla sola funzione del pisciare. Non tanto per ravvivarlo nel minor tempo possibile, ma proprio per goderne dell’inconsistenza. E così fu anche sotto quel tavolo in quel verde giardino.

Il cazzo di Tlìc, dopo la tenzone notturna e la recentissima pecorina era allo stato più moscio che potevasi immaginare. La mano di Silvia trovò proprio quel che andava cercando. Un largo sorriso al ragazzo che la guardò con incomprensione. Ma lei andò avanti. Gli trasmise il calore della sua mano. La dolcezza delle sue carezze. L’affetto d’una lieve strizzata allo scroto.

Quando ne fu sazia, cominciò ad imburrarsi una fetta biscottata.

«Ecco che arriva mamma» annunciò Rosy. La figura apparsa all’inizio del vialetto era quella di una donna giovane, molto elegante, con un cappello dalle ampie tese e il volto coperto da grandi occhiali da sole: Marie Claire.

Con allegria e giovialità strinse la mano a tutti, di cui già conosceva il nome e chiese se faceva piacere di averla con loro a quel tavolo.

«Quello che non riesco a capire, signor Tlìc, perché con un nome così pomposo che richiama antiche nobiltà, Adelmo, – l’aveva imparato dal registro degli ospiti – vi lasciate chiamare con un gemito»

Risata generale.

«Mamma non riesce a trattenere quello che pensa» inutile spiegazione di Rosy

Tlìc non rispose alla sua domanda. Non rispose proprio a niente. Da quando si era tolta gli occhiali era rimasto incantato dalla bellezza del suo volto e non solo ma dalla vaga somiglianza di quella donna con la propria madre: la signora Bernagozzi Giulia in Bencivenni. Casalinga.

A quella constatazione la mente di Tlìc era tornata alla prima adolescenza, quando mamma sua era l’oggetto del desiderio. Le slumava i decolté cercando di carpire la forma delle tette. La spiava in ogni occasione in cui fosse costretta a scoprire qualche parte del corpo che il senso del pudore voleva celata: quando aggiustandosi le calze scopriva le giarrettiere. Dal buco della serratura della porta del bagno, dove era riuscito a vederla completamente nuda.

Dopo, naturalmente: pugnetta.

Detto sinceramente… in quegli anni, avrebbe trombato volentieri la mamma.

Quel pensiero si attenuò il giorno in cui beccò la sorellona – l’Adalgisa, tre anni più di lui – farsi un ditalino molto partecipato innanzi a una foto di James Dean[1]. Fu lei, presa dal parossismo masturbatorio a fargli toccare per la prima volta l’umido anfratto e a ricambiarlo con una sega. Da quel tardo pomeriggio il suo obiettivo mutò: trombare l’Adalgisa. Ben presto però lei mise su il moroso che, a detta di lei, la sgurava mane e sera. Per cui il fratellino Adelmo divenne obsoleto.

Quelle reminiscenze, che l’avevano momentaneamente allontanato dall’allegro convivio, svanirono con la voce della signora Marie Claire che diceva, rivolta a Lui: «Le mie ragazze mi hanno molto parlato di lei. Tutte e due talmente contente di averla conosciuta che non ho potuto pensare che ce ne fosse qualcuna invaghita di Lei. Vedo poi ora quanto sia graziosa la sua fidanzata e questo mi rincuora. Perché sono convinta che ci siano cose che sul luogo di lavoro non devono succedere mai – Rosy tossì lievemente – Mi hanno detto che lei è un bravo fotografo – neanche a dirlo e Tlìc l’inquadrò al volo e le fece uno scatto – Da tempo ho in animo di fare un’azione promozionale per il nostro Hotel. Mi serviranno immagini degli ambienti, del giardino-ristorante che è un po’ la mia invenzione e anche un po’ della gente che sta godendosi una tranquilla vacanza. Vuole che ne parliamo? – Sorbì una tazza di caffè – Non certo ora. Faccia pure la sua buona colazione in tutta tranquillità. Se vuole mi trova nell’ufficio della direzione fino a mezzogiorno» Si alzò. Ristrinse la mano a tutti e se ne andò.

Mentre si salutavano Tlìc colse nel suo sguardo un magnetico luccichio. Lo stesso che aveva già avuto modo di vedere negli occhi delle sue due figliuole in particolari e ben precisi momenti.

Le due sorelle seguirono mamma, Marghy dichiarò che avrebbe lavorato fino a ora di cena e non ammetteva deroghe. Tlìc sarebbe passato dal laboratorio di fotografia a vedere se gli lasciavano sviluppare alcuni rullini, poi avrebbe fatto le quattro chiacchiere in programma con M.me Marie Claire.

Era la settimana di Ferragosto e la spiaggia era occupata da vacanzieri in genere molto brutti accompagnati da altrettante brutte famiglie. Tlìc rinunciò a confondersi con quella moltitudine e si decise ad andare a trattare con madame Marie Claire l’ipotetico servizio fotografico. A dire il vero non aveva nessuna voglia di imbarcarsi in un’attività lavorativa. Gli bastava e avanzava di dare una mano a Margy. Se non che gli venne a mente che anche mamma Marie Claire aveva i capelli rossi. Lui per le rosse sbavava: “Chissà se è rossa anche di pelo come la sua figliuola maggiore?” Fu il suo primo pensiero. Ma questo era più il frutto di una sua bizzarria estetico-fotografica. Gratta, gratta… sotto, sotto c’era il represso desiderio incestuoso verso la propria madre, anch’ella dagli occhi grandi e coi capelli rossi. E così era innanzi alla direzione dell’Hotel quando ne uscì Silvia che reggeva un telegramma: «E’ per Margy. Vuoi darglielo tu?»

«Non ci penso affatto. Portarglielo pure tu, vedrai che ti riceverà nuda. Lavora sempre così»

«Invidioso?» E accelerò il passo.

«E così, -mi hanno detto le mie ragazze, siete qui non per vacanze ma per lavoro»

Marie Claire gli aveva riservato un largo sorriso.

«Anche se, qui, abbiamo trovato un’atmosfera così gioviale per cui abbiamo bagordato fino a ieri»

«Già, mi hanno detto anche questo»

Tlìc era arrossito ma Marie Claire non aveva potuto accorgersi di quell’imbarazzo essendosi spostata dietro di lui per riporre una cartella nello scafale. Ora era dietro le sue spalle e il giovane ne percepiva il profumo. Il profumo di femmina impreziosita da un buon estratto francese.

Lui, pur se quella frase l’aveva imbarazzato si girò per cercare di capire quanto e cosa sapeva delle orgette che avevano coinvolto le sue amate figliuole. Ma non riuscì ad articolare parola: la donna, appoggiata al mobile lo stava fissando intensamente con un lieve sorriso malizioso sulle labbra. Tlìc carpì immediatamente il magnetismo che emanavano i suoi ampi occhi.

Tlìc riuscì solo a grattarsi la testa.

«Se non ti dispiace ti chiamerò anch’io Tlìc e ci daremo del tu. È più semplice… Io per te sono Claire – si scompigliò i capelli e trasse un profondo sospiro – Vedi Tlìc, ti sto parlando da madre… – Pur aspettandosi una sorta di reprimenda, ogni movenza di quella donna si trasmetteva al suo pisello che inturgidiva attimo dopo attimo – Quando io e suo padre abbiamo concepito Silvia, io avevo diciotto anni e quando è nata pure. Per cui quando è diventata ragazza io lo ero ancora. E siamo diventate amiche. Molto amiche. Lei si è sempre molto confidata con me, raccontandomi anche i momenti più intimi e io ho imparato a fare altrettanto. Pensa solo doverle dire: “Stanotte tuo padre voleva mettermelo nel didietro. Abbiamo litigato a lungo poi mi sono lasciata convincere. Ma ti assicuro che fa male”. Per cui so tutto quello che è successo nella 51. Avevo capito che eravate una coppia che poteva offrire solo piacere e dare piacere non è un vizio, è una virtù. Così quando mi ha telefonato per dirmi che faticava a resisterti le ho detto senza alcun dubbio: “Dagliela! Tanto dopo un buon bidet torna come nuova” E Lei, sai cosa m’ha detto? Anche se questo non dovrei dirtelo: “Sapesti mamma quanto ce l’ha bello! Mica con quella strana curvatura come quello Orione. Lui ce l’ha bello dritto! Una meraviglia!”»

Nelle vene di Marie Claire Baldrati scorreva puro sangue romagnolo, puro come il Sangiovese. Figlia dell’addetto culturale italiano a Parigi, era là nata e cresciuta: scuola, vita mondana d’ambasciata con cinema, concerti e teatri. Buoni ristoranti. E proprio in uno di questi, lì a due passi da Place de la Bastille, un sabato sera papà Bruno volle festeggiare con la famiglia il ventesimo anniversario di matrimonio: ostriche e altre specialità di mare della Bretagna. La bella Claire a un certo punto ebbe bisogno della toilette. Il bel cameriere; bretone, biondo e aitante, capì che era una famiglia importante e le consigliò di utilizzare un privé riservato ai clienti di riguardo. Qui, nell’elegante antibagno, senza alcuna esitazione, Charles abbracciò la ragazza e la baciò con passione, scusandosi con: «Solo a guardarti uno s’innamora»

Lei ne offesa ne turbata rispose con «Non è finita qui»

Ci rimuginò sopra tutta la notte e il giorno dopo si fece accompagnare con l’auto dell’ambasciata allo stesso ristorante. Attese in strada che terminasse il turno del mezzogiorno e quando lui uscì gli si fece incontro. Tutto sembrava già scritto. I due giovani si presero a braccetto e per un po’ vagarono fra la folla dei boulevard parigini poi, Lei: «Mi piacerebbe vedere dove vivi»

Ovviamente era una stanzetta sui tetti dove si vedevano fumare tutti i comignoli di Parigi. Era gennaio, faceva freddo. Dovettero pur riscaldarsi.

Silvia nacque a metà d’ottobre.

Fu tanto delicata Claire che Tlìc, un bacio dopo l’altro, quasi non s’accorse che Lei ce l’aveva già in mano.

«Vieni. Oltre quella porta c’è una camera da letto» e lasciò nello studio le scarpe.

Tlìc aveva intuito che questo sarebbe potuto capitare ma non così in fretta. Non gli era stata consentita alcuna iniziativa finché non aveva infilato quel suo bell’uccello fra i rossi peli di Claire. Dopo che lei stessa si era spogliata: l’aveva respinto con garbo ogni qualvolta lui aveva tentato di intromettersi in quel sobrio rito che non dava spazio ad alcuna teatralità. Neppure il romantico abbandono degli indumenti sul pavimento. Tutti o ripiegati ordinatamente o in una gruccia. Anche con Lui, perentoriamente aveva voluto essere Lei a sciogliere la cintura e a slacciare i restanti bottoni degli short (i primi li aveva già fatti saltare sul divano). In un attimo lo privò della maglietta col coccodrillo, dei sandali e degli slip bordeaux. Tutto molto lucidamente senza gesti passionali. Senza fremiti e frenesia erotica. Ansiti e sospiri.

Un sorriso nel prendergli in mano l’uccello, scappellarglielo e impuntarselo fra le pieghe della figa che pur nell’essenzialità di quei preliminari era abbondantemente irrorata.

Si ribaltò sul letto ben aperta in tutto e per tutto. La folta peluria scarlatta diventava un tutt’uno con la palpitante vulva. Così almeno percepiva quella visione l’attonito Tlìc. Tanto attonito che la bella Claire, forse per mettere alla prova gli entusiasmi delle proprie figlie, lo spronò: «Adesso tocca a te puledro sognante»

In effetti Lui era sopra di Lei ma ne restava distaccato, incantato a rimirare quel che gli veniva offerto: «Sei veramente una gran figa!» e con grande garbo fu in lei.

«Oh, Caro… è proprio come mi hanno detto le bambine – poi – Che Dio ti benedica» e si scatenò con impeto: pube contro pube impediva al cazzo di muoversi dal fondo della figa. A creare gli stimoli per gli orgasmi, che non tardarono, ci pensò il suo indiavolato bacino. Lei pompava quel giovane cazzo con ogni muscolo che figa potesse comandare. Lo avvinse anche con i piedi. Si irrigidì e venne urlando educatamente. Un momento dopo furono alcune raffiche di sperma a fargli esprimere sospirate lodi alla figa che l’aveva deliziato.

Al bar le due sorelle guardarono l’orologio: «È più di un’ora che sono dentro. Che non gliela voglia dare?»

«Sei matta? Aveva una smania! Secondo me Lui ha appena finito la prima e sta proponendole di leccarle la patacca. Lei dirà di sì e lui la ismirà a colpi di lingua. A quel punto a Lui torna duro e mamma avrà anche la seconda. Cosa che ben poche volte ha ricevuto nella vita. Almeno, stando a quanto dice Lei»

«Oh Rosy, come mi piacerebbe poter entrare in scena dopo la seconda per baciare e accarezzare quel bel pistolino sfinito da quella vacca di nostra madre!»

«Sei sempre quella sognatrice Silvia. A me darebbe tristezza trastullarmi con un’oca morta»

Arrivò un cliente per una Coca-Cola

Le cose erano più o meno andate così. I colpi inferti erano proprio stati due con un intermezzo di lingua ben assestato. Ora Claire giaceva sfinita fra la montagna di cuscini colorati che avevano applaudito i loro godimenti. Aveva combattuto da eroina, dapprima perché considerava il cazzo un ‘oggetto’ inaffidabile che da strumento di piacere poteva divenire all’istante attrezzo di brutali sevizie. Poi per vendicare il pianto di gioia e piacere che avevano versato le sue ragazze: «Mamma, non ci crederai, ma ho pianto mentre ridevo e lo benedicevo» le aveva confessato Silvia, quella che ancora andava a messa alla domenica. Nulla però sembrava scalfire il bel fotografo. Imperterrito aveva eseguito, una dopo l’altra le migliori figure del suo repertorio. Claire si era arresa e s’era abbandonata al volere dei propri orgasmi che la sbatacchiarono qua e là. Poi lui le offrì le labbra e la lingua per stabilizzare il godimento.

«Devi andartene, Caro. Fra mezz’ora arriverà il ragionier Bolognetti, il nostro commercialista. Oltretutto mi ha già fatto un’ipotesi di dichiarazione d’amore con relativa proposta di matrimonio»

«E tu lo tieni in considerazione?»

«No, ma è molto in amicizia con il Direttore degli uffici fiscali della zona. Bisognerà che mi rimetta in sesto – ancora un bacio – Sono troppo stanca per tornarmene a Riccione. Mi sa che oggi starò qua con le mie ragazze e che stanotte dormirò qui»

Anche Tlìc era sfinito, l’elegante Marie Claire, pur avendo un corpo da silfide chiavava con la generosità di un’arzdora’ di quelle parti. In più, una figa robusta, vorace e in grado di succhiare il cazzo che osava avventurarsi fra le sue spire. Tlìc si diresse verso il bar: una buona dose di rossa pozione era preventiva a salire in stanza dove Marghy stava lavorando: nuda e incazzata.

#24 – Le figliuole

«Mamma sta bene?» al bar c’era Silvia che lo accolse con un sorriso che diceva tanto.

«Direi di sì. È in trepidante attesa del ragionier Bolognini»

Si fece seria la bella rossa: «Pensa che rischiamo di averlo per patrigno. Ma non passerà – intanto era arrivata anche Rosy – Rosy facci quattro pozioni che Tlìc dopo quasi due ore con mamma sta vaneggiando e cita pure il ragionier Bolognini»

«Quindi razione doppia»

«Hai fatto all’amore con mamma? – Tlìc tacque. Non ce la fece a mentire. Per sapere com’era andato il match con mamman Rosy citò un aspetto che fece breccia nel cuore del ragazzo – Potrebbe anche essere mamma tua. Però è pur sempre una bella donna»

«E’ una donna meravigliosa. Ho fatto fatica a uscire da quella stanza»

«Oh Tlìc, e l’hai fatta felice?»

«Spero di sì… o meglio: l’ultimo bacio è stato molto gioioso»

Silvia: «E… e gliel’hai anche leccata? – Con un certo imbarazzo Lui ammise – Che tesoro sei! Fai felice anche me e Rosy. Ieri pomeriggio l’abbiamo convinta a dartela. Sai, nostro padre è ormai un anno che ci ha piantato in asso e Lei ora prova rancore per tutto il genere maschile. Spero solo che rinnovandole il desiderio si metta a far stragi di cuori. Grazie.. grazie… grazie» e gli saltò al collo baciandolo.

«Ragazzi… C’è gente in giro e potrebbe anche arrivare mamma» Rosy, mentre armeggiava con mixer spezie e liquori.

Silvia sottovoce a Tlìc: «Alla fine quante ne avete fatte?»

«Due più l’intermezzo» Le due sorelle si abbracciarono.

Silvia prese per un braccio il ragazzo e lo spinse oltre l’elegante tenda che chiudeva un angusto sgabuzzino.

«Come ce l’hai adesso?»

«Moscio» un po’ vergognandosi.

«Posso?»

«Se ti fa piacere»

Gli calò short e slip e fece altrettanto col proprio abbigliamento e si mise ad amoreggiare con gli spenti attributi di Lui.

Lui era seduto su alcuni cartoni impilati. Lei lo accarezzava fra le gambe mentre Lui ricambiava masturbandola.

«Controllate i gnicchi per favore» Rosy mise la testa dentro per moderare la situazione.

#25 – La Momò

Gli aperitivi-pozione erano pronti e Tlìc e le due sorelle fecero tintinnare i calici. Nella hall non c’era anima viva e Tlìc azzardò un bacio a Rosy.

«Ecco, dove c’è da bere e delle belle donne non puoi trovarci che Tlìc»

«E tu che cazzo ci fai qui?»

Non lo fumò proprio e andò subito dalle ragazze. Le baciò: «Sono Monica. Monica Martinelli, scrittrice ed ex fidanzata del qui presente Adelmo Bencivenni. Ora sono solo la sua amante ufficiale» Solo allora andò verso di lui e a conferma di ciò gli mise la lingua in bocca. Subito gli prese il bicchiere dalle mani «Mmmhh, buono!» e lo seccò.

Marghy aveva lavorato alacremente tutta la mattina: nuda e ben compresa nel racconto che stava revisionando. Un breve stacco quando Silvia le aveva portato il telegramma. Solo una leccatina alla messaggera, poi di nuovo a capofitto fra paragrafi, verbi e perifrastiche.

Le era poi venuto a mente il telegramma ricevuto che le chiedeva di prenotare un pasto anche per lei, la Momò, che sarebbe stata lì per l’ora di pranzo. E l’ora di pranzo stava per arrivare.

Così si infilò sopra alla sua bella nudità un lungo camice variopinto e scese.

Il suo lavoro stava procedendo velocemente. A fine giornata l’avrebbe concluso. Di quella vacanza sarebbero rimasti tre giorni.

Tre giorni che avrebbe voluto goderseli in maniera molto borghese con il suo Tlìc.

Avrebbero fatto cose molto semplici: vita da spiaggia, il bagno con qualche bella nuotata e soprattutto voleva vivere l’emozione di farsi trombare al largo su un moscone. Ci stava pensando proprio mentre l’ascensore l’accompagnava giù.

Che bello: cazzo, cielo e mare!

Avrebbe potuto urlare con quanta voce aveva il suo godimento e quando gliel’avrebbe succhiato al sapore che già ben conosceva si sarebbe aggiunto quello del mare.

Un brivido la percorse dal perineo alle sopracciglia!

«Momò, che bello! sei già qui. Non berrete mica senza di me?» E chiamò un altro giro.

Il bacio fra le due fu valutato da Tlìc come un fatto epico e pertanto andava documentato. Gli ci vollero ben sei scatti per registrare tutte le evoluzioni delle labbra e delle lingue, che non solo si stanarono a vicenda, ma dilagarono ognuna sull’altro corpo. Ognuna di loro aveva sentito la mancanza dell’altra in quei giorni.

Le due sorelle si guardarono sorprese: «E tu mi tacci sempre di essere con te ‘porca più che mai’» si lamentò Rosy con la sorella e andò verso l’ascensore. Lì, dove La Momò aveva incantonato l’amica «Scusa Rosy ma è troppo che io e Marghy non ci vediamo»

«Salite in stanza subito o vi preparo il pranzo?»

Bramoso era lo sguardo di Rosy verso la nuova venuta. E questa, notandolo non poté che chiederle: «Quanti anni hai ragazzina?»

«Diciassette – mentì Rosy – ma dovresti preoccuparti se verrai mai a rimanere sola con me» e con la mano imitò l’artiglio dei felini.

#26 – Stoccolma

Per l’occasione il tavolo della 51 era stato spostato in maniera che dal giardino non fossero in bella vista i suoi commensali. Quel giorno oltre agli ospiti della stanza pranzavano con loro anche le due sorelle. E ora si stava aggiungendo la madre, Madame Claire che era arrivata al tavolo in compagnia del ragionier Bolognini:«Solo per salutare. Sarei volentieri dei vostri, come mi ha proposto Marie-Claire ma ho una rigida dieta vegetariana da seguire» Un accenno di inchino e sparì.

«… così domani sera a Roma prendo l’aereo per Stoccolma e dal giorno dopo si inizia a girare il film del mio romanzo – Una nota casa produttrice di film hard-core aveva messo gli occhi sulle porno storie della Momò e l’aveva invitata per una collaborazione e per iniziare la lavorazione della prima di sette storie – Non volevo raccontarvi tutto questo per telefono e soprattutto non volevo trascorrere la notte prima di assurgere fra la crème della sceneggiatura internazionale, lontana da voi. In fondo siete voi due – e mandò un bacio sia a Marghy che a Tlìc – la mia famiglia. E sono anche convinta che finora mi avete portato fortuna»

Il caffè aveva concluso il pranzo che si era svolto con grande allegria.

 Claire dopo aver assistito a trasgressivi progetti notturni sulla terrazza della 51: «E’ stata una mattinata molto piena per me – e a Tlìc parve di scorgere sempre quel guizzo nel suo sguardo – sento il bisogno di ritirarmi per un pisolino. Sapete – disse rivolta soprattutto a quelli non di famiglia – accanto alla direzione mi sono costruita una deliziosa cameretta, assai fresca, e mi sa che stanotte non farò neppure la fatica di tornarmene a Riccione»

Rosy che si era seduta di fianco a La Momò la teneva impegnata con domande che potevano anche sembrare intelligenti sulla sua attività di porno scrittrice. In fondo non gliene fregava niente. Era solo la scusa per starle vicino, toccarle ora la coscia, ora un fianco, ora una porzione di tetta. Finché non riuscì ad infilarle una mano sul basso ventre.

Marghy fra un gesto affettuoso e l’altro aveva preso la mano di Tlìc e gli aveva fatto toccare il pelo del pube. Un segnale esplicito più che mai.

Silvia che aveva compreso la situazione si immolò: «Se volete ritirarvi rimetto in sesto io l’ambiente»

Già nell’ascensore avvenne un chiarimento dei ruoli. La Momò si gettò su Tlìc palpandolo a dovere ed esclamando «Dio mio come fai ad averlo sempre pronto all’uso? – E lanciando un sorriso a Marghy – complimenti ragazza, sai proprio tenerlo in ottimo stato – e dopo averlo baciato con passione – scusa Marghy ma il primo colpo della giornata debbo farmelo dare da lui. In fondo ho fatto centotrenta chilometri per averlo»

Intanto erano arrivati al piano

Marghy aveva preso per mano la ragazzina e l’aveva fatta adagiare sul letto, un po’ come si fa con le bambole. A Rosy non importava poi tanto con chi copulare in quel meriggio. Importante era avere un po’ di lingua fra le cosce. Se poi era una anziché l’altra, era sicura che dopo tutto si sarebbe pareggiato. Magari non sarebbe riuscita a fare una buona pompa a Tlìc che sembrava orientato a risparmiarsi. Tant’è che la pecorina che aveva impostato con la sua amante si concluse senza la sbrodolata finale. Comunque doveva essere andato tutto bene per lei che dopo essersi contorta vistosamente per il piacere lo ringraziò con tutto il cuore… E Tlìc, consono del suo ruolo nella combriccola, si sdraiò sulla fidanzata. In poche parole avvenne il previsto scambio di partner.

«Tlìc sei un porco e non te la do» fu irremovibile la ragazza. Tlìc forse contrariato si rivestì. Diede un affettuoso buffetto alla natica destra della Momò, impegnata in un movimentato sessantanove con la dolce Rosy e lasciò che il gineceo procedesse con le proprie forze. D’altronde con la fervida fantasia di Rosy le due babbione , come le definiva lei in quanto più attempate, non si sarebbero certo annoiate.

#27 – Un pomeriggio di tregua

In un certo senso per Tlìc fu un pomeriggio di vacanza: si fece una bella nuotata in mare poi si piazzò al bar dove, essendo Rosy impegnata era sostituita da Silvia. E nelle ultime ore, Silvia, era in testa nella hit parade del fotografo.

“È bella Silvia. È la più bella del gruppo. La sua figura ha dei chiaroscuri improvvisi sia nell’immagine che nell’espressione”. Il suo era il pensiero condizionato dall’arte della fotografia e dell’immagine ma era pur sempre una sensazione che gli usciva dal cuore. Restò a lungo appoggiato al bancone chiacchierando di svariati argomenti, nessuno dei quali prendeva in considerazione le vampate di erotismo che avevano coinvolto quell’occasionale combriccola in quel lembo di Romagna.

“Non è male neppure come barista – pensò Tlìc al terzo gin tonic – vediamo come se la cava con il Bloody Mary?” Che lei preparò anche per sé. E ripartirono nuove chiacchiere che, stavolta, riguardavano loro e quella giornata: «Che ruolo pensi di avere nell’orgetta di questa notte?»

«Non ci ho ancora pensato ma potrebbe anche essere che io non ci sia»

«Hai litigato con Marghy?»

«Forse, ma non è quello. Avevo già deciso prima»

Sfoderò tutta la sua arte di seduzione, la ragazza. Compreso: «se vuoi ti faccio qualche carezza all’uccello. Tanto con tutto quello che hai finora bevuto è difficile che anche un cazzo che si rispetti rimanga in erezione»

«Invece… solo a starti vicino ho mantenuto quella che mi ha suscitato la Momò» Lei arrossì. Lui le stampò un bacio sulle labbra.

«Però potresti dirmi che programmi hai per stanotte»

«Sì, a te lo posso dire: quando ho salutato tua madre stamattina lei ha detto che forse stanotte avrebbe dormito qui, nei suoi occhi ho scorto un lampo magnetico che avevo già visto poco prima. Ha detto forse ma io comunque busserò alla sua porta»

«Credo proprio che resterà qui. Mi ha già detto che non andrà alla partita di carte del giovedì sera con le amiche e se alle sette gli porto un pranzo leggero in ufficio – si avvicinò al ragazzo e gli fece una tenera carezza – Tlìc, se le farai passare una notte da sogno sarà come che tu l’abbia fatta passare a me» preparò un altro bloody-mary e glielo porse.

«Se l’alcol, come dici tu, veramente, ammoscia dopo te lo faccio palpare»

#29 – La festa per la Momò

«Ecco, dove lo si ritrova» capeggiate da Rosy erano scese anche la Momò e Marghy che avvicinatasi al suo fidanzato gli sussurrò «Un’orgetta raffinatissima programmata da Rosy con una Momò scatenata. Chissà stanotte! Silvia fai un giro di pozioni che dovrebbero servirci»

«Fermi tutti, le pozioni le posso preparare solo io» e Rosy riprese possesso del suo ruolo di barman.

Lui, quando le passò di fianco allungò una mano e le toccò il culo: «Ohh! E non ha ancora bevuto la pozione»

«La ragazzina è una bomba – e rubò un gambero dal piatto di Tlìc – Si vede che è cresciuta a Parigi. Conosce finezze che noi, provincialotti, non riusciamo ad immaginare. Quando torno da Stoccolma mi fiondo qui per una settimana e mi faccio raccontare. Per le mie storie ho sempre bisogno di nuovi spunti – e vedendola arrivare con altre portate – Vero Rosy che la 51 è già prenotata per la seconda metà di settembre»

«Mamma mi ha appena confermato che saremo ancora aperti. Abbiamo anche altre prenotazioni»

«Tu però hai promesso che mi porterai con te a Stoccolma se girerai un altro film»

«Bien sûr, mademoiselle – e rivolta a Marghy – solo che dovrò scrivere un nuovo soggetto fatto solo di amori saffici. Visto che lei dice che sì rifiuterebbe di venire ripresa mentre tromba con un uomo… a meno che l’attore non fosse il nostro amato…» E tutte guardarono Tlìc

Lui si schernì ma poi finì per… «Se si guadagna bene non c’è problema»

Rosy se ne andò saltellando per la gioia.

La Momò, incoraggiata dall’attenta presenza di tutta la combriccola teneva pallino atteggiandosi a l’intellettuale del gruppo. Pur se ben conscia di essere sì una scrittrice che, in fondo, scriveva solo di cazzi, fighe e accessori vari.

Parlò molto di sé stessa, dei prossimi racconti che avrebbe consegnato all’editore e disse anche del grande aiuto che le veniva da quello che era il patrimonio di sapere di Marghy. A cui vennero le lacrime agli occhi quando La Momò annunciò che dalla prossima pubblicazione i suoi lavori sarebbero usciti con la sua firma assieme a quella di Marghy.

Tutti baciarono Marghy e Marghy baciò La Momò.

Silvia portò la torta gelato e un paio di bottiglie di Ferrari. Era proprio la festa della Momò. In fondo, poi, era lei che pagava. La torta era piena di gelatina di amarena ed appariva come una statuetta tutta rosa. Un insieme di simboli che stimolò la loquacità della Momò a proclamare la sua quasi totale adesione alle costumanze saffiche tranne qualche vizio con Tlìc, che non poteva smettere di desiderare e che lo considerava come una sorta di amuleto. Proclamò anche che i suoi sentimenti in quel momento erano tutti indirizzati verso Marghy: «Raffinata letterata e grande amatrice» volle sottolineare.

Marghy, in quel momento aveva accanto a sé, in piedi, Silvia.

Silvia, quel giorno aveva voluto vestirsi da figa per far colpo su Tlìc: gonna larga e un bel po’ corta, mutandine molto raffinate che celavano l’essenziale. Una camicetta così leggera da mostrare, in trasparenza, ingigantite, le aureole dei capezzoli.

La mano di Marghy partì dalla sua caviglia. Dopo il ginocchio la mano rallentò per gustare ogni palmo che toccava. Arrivò alla lingerie e si insinuò fra il merletto e le tenere carni attorno alla vulva. La ragazza strinse gli occhi e inspirò visibilmente e, più per convenienza che per piacere, accarezzò il capo della palpeggiatrice impenitente.

Tlìc, seduto all’altro lato della sua fidanzata ebbe il sospetto di quanto stesse avvenendo, soprattutto avendo notato che l‘altra mano di Marghy era finita sotto al tavolo per infilarsi oltre l’elastico dei propri slip. Marghy era scesa per la cena indossando solo il bikini.

Tlìc, guardò intensamente Silvia con una punta di severità. Silvia rispose strizzando un occhio e facendo alcune discrete smorfie per comunicare una sorta di: “Cosa ci posso fare? In fondo mica me la consuma”. Poi inaspettatamente e con lo sbalordimento di Tlìc propose alle altre: «Perché non facciamo che alla 51, stanotte sia unicamente dedicata all’amore fra noi ragazze. Senza che compaia un cazzo qualsiasi»

#30 – Se non fosti il pataca che sei

“Ma questa è matta” pensò Tlìc. Prese la borsa con le attrezzature fotografiche che sempre si portava dietro e fece vela verso il bar «Rosy mi verresti a fare un caffè»

Lei gli andò dietro.

Era una furia Tlìc: «Cos’è venuto in mente a tua sorella? – si sfogò con Rosy – avevo messo in programma un paio di trombate con lei e glielo avevo anche detto. E proprio Lei va ad escludermi dalla serata…»

Con una ilare espressione da furetto la ragazzina gli rideva in faccia più divertita che mai «Se non fosti il patâca che sei avresti già capito tutto e la ringrazieresti – gli servì il caffè, gli strinse il pacco affettuosamente e pazientemente gli spiegò – Facciamo due conti: due le hai promesse a Silvia. Una, non vuoi dedicarla alla Momò? Ha fatto centotrenta chilometri per dartela. Con Marghy una l’hai scansata oggi, non credere che la faresti franca stanotte. Se non sei Mandrake quante pensi che te ne restino per mamma? Per me e Silvia mamma è tutto! Ne abbiamo parlato, io ho tirato fuori l’idea e lei è stata d’accordo a sacrificarsi»

Tlìc non ebbe motivo di ribattere e per scusarsi baciò la vivace ragazzina sulla fronte: «Dillo tu a Silvia che non sono arrabbiato con lei. Vado da tua madre»

L’approccio con Claire fu strano e complicato. Lei impiegò un certo tempo ad aprire la porta e intanto dall’interno gli erano giunti alcuni rumori che potevano riconoscersi nel rovesciamento di un paio di sedie.

«Venga, venga pure – un invito che lasciò alquanto perplesso Tlìc. Volse l’occhio tutt’intorno e notò un certo disordine, un vassoio con una bottiglia di vino e un bicchiere quasi vuoto – S’accomodi prego. Di che cosa dovevamo pur parlare oggi?» L’incertezza della voce diede la conferma che la bella Claire fosse ubriaca.

«Stanotte Claire dovevamo solo stare assieme. Ti ricordi? Ce lo siamo detti stamattina»

«Ah, sì, sì. Perché tu sei Tlìc. Che stupida! Ormai sono vecchia e senza occhiali non vedo nulla – inforcò gli occhiali – Sì, sì: sei proprio Tlìc. Che poi non ti chiami Tlìc… Fammi pensare… Ti chiami Renzo… sì come quello che girava per il lago con la sua barchetta e quando trovava una spiaggetta si fermava per sbattere Lucia che portava sempre con sé – tentò di alzarsi dalla sedia ma ripiombò giù – Vuoi un sorso di vino, Renzo? Magari dopo ci sbattiamo» la bottiglia era vuota.

Tlìc tentò un anti sbronza «Claire, perché non ci facciamo una bella doccia, io e te?»

«Oh, sì, la doccia. È proprio lì dietro quella porta. Però, per la doccia bisogna essere nudi. E tu ti faresti nudo assieme a me? – questa volta riuscì a mettersi in piedi e, barcollando, ad avvicinarsi a lui. Anzi, si aggrappò a lui – Ho un gran mal di testa, forse una doccia calda mi farebbe bene – provò a slacciare la camicetta – Quando dicevo di aver mal di testa, Charles mi dava degli sganassoni poi se ne andava incazzato a sbattere quella troia marocchina. Allora non lo sapevo. L’ho imparato quando se n’è andato con lei. Era un periodo che avevo molti mal di testa»

Intanto Tlìc le aveva sbottonato la camicetta, erano apparse le ridondanti poppe che lui non era riuscito a trattenersi e aveva baciato e pareva che questo avesse attenuato l’effetto dell’alcool. Anche lei si era messa a spogliarlo.

«Vieni che adesso siamo nudi» e l’aiutò ad entrare nella cabina-doccia. Il getto caldo li avvolse e Lei si strinse a lui per rinfrancarsi e fors’anche per bearsi dell’ardore che lui esibiva e contro il quale indugiò a sfregare il basso ventre.

Lui accarezzò e massaggiò ogni parte di quel sinuoso corpo. Lei aveva interrotto il suo impreciso blaterare.

«Il mal di testa mi è quasi passato. Sarai il mio nuovo dottore» e Tlìc concluse la rigeneratrice doccia chiudendo l’acqua calda. Lanciò un grido Claire ma lui la tenne sotto al freddo getto: «Vedrai come starai bene»

«Sei un dottore cattivo» e fu lei a volerlo baciare. Stette a lungo nella sua bocca tremando sotto quel freddo getto.

Anche se ora si reggeva bene sulle gambe, lui l’aiutò ad asciugarsi.

Si vedeva che la donna era provata. E si vedeva anche che Tlìc era eccitato. L’erto suo pene pulsava e gli trasmetteva le relative sensazioni ogni qualvolta veniva in contatto con la vellutata pelle di Lei.

«Oggi è stata una giornata complicata – aveva recuperato la lucidità e anche il suo abituale portamento aristocratico che esibito nella sua completa nudità la rendeva ancor più irresistibile – Era cominciata bene con te poi si è guastata con quel serpente del ragionier Bolognini. La disperazione è calata su di me leggendo una lettera della banca che mi comunicava che, Charles, mio marito ha seccato il conto delle nostre figlie che porta anche la sua firma – Claire aprì la porta della stanza e guardò Tlìc – Cosa fai, resti a passare la notte con una vecchia ubriacona che messa come è non ha neppure la forza di dartela o.…»

«Faccio il boy scout. Resto ad assisterti»

Lei gli accarezzò l’uccello.

Claire non smetteva di rimuginare la delinquenziale appropriazione che il marito aveva fatto nei confronti delle figliuole «Pensa: un padre che ruba nel salvadanaio delle figlie. Che schifo! –  eguardò con un sorriso pieno di speranza Tlìc – Ora che ti ho nominato mio dottore di fiducia non è che nella tua borsa hai anche qualcosa per le mie ossa. Nel venirti ad aprire sono caduta e ho dolore a tutta la schiena»

«Sdraiati – fece il fotografo con aria professionale da medico. Lei lo prese sul serio e obbedì – Girati a pancia in giù» e la rosseggiante begonia che era fra le gambe lasciò il posto ai clivi del suo bel culo.

«Che toccasana hai in animo di somministrarmi?»

Sarebbe troppo banale pensare che il nostro fotografo allargasse quei deliziosi glutei, lì a un palmo dal naso per immergersi con la lingua per un primo lenimento in attesa di più approfondite cure. Non che non ne avesse la tentazione ma quella farsa di Claire di considerarlo suo Dottore, a Tlìc era piaciuta e un po’ ci credeva. Tant’è che recuperato in bagno un flacone di olio solare prese a praticarle delicate manipolazioni, fra la carezza e il massaggio, partendo dalla colonna cervicale. Poi le spalle, lungo le braccia, per tornare e discendere di vertebra in vertebra fino al sacro coccige. Dove gli venne istintivo indugiare.

A Claire, tutto questo le fece dimenticare la sbronza, le tristezze della vita, mentre si rinverdirono in lei i piaceri che aveva provato quella stessa mattina in quello stesso letto, con lo stesso uomo. Così quando le dita di lui arrivarono a sfiorarle, con tutti i riguardi, il perineo fu invasa da un intenso fremito. Un formicolio, come una corrente elettrica che le si diffuse fino al seno rendendo marmorei i capezzoli.

Il carattere di Claire non prevedeva alcun genere di teatralità, neppure quella dettata dal parossismo passionale, per cui al piacere che le addiveniva anche solo dallo sfioramento della parte che separa le due aperture fu del tutto normale che chiedesse al suo manipolatore: «Tlìc, perché non mi lecchi la figa come questa mattina?» e si girò.

Detto, fatto.

Le loro dita si intrecciarono in un sensuale gioco delle mani poi Tlìc, tanto per cominciare, le prese un capezzolo fra le labbra.

Sospirò Claire e si abbandonò in balìa di lui.

La lingua di Tlìc scese con una inesorabile lentezza, soffermandosi laddove la sua esperienza sapeva che avrebbe provocato improvvisi e piacevoli tormenti. L’attaccatura dei seni, l’ombelico, in lei forgiato come una micro figa, il leggermente bombato ventre che non mancò di mordicchiare qua e là, prima di godere sulle labbra la delicata villosità.

Claire sentì il desiderio trafiggerla ogni volta che la tumida punta la toccava per lasciare la sua voluttuosa scia di saliva.

Quando quella carnosa ‘caravella’ raggiunse l’inguine e lui iniziò ad odorare l’appetitosa fragranza che spirava dalla calda e bagnata fregna, il nocchiero di quel godurioso itinerario tralasciò ogni altra sosta e al grido di «Figa! Figa!» si tuffò su questa con tutto il volto.

Claire estimatrice delle compassate maniere del giovane fotografo pensò: “non è da lui” ma nel perdonarlo aprì più che poté l’arco delle cosce lasciandosi sprofondare nel baratro del piacere che si stava avvicinando sempre di più mentre la bocca di lui la divorava.

Non le diede tregua quella lingua. Andava a sollecitare ogni lembo di pelle mentre la donna faceva saltellare il bacino. Pareva volesse sottrarsi ad un orgasmo che già prevedeva esplosivo. Ma era pur vero il contrario. Tlìc che in situazioni del genere, mai perdeva la freddezza e la capacità di proiettarsi nel futuro, sistemò la propria bocca in modo da lasciare spazio a due dita che accompagnarono la lingua nella sua missione. E l’orgasmo iniziò a formularsi in un crescendo di sussurrati «Sììì!» per poi esplodere in un roboante «Sì!» assieme a un violento sussulto di tutto il corpo di lei mentre schizzava una ‘secchiata’ di umori sul volto del ragazzo.

«Sei una fontana di passione» sussurrò lui seguendo la mano di Claire che per i capelli stava portandoselo alla bocca: «Ti voglio qui adesso» e lui le si sdraiò sopra come voleva Lei.

Non si dissero molto. Anzi quasi nulla. Molti sorrisi e strette fra i loro corpi che erano una vampa di eccitazione.

Fuori il tempo aveva messo in programma un rumoroso temporale estivo con forti raffiche di vento, tuoni e lampi che illuminavano di tanto in tanto la stanza. A ognuno di questi Claire lo stringeva sospirando. Tlìc non aveva voglia di parlare. Si crogiolava in tutto quello sfregamento epidermico. Fu lei a rompere quell’attesa. Perché quella era solo una sosta. Una notte d’amore non può concludersi solo con una leccata di gnocca , ragionò lei, per cui: «Tlìc, se vuoi chiavare, questo è il momento buono – disse lei con quel suo modo schietto di esprimersi – Sento il tuo uccello pulsare contro la mia patacca. Anche lei in agitazione» e fece quelle poche mosse che potevano permettere a lui, se avesse voluto, di penetrarla. E lui voleva. Non vedeva l’ora. Lei, intanto, si era messa a trastullarsi la clito, Tlìc manovrò il membro su e giù nella vulva. Claire inspirò profondamente: «Ce la fai a far finta di amarmi per dieci minuti?»

«Lo scoprirai dalla mia eccitazione. Se non amo s’affloscia» la nuda cappella si affacciò al vestibolo della figa. Lei era ben pronta a sostenere l’assalto di altre ondate di piacere.

Quando lui l’ebbe introdotto completamente lei con foga glielo strinse con tutti i muscoli del basso ventre. Inghiottito l’uccello i loro corpi presero a sbattere l’uno contro l’altro con rumore cadenzato.

Fuori il tempo impazzava. Una dopo l’altra alcune saette si scaricarono molto vicino a loro con terribili boati. Claire trasognava. Aumentò il vigore della stretta ad ogni parte di quel giovane corpo. Proprio perché percepiva dentro di sé la cappella che richiamava continuamente l’orgasmo. Sollevò le caviglie e le allaccio sulla schiena di lui immobilizzandolo quasi. Così anch’ella era pronta al massimo del piacere. E il piacere arrivò con tutta la sua frenesia quando sentì il primo getto di lui sul fondo della figa.

Mentre lui esauriva la propria sorgente restarono talmente stretti una all’altro che la loro unione poteva definirsi fusione. Lei giocò sul tragico: «Pensa Tlìc, se un fulmine ci avesse colpito ci avrebbero trovati così, uniti e carbonizzati. Sono sicuro che le mie figliuole ci avrebbero sepolti assieme senza separarci. Che bello! Per l’eternità mentre godiamo. Penso che questa sia la fine che auspica ogni innamorato»

Tlìc, un po’ superstizioso non accolse con piacere quella riflessione e le rispose in maniera triviale:

«Ma fatti ben dare nel culo» e quasi per ritorsione sfilò il cazzo dalla patonza.

«No, non fare così! È stato così bello!» La perdonò. Glielo rimise dentro.

Ancora baci, carezze, languori. Vaneggiamenti del dopo amore.

«Tlìc, scusa, ma se ci tieni alla nostra amicizia. Perché noi siamo amici, vero? – lui le rispose con un bacio – non devi più usare con me l’imprecazione di prima» lo guardò con un’espressione molto severa.

«Ma dai, è un’espressione che si usa sempre in senso generale»

«Forse ma a me fa molto male – lui la strinse a sé e lei si accoccolò fra le sue braccia, chiuse gli occhi e sentì la necessità di raccontare – Vedi Tlìc, non posso sentir parlare di quella pratica perché è quella che ha rovinato gli anni che ho vissuto con Charles. Per lui fare all’amore voleva dire prendermi dal didietro. Non gli piaceva proprio mettermelo in figa. Come non ha mai pensato di leccarmela. – Si fermò per guardare il suo paziente amante – Non so perché sento la necessità di raccontarti queste cose. Se ti annoio…»

«No, no. Anzi, sono onorato che affidi a me i tuoi più intimi segreti»

«Oh, caro! – e spinse verso l’alto le labbra per essere baciata. Successe e lei gli accarezzò il cazzo. Visto che lui l’avrebbe ascoltata, continuò – In ventiquattro anni si contano sulla punta delle dita le volte che mi ha trombato come fanno tutti i cristiani. Ovviamente la prima volta che abbassai le mutande e m’ingravidò. Un altro paio di volte nei primi giorni del nostro amore. Sicuramente per consolidare il suo rapporto con me. I miei lo detestavano e avevano creato uno sbarramento fra di noi e prima del matrimonio ci vedemmo da soli ben poche volte. Ovviamente accadde la prima notte di matrimonio e qui ne approfittò per chiedermi se gli davo “tutto di me” gli dissi di sì. Mi fece molto male ma fui contenta di essere completamente sua»

Tlìc si fece curioso di quella storia così intrigante che suscitava in lui tanti quesiti «Ma come ti faceva godere?»

«Non mi ha mai fatto godere. Lui diceva che nella donna, ogni godimento nasceva nello sfintere e che da lì rimbalzava nelle altre parti del corpo. Era la teoria di un padre trappista bretone a cui Charles era e forse lo è ancora, legato spiritualmente e da profonda amicizia. Secondo lui la mia mancanza di godimento dalla sodomia era per due ragioni: la prima perché ero gelosa della sua amicizia con l’Abbé Athos, a seguire il mio non impegno a recitare ogni sera le sette preghiere da questo raccomandate. Tutto ciò gli dava il diritto di punirmi con sonori ceffoni ad ogni mio diniego di una sua sodomia. Credimi se ti dico che, prima di oggi, l’ultima volta che ho sentito il cazzo nella mia vagina è stato quando, di comune accordo, decidemmo di mettere al mondo il secondo figlio, che è Rosy. Che fra qualche giorno compie venti anni»

«E tutto questo non l’hai mai confidato ad alcuno?»

«Un po’ a Silvia quando è diventata grande ma senza troppi particolari. Già adesso ne sai più tu»

«Mi dispiace di averti fatto ricordare tutto questo»

«Puoi sempre rimediare con un’altra»

Ne aveva diritto.

Pragmatico come sempre, Tlìc, iniziò ad accarezzarle il ventre ma lo fermò lei con una vocetta mielosa: «Lascia stare. Non serve. Te la do già calda e bagnata» Fu proprio così.

Il nostro bel fotografo rischiò di farci una figuraccia. L’oca così tanto utilizzata in quella giornata avrebbe avuto bisogno di un buon riposo ma quando il dovere chiama non ci si può poi sottrarre. Riuscì però a dare una prestazione non proprio delle migliori. Già il livello del turgore poteva classificarsi come, bazzotto. E qui dovettero intervenire le proprie mani per introdurlo. Lui a conoscenza delle difficoltà del prode suo augello condusse la tenzone con delicata oculatezza. Senza troppe evoluzioni, lasciandogli tutto il tempo che voleva per rinfrancarsi. E si rinfrancò eccome, il briccone, concludendo la sua scorrazzata, ancora una volta schizzando nel preciso momento in cui Claire raggiungeva l’acme del proprio desiderio.

Madidi di sudore ma felice, la coppia indugiò alquanto sotto il getto di una calda doccia. Poi, ancora bagnati, via, di corsa sotto le lenzuola. Questa volta per riposare.

Lei soprattutto: «Che non ti venga in mente di svegliarmi. Qualsiasi cosa accada. Voglio sognare. Questa notte ho diritto al sogno» abbassò le palpebre e si addormentò.

A Tlìc successe più o meno la stessa cosa.

#31 – E venne Silvia

Il temporale, tuoni e saette, si stava allontanando. Restava di tanto in tanto qualche lampo che colorava di luce bluastra l’interno di quella stanza. Ovvero il grande letto e i due corpi che vi riposavano. Un effetto molto suggestivo. Peccato che il bel fotografo non fosse attivo per immortalare quella scena. Marie Claire, finalmente, aveva potuto abbandonarsi a qualcosa di più etereo che non fosse il cazzo di Tlìc: il sogno.

Fu un sogno duro, brutale ma sul volto della bella addormentata si poteva leggere un sereno sorriso. Adesso in fondo al tunnel che a suo tempo aveva imboccato cominciava a scorgere bagliori. Così poteva lasciarsi andare un’onirica vendetta che le proiettava alcune immagini dove l’ex marito Charles veniva sodomizzato da l’Abé Athos che oltre al pene gli introduceva nel retto oggetti delle più svariate dimensioni e forme. Tutto ciò ebbe termine solo quando, sempre nel sogno, giunse Tlìc che a bordo di una potente motocicletta sciolse a colpi di frusta l’inverecondo amplesso.

Era quasi mattina quando il sonno leggero di Tlìc fu turbato da qualche rumore. Volse gli occhi verso Claire ma questa era veramente immersa nel sonno. Forse era ancora alle prese con sognanti suggestioni. L’altra ipotesi era quella della porta innanzi a lui. E lì al centro di questa si era materializzata la figura di una ragazza. L’incerto chiarore dell’ora non la rese subito riconoscibile ma dopo qualche passo che lei fece per avvicinarsi al letto, nulla poté imbrogliare gli occhi di Tlìc: era Silvia.

«Ma tu non eri al sabba in onore di Monica?»

«Certo che c’ero e mi sono anche divertita. All’una però avevamo già leccato tutto quello che c’era da leccare. Rosy ha trovato da dire con la Momò e ha salutato la compagnia. La tua fidanzata mi ha detto che stanotte ero una “figa di legno” e “che chissà dove avevo la testa”. Aveva ragione. Dopo di che si è voltata verso la Momò e le è saltata sopra. Fra di loro è iniziato un rumoroso sessantanove»

Lui sciolse uno dei due laccetti del bikini, l’unico vestiario che indossava e il pezzo di sotto cadde. Subito una mano volò fra le morbide cosce di Silvia: il pollice violò la fessura e una falange bussò al buco del culo.

Silvia gli sorrise con dolcezza. Poi guardò a basso e si accorse che lui, famoso sciupafemmine, aveva fra le gambe un pistolino assai sciupato. Scoppiò a ridere: «Vedo che mamma ti ha spremuto bene – glielo accarezzò – mi piace da matti quand’è così» e si gettò fra le sue braccia.

Tlìc era seduto sulla sponda del letto dove stava beatamente dormendo Marie Claire.

Era bollente Silvia: «Dai facciamolo qui»

«Ma… Mamma?»

«Con gli arretrati di sonno che ha, ora che l’hai fatta addormentare non la sveglia neppure una fucilata» e continuò a massaggiargli il cazzo perché si riprendesse. E avvenne anche questo miracolo.

Zitti zitti si sdraiarono e lui scivolò in lei con grande discrezione mentre lei, bisbigliando, lo teneva aggiornato sulle sensazioni che provava nel farsi chiavare in quel ipotetico stato di clandestinità. Con piccole movenze del bacino Tlìc riuscì a far che il piacere divenisse orgasmo per ambedue e che esplodesse intensamente. Tutto questo però molto in sordina.

«Sono così felice che quasi quasi la sveglio per raccontarglielo» sussurrò Silvia all’orecchio di Tlìc. Non ce ne fu bisogno: Marie Claire si girò verso i due ragazzi sorridendo:

«Non c’è cosa più bella per una madre che assistere a un orgasmo della propria figlia – e per conferma allungò verso Silvia, perché odorasse, la mano con cui si era toccata per tutta la durata del loro amplesso – non ce l’ho proprio fatta a stare ferma»

Esplose la gioia e tutte le loro bocche si allacciarono con grande passione.

#32 – La prima colazione al Bellevue de la mer

L’Hotel Bellevue era ancora immerso nel sonno ma c’era anche chi si era già scrollato di dosso sogni e piaceri della notte ed era in attesa del profumo di un buon caffè. Era Silvia, raggiante più che mai a portarne alcune cuccume al tavolo della 51. Che nonostante l’ora era già in fermento. D’altronde era la giornata in cui la Momo partiva per lidi lontani dove sperava che l’attendessero, fama, successo e anche figa nuova. Sì, perché tenendo sulle ginocchia e spupazzandosi Rosy – con cui sicuramente aveva fatto pace – comunicò a tutta la combriccola, Silvia e Marie Claire comprese, che le sue future esperienze erotico sessuali sarebbero state esclusivamente saffiche. Questo lei l’aveva giurato sul far del mattino a Marghy dopo l’esplosivo sessantanove. Con una certa solennità, durante la colazione volle far sapere alla combriccola che i suoi approcci sessuali con Tlìc sarebbero rallentati divenendo addirittura sporadici, anche se lui riusciva ancora a farla bagnare quando le si avvicinava brandendo il duro mazzuolo. I rapporti con i suoi due inquilini non sarebbero mutati, sarebbero solo cambiati i ruoli: Marghy sarebbe divenuta la sua fidanzata.

Al meraviglioso fotografo sarebbe rimasto il ruolo di amante ufficiale di ambedue. E. visto anche gli obiettivi verso cui lui aveva diretto le proprie attenzioni e sentimenti soprattutto nelle ultime ore, non sarebbe più stato il caso di considerarlo il fidanzato di una delle due.

Notizia per la quale Silvia aveva assunto modi di fare ben più baldanzosi e gioviali. Quando portò in tavola burro e marmellate, addirittura, si era cambiata d’abito: aveva spianato un due pezzi composto da uno striminzito reggiseno, leggerissimo e color carne, che lasciava trasparire quella vera, sopra una corta sottana larga che solo ipoteticamente celava l’inesistente biancheria.

Sarcasticamente giunse il commento di Rosy «Chi l’avrebbe mai detto che pure la mia sorellona, un giorno si sarebbe messa a puttaneggiare»

Mamma Claire se ne andò contrariata da quell’atmosfera, per lei, troppo boccaccesca.

La Momò, sempre con Rosy sulle ginocchia le accarezzò la figa mentre lei le imburrava una fetta di buon pane romagnolo.

#33 – Malocchio ed Esorcismo

Era incazzata come una pantera la Momò quando sbucò dall’ascensore. E vedendo che alla reception c’erano sia Rosy che Silvia si fermò volutamente per sfogare la sua arrabbiatura:

«Se proprio lo volete sapere, il vostro mandrillo ha fatto cilecca. Non è riuscito neppure a imbudellarlo con l’aiuto sia delle sue che delle mie mani» Rosy, ruffiana come poche, capì subito cosa poteva essere capitato alla sua più recente amica, e uscì da dietro il banco per solidarizzare con un bacio.

Sul volto di Silvia, invece, poteva leggersi una certa soddisfazione.

«Quella là, in questi pochi giorni l‘ha ridotto ad oca morta» concluse La Momò additando Marghy che l’attendeva all’auto per i saluti.

«Ti sarò fedele – le aveva promesso Marghy prima della partenza – e a quello là non gliela farò neppure vedere»

Come già avrete capito erano state promesse da marinaio.

Tlìc, uscì anche lui dall’ascensore con aria tormentata, sempre per la questione dell’oca morta. Non gli era ancora capitato questo rifiuto del corpo di Monica. Volle fare una verifica.

Raggiunse Marghy e la convinse a seguirlo alla 51. La fece spogliare e calò gli short. Il pezzo, anche stavolta si presentò loffio. Marghy, ragazza generosa, nonostante giuramenti e pubbliche dichiarazioni, si fiondò su questo, glielo prese in bocca e succhiò con tanta grazia e passione. Non ci fu nulla da fare!

Marghy: «Aspetta. Mi hai sempre detto che ci sapevo fare. No? Lasciami almeno provare un altro po’»

Si impegnò alquanto ma, risultati, zero. Neppure bazzotto.

Marghy, un po’ sconvolta «Mi sembra impossibile. Non vorrei che ci fosse dietro del malocchio» e gli accarezzò con sentimento i testicoli.

Anche se lui aveva la testa da un’altra parte la baciò e si vestì:

«Aspetta qui, vado a farmi esorcizzare»

Irruppe in cucina che Silvia stava preparando alcune prelibatezze. Attese che lei guarnisse il piatto e la trascinò nella dispensa: «Guarda» estrasse l’uccello. Era ancora come l’aveva mostrato sia a La Momò che a Marghy: flaccido!

«Che bello! Lo adoro quando è così»

«Sócc’mel ! Se continuo così smetto anche di lavorare. Nessuna verrebbe più a farsi fotografare nuda da un’oca morta. Soprattutto quelle con più di quarant’anni, che sono quelle che pagano di più»

Silvia non smetteva più di ridere: «E io cosa c’entro se non ti si drizza più con quelle due babbione?»

«Sei stato da queste ripudiato platealmente, non meravigliamoci se il tuo subconscio…»

Era fuori di sé il baldo fotografo: «Tu devi avermi fatto una fattura… Sicuramente sei una strega… Spesso vedo balenare nei tuoi occhi una strana luce magnetica… Assolutamente devi liberarmi da questo maleficio»

La gagliarda ragazza si fece seria pur se sul suo bel viso rimase un alone di beffardo sorriso: «Se farai quanto ti dico sono sicura che il disturbo scomparirà»

«Allora c’entri?» Tlìc, tuonando. Ma Lei lo stoppò con fermezza: «Attento a quel che dici. Potresti fare il passo del non ritorno»

Intanto, amorevolmente aveva aperto completamente il palmo della mano per contenere membro e testicoli: tutto ‘l’orgoglio’ di lui. Orgoglio che in quel momento necessitava di affettuosi incoraggiamenti.

«Se possiedi questi poteri, hai anche quello di farlo tornare come l’hai provato questa notte»

«Guarda che sono poteri che già possiedi – guardò a terra come vergognandosi – Ce li hai anche tu almeno da tre giorni: da quando mi sono accorta di amarti»

Una notizia che lo fece vacillare. Nonostante ciò non riuscì a fermare un istintivo abbraccio. Silvia, sempre spontaneamente aumentò la pressione della manipolazione al cazzo e questo levò la testa.

«Visto? Basta impegnarsi»

Perché non approfittarne? Silvia che ormai aveva adottato come divisa da lavoro il bikini sciolse il laccetto del pezzo di sotto e liberò la purpurea gemma. Tlìc, da buon intenditore capì quel che c’era da fare. Ebbe solo un dubbio: se spingerla a sdraiarsi sopra alcuni contenitori di bottiglie di buon verdicchio, oppure utilizzare alcuni sacchi di riso come materasso. Prevalse la seconda ipotesi.

«Svelta, eh, mi raccomando! Ho cose sul fuoco che non vorrei strinare»

Ognuno sapeva quel che doveva fare e in pochi minuti, accompagnati da una litania di sospiri, esaurirono il loro desiderio.

«Non male, eh, per un’improvvisazione?»

«Ma mi riuscirà anche con Marghy?»

«Credo proprio di sì. Se vuoi essere sicuro devi usare questa procedura: prima di denudare il tuo ammennicolo devi pronunciare per tre volte il nome della persona che ami seguita da ’io ti amo’. Poi mi saprai dire»

Marghy l’aspettava fiduciosa. Sentiva la figa palpitare e per sublimare aveva rinnovato lo smalto alle unghie dei piedi. Stava sdraiata sul letto a gambe aperte perché la lacca si asciugasse ma anche in attesa del guzzatore di turno.

Tosto, Tlìc, eseguì pedissequamente le istruzioni dategli da Silvia. A dire il vero un po’ di casino riuscì a combinare, tant’è che ricevette un sonoro schiaffo che stampò le cinque dita della ragazza sulla sua guancia. Ma poi fra pianti, scuse e ‘non lo farò mai più’, tutto andò come doveva andare: una distensiva chiavata, piena di più o meno sincere effusioni, ma anche di dovuti chiarimenti.

A cena quando Silvia portò il branzino che aveva cucinato per loro, Marghy le disse, indicando il fedifrago fotografo: «Questa è l’ultima notte che stiamo qui. Se vuoi puoi prendertelo tutto per te – e con gli occhi lucidi – Credo che fra noi sia proprio finita. Peccato, perché credevo che la 51 fosse una sorta di talismano per me. Invece… Ma dovrò pure abituarmi a passare qualche sera in solitudine, soprattutto in questo periodo che La Momò è via»

Intanto, passò di lì Rosy che origliato il piagnucolamento di Marghy: «Scusa Marghy ma visto che stanotte me e te non ci fuma nessuno perché non facciamo un colpo di vita alla discoteca. Lì ho anche qualche amica. Poi, posso sempre restare alla 51 con te per il resto della notte»

Lanciò un grido di gioia Marghy e infilò una mano fra le cosce della cameriera: «Bell’idea Rosy! Mi farà proprio bene sculettare con qualche ritmo latino-americano. Vado subito in stanza a mettermi in tiro»

«Ci pensi tu, qui, Silvia? Che io voglio anche depilarmi…»

Silvia appoggiò delicatamente le labbra sul capo di Tlìc: «Dico subito a mamma che stanotte sei nostro così si ferma qui anche lei»

Marghy fece una smorfia che poteva definirsi di disgusto e abbandonò il tavolo.

Tlìc, dal momento che il loro tavolo veniva sempre apparecchiato lontano dagli sguardi degli altri commensali, tirò il cordino del pezzo di sopra del bikini di Silvia per baciarle le poppe denudate. Un solo bacio. poi gliele rivestì. Silvia quando rientrò in cucina aveva il volto visibilmente in fiamme.

Nessuno aveva notato che il piccolo Armandula si era spinto nei pressi del tavolo e qui faceva roteare la sua Hula-Oop quando si era consumato la scena hard-core fra Tlìc e Silvia: «Mamma… Mamma, il signor Tlìc ha dato un bacio alle titte della signora Silvia»

La mamma di Armandula si rivolse con severità al marito che stava tranquillamente gustando il fritto misto: «Vedi Ugo cosa poi succede a lasciare in giro la tua collezione di foto osé. Adesso Armandino vede scene porno ovunque» Prese per mano il bambino e lo portò via.

Il signor Ugo mandò giù un mezzo bicchiere di verdicchio e portò alle labbra un altro gamberetto.

#34 – Beauté pour dames e sesso sul patino

«E così la notte sarà tutta nostra – alla reception c’era Marie Claire – Silvia sta preparando una cenetta coi fiocchi. È molto brava. Un domani sarà una perfetta direttrice di questo Hotel. Peccato che stanotte non stia con noi Rosy ma mi ha detto che ’andrà a maschi’ con la tua fidanzata. È una bomba la ragazzina!» Marie Claire uscì dal box e si avvicinò a Tlìc. Gli aggiustò il colletto della LaCoste. La bocca di lei era a pochi centimetri dalla sua… Ma non si poteva, c’era un po’ di gente in giro. Si limitò a un sorriso: «Sono due le bombe che hai generato. Rosy è solo un po’ più giovane di Silvia, ma in tutte e due è evidente tutta la sensualità della mamma»

Mamma Claire a quel complimento avrebbe voluto stringere quel ragazzo per confermargli tutta la sua sensualità, ma anche in quel momento non si poteva. Marie Claire ripiegò su un bisbiglio: «Appena riapre mi fiondo dal parrucchiere, lì c’è anche una brava estetista. Stasera voglio essere io la più bella» e gli spianò un sorriso a bocca aperta.

Appena lei si allontanò, Tlìc constatò l’erezione in atto.

Arrivò Silvia: «Mamma?»

«Ha detto che andava dal coiffeur “a farsi bella per me”»

«Questa serata la sta sconvolgendo. Quando le ho detto che avresti dormito con me mi ha abbracciato dicendomi, addirittura, “Che Dio ti benedica”. Poi mi sono accorta che stava piangendo. Ho insistito per conoscerne il perché e così è saltato fuori che ci avrebbe tenuto anche lei a passare la tua ultima notte qui, assieme a te. A quel punto le ho spiegato che se volevamo fare una notte assieme, io fino alle dieci sono impegnata con la cucina e lei avrebbe tutto il tempo per darsi a te. Le ho giurato e stragiurato che di lei non sono gelosa e che mi fa piacere che lei goda con il ragazzo che amo. A quel punto le è tornata l’allegria: è corsa a comprare dei particolari sali da bagno alle alghe e si è immersa per più di un’ora in un tonificante bagno. Sono andata a vedere se le serviva qualcosa e l’ho trovata eccitatissima che cantava una sensuale canzone mentre si toccava. Quando è uscita, però, era di nuovo di tutt’altro umore: mi ha abbracciato piangendo dicendomi che si sentiva una troia per quel che mi faceva e che non era giusto che mi sfruttasse per elemosinare un po’ di uccello. Ho messo di nuovo il naso nella sala da bagno e, come sospettavo, ai piedi della vasca c’era un bicchiere e una bottiglia di spumante vuota. Sono tornata da lei incazzata e Le ho detto che era vigliacca più che mai. Che avrei fatto saltare la nostra serata e che domani sarei partita con te, perché non volevo vivere accanto a una madre ubriacona. E l’ho lasciata a piagnucolare sul suo letto. E tu, adesso, mi dici che stava andando dal coiffeur perché voleva essere la più bella della serata – Trasalì – Cazzo, non è che tenta qualche cazzata per farsi del male?» e corse in strada. Tlìc le andò dietro.

“Beauté pour Dames”, il parrucchiere era a duecento metri. Silvia, li percorse in un baleno. Entrò col cuore in gola: «Mamma è qui?»

«Box 3. Sta facendo il massaggio con la Lola»

Silvia non si fidò e mise la testa dentro. Marie Claire stava gustandosi in tutta beatitudine le abili mani di Lola, massaggiatrice diplomata.

«Cosa ne dici, figliuola, pensi che gli piacerò anche stasera?» scostò il lenzuolino che celava il vermiglio ciuffo, per mostrarsi.

Silvia, si tranquillizzò ringraziando il cielo e: «Quella brutta troia è qui che si fa massaggiare bella come il sole – disse in un pianto liberatorio fra le braccia di Tlìc che aveva aspettato fuori – Vieni che andiamo a farci una nuotata.

La spiaggia era ormai deserta ma riuscirono a farsi dare un patino. Remata dopo remata furono presto al largo. Qui si spogliarono completamente e si tuffarono. Il giorno era stato molto caldo e l’acqua che li lambiva era tiepida. I loro corpi erano bollenti. Volteggiarono nell’acqua uno accanto all’altra. Si toccarono, strusciarono, abbracciarono. Silvia si attaccò più volte alla bocca di lui e lui ai salmastri capezzoli di lei. Gioco chiama gioco e lei si issò sul patino. In piedi si mostrò a lui, in acqua. Poi si sdraiò sui legni del piccolo natante lasciando sporgere il bacino e ciondolare le gambe divaricate in acqua. Il messaggio non era difficile da interpretare: Tlìc si aggrappò a uno dei galleggianti e riuscì a mettere la bocca sul cespuglio villoso e assaporarne la versione marinara. Il resto venne da solo fra lo sciacquio delle piccole onde e il dondolio della barchetta alla deriva. Per Silvia, dopo i contrasti e le tensioni della giornata le vibrazioni e i palpiti che le davano la lingua del ragazzo furono la miglior riconciliazione con la realtà e quando un tumultuoso orgasmo calò su di lei, volle raccontarlo al mare con tutta la gioia delle sue grida di godimento, a cui volle aggiungere un’inconfutabile dichiarazione d’amore per Tlìc.

Poi Silvia volle rendere la stessa gioia al suo ‘Tritone’ e lo chiamò a bordo.

Stava Tlìc con i ginocchi ben divaricati sulla scomoda panchetta del patino. Gli occhi sognanti, pareva incantato a guardare il rosso cielo del tramonto e il volo dei gabbiani. Ma non era così.

Stava Silvia seduta fra i piedi di Tlìc con le gambe a penzoloni e i piedi nell’acqua. Anche lei aveva lo sguardo inebriato mentre scappucciava il glande di lui che così, improvvisamente reso all’aria salmastra del mare, pareva disorientato dalle tinte forti di quel tramonto.

Le labbra di Silvia si accostarono con riguardo a quello che poteva anche considerarsi un personaggio importante di quella loro storia che stava cominciando.

Silvia non era esperta nelle arti con la bocca. Ovvero, brava con le femmine grazie agli insegnamenti della sorellina ma l’uccello fra le gengive l’aveva assaporato solo da Tlìc. Le paranoie fobiche del precedente fidanzato l’avevano tenuto lontana da tutto quel mondo di piaceri che andavano oltre alla posizione del missionario. Così i suoi occhi si accostavano sempre con riguardo a quell’incantevole propaggine del corpo di lui, soprattutto quando esibiva la propria erezione: «Oh Tlìc – mormorò in posa estatica – lo amo già tanto quando è cheto e remissivo, ma così è sublime!» E azzardò ad assaporarlo con la punta della lingua. A Tlìc che pareva avulso da quel contesto di soggezione e ammirazione, quel colpo di lingua scatenò un brivido che lo squassò dalla cappella ai bordi del buco del culo: «Però, bimba, quando ti applichi… sei insuperabile»

Questo rinfrancò la bimba che trasferì alla cappella dell’amato tutti quei trucchi, quelle sottili astuzie, che sfoggiava sul clitoride della sorellina e, recentemente, anche della mamma. Ma questo a Tlìc, allora, non era dato di conoscere. Cominciò ad agitarsi il ragazzo e di lì a poco sarebbe… anzi: «O Silvia, Silvia… ven…» Sennonché squarciò quell’idilliaco leggero sciacquio la metallica voce del megafono del bagnino. Improvvisamente apparso col suo moscone rosso a un centinaio di metri da loro: «Oh, burdèl, dai mò che quel ciappino lì lo potete finire poi a casa. Portate mò a riva il moscone che voglio chiudere e andare a casa»

Fu un impatto tremendo: i due amanti sobbalzarono, il cazzo uscì dalla bocca di Silvia e si ammosciò. A loro non restò che ricomporsi e remare verso la riva.

Silvia capì di essere in ritardo con l’organizzazione della cucina e ne varcò la soglia correndo. Era bagnata e addosso aveva solo il bikini. In cucina erano già all’opera i due suoi aiutanti che la guardarono perplessi per il frastuono che aveva provocato il suo frettoloso ingresso. Con la porta sbattuta in faccia al povero Tlìc che la seguiva d’appresso. Dopo due passi si bloccò e riaprì quella porta sulla quale stava la targhetta,” Cucina – vietato l’ingresso ai non addetti”. E Tlìc si era proprio fermato lì e lì era rimasto. Un po’ allibito.

«È stata una cosa meravigliosa!» e lo baciò con trasporto.

L’atrio era pieno di gente che aspettava che i tavoli fossero apparecchiati per la cena e tutti notarono quell’atto d’amore fra Tlìc e la cuoca. Oltretutto, lei, in bikini.

«Mamma, mamma, guarda, è il signor Tlìc il fidanzato della signora Silvia. Io l’ho sempre detto ma tu dicevi di no» E c’era pure Armandula con la sua mamma, Questa come sempre, aveva l’aria incazzata e non perse l’occasione di rivolgersi con astio al marito: «Ecco, vedi cosa succede a lasciare sempre in giro la tua raccolta di foto osé. Il bambino poi vede in ogni atto una scena porno»

Il signor Ugo, sempre gentile ed educato nel linguaggio e nei modi, a quell’ennesimo rimbrotto sbottò trivialmente: «Andate tutti e due a farvelo mettere nel culo!» Piegò il Sole 24 ore che stava leggendo e chiese che gli preparassero un tavolo per mangiare solo. La moglie, piangendo, trascinò il bambino lontano da quell’orso di cui probabilmente era figlio.

Quel giorno la borsa di Milano aveva chiuso molto male.

#35 – Si cominciò con una rumba

Tlìc non era al massimo della sua presentabilità. Quella nuotata improvvisata con tutto quello che aveva comportato gli aveva conferito un aspetto non certo consono a un appuntamento con una bella signora. Decise quindi di andare a rimettersi in sesto in camera. Lì trovò Marghy e Rosy che si preparavano alle follie della notte. Nude, innanzi alla specchiera, stavano depilandosi reciprocamente. Non era uno spettacolo che potesse passare inosservato. Tlìc non ebbe pudore nello spogliarsi e non poté esimersi dal mostrare, rigoglioso più che mai, il cazzo. Marghy che aveva sofferto l’onta dell’oca morta interruppe ogni attività e corse a riempire quell’apparizione di carezze e baci che Tlìc, ingordo più che mai, non rifiutò. E se non fosse intervenuta Rosy sarebbe sicuramente finita in uno sconvolgente bocchino con tutte le conseguenze che avrebbe comportato. Fra cui l’effetto soporifero che le arti della bocca di Marghy – E Tlìc lo sapeva bene! – sempre striminzivano per diverse ore l’ambita propaggine dell’erotico fotografo.

Marghy guardò con disappunto l’amica che rampognava il Tlìc sulla sua inopportuna invasione di campo e giustificò quel suo comportamento così:

«Guarda che non posso spingerlo a mandare a puttane la serata con mamma e mia sorellona. Sarebbe una vigliaccata»

«Beh, io non potevo non provarci» e abbracciò la bell’adolescente ficcandole la lingua-in-bocca palpandole la figa.

Tlìc si rivestì in fretta e scese nella hall.

Marghy spinse sul letto l’amichetta e ripianarono le loro divergenze in un sessantanove.

Tlìc si mise il meglio del suo guardaroba: calzoni grigi di seta, una LaCoste bianca con coccodrillo rosso, spianata quella stessa sera. Mocassini neri senza calze. Non aveva indossato né slip né boxer.

Guardò l’orologio e gli sembrò presto per presentarsi a Marie Claire. Così decise di ingannare il tempo con un buon aperitivo. E si avviò al bar.

«Come sei elegante, Tlìc! – Quella sera il bar lo gestiva proprio Marie Claire che sorniona si compiacque che il ragazzo era impegnato a dare il meglio di sé per quell’appuntamento – Posso fare io stasera?» e gli servì una fresca coppa di champagne.

«Non mi fai compagnia?»

«Voglio cominciare piano. Avremo molto tempo per brindare stanotte. Se vuoi posso berne un sorso del tuo» e si avvicinò alla coppa mentre lui beveva. I loro nasi si trovarono a un centimetro l’uno dall’altro. Tlìc odorò la sensuale fragranza delle labbra di lei e subì il magnetismo di quella femmina. Il cazzo emise inequivocabili sollecitazioni. Abbassò la coppa e appoggiò la sua a quella bocca unendole con la punta della lingua.

Una vampata invase Claire che subito sentì umido lo slip e gli zigomi le si infuocarono. Non perse un attimo: posò sul banco la targhetta “Il bar è chiuso” e prese Tlìc per mano: «Vieni, Silvia, deve aver già fatto riordinare il mio studio. È inutile che stiamo qui a cincischiare»

Si mise pure ad ancheggiare quella sera, Claire.

Tlìc, che le era dietro notò quanto il movimento del suo fondo schiena interagisse direttamente con il proprio glande che si mise a generare scariche in perfetta sincronia con i sussulti dei glutei di lei.

Claire aprì la porta dello studio che lui era ancora dietro a fantasticare sulla flessuosità di quelle natiche.

Lei, accortasi del rigonfiamento sulla sinistra della patta perse il suo imperturbabile aplomb, spinse il giovane contro la porta richiusa e lo assaltò con labbra e lingua. A Tlìc non rimase che arrendersi e agevolare le spinte del basso ventre di lei contro l’evidente protuberanza sotto la sua braca.

Chissà per quale sortilegio la filodiffusione, attiva in tutto l’Hotel, diffondeva Amado mio dall’arrapante voce di Rita Hayworth.

Lo strofinamento subì il fascino di quella voce e i due amanti legarono le movenze del loro desiderio a tale musica. Ne nacque una voluttuosa danza che si esaurì solo quando lei riuscì a far uscire allo scoperto il fallo. Lo strinse con passione nella mano. Glielo stuzzicò e massaggiò.

Liberò dall’indumento anche i testicoli e proseguì strofinandosi il glande fra le bollenti cosce e sulla fradicia seta della raffinata lingerie «mi hai fatto talmente bagnare che non le sopporto più – la sua eccitazione salì: – Fammi colare!» lo supplicò mentre dalle sue labbra di sotto schizzavano liquidi.

Detto fatto. Le mutandine, finemente arricchite con pizzi e merletti apparvero in mano alla focosa Claire.

Non fu da meno Tlìc. Se ne appropriò, le odorò e si accarezzò il volto con l’indumento concludendo l’erotico raptus infilandoselo sulla testa a mo di copricapo, gridando «La figa… la figa» e passò con foga a denudarla. Finendo per staccare due bottoni alla camicetta e a stracciare la cerniera lampo della gonna.

Non era proprio nuda, sotto, la bella Claire. C’era ancora da togliere un’elegante sottoveste color carne che lasciava intuire ogni delizia del suo corpo, compreso il vivido colore del pelo pubico. Lei fece per sfilarselo, ma l’irruenza dell’amante glielo impedì.

Intanto le posizioni si invertirono. Ora era lei ad essere appoggiata con la schiena alla porta e nonostante le divertite proteste: «Calmati Tlìc. Abbiamo due letti a disposizione», lui non rallentò l’ardore. E sempre mormorando in maniera compulsiva «Figa… figa» la tenne lì, in piedi, in balìa della sua frenetica passione che lei si godeva allegramente con crescente eccitazione.

I seni parevano esplodere e i capezzoli staccarsi per roteare in un’immaginaria orbita attorno ai due amanti.

Era il momento giusto: Tlìc sollevò la sottoveste della donna all’altezza dell’ombelico e provò di infilare la vulva con il membro senza usare le mani, che impugnando le natiche tenevano ben aderenti i corpi uno all’altro.

Non c’entrò il bersaglio e l’uccello finì sotto la figa, fra le cosce.

Lei sentì questo birillo sodo e caldo invadere l’istmo fra il bordo del culo e la figa. Il brivido che la pervase fu sostanzioso.

Il cazzo si beò del paciugo che colava dalla crepa. Istintivamente Claire strinse le cosce e accorgendosi del brodo di giuggiole in cui stava cadendo il suo chiavatore smarrito, riprese col bacino a seguire quel ritmo di rumba tenendo ben stretto il di lui gingillo.

Sospirava sempre più profondamente Tlìc e, lasciatosi andare sbrodolò senza infilarglielo, mentre la lingua, in un orecchio di Marie Claire la faceva sussultare. E venne anche lei.

Tutto in un solo giro di rumba.

#36 – Sodomia vigliacca

I due amanti erano consapevoli di essere stati preda di una tempesta orgasmica, diciamo, di emergenza e così non appena la scia del piacere si era placata scoppiarono in una gioiosa risata. Tanto perché quella leggerezza non venisse meno Claire prese Tlìc per l’uccello e come che questo fosse una mano… «Vieni che il resto ce lo diciamo comodamente sdraiati – e lo condusse verso la stanza di Silvia – Qui il letto è grande il doppio». Si buttarono sulla coperta e un attimo dopo erano di nuovo abbracciati.

Fra di loro iniziò un delicato dialogo. I ricordi e i pensieri più intimi della loro esistenza affiorarono reciprocamente. Tlìc svelò in tutta sincerità gli anni di studio compiuti nel seminario ecclesiastico, a seguito di una sua crisi mistica, svanita poi semplicemente sfogliando le pagine patinate di Playboy. E qui confessò le impudiche notti a cui alcuni professori costringevano gli alunni di bell’aspetto. E lui, Adelmo, era un bel giovane, tanto da essere soprannominato Il Bell’Adelmo. Bocconcino prelibato per sodomiti in abito talare.

«Ma come? Con tutto quello che sai dare a una donna! Non ci credo. Lo dici per essere solidale con le mie disavventure coniugali» Claire ebbe una reazione di incredulità a quella rivelazione. E fu che Tlìc, per sincerarla dovette mostrarle alcuni segni visibili nel proprio orifizio profanato.

Claire si convinse e per voler esserle vicina e partecipe alle sofferenze patite in quell’impresentabile passato aprì innanzi agli occhi di lui le proprie natiche per mostrargli gl’inequivocabili segni di analoghe vessazioni da parte del proprio marito che nel proprio immaginifico erotico trovava quale unico punto in cui trarre piacere da una donna esclusivamente nel buco del culo!

«Oh, Claire, è sicuramente uno segno del destino quello di unire sessualmente due culi rotti!» e dal momento che uno era lì ben aperto innanzi agli occhi di lui vuoi non rendergli omaggio? E lasciò alla lingua il compito di lenirne, quanto meno il ricordo.

«Oh, Tlìc, mio ‘Culo rotto’ mi vien da piangere nel sentire con quanta dolcezza tratti questa parte tanto martoriata dalla bestialità di chi ebbe a giurarmi eterno amore» e non disse più nulla. Aprì più che poté i glutei e lasciò che la fantasia erotica del giovane amante si esprimesse.

Eccome si espresse! E andò ben oltre dilagando nell’attiguo dispensatore di piacere: fremiti, contrazioni, deliri, sospiri, incitazioni con la voce gorgogliante incorniciarono l’orgasmo di lei. Che, non appena uscita dall’obnubilamento del godimento passò da una sensazione di sfinimento a una frenetica tempesta di allegria fatta di sonore risate, baci, abbracci e anche piccoli morsi qua e là sul corpo di lui.

«Cosa che ti succede?»

«Un banale ragionamento: mi hai dato gioia e piacere proprio là dove ho sempre provato dolore. Potrò ben gioirne! Poi ho fantasticato una piccola vendetta per il porco sodomizzatore… Ma è stata solo pura fantasia…»

«Che sarebbe?»

«Beh… dai… Scordatelo come me lo sto scordando io – Tlìc però insistette con tanta dolcezza – Sai, Charles è un tipo molto geloso, anche di quello che più non gli appartiene e allora ho fantasticato che mi piacerebbe potesse vedere mentre tu me lo metti nel didietro e io che ne gioisco. Ma non è reale anche perché lui ora è a Marrakech»

«Ma tu ce l’hai un suo indirizzo?»

«Ho quello dell’Hotel in cui lavora»

«Vuol dire che appena avremo ragionato se ne vale la pena gli manderemo una foto. Magari con gli auguri di Natale.»

A Tlìc dispiaceva rimettere in moto la drammatica narrazione che riguardava il ménage di lei con Charles ma dal momento che costui era il fantasma di quel loro dialogare, anche in quel momento, non si fece scrupolo di chiedere:

«Ma Rosy, il secondo parto?»

«Come ti ho detto l’altro giorno Rosy non è figlia di Charles. Se vuoi ti racconto come successe, non me ne vergogno affatto. Anzi mi fa piacere far sapere che l’ho fatto e come l’ho fatto.

Fu l’inghippo che mise fine al più brutto periodo del mio matrimonio ma anche una sorta di mia resurrezione»

Claire parlava sussurrando ad occhi semi chiusi a poche dita dalle labbra di lui. Tutto questo generava un clima di sensualità a cui era difficile sottrarsi. E si poteva pensare che faticasse a trovare la forza di aprire il cuore a qualcuno su quel drammatico periodo. Ma non era questa la ragione dell’incertezza che lei dimostrava nell’entrare nel vivo dei fatti.

L’atmosfera che era calata in quella stanza, fatta di sussurri, musiche a basso volume che aleggiavano dalla filodiffusione e, soprattutto la fragranza che emanavano quei due corpi che già si erano congiunti appassionatamente, aveva accelerato anche la resurrezione del cazzo di Tlìc: un’erezione monumentale. Claire, avendola intercettata ritenne giusto approfittarne subito: «Tlìc, dai, chiavami! Le mie sfighe finisco dopo di raccontartele» e gli afferrò l’uccello per sfregarselo nella fessura sospirando. E Tlìc, senza un tentennamento, sprofondò in lei che lo incatenò a sé con braccia e gambe. Dopo pochi minuti, con il seno schiacciato contro il torace di lui si abbandonò all’orgasmo. Vibrò e sussultò con un’intensità tale che lui non poté che seguirla.

«Rosy, non è figlia di Charles. – Con questa rivelazione riprese il racconto – Per impegnare il tempo mi ero messa a dare lezioni private di solfeggio e teoria musicale ad allievi del Conservatoire du Marrais. Avevo ventun anni allora e da dieci anni studiavo privatamente il violoncello. Non mi sono mai diplomata.

Veniva a prendere qualche lezione un certo Bernard. Aveva diciassette anni, era ben piantato e, a parte la barba che non era ancora spuntata completamente, poteva anche dimostrare la mia età. Era il figlio di un’amica di mamma, molto educato nei modi di fare e spesso mi aveva dato il sospetto che mi desiderasse. Lo tenni d’occhio con mirata attenzione e fui colpita dal fatto che a metà di ogni lezione chiedesse di potersi ritirare in bagno dove si tratteneva per un certo tempo.

Era uno dei momenti più infelici del mio matrimonio. Charles, a suon di ceffoni mi costringeva ad esaudire i suoi desideri sessuali nell’unico modo che lui concepiva. Se ne fregava altamente delle esigenze della mia femminilità e per di più mi dileggiava accennando di tanto in tanto a chi lo accoglieva sempre fra le natiche con grazia, gioia e voluttà. Gli dissi che l’avrei lasciato libero di avere tutte le amanti culattine che voleva purché dimenticasse il mio didietro. Ne guadagnai una lusinga: “Il tuo? Proprio perché vorresti negarmelo è quello che mi dà più soddisfazione” e un doloroso manrovescio che mi spaccò un sopracciglio. Riuscì poi ad immobilizzarmi, legarmi e imbavagliarmi. Charles è molto forte e si è sempre mantenuto in forma frequentando palestre. Ancora una volta il suo innaturale erotismo si sfogò senza amore fra le mie chiappe con una violenza tale da farmi sanguinare l’orifizio. Mi trovò così, ancora svenuta, legata e imbavagliata, mia madre qualche ora dopo riportando ‘dalla sua mamma’ la piccola Silvia.

A lei ma anche alla gendarmeria volli mentire: avevo sorpreso in camera due malviventi che si erano introdotti per rubare. Le minacce di Charles e le sue angherie mi avevano determinato a mentire per paura.

Su di me calò la depressione e i miei vollero che mi trasferissi con Silvia per un po’ da loro»

Claire si staccò da quell’abbraccio affettuoso in cui si era rifugiata nel raccontare le sue grevi esperienze, guardò Tlìc che le sorrise.

«Scusa se vado a rilento nel racconto. È che mi vergognavo a parlarti delle mie voglie e dei miei cedimenti. In questo momento siamo solo amanti occasionali. Voglio però essere onesta con te perché sento che un giorno non troppo lontano mi chiamerai suocera e magari anche nonna di tuoi figli – Il sorriso tornò sul suo viso e con questo anche la mano che controllò lo stato del prepuzio del partner: moscio (e non poteva essere altrimenti) – mi sa che ci voglia qualche succedaneo per far venire primavera – sembrò che la constatazione dell’indisponibilità del cazzo di Tlìc le avesse ridato gioia e allegria. Ma non era questa la ragione e riprese il racconto – Dai miei restai due mesi. Quasi tutto il giorno lo passavo giocando con Silvia. Unica attività che avevo mantenuto erano le lezioni di teoria musicale al giovane Bernard che puntuale arrivava ogni martedì e giovedì e sempre di più mi accorsi che sbirciava il mio decolté e quel po’ di coscia che mostravo quando accavallavo le gambe. Fu questa la molla che mi convinse a rendere pan per focaccia a mio marito. Mi ero convinta che se fossi riuscita a cornificarlo senza provare rimorso verso di lui e verso i dettami della religione nelle cui verità mamma mi aveva educata e cresciuta e a cui ancora ritenevo di dover obbedire, avrei trovato la forza per allontanare da me definitivamente il porco coniuge. Puntai su Bernard. Mi piaceva, era molto giovane e confidando nella sua inesperienza avrei fatto buona figura quale amante, pur se di esperienza ne avevo quanto lui, avendo, di cazzi, visto solo quello di Charles.

Per un paio di volte non me la sentii di procedere. Nella seconda però feci un passo avanti, ovvero sbirciando dalla serratura del bagno ebbi la conferma che il timido Bernard dopo aver trascorso un po’ di tempo vicino a me sentiva la necessità di menare il suo uccello, che scoprii essere ben fatto e proporzionato al suo atletico fisico. Mi accorsi anche che quello sbirciare nella sua intimità, pur se da un ristretto buco della serratura, mi aveva fatto bagnare lo slip. Tanto che appena se ne fu andato non riuscii a trattenermi dal masturbarmi, vagheggiando le sue mani che trastullavano la rigida verga che fugacemente avevo intravisto dal buco della serratura.

Così il martedì successivo decisi di giocarmi il tutto per tutto. Non indossai il reggiseno e lasciai slacciati due bottoni della camicetta. Mi ero poi messa una succinta gonna che ad ogni mossa dava immagine all’immaginazione.

Mamma e Silvia erano andate a far visita a nonna. Papà era al lavoro.

Bernard giunse fischiettando allegramente in bicicletta. Mi sembrò più effervescente del solito. Faceva caldo e indossava short di gabardine con una coloratissima ampia camicia. Focalizzai lo sguardo sulla patta dei calzoncini ma essendo che la camicia si sovrapponeva alla zip non restituì alcuna informazione utile. Io però iniziai andando oltre alla normale ritualità di accoglienza e gli diedi un amichevole abbraccio-bacio sulla guancia che lui restituì giocando la sua prima carta: Stai bene allestita così da ragazzina. Dovresti farlo sempre”.

“Una signora sposata non può tirarsi come una liceale” e diedi forza alle mascelle nel masticare un chewingum spianato per l’occasione.

 “Eh, sì. Io ne conosco di ben più vecchie di te – io allora non avevo che ventuno anni – che si mettono addosso robe che se ci penso… Beh, lasciamo perdere”

“Non è che il mio cambio di mise sconvolge il metronomo che è in te e oggi scagli tutto il solfeggio?”

“Ma no dai, io e te ci conosciamo ormai da troppo tempo e so che è per il caldo. Vedi che anch’io ho lasciato i jeans per gli short”

“Forse perché vuoi far notare il tuo atletico fisico a qualche spasimante”

“Ma dai! Devo solo fare la lezione con te poi me ne torno a casa a studiare perché domani ho anche il compito di matematica – e qui giocò la seconda carta – se avessi un po’ più di anni sicuramente ci proverei con te, ma sei la mia prof e sei anche amica di mia madre a cui insegni in chiesa musica corale. Farei peccato solo a pensarci – ma poi aggiunse, serafico – forse l’ho anche già fatto” Mi guardò dritto negli occhi e io feci altrettanto.

“Vieni che oggi facciamo lezione con uno strumento” e lo precedetti verso il mio studio. Ogni cinque o sei passi però mi chinavo per aggiustare la simmetria dei tappeti. Ovviamente la micro gonna sempre si sollevava a beneficio di chi mi seguiva.

Anche la lezione con il violoncello faceva parte della trappola di seduzione che avevo architettato.

La mia amica Margot, violoncellista all’Opéra mi aveva detto che tenere quello strumento in una certa posizione fra le gambe si riceveva direttamente sul pube le vibrazioni del suono e lei mi aveva confidato che dopo aver studiato con lo strumento sentiva forte il desiderio di provocarsi piacere. Il violoncello era anche il mio strumento e io ero sicura che avrei trovato modo di provocare quella sensazione anche al mio giovane allievo.

Infatti dopo una mezz’oretta di esercizi, con lo strumento appoggiato ora qua ora là ma sempre contro la patta dei calzoncini Bernard chiese di poter usufruire del bagno.

“È proprio necessario?” E lo guardai dritto e intensamente. Resse lo sguardo con un leggero sorriso. Io ero immobile a un palmo da lui in attesa di eventi. Appoggiò l’archetto senza staccare gli occhi dai miei. Mi aspettavo un approccio graduale in crescendo e mi meravigliai nel vedere una sua mano dirigersi verso la mia camicia, infilarsi sotto il tessuto e stringermi una poppa. Mi trasse a sé… poi, tradizionale lingua-in-bocca. Quando ripresi fiato non c’era più un bottone allacciato e le poppe erano nelle sue mani.

Capii che nonostante l’età sapeva fare sul serio: «Bernard, spogliami» Costasse quel che costasse avevo deciso di far sul serio anch’io.

Quando i nostri abiti furono due mucchietti sul pavimento mi sospinse verso il divano.

Conosceva Charles, credo che frequentassero lo stesso bar: “E tuo marito…?” si preoccupò. “Non ce l’ho più” semplificai per dargli coraggio ma non ce ne fu bisogno: mi prese, lui in piedi, le mie gambe sulle sue spalle. Mi piacque molto, tanto che solo mezz’ora dopo gli chiesi un replay. E fu questa che m’impregnò: lui ebbe un’eiaculazione improvvisa che non riuscì a controllare. Però ne facemmo altre due. Pensa Tlìc, quattro in due ore!» E per l’entusiasmo che le suscitò quel ricordo si tuffò sul cazzo di Tlìc per baciarlo, scappellarlo, succhiarlo

«Sei già pronta per un’altra botta?»

«Non del tutto, ma qualche coccola… volentieri… Magari… un ditalino… Ci sai così fare con le mani!»

«Tu però raccontami ancora qualcosa» e due dita s’insinuarono in lei.

«Quando lo studentello trombante se ne andò corsi a controllare i periodi della mia fertilità: Merde! C’ero e in pieno. Adesso il problema era farsi trombare da Charles nel giro di pochi giorni. Non sto a raccontarti i dettagli, ma con l’aiuto di mamma e papà ma anche del mio povero culo Charles si convinse a mettere in cantiere il secondo figlio. E successe che per la gravidanza prima, il parto e tutto quello che ne seguì Charles si dimenticò del mio posteriore oppure, e questo è più credibile, aveva trovato la giusta partner per le sue voglie.

Nacque Rosy e, beffa del destino, delle figlie divenne la sua preferita.

A Bernard non dissi che quella gravidanza poteva anche riguardarlo. Con lui andò avanti un paio di mesi. Io gli piacevo molto e mi diede tanto. Poi prima che il mio fisico mostrasse il suo stato interruppi senza drammi la relazione. Intanto, lui aveva conosciuto Virginie.

Il suo fu l’ultimo cazzo che ho toccato prima di conoscere il tuo»

Tlìc si sentì onorato!

#37 – Che bel porco che sei!

Chiuso con le reminiscenze, Claire, con improvviso slancio si sdraiò, pari pari su Tlìc e cominciò a strusciare ventre e dintorni sulla durezza che lei sentiva ben calda fra di loro. Un’agitazione che andava in crescendo e che la vedeva sventolare le poppe sul naso di lui.

Non ci si poteva certo limitare solo a quel sensuale sfregamento epidermico.

C’era un’affinità che si poteva riscontrare sia in Claire che in Tlìc: la sinteticità e la schiettezza:

«Visto che te l’ho raccontato. Mi piacerebbe farlo come lo feci con Bernard… in sponda… tu in piedi e io con le caviglie attorno al tuo collo. Ti va?»

Lei si posizionò per…

Ma Tlìc non poté non gettar l’occhio sul villoso contorno a quella che in altre situazioni, lui, avrebbe chiamato semplicemente la gnocca.

Comunque gnocca o patonza che fosse mostrò in tutta la sua bellezza il fulvo vello che si fondeva cromaticamente con le tenui tinte delle labbra della vagina. Tutto lì a portata di cazzo e in sua attesa. Tlìc ogni volta che gli si apriva quello spettacolo sentiva il dovere di tributare a quella visione un reverenziale omaggio. Così al cospetto di codesta…: «Giuro che domani te la fotografo in primo piano e se te e la tua figlia grande non me lo permetterete non mi vedrete mai più» Perché anche la di lei figliuola, la sua amata Sylvie, era dotata di analogo vezzo fra le gambe.

Claire promise in fretta e furia, ma erano ben altre le sue attese.

Tlìc però anziché penetrarla si inginocchiò e appoggiò la bocca sulla patonza che gli veniva profusa. La lingua spaziò quel bollente anfratto che momento dopo momento si animò sempre più: «Grunt…Grunt» non voleva dir nulla. Era solo un suono gutturale che Claire emetteva un attimo prima di iniziare i contorcimenti del piacere. Il volto di Tlìc fu irrorato abbondantemente ma non si arrestò. Spostò solo la lingua sul clitoride e la penetrò con due dita.

«Oh, che bel porco che sei!» Fu un sospiro flebile. Ricominciò ad agitarsi e lasciò che un nuovo orgasmo la prendesse.

Era scatenato il baldo giovane. Claire, confusa, stordita, si sentiva in un vortice di godimenti da cui non riusciva a capire quando sarebbe tornata alla realtà. E non fu neppure dopo quel secondo interminabile brivido. Tlìc si levò in piedi e la prese nella posizione che lei aveva suggerito poc’anzi.

Calò in lei con gran delicatezza: entrò con piccoli movimenti assaporando ognuna delle strette che i muscoli della vagina gli donavano. Arrivò in fondo stringendo i denti per controllare il proprio godimento che voleva liberare solo quando avrebbe sentito lei esplodere.

Claire, invece, non riuscì a controllare nulla e deflagrò.

Si girò bocconi Claire per riprendersi da quelle intense bordate di erotiche delizie e così facendo mise sotto gli occhi del suo amante le aggraziate forme del proprio didietro.

Frastornata com’era non valutò il rischio che correva o forse si sentì di potersi fidare dell’odio confessatole da Tlìc verso chi elargiva sodomia. Pur se le conturbanti natiche lo stimolavano ad agire in quel solco. Quello che gli frullò nel pensiero lo sussurrò all’orecchio di lei.

Non si udì alcun “sì” ma quelle natiche si allargarono e accolsero la lingua del ragazzo così ansiosa di profondere piacere anche in quell’elegante anfratto.

Ebbe un sussulto Claire quando sentì la saettante propaggine della bocca di Tlìc scorrazzare qua e là fra la figa e il martoriato culo. Si rilassò e restò in attesa del previsto orgasmo che non si fece attendere.

È stato veramente un piatto ricco!» Strinse forte a sé l’autore di tutto quel godimento e quando smise di confidargli tutto il suo entusiasmo per la serata, chiuse gli occhi e si addormentò.

#38 – Quell’orrendo grembiule da lavoro

«Fly me to the moon / Let me play among the stars / Let me see what spring is like / On a-Jupiter and Mars / In other words, hold my hand» Non era Frank Sinatra ma era dignitosamente intonato. Sotto la doccia.

La schermaglia amorosa con Claire l’aveva ricoperto di sudore ma lui voleva presentarsi nella sua miglior forma. In quel bagno trovò un buon profumo, l’avrebbe usato pur se era femminile. Si sarebbe rivestito di tutto punto e così vestito di tutto punto avrebbe atteso Silvia.

Lo scroscio dell’acqua rimbombava nel box e non gli fece udire che qualcuno era entrato nello studio, la stanza accanto. Continuò a cantare quella canzone di cui conosceva tutto il testo e non si accorse subito che si era aperta la porta. Una figura si era delineata innanzi al vetro del box.

Tlìc chiuse l’acqua della doccia e aprì il vetro.

«Silvia, sei in anticipo»

«Si. Ho portato la nostra cenetta. Vado a chiudere la cucina e torno»

Tlìc rimase perplesso: “Che strano!” Silvia, che non vedeva l’ora di mostrarsi con le sue gonnelline e bikini fantasia, si presentava a un incontro amoroso con quell’orrendo grembiule da lavoro bluastro. Unica frivolezza: i capelli che quando lavorava teneva raccolti sulla nuca erano lasciati cadere in tutta la loro rossa bellezza sulle spalle.

Tlìc riaprì la doccia, riprese a cantare a squarciagola, scappucciò alcune volte il cazzo orientando il getto proprio sulla cappella e iniziò una serie di flessioni, tanto per sgranchire i muscoli in attesa dei prossimi round.

E riapparve Silvia. Ancora con quel look un po’ scalcagnato.

«Mamma?» Fu il suo primo pensiero.

«È nella tua stanza. Mi sa che dovrai svegliarla».

«Lasciamola pur riposare» e fece quei due passi che la separavano dal box. Incurante dell’acqua che scrosciava su di lei pur se vestita, si avvicinò al ragazzo. Al resto ci pensò lui: la tirò contro di sé e, sotto il caldo getto, la baciò. Quel brutto grembiule s’infradiciò. Tlìc pensò di liberarla da quell’inutile vestiario. L’acqua continuava a scendere e avrebbe inzuppato anche i sottostanti abiti. Volle pensarci lei a sbottonarsi e lo fece voltandogli le spalle.

Quando si rigirò si svelò anche il perché si era presentata con quel povero indumento. Sotto era completamente nuda.

«Puttanona!» mani e labbra si scatenarono sul corpo di lei.

L’acqua continuava a scrosciare e Tlìc si acquattò sul fondo del box per riuscire a mettere la lingua nella figa di Silvia.

«Caaazzoo!!» gridò la ragazza serrando con forza le grandi labbra attorno all’invadente lingua.

Tlìc fraintese: «Vuoi chiavare subito?»

«Noo, no. Ho detto cazzo per dire “che bello!” Tu ‘plucca, plucca’ che è una delle cose che più mi fanno godere»

Silvia non aveva una grande esperienza di cunnilingi. Era stato solo che, nell’ultimo anno, quello del cosiddetto esilio di tutta la famiglia, aveva condiviso molte cose con Rosy, la sorellina, fra cui la camera. E lì, prima della gestione dell’hotel, la piccola l’aveva convinta a provare alcuni dei brividi saffici, con cui ella aveva convissuto nei recenti anni indietro.

Una scoperta che era divenuta prassi per ogni notte in cui non avevano a disposizione attività più stimolanti: la sorellina si infilava nel suo letto e senza chiedere se ne aveva voglia sfogava tutta la sua libidine sul quel corpo: sangue del suo sangue. Cominciava sempre regalandole brividi con la lingua dietro le orecchie per poi scendere per il collo fino a raggiungere la bocca. Questa si era sempre aperta e lì le lingue indugiavano a lungo. Era il momento in cui le salive si fondevano e nell’aria echeggiavano gli “splash” del loro amplesso. Le prime volte quando la lingua della sorella sorpassava l’ombelico, Silvia si sfilava le mutande. Questo adesso non accadeva più avendo, lei, imparato a coricarsi senza. Tanto? Subito partivano in avanscoperta le dita di Rosy. Prima due, poi sempre tre che si facevano strada nella crepa della “sorellona” che iniziava a percepire tumultuosi languori nel ventre.

Non solo Silvia non aveva mai rifiutato le avances della sorella ma, recentemente, prendeva lei l’iniziativa di invadere il letto di Rosy e condurre lei il gioco.

Intanto mamma aveva iniziato la gestione dell’Hotel e si era portata, lì a Riva Azzurra, le due figliuole che avevano avuto una stanza per ognuna. La nuova attività della famiglia era pregnante e i bollori delle due ragazze si erano un po’ chetati.

Poi erano arrivati questi due della 51 e lui, con quello strano nomignolo, le era entrato nel cuore. Il resto era storia dell’ultima settimana. Compresi i giochi di lingua dentro e d’intorno al sesso.

“C’era una bella differenza fra la lesbo-lingua di Rosy e la propaggine di Tlìc: larga, vellutata e sottile quella della sorella. Stretta, robusta e innervata quella di lui che manovrava come un piccolo e impertinente cazzo”. Questo s’insinuava in lei stuzzicando con maestria i punti erogeni più sensibili per giungere, infine, al cospetto di quel piccolo totem che è il clitoride. Qui lo stanava con artifizi vari e gli dedicava tutta la sua sapienza, affinata da mesi di rapporti con La Momò, donna colta e di fervida fantasia.

“Tutto un altro modo di leccare, o ‘pluccare la gnocca ’, come amava definirlo lui” E Silvia dopo averlo assaporato per la prima volta pensava di non poterne più fare a meno. E lo pensò anche in quel momento, pur se in bilico con una gamba sollevata sulla bocca di lui.

«Oh Tlìc… Tlìc… Veee… Vee… Vengooo… – e, squassata dal godimento prese ad agitarsi pur in quel precario equilibrio – Aiuto Tlìc, le gambe mi stanno cedendo…»

Lui non fermò neppure un istante lo struggente tormento che stava dedicando al piccolo totem ma rese più stabile la posizione tenendola saldamente per i glutei, senza però, rinunciare a farla godere. Tanto che trovò anche modo di violarle il culo con un dito. E l’orgasmo si completò con alcuni schizzi della sua più intima linfa direttamente nella di lui bocca.

«Oh, tesoro, come mi dispiace… non riuscivo più a controllarmi… Baciami!»

In quel bailamme di voluttà anche lui aveva abbandonato ogni freno e risalendo con baci per il corpo della ragazza… Baciò quasi ogni pelo del vello… il carezzevole ventre… l’intrigante ombelico e finalmente il sensuale seno che pomiciò a lungo con le mani, finendo con i duri capezzoli tra le dita. E fu fra quelle poppe, obnubilato da quel buon profumo di femmina in calore che riuscì ad articolare la richiesta di un qualcosa di molto lussurioso che avrebbe desiderato ricevere da lei seduta stante.

Quella che l’erotismo francese indica come La pluie dorée: «Pisciami in bocca, Silvye!»

Silvye era il nome con cui era stata battezzata ventidue anni prima nella chiesa di St. Germain des Prèss.

«Rosy mi ha sempre detto: “Provala! È una cosa eccitantissima, anche se è un atto di sottomissione per chi la subisce” E io non ho alcuna intenzione di soggiogarti a quel modo»

«Ma io ci terrei tanto. Rosy ha ragione, secondo me è solo un’azione molto afrodisiaca – e si lasciò scappare – Dopo vien un grande desiderio di trombare» e si mise ad accarezzare l’uccello che già era manifestamente eretto, ben attento alla piega che avrebbero preso gli eventi.

«Perché ti è già capitato di provarla?»

«Mmmmh, forse… Penso di sì» ma non svelò che la ex Marghy, la pretendeva spesso come accettazione senza riserve dell’amore che lei gli dava.

«Ah! E per far l’amore con me avresti bisogno di un aiutino afrodisiaco?»

«Ma, no. – E scappucciò il glande che mostrò la cappella in tutta la sua bellezza e salute – con questo posso tener botta per un paio d’ore. Forse con una tua bella pisciata sul volto potrei anche raddoppiare»

#39 – Mamma?

«Dai non fare il gradasso – non se la sentì, proprio quella notte, di negargli qualcosa – Beh, solo per curiosità e a un patto: che tu prima lo faccia con me. – ripensandoci – No, meglio che prima la faccia io. Mi sta già scappando. E anche in fretta»

Abbraccio di gioia.

Lui tornò a sdraiarsi e lei, a cavalcioni, si chinò innanzi alla sua bocca che si spalancò.

Il cazzo di lui era proprio sotto le natiche di lei e, tanto per ricordarle la tempra di quell’uccello glielo sfregò contro il buco del culo. Ogni suo freno saltò e il getto, con spinta partì. Non tutto centrò il bersaglio, ma con una piccola mossa lui corresse la posizione e poté abbeverarsi a quella fonte dorata. Baci e abbracci furono d’obbligo e lei glielo scappellò anche durante la minzione.

«Adesso tocca a me. Forza, che non vedo l’ora di sentirne il sapore»

Il risultato fu altamente afrodisiaco: figa umida lei, cazzo eretto lui. Anche se pisciare con l’uccello duro è un tantino impegnativo.

Lei ebbe pazienza e non ne andò sprecata neppure una goccia.

Il caldo scroscio dell’acqua tornò ad avvolgerli. Stavano una nelle braccia dell’altro senza dirsi nulla: solo sorrisi e smorfie che assemblavano la loro reciproca complicità. Un bacio di lui e una frase sussurrata da lei mentre strusciava il ventre contro il cazzo ruppe quella tregua incantata: «Sei proprio sicuro che se non ci fossimo pisciati addosso non avremmo avuto gli stimoli per trombarci?»

Tlìc chiuse l’acqua, lei uscì dal box e si avvolse in un telo da bagno.

Erano nello studio che quella notte sarebbe diventata la loro sala da pranzo. «Mamma?» domandò Sylvie.

«Dorme e credo che ne abbia bisogno. Noi ci mettiamo qui» e aprì l’accesso alla cameretta.

Era un corpo ancora un po’ umido quello di Sylvie. Quello di Tlìc, invece, completamente bagnato. Nessuno dei due, però, ci fece caso.

Sylvie: «Faccio io?» e fu lei a sdraiarsi su di lui. Qualche mossa e la fulva patacca, ingorda! s’appropriò del billo, calando il bel culo di lei sul basso ventre di lui.

I due amanti ricevettero subito i primi languori di quel congiungimento così bramato.

«Adesso sì che ti tengo in pugno» disse trionfalmente Sylvie, contraendo ogni muscolo della pippa.

«E cosa debbo aspettarmi?»

«Amore e sincerità»

Quello che voleva lei era di superare la fase di pura attrazione sessuale e capire se c’era un futuro di sentimenti per il loro idillio. E aveva pensato di approfittare di quella posa che a lei sembrava dominante per iniziare un dialogo che lui, fino a quel momento pareva voler schivare.

Intanto però quella figura che interpretavano e che poteva correttamente definirsi: l’amazzone, stava conquistando i sensi sia della fantina che del cavallo. Lui per quelle strette che riceveva direttamente dalle delicate labbra della vulva. Lei per le vibrazioni che produceva il glande nel più recondito punto del proprio apparato genitale.

«Avevo voglia di parlarti di noi… ma forse… forse… – il suo ansimare si stava facendo più affannoso e la galoppata era divenuta sfrenata – Dopo Tlìc… parliamo dopo… Amore… Stringimi forte… Così… così» e si accasciò su di lui.

«Sei venuta in un lampo» le sorrise. Si sfilò da sotto di lei e la rovesciò sul letto. Sylvie capì. Si posizionò e si spinse contro di lui con la stessa foga con cui Tlìc si spinse dentro di lei.

Già era su di giri, Tlìc, e con qualche vigorosa fondata pareggiò l’orgasmo.

«E così vuoi sapere se io voglio ricambiare il tuo amore – Tlìc si grattò la testa (quella con i capelli) – Eccitati un po’ Sylvie. Così angosciata sei anche bruttina… Non voglio aumentare la tua angoscia e sappi che ho cominciato ad amarti prima di averti chiavato, già l’altra mattina! Prima di dirtelo volevo chiudere la storia con Marghy e questa si è già chiusa da sola. Adesso però c’è quella con tua mamma…»

«Mamma non ti ama, me l’ha detto. Ma ha bisogno di te»

«Già – e tornò a grattarsi la testa – Tu che idee hai?»

Si era asciugata la figa e adesso faceva la stessa cosa con il cazzo di lui.

Si vedeva che era preoccupata e questo, sempre secondo lui, la rendeva bruttina: «Io un’idea ce l’ho ma non so se può piacere a te e a mamma – lui la prese fra le braccia e sul suo volto tornò un’ipotesi di sorriso – Io domattina, se mi prendi, partirei con te. A Bologna, mamma ha una cugina che potrebbe ospitarmi finché non mi trovo un lavoro da cuoca e una capanna per il nostro amore»

Tlìc, perplesso, si gingillava il membro e pensava. Pensava e intanto si scappucciava il glande. Infine decise di temporeggiare: «Sarei molto contento di poterti avere sempre vicino, penso però che tu avresti tante difficoltà di adattamento e non è detto che trovi subito un lavoro, una casa. Sentiamo bene cosa ne pensa mamma tua. Magari sta già svegliandosi»

Sylvie: «Sì, forse è meglio. Lei, in fondo, cambiare completamente vita ha dovuto farlo. Ci darà sicuramente qualche buona idea. Vado a svegliarla»

#40 – Saltò fuori una bottiglia di champagne

«Oh, Tlìc, che figura! Dopo tutto quello che m’hai dato, addormentarmi così… Senza neppure un bacio» provò a recuperare la mancanza.

Tutti e tre assieme facevano una bella immagine. Silvia osò uscire, anche così nuda, per recuperare la borsa di Tlìc rimasta al bar con dentro la preziosa Rolleiflex. Lui la attrezzò e tutti si misero in posa: madre e figlia con una mano sul cazzo del comune amante.

L’autoscatto fece tutto il resto. Le risate si sprecarono, poi a tavola a gustare la cena fredda che aveva preparato Sylvie. E qui saltarono fuori le sue idee per avere il suo Tlìc vicino. Il suo sogno.

Questo sì, quello no poi giunse la proposta di Marie Claire.

«Forse è egoistico quello che sto per dire. Ma la cosa più semplice e sensata sarebbe quella che fosse Tlìc a venire qui con noi. Potremmo adattare l’ultimo piano e ne verrebbe un bell’appartamento per voi con un piccolo laboratorio fotografico per Tlìc. La stagione è andata molto bene e i fondi per la ristrutturazione li avrei»

A Tlìc l’idea piacque anche se prospettò alcune modifiche. Lui era uno dei fotoreporter del Resto del Carlino e quindi a Bologna doveva starci quanto meno per buona parte della settimana. Altra questione erano i rapporti che aveva sia con La Momò che con Marghy, che se si erano definiti dal punto di vista sentimentale, qualche trombata di tanto in tanto, più per vizio che per necessità, l’avrebbero pretesa e quindi andava pur messa in conto. Rimaneva l’attività editoriale che era poi quella che stava crescendo e che più in prospettiva avrebbe dato guadagno. Quindi, bisognava trovare un modo per conciliare ognuna di queste esigenze: «Ma a quelle ci penso io» disse il fotografo rassicurando.

La quadra la trovò ancora Marie Claire: «Io potrei investire qualcosa per un piccolo appartamento a Bologna, giusto se Sylvie ti vuole seguire qualche volta ma, non dimenticare che la tua famiglia è qui, in questo albergo che io e le mie due ragazze abbiamo tirato su e che un domani sarà tutto loro. Poi, caro Tlìc, qui ci sono anch’io – guardò con decisione Sylvie che annuì – E io, non ho nessuna intenzione di mollarti»

Un discorso schietto e inequivocabile. Senza teatralità né da parte di Sylvie né di mamma.

Tlìc sapeva bene che accettare sarebbe stato quasi come dire “Sì” davanti al prete. Ma non gli dispiaceva la vita che gli veniva proposta. In quella serata una vampata di sentimento verso Sylvie l’aveva cotto e stracotto. Per giunta, Maman, si levò dal tavolo sfoggiando la sua elegante nudità e in attesa della sua risposta, si era fermata alle sue spalle e aveva preso ad accarezzargli il collo. Lui, solo per il profumo che lei emanava, sentì fra le gambe un ben noto sommovimento. Guardò a basso e capì che non poteva rifiutare.

Si girò porgendole le labbra ed ebbe inizio uno dei più prolungati lingua-in-bocca che la storia del fiocco possa ricordare. In zona arrivo tosto anche Sylvie che delicatamente si inginocchiò per baciare il festante uccello.

«Se ho ben capito io diventerei il fidanzato di tutta la famiglia. Mi pare che alla bisogna sia compresa anche Rosy»

«Oh, sì! – Fu Sylvie a rispondergli – Debbo confessare che il piano è frutto della sua fervida fantasia. Vi dirò tutto, anche quello che non avete pensato – rivolgendosi anche a Maman – È stata lei a convincermi di introdurre Tlìc nella tua stanza da letto. Io, forse per gelosia, non ero proprio entusiasta. Anche se ero convinta che ti avrebbe fatto solo bene. Poi quando ho visto con i miei occhi le espressioni di serenità sui vostri volti mentre riposavate dopo l’amore e la gioia di Maman dopo avermi vista godere con te, Tlìc. Mi sono convinta che l’idea di Rosy di condividere con tutti i nostri cari amore e godimenti, sia la formula vincente verso la felicità. Se ci aggiungo poi l’intensità del sentimento che sto provando anche in questo momento per te, Tlìc, posso già dire di essere già a buon punto sulla strada della felicità»

Maman stavolta la lingua-in-bocca la mise alla propria figlia. E dall’entusiasmo le accarezzò anche la figa.

E venne infine il gradimento del bel fotografo: «Sì! Devo dire che senza di voi non riuscirei più a vivere. Io sono entrato nelle vostre fighe, ma voi mi siete entrate nel cuore…» Fecero bordello le due donne: «Anche tu… Anche tu!» E presero a baciarlo in ogni dove.

Tlìc le scostò. Voleva concludere il ragionamento: «Mi piace proprio la vostra proposta. Pur se un po’ surreale so già che organizzandoci, tutti assieme andremo verso un futuro di gioia. Una sola cosa: se mai mi accorgerò che fra di voi sta insinuandosi la stupida gelosia io mi dissolverò»

Marie Claire disse qualcosa in francese che lui non capì e tutt’e due tornarono con mani e bocche sul suo corpo.

«Io però, adesso finirei volentieri l’invitante buffet che ci ha preparato Sylvie»

«Fermi. Prima… – e da sotto il tavolo saltò fuori una bottiglia di champagne – Ci vuole… no?»

#42 – Una femminilità intrigante

C’era una pendola in quello studio divenuto ristorante. Non ci crederete ma nel momento del brindisi, questa, batté la mezzanotte. Ci fu il tintinnio di vetri qualche carezza anche audace e Marie Claire, che non stava più nella pelle per la gioia, propose un secondo giro.

«E io chi sono?» Si era materializzata Rosy. Scalza, capelli molto scarmigliati. Indossava una lunga camicia da notte.

Maman: «Non sarai mica uscita così?»

«Ma dai. È che alle dieci eravamo di nuovo già in camera. È stata una idea di merda la discoteca! Voi, vedo che brindate con gioia e che siete tutti nudi. Vuol dire forse che la sorellona ha trovato il giusto fringuello e lo sta facendo assaggiare a tutta la famiglia? In questo caso mi metto in coda anch’io» e si liberò del camicione. Ovviamente, sotto era come mamma l’aveva fatta. Una femminilità intrigante: seno contenuto, capezzoli ben accentuati sulla pelle molto chiara. Nel pube ornato da biondi e sottili peli, risaltavano le spesse labbra della vulva. Tlìc le fu tosto dietro e aggiustò l’uccello fra le sue cosce. Lei, gli andò incontro con il bacino. Quel cazzo, percepito gli umori e i calori di figa e culo divenne marmoreo.

«Però! – fu il commento della biondina. Ingollò d’un fiato lo champagne e si girò per carpire proprio con le labbra della figa, la cappella del cazzo che lui le stava proponendo già ben scappucciato. E completò la meraviglia con – Dopo lo strazio della serata è proprio quello che ci vuole»

«Perché non ce la racconti»

«Non in piedi, comunque»

Tlìc spostò una sedia e ci si sedette. Si appoggiò allo schienale a gambe un po’ divaricate. Il suo spavaldo cazzo puntava l’alto.

Rosy calò su di lui con la patacca aperta e i dovuti sospiri e mugolii. E guardando gli occhi di lui prese a raccontare: «Quella scema della tua ex – il piacere che aveva iniziato a pervaderle i sensi le condizionava la voce. Più che altro era un sussurro. Così, sorella e mamma avvicinarono le loro sedie a quella della coppia – ha lanciato l’idea di intortare due coperchini maschi, portarseli in stanza e fargliela sospirare»

«Che inutile crudeltà!» commentò Marie Claire.

«Già. – e continuò nel racconto – In terrazza arrivarono Luigi e Cosimo, diciotto, forse, diciannove anni. Romagnoli di un paese a venti chilometri. Ricciolini, smilzi, gentili e simpatici. A loro abbiamo detto che eravamo Giulia e Susanna, due sorelle all’ultimo giorno di vacanza. Qualche bacio e loro hanno cominciato, debbo dire gentilmente, ad allungare le mani. “Poi ce la date, vero?” Questa prima pretesa non c’è piaciuta. “Non credo proprio” ha esordito Marghy e Cosimo di seguito “Vorrà dire che ce le prenderemo”. Uno scatto improvviso di Marghy, cintura nera alla palestra dei tramvieri di Bologna, e Cosimo era sdraiato a terra come un salame. Ripristinata la convivialità e il reciproco rispetto li abbiamo obbligati a farsi la doccia, ma assieme e ognuno ha dovuto insaponare l’altro.

Altrimenti non gliel’avremmo fatta vedere neppure in fotografia. Ci siamo spogliate e ci siamo divertite un mondo nel guardarli soprattutto mentre uno insaponava l’uccello dell’altro. Anche noi abbiamo fatto la stessa cosa, facendo venire il giusto turgore ai loro gingilli. A quel punto, il materasso era d’uopo. Ne avevamo proprio bisogno. Io ho preso per mano Luigi e me lo sono tirato addosso sul giaciglio. Mi ha baciato un po’ qua e là poi ha afferrato il suo pisello e me l’ha fatto sentire fra le cosce. Fin lì funzionava tutto bene e io gli ho proposto la mia patonza tutta ben aperta. Ma proprio quando è stato per impuntarlo gli è scoppiato l’arnese senza che riuscisse a frenare la sbrodolatura. Tutta sulla mia pancia. Trivialmente l’ho mandato in culo. E lui si è chiuso nel bagno.

Anche per Marghy non è stata una passeggiata. Il Cosimo è rimasto impressionato dai nostri toccamenti sotto la doccia e le ha chiesto se si masturbava davanti a lui. Per Marghy non è stato un problema, l’aveva fatto tante volte. Vero Tlìc?»

«Mo sì, ve’. È cosa normale che lo si faccia. Vero Sylvie?»

«Ti saprò dire quando succederà»

Tlìc si volse verso lei e si baciarono.

Tlìc: «Ti amo»

Sylvie: «Anch’io. Tanto»

Quella pausa nella narrazione scatenò Rosy nel voler raggiungere l’orgasmo. Aggiunse foga ai movimenti del bacino. Tlìc le mise le mani sotto le natiche e l’aiutò nel sali-scendi sul suo uccello. Palpiti, sussulti, vibrazioni: gli orgasmi si impadronirono dei loro sensi.

Quando la coppia si sciolse Maman strinse forte a sé la figliolina e con un tovagliolo le asciugò la patacca da cui sgorgavano residui di sborra dell’ipotetico cognato. Sylvie fece, la stessa cosa, con il billo del suo uomo: «Eravate meravigliosi nel godimento. Poi lo farai provare anche a me, sulla sedia. Ti amo Tlìc!»

Saltò un altro tappo di champagne e si misero a tavola.

L’allegria dilagò in quella cena. Le tre donne fecero a gara per rilevare doppi sensi in ogni frase di Tlìc. Al terzo bicchiere, lui si ricordò di Rosy che non aveva concluso il suo racconto. La sollecitò e lei ripartì dal ditalino di Marghy sul grugno del pivello.

«Qui Marghy ha voluto strafare: visto che io ero rimasta senza partner, rinchiuso nel bagno a smaltire la vergogna. Ha pensato di aumentare l’erotismo della situazione con, che fossi io a darle piacere. Un avanspettacolo per il pivello. Era fatale che dalle dita si passasse alle lingue e da qui, inesorabilmente, a un sessantanove. Beh non ci crederete ma il bulletto sbarbatello, imprecando contro l’amore saffico, si è rivestito e se n’è andato portandosi dietro l’altro compare. Io e Marghy ci siamo sganasciate dalle risate concludendo in tutta baldanza la nostra porcheriola serale.

Tornerò da lei dopo questa buona cena della sorellona. Non mi va di lasciarla da sola proprio questa notte»

«Sei sempre quella ragazzina generosa Rosy» disse Sylvie. Maman guardò con orgoglio le due figliuole che abbracciate si baciavano con ardore.

Tlìc in quello sguardo colse quel magnetismo che emetteva quando il desiderio cresceva in lei. La prese per mano conducendola nella sua stanza. Non ci furono preliminari, lei volle prenderlo con le caviglie sulle spalle di lui, come l’aveva avuto ad inizio serata. Fu una cosa svelta ma molto partecipata.

«Il bello è che a te non lo debbo neppure chiedere. Lo senti in te quando è il momento. Grazie Tlìc. Credo proprio che stanotte riposerò serena» Si allungò per carpire il sonno che stava calando in lei.

#43 – Dai Tlìc, chiaviamo!

In camera sua Sylvie non c’era. Quando lui l’aveva lasciata era fra le braccia della sorella e tutto faceva presagire che volessero stare sole.

Si sedette sul letto. Sul comodino c’era un pacchetto di buone sigarette americane. Ne trasse una. Diede un paio di boccate. Ci voleva proprio.

Il fumo lo fece ritornare nella realtà. Incominciò a pensare a quello che sarebbe stato il suo futuro a partire proprio da quella notte. Ma non ebbe modo di pensarci troppo. Dal bagno proveniva una canzone in voga, alterata dal rumore dello scroscio della doccia. Ecco dov’era Sylvie.

Quando entrò, stava lavandosi fra le cosce. Volgeva le natiche alla porta e aveva il capo rivolto all’alto. L’acqua che, copiosa, scendeva su di lei formava una trasparente barriera che ne offuscava i contorni del corpo. Non fu però quell’intramezzo ad impedire a Tlìc di pensare fra sé e sé “Bel culo!”

«Oh Tlìc, hai addormentato Maman?»

«Era molto stanca. Felice ma provata. Mi ha dato un bacio ed è caduta in un profondo sonno»

«Ci volevi proprio tu. Ha passato quasi tutto quest’anno ad ingurgitare tranquillanti senza alcun beneficio»

Tlìc varcò la cortina d’acqua e dal di dietro prese in ogni pugno una poppa. Gliele strinse con affetto. Ebbe un fremito e l’uccello di lui si posizionò fra le sode natiche di lei in attesa di eventi.

Si girò verso di lui, che notò i suoi occhi pieni di lacrime.

«Secondo te riusciremo a tenere in armonia la famiglia così come abbiamo ipotizzato?»

«Perché mai? Abbiamo già tutti condiviso talmente i nostri corpi che dobbiamo solo rapportare il nostro essere al piacere che riceviamo e anche che possiamo dare a chi è partner delle nostre pulsioni»

«Io penso che sia un discorso molto difficile da portare avanti ma se tu ci credi io ti sarò a fianco nel realizzarlo. Ma secondo te la grande famiglia potrà ancora espandersi all’occorrenza?»

«Quello che vuoi dire è che Maman e Rosy, prima o poi, avranno dei partner: dobbiamo noi inglobarli nella nostra affettività?»

«Sì, più o meno è questo»

«Credo che quello che è capitato a noi difficilmente possa ripetersi e qui il bel fotografo tirò in ballo quel po’ di superficiale cultura che aveva farcito i suoi studi fotografici – Tutte le nostre storie, la mia, la tua, quella di Rosy e di Maman si ritrovano nello stesso tempo e nello stesso luogo e per necessità si esprimono. Si raccontano. E per necessità trovano modo di compensare l’un l’altro timori e carenze. Di tutto ciò il protagonista è il caso. Soltanto il caso è all’origine di ogni novità. Il caso puro, il solo caso, libertà assoluta ma cieca. Questa condizione che ci ha accomunati è il motore che ci farà realizzare il sogno che abbiamo abbozzato stasera»

Sylvie non era mai stata fra le braccia di un ragazzo che arrivava a sciorinare pensieri così complessi e non le restò che reagire con quella schietta sinteticità che le fuorusciva dal cuore:

«Dai Tlìc, chiaviamo!» e lo strattonò verso la stanza.

#44 – Finale in Guzzi

C’era disperata passione in Sylvie nello spingerlo contro il letto. E Tlìc crollò sulle coltri sotto il corpo di lei. Una lei indemoniata dalla paura che l’adombrava: il timore che quella notte divenisse l’ultima di quel breve, sì e no settimanale, sogno d’amore. Il Tlìc, tornato negli abituali luoghi dei suoi trasgressivi ménage, fra le rassicuranti braccia e cosce di Marghy e della Momò, avrebbe potuto anche rinnegare quelle promesse appena fatte a lei, a Maman e Rosy: “Chi ha avuto, ha avuto” e non sarebbe mai più tornato.

Questo era il tormento all’origine di quel disordinato ardore che stava sconvolgendo Sylvie: voleva superare in erotismo ogni compagna di letto di Tlìc. Voleva essere più porca di tutte loro messe assieme e far passare a colui che ancora per qualche ora sarebbe stato indiscutibilmente il suo uomo, sensazioni che, secondo lei, nessun’altra sarebbe stata capace di dargli. Ed era sicura che il piacere di cui, lui, avrebbe goduto l’avrebbe trattenuto dal compiere siffatto tradimento.

«Sono una frana, vero?»

«No, amore, sei un portento – prese fiato perché un brivido glielo aveva mozzato – Sembra quasi che hai passato la vita a far pompe»

La parola ’amore’ e quello sconcio complimento l’avevano rassicurata e ringalluzzita, così approfittando di un movimento di lui, infilò il volto fra le sue chiappe e si mise a fustigare con la punta della lingua fra i testicoli e il buco del culo «Maiala! Sei la mia maiala». Fu tanta la gioia che le procurò quell’epiteto che perse l’occasione di intromettersi, magari con la bocca, nell’esplosione orgasmica che ne seguì.

«Adesso se vuoi dell’oca devi avere un bel po’ di pazienza»

II succhione, forse il primo della sua vita, della timorosa Sylvie aveva reso l’orgoglioso uccello di quel tombeur des femmes a ben poca cosa.

«Io sono già venuta da sola mentre te lo succhiavo»

«Non ci credo» e si ribaltò catturandole uno degli alluci che trastullò fra le labbra.

La lingua sotto il falso del piede la fece sobbalzare. I piccoli morsi al tallone e alle caviglie, sorridere. Le tumide labbra, su, oltre il ginocchio, sperare. La lingua nell’inguine, beare.

«Io, Tlìc, posso anche aspettare»

«Io no» e partì una ponderata piluccata di gnocca.

«Mo socc’mel s t î ninén! Dite così voi a Bologna. No?»

Tlìc lo tirò fuori e dalla finestra filtrò la luce del nuovo giorno.

Si erano amati più volte in tanti modi diversi. E si erano detti un mare di cose e fatte tante promesse.

Si sarebbero ritrovati già il giovedì successivo.

A Tlìc il giorno dopo avrebbero consegnato la Guzzi che aveva acquistato prima di partire.

Sarebbe tornato in sella a questa.

Sì! Sarebbe tornato.

*****

#45 Postfazione

Aspic&Aspic, va da sé che sia un nome collettivo e che alla presentazione della sua più recente novità editoriale ci sia, nella sua completezza, tutta la redazione. [2]

Il fatto straordinario è che la pubblica presentazione di “Quella bollente estate del 78” veda l’autrice, l’anticonformista Flavia Marchetti (scrittrice hard-core di bella presenza), in compagnia di Monica Martinelli ovvero La Momò. giornalista, scrittrice di erotismi e sceneggiatrice di porno video e film. Che di quelle pruriginose giornate di circa 40 anni prima e che ne fu anche protagonista, per non dire la promotrice.

Chi vi partecipò è assolutamente convinto che fu solo il caso a unire le anime e i corpi di quella combriccola che in quell’agosto farfalleggiò all’Hotel Bellevue de la mer di Riva Azzurra di Rimini. Soprattutto nella stanza con terrazza, vista mare, n°51.

Oggi la hall dell’Hotel Roma, a Bologna, pullula di giornalisti e ammiratori.

L’attrazione sta nel poter ascoltare assieme, la più estrosa cucitrice di storie osé del momento, assieme a colei che da ben otto lustri gira la manovella della cinepresa sugl’intrecci dei corpi più eccitanti del continente, facendo divenire la Città oltre che grassa e dotta, anche sensuale. Non certo, però, rossa di vergogna. Proprio perché grazie alla schiettezza e alla frivola descrizione che ne fanno queste protagoniste della più moderna pornografia, in quei testi forse un po’ triviali, colmi di intrighi e godimenti, finiscono sempre per prevalere sentimenti positivi. Anche se esso è corredato dalle eloquenti immagini tratte dai più recenti video di Monica Martinelli.

Bologna, quella vip, è corsa a curiosare. Ma anche la Bologna che sta discretamente camuffata: fatta dai protagonisti di vicende border-line o inconfessabili relazioni sentimentali è presente. Quella che vive travolgenti passioni si è mescolata ai media, ai cultori di questo antico narrare. Forse con la speranza di carpire situazioni che si ravvisino a quei ménage che insistono a preservare con vigilata riservatezza, speranzosi in qualche ammiccamento solidale con il loro stato di clandestinità.

In parole povere la sala convegni del centrale albergo brulica di amanti, mantenute, spasimanti, più o meno assecondati.

Flavia, sforna tutta la sua teatralità pur mantenendo quella leggerezza che tanto si addice all’essenzialità del suo succinto abbigliamento: “più scorci del corpo si mostrano, maggiore è l’attenzione che si suscita.” E Flavia, di scorci interessanti ne ha assai.

Momò Martinellì – con l’accento su ambedue le vocali finali, come ama farsi chiamare da quando vive nel XVIII, a Parigi – si è sapientemente rifugiata in una sobria eleganza. Con l’aggiunta di semplici interventi di maquillage al volto e massaggi al corpo, si è tolta di dosso una ventina di anni. E stando al parere di Tlìc, presente in sala, “… può tranquillamente passare per una vivace femmina sui cinquanta. Due colpi glieli si potrebbe anche dare”.

Un prezioso gioiello sul bavero della giacca, ricordo donatole, a suo tempo, da una famosa star di Hollywood dopo un’infuocata notte d’amore, attira l’attenzione dei fotografi che trovano affascinante la sensualità che sprigiona questa signora, qui stasera con tanta voglia di arricchire il racconto dell’autrice con propri aneddoti, anche svelando intimi episodi personali.

L’incontro fra le due vedette della serata è un incalzare di testimonianze di affetto e stima reciproca. Baci, lodi e abbracci si susseguono e in questi non mancano alcuni mirati e precisi palpeggiamenti al ben più giovane corpo della collega. Niente di insolito, La Momò è fatta così: non riesce a tenere a freno la propria libidine alla vista di sinuosi corpi femminili. E va anche oltre, baciando sulle labbra la bella ragazza che le porge il carnet con il programma della serata.

Un passaggio al bar dell’Hotel per un robusto aperitivo che lei, ingolla quasi d’un fiato per poi iniziare un’intrigante chiacchiera con Flavia, colta dalla tempestiva messa in funzione del registratore portatile di Vanessa. Inappuntabile segretaria di redazione. E che possiamo ora riportare grazie all’accondiscendenza delle protagoniste.

[La Redazione]

#46 Fra Star

MONICA: Così ti sei decisa a pubblicare minuto per minuto quella vacanza, in un certo senso, da me allora finanziata.

FLAVIA: Beh, Tlìc me l’ha raccontata per filo e per segno lo scorso anno. Ci ho pensato un po’ sopra, ho voluto chiedere il permesso a tutti gli altri che l’hanno vissuta, poi, ho cominciato a metterci un po’ del mio… Ed è qui pronta, fresca delle cure del bravo editore.

MONICA: Mi sembra un bel lavoro. Debbo dirti che tante cose sono state una sorpresa anche per me nel leggerle. Non le conoscevo. Certo che 353 siparietti osé in un centinaio di cartelle sono un bel corredo anche per un racconto che si posiziona nell’area pornografica. Oltretutto tu mi dici che sul palcoscenico di quel bel hotel di Riva Azzurra o anche solo dietro le sue quinte, si sono realmente consumati intrecci di sentimenti e soprattutto di corpi. Se ben ricordo a qualcuno di questi momenti debbo aver partecipato anch’io. Ma sai, ne ho fatte tante nella vita!

Le due ridono abbracciandosi.

FLAVIA: Non posso giurarci ma stando al racconto di Tlìc direi che sono accaduti sul serio. Magari si sono dilatati in un periodo un po’ più lungo. E qualcuno di questi è avvenuto a lato di tale contesto Tu che hai conosciuto da vicino doti e qualità amatorie di Tlìc pensi che abbia esagerato?

MONICA: Assolutamente no. Tlìc l’ho conosciuto da stallone. Tale si è sempre comportato con me e ho informazioni che allo stesso modo ha deliziato le altre femmine che si sono lasciate andare con lui. Lo strano di tutto questo è che Moira, la sua prima fidanzata, a cui era rimasto legato per più di tre anni, prima di me, faticasse molto a dargliela. Non sa cos’ha perso! Io stessa, dopo pochi istanti del nostro casuale incontro provai un’irresistibile attrazione corporea verso di lui. Stimolava desideri solo a guardare come si muoveva. È cosa ben nota che gliela diedi nel giro di poche ore. Non mi vergogno certo a dirlo.

Tutt’altra cosa è stato con Sylvie, che voleva tenerlo un po’ sulla corda per una sua convinzione di tradizionale fedeltà verso un lontano fidanzato un po’ demodé. Dopo il tira e molla della partenza la bocca di lui sulle labbra di sotto di lei hanno suggellato una gran bella storia d’amore.

FLAVIA: Oggi Tlìc…

MONICA: Mi sembra che oggi il baldo Tlìc abbia abbandonato molte delle sue velleità. Silvia, in questi anni gli è sempre stata molto vicina, non ha mai infierito con lui per scappate e scappatelle, che non sono state poche, e così se l’è tenuto ben stretto, tanto che il mese scorso hanno festeggiato trent’anni di matrimonio (non pochi per uno come lui sempre sotto tentazione).

FLAVIA: Se non sbaglio a lui affidasti la parte del protagonista nei due film che ti hanno reso famosa.

MONICA: Sì, anche se i primi lavori sono stati realizzati in famiglia. Io considero Tlìc, Sylvie, Marghy e Rosy parte della mia famiglia proprio perché abbiamo vissuto molto tempo assieme e anche adesso, appena possiamo, cerchiamo di stare fra di noi. In fondo lì girano intimità intriganti. Molte delle quali sono nate proprio in quel contesto che tu stai per pubblicare.

Loro, tranne Sylvie, che non ha mai voluto spogliarsi davanti alla macchina da presa, sono stati i protagonisti proprio di quei due film che sono quelli veduti in ogni continente, anche adesso. E che hanno riempito pure i miei conti bancari. [Negli occhi di lei lampeggia una luce di beffarda soddisfazione] Molto di quel successo è sicuramente dovuto al piffero di Tlìc. Sempre in mostra, sempre in azione. Pensa che alcuni ragazzi della troupe, nel secondo episodio chiesero l’interruzione di una settimana per tornare in famiglia e mettere a frutto quanto appreso da questo mostro che come niente fosse passava da una figa a un’altra senza ammainare le vele.

FLAVIA Sylvie mi ha detto recentemente che, lui, il suo talento lo ha sempre espresso non solo con l’uccello ma tanto con la lingua. Un vero cultore del cunnilingio. A quest’arte ha dedicato un grande impegno, istruendosi anche su antichi trattati e facendo ginnastiche appropriate con tutto l’apparato muscolare facciale. A tutt’oggi scambia informazioni con cultori di questa disciplina e ogni mattina si dedica a particolari esercizi innanzi allo specchio. Di tutto ciò mi ha intrattenuto con una lunga telefonata.

MONICA: Oh sì, cominciò a perfezionare questa sua attitudine già la seconda volta che trombammo io e lui, dopo che gli avevo detto che aveva un savoir-faire con la lingua molto meglio di una convinta lesbica. Nei giorni successivi – incominciò allora a vivere con me – andava spesso all’Archiginnasio a cercare testi che trattassero l’argomento e so che ne parlò anche con un suo amico laureato in medicina. Sta di fatto che già allora ogni mattina dedicava tempo ed energie ai movimenti del volto. Anch’io ho avuto confessioni da Sylvie che era rimasta incantata da come lui, la prima volta, le aveva appoggiato le labbra sulla crepa. È stato quel gesto, mi ha giurato, a scatenare il colpo di fulmine che li ha uniti e che da tanto li tiene assieme. Oggi più che mai.

FLAVIA: Ma secondo te oggi è ancora una lingua valida?

MONICA: Sicuramente a un coperchino come te, consiglio di provarla. [Questa volta però è Flavia che bacia con trasporto La Momò]

FLAVIA: È da quando lo conosco che ci sto pensando. Però, anche se fra di noi c’è quella confidenza che si è venuta a creare con i racconti che mi ha svelato, sono restia a fargli un attacco. In fondo lui è una star, anche se di una certa età. E ha trombato con fior di fighe, qualcuna delle quali ha anche incassato una ‘Palma d’oro’ a Cannes.

MONICA: Sono sicura che gli farebbe piacere. Anzi, ben conoscendo il suo narcisismo si sarà già domandato, a fronte dei dettagli del racconto che ti ha fatto, come mai non gli hai domandato una prova pratica di quanto ti stava narrando. Sono dimenticanze che normalmente lo innervosiscono.

FLAVIA: Sì, può essere. A volte ho notato che aveva intenzione di aggiungere qualcosa al semplice racconto….

MONICA: Debbo dire che è anche un po’ timido. Con me si comportò in tutt’altra maniera. Quasi una… una piacevole violenza. Credo di poter giurare che con ogni sua partner, sia sul set che nel suo ménage erotico anche extraconiugale, si sia sempre comportato da gentleman, senza mai pretendere qualcosa di più di quanto la partner volesse dargli… Mi è sempre rimasta impressa una scena mentre giravamo un video che Marghy aveva intitolato “Carnalmente tua”:

Si stava riprendendo un rapporto alla cosiddetta ‘pecorina’ fra un lui e una lei: una coppia di attori inglesi anche sposati fra loro. Tlìc non era sul set in quella scena. Mi era seduto accanto, fumava e guardava la ripresa.

Un rapporto molto normale che andava avanti senza interruzioni. I due trombavano alacremente e si capiva che non c’era finzione: si godevano il loro amplesso. Lui la montava con energia e passione tant’è che lui, preso dall’eccitazione assestò due sonori schiaffi sulle natiche della partner e quasi immediatamente tutti e due si lasciarono alle frenesie di un prolungato orgasmo. A cui seguirono le dovute coccole e effusioni.

Alla ragazza non passò assolutamente per la mente di lamentarsi per i ceffoni sulle natiche. Pur se i glutei mostravano un marcato rossore.

Fu allora che Tlìc si levò dalla poltroncina e contestò al collega quella violenza. Questo si mise a ridere e gli rispose con “Guarda che è mia moglie e con lei faccio quello che mi pare…”

“Anche a me piace così” e gli lasciò andare due ceffoni che lo fecero traballare. Ma non finì così: la partner, nonché moglie, che fino a quel momento nulla aveva trovato da ridire aggiunse agli schiaffi di Tlìc pure un paio dei suoi. E non solo: prese sottobraccio Tlìc e con lui si infilò in una tenda/spogliatoio che avevamo allestito in loco. Abbiamo poi saputo che due mesi dopo lei aveva divorziato a causa delle violenze che il marito le usava.

Questo tanto per dirti la gentilezza che è nell’animo del nostro Tlìc.

FLAVIA: Bella storia. Mi sa che lo cercherò per farmi un viaggetto nella sua dolcezza. Non se ne trovano sempre al giorno d’oggi. In fondo, se permetti, anch’io mi ritengo della vostra famiglia e mi piacerebbe avere libero accesso ai servizi della casa.

MONICA: Voglio farti un regalo. Visto che ho acconsentito a registrare questa nostra conversazione, adesso ti racconto la maniera non certo usuale di come un personaggio fondamentale sia per la tua storia scritta, che per la mia stessa vita, si è aggiunta alla mia quotidianità. È la mia ‘ vecchia’ Marghy che tuttora condivide la mia arte nonché vita che è qui intorno e mi aspetta per condividere con me la notte. Abbiamo già prenotato la suite all’ultimo piano dell’hotel. Facciamo così dopo ogni successo. Questo lo sarà per il tuo libro ma un po’ anche per la mia carriera nonché vita[3]

Flavia dal 2005 pubblica con l’editore
Enstooghard
del dr.Hans Stortoghårdt
editore dal 1971
in
Borgergade 9, 1300 København

 [©Flavia Marchetti 2019]


[1] James Dean (1931-1955) attore USA icona culturale per le generazioni di quel tempo.

[2] 1 dicembre 2018, Bologna, Hotel Roma

[3] … di quell’episodio questa è la versione che ne ha fatto FlaviaMarchetti consegnandocela cinque giorni dopo quella presentazione. Ed eccolo qui per la postfazione alla seconda edizione. [N.d.R.]

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